Categoria: cultura

  • Touche pas à Popsophia.La censura.

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    Finisce la saga di Popsophia con un breve strascico di miserie umane. E’ noto che ReseArt non cerca nè pubblicità né danaro e neppure gloria ma cerca solamente di dire ciò che pensa, nel bene e nel male, nei campi di cui si occupa. Recentemente si è occupato della kermesse di Popsophia a Pesaro, una specie di festival della filosofia Pop sulla scia epigona di quello che da più tempo si fa in Francia e Belgio. La manifestazione ha goduto e gode anche di fondi pubblici (tra cui è da annoverare anche l’Enel di cui lo stato è l’azionista maggiore) e questo fa si che l’attenzione sui risultati debba essere maggiore. ReseArt ha recensito l’idea, la pratica, gli eventi e i personaggi non sempre in termini negativi. Gli articoli si possono trovare raccolti nella pagina REPORTAGES.

    I posts sono stati divulgati su Twitter, Facebook e Google Plus mentre i videoclips girati e montati in originale da ReseArt si trovano su Youtube. Le condivisioni degli scritti sono state estese alle pagine ed ai social di Popsophia e di vari media. Il risultato è stato che ReseArt è stato bloccato dalla consolle di Popsophia su tutti i social e anche dalle newesletters cui si era iscritto. Questo non è accaduto solo per noi ma anche ad altri incauti cittadini che hanno osato esprimere giudizi non positivi pur sempre in modo corretto. Abbiamo ricevuto posts e mail in tal senso e questo ci ha confortato e ci ha convinto di essere sulla giusta strada. Qui di seguito riportiamo un esempio lasciando anonimo l’autore:

    “Buongiorno,

    mi chiamo A.S. e vi scrivo per ringraziarvi per aver commentato e criticato il festival Popsophia e in particolare l´edizione di quest´anno. Sono maceratese, conosco perció il festival e sono rimasta atterrita dalla scelta del tema nonché dalla completa frivolezza del programma.
    Mi fa molto piacere vedere che altre persone abbiano avuto la mia stessa reazione. Anche io come voi sarei molto felice di sapere piú dettagliatamente da dove vengono i soldi che confluiscono in questo festival dal contenuto quanto meno discutibile. Vi scrivevo quindi per chiedervi se avete nuove informazioni a riguardo e se durante il festival ci sia stato un qualche tipo di protesta. Io non vivo stabilmente nelle Marche, quindi non ho avuto modo di andare. A tal proposito, vi inoltro il breve scambio di mail con la “direttrice artistica”. Che, di fronte alla mia mail di critica – seppur aspra – si é sentita in diritto di cancellarmi dalla newsletter. Bell´esempio di apertura al dialogo. A seguito di questo, non sapendo bene come reagire, avevo scritto a Blob, chiedendo una posizione pubblica di Ghezzi a riguardo, che a quanto so non é arrivata. Non conosco la vostra redazione, ma di nuovo, grazie di aver criticato pubblicamente Popsophia.Ciao, A.S.”

    Non è tutto oro quindi quel che riluce. Gli sponsors, con cui pure abbiamo condiviso i nostri commenti e le nostre riserve, tacciono come di solito fa la politica finché è conveniente  fare come Ponzio Pilato, salvo che non intervengano dubbi sui finanziamenti pubblici a tutte le manifestazioni culturali della regione (criteri, qualità, turn over, pari opportunità).

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    Dopo l’estate, tirati per la giacchetta, faremo una piccola ma approfondita inchiesta sulle sponsorizzazioni di Popsophia, sull’uso dei volontari (come all’EXPO?) sulle caratteristiche no profit dell’Associazione e sull’obbligo di trasparenza da chi riceve fondi pubblici. Ci porremo domande, analizzeremo anche il coinvolgimento delle scuole (sempre utile mano d’opera gratuita) e di altri enti e privati. Abbiamo assistito in prima persona in passato ad esempi non virtuosi di contaminazione tra pubblico e privato e di sfruttamento dei contesti culturali ed educativi non proprio “no profit”. Nel caso di specie chi potrà mettersi delle medaglie se le metterà e le luciderà mentre chi dovrà fare ammenda la farà e lascerà spazio ad altri. A presto.

    Giuseppe Campagnoli

    Da Wikipedia: La pop philosophie (ou pop’philosophie, selon la graphie d’origine) est une notion inventée par Gilles Deleuze durant les années 1970, qui connaît un regain d’intérêt au début du xxie siècle sur la scène culturelle parisienne. Sa seule caractéristique stable consiste dans l’affirmation d’une connexion possible entre la philosophie et la « pop culture », entendue comme l’ensemble des productions culturelles de masse du monde contemporain. Mais la définition précise de cette articulation évolue largement entre les années 1970 et les années 2000.

    Semaine de la Pop Philosophie  2007-2015 à Brussels et Marseille

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  • Laurent de Sutter. Arte e voluttà.

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    Così abbiamo percepito la lettura di Laurent de Sutter in quell’italiano creativo e suggestivo che ha dato quel quid di eso-erotico in più alla disquisizione sull’arte dello spogliarsi  pensando alla Belle Epoque, a Lautrec e al Lido che in tempi passati abbiamo frequentato anche noi. Allora son venute in mente le immagini e i suoni che condividiamo volentieri.

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  • Le pop sophie. Pesaro 12 Luglio 2015.

    Le pop sophie. Pesaro 12 Luglio 2015.

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    Abbiamo chiuso anche noi la kermesse di Popsophia e ribadiamo la nostra idea che si tratti di pop-sophismi. Tra vernissages di quell’arte che arte non è ma solo esibizione e virtuosismo, tra sofisticherie linguistiche modaiole di una parafilosofia che tutto è fuorché pop mi vendo una battuta provocatoria (ma poi non così tanto) sul programma di ieri lanciata da un mio amico giornalista all’ingresso: dove sono le “crepes” di Paolo? e le Pop-pe di Sophia? Paolo Crepet di fatto ha dato il meglio di sé forse perché lontano dalle gigionerie dalla TV. Condividiamo, a volte forse perché lapalissiano, tutto quello che ha detto sull’amore, sulla religione, su Facebook, sull’eroe Bob Dylan zingaro e poeta, sui talent show che distruggono anche quei rari talenti che incautamente li frequentano, sull’essere coerenti negli ideali, sui giovani, sulla scuola, su Basaglia, su Trieste e sui suoi avi pesaresi. Abbiamo anche avvertito fortemente, dal linguaggio corporale, la sua insofferenza a talune domande un po’ melense e banali, poste per di più con una impostata cantilena irritante. Abbiamo notato pure con piacere che Paolo Crepet le ha aggirate con abilità e buonsenso, tirando dritto sui suoi più sensati ragionamenti. Abbiano percepito anche il   fastidio malcelato per l’accostamento del suo dissertare ai testi del furbesco Mogol, spacciati per poesia e letti da una brava e fine dicitrice che a volte si faceva sfuggire un certo piglio da Gollum (ci si aspettava al termine di ogni verso un sibilante “tesssoroo”).  Il tutto per introdurre la teoria di covers del canzonettista Battisti ben eseguita ma ormai obsoleta. Ma finalmente le “Crepes” di Paolo c’erano ed erano squisite!

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    Alla fine della giostra ecco l’italiano poco comprensibile per la dizione e per gli svarioni sugli accenti  (e pensare che i francofoni ne hanno un culto speciale!) del pop-filosofo-prodige belga Laurent de Sutter che legge una traduzione criptica, involuta  e inadatta ad un pubblico eterogeneo e sostanzialmente pop del suo scritto.Il riscatto solo dalla musica tecnicamente apprezzabile dei Popsound e dalle sinuosità della pop spogliarellista che d’ora in poi meriterebbe d’ufficio il nome di PopSophia!

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    Ma non è ancora finita. Dulcis in fundo la scuola estiva per diventare pop-filosofi! Abbiamo visto il depliant con ancora molte domande aperte , rivolteci anche da qualche lettore, glissando, per ora, sulla qualità:

    1) Chi sono i docenti e chi il direttore? Quali qualifiche hanno?
    2) Che cos’è la certificazione ministeriale?
    3) Chi riconoscerà i crediti formativi e come?
    4) E’ assodato che il corso sarà riconosciuto come attività di aggiornamento per i docenti
    5) Quali sono le agevolazioni speciali per studenti e docenti e in base a quali criteri?

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    Giuseppe Campagnoli 13 Luglio 2015

  • Pesaro Popsophia 2015.Riflessioni in corso d’opera.

    Pesaro Popsophia 2015.Riflessioni in corso d’opera.

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    Ieri ho partecipato alla serata di Popsophia 2015. Mantengo la mia opinione sulle arie fritte, sull’uso e l’abuso del mondo della scuola, sugli stereotipi, sui filmati retro, sulla pseudo-arte, sulla fauna intellettuale superpaludata o intenzionalmente sciatta presente all’evento e sull’estrema futilità del tutto, quasi come fosse una specie di luna park radical sh(i)ock. Ci si mette a posto la coscienza con i filmati che scorrono sui veri naufraghi mentre “the show must go on” nel nostro mondo ricco, caritatevole e ipocrita di “feste, mercati, chiese, chiacchiere e comizi”. (altro…)

  • Scuola senza mura.

    E’ già uscito su iBook store e iTunes store il volumetto “Oltre le aule” scaricabile gratuitamente da PC o Ipad. La terza puntata sull’edilizia scolastica che si trasforma in architettura scolastica e in architettura della città, conclude la serie di studi per costruire un modo nuovo di concepire e costruire i luoghi della cultura e dell’apprendere. La proposta è nata nel 2007 e si è sviluppata in questi anni fino a giungere ad uno scenario vero e proprio di come si potrebbe attuare, in una città di medie dimensioni, una rete di “locations” per fare scuola e cultura insieme, lavoro, tempo libero e scuola insieme, servizi e cultura insieme. Il filmato introduttivo del libro evoca immagini e idee sulla scuola e sui suoi luoghi specializzati e non. Una grande aula che comprende la città e la campagna, la natura e la storia ma anche il web nella sua valenza conoscitiva ed educativa. In questo contesto si colloca l’invito a partecipare Lunedì 29 Giugno alle ore 18.00 a Pesaro, presso la scuola Perticari, ad un evento di presentazione che, ripercorrendo i luoghi della scuola nel centro storico della città,  lancerà la proposta di una Scuola senza mura. Si spera di raggiungere il numero minimo di partecipanti per poter realizzare l’evento. Sarebbe un segno di una accresciuta sensibilità verso i veri problemi di quella che oggi malamente si chiama “edilizia scolastica”.

  • Ritagli

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    A breve un e-book gratuito su iBook e iTunes che raccoglie un lustro di articoli e saggi di giuseppe campagnoli sul quotidiano La Stampa  come scrittore-lettore e sulla rivista telematica Educatiodue.0 edita da RCS Libri e diretta da Luigi Berlinguer. Tutto gratis et amore dei o piuttosto amore scolae, artis et architecturae. Chi volesse divertirsi a leggerlo potrà farmi pervenire qualche commento e ” recensione” su questo blog o su FB. Grazie!! Ho concluso la mia attività di articolista volontario perché sto concludendo il terzo e ultimo libro (probabilmente un e-book autoprodotto, visto che nemo propheta in patria e che tutti sono ormai scrittori!) sull’architettura scolastica: “Aprite le aule!”.

    Giuseppe Campagnoli

    28 Maggio 2015

  • Dio, la morale, le religioni, le guerre.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    E’ tutto più semplice di quanto non appaia. Non c’è alcun bisogno di ricorrere alla speculazione filosofica o alla teologia. Basta osservare l’uomo, gli esseri viventi, l’universo e la natura nel suo insieme. Basta basarsi sulla propria esperienza diretta e non sulla parola o i “libri sacri” scritti da altri uomini. La sovrastruttura che l’uomo nel tempo ha voluto costruire sulla natura per i suoi scopi di dominio e per mitigare la  paura dell’ignoto (che nel tempo, peraltro, si è rivelato sempre più noto, grazie alla scienza ed alla conoscenza) resiste ancora quando è abbinata all’ignoranza, all’ingenuità o alla mala fede.

    Oggi, comunque sia, una delle religioni più pericolose e aberranti, soprattutto quando sia abbinata ad un credo tradizionale che la sostiene e la integra è il capitalismo insieme alla sua forma più pericolosa e subdola: la globalizzazione.

    Assistendo a ciò che accade di feroce e violento nel mondo odierno in questi tempi, da Parigi alla Nigeria, in Libia, Siria, Pakistan, Iraq, Afghanistan, Turchia, Arabia Saudita, Iran, Palestina, Yemen, ricordo la semplice lettura di Eugenio Lecaldano in “Un’ etica senza Dio” e mi chiedo se non sia utile una riflessione profonda su ciò che siamo e su ciò che dovremmo ritornare ad essere. Qualcuno, cui mi associo, ha detto che la religione di per sé non può essere moderata perché è fondata su dogmi e non “est modus in rebus” quando i principi sono elementari anche se oscuri, inamovibili e indiscutibili. Non c’è una via di mezzo e non c’è interpretazione, a meno di riscrivere tutto, come, peraltro, qualche religione sta già facendo per non perdere adepti sempre più secolarizzati. Ciò che è stato detto e tramandato oralmente o graficamente dagli uomini per gli uomini come regola che si fa discendere dal soprannaturale, utile o inutile che sia, resta e crea le sue conseguenze, a volte drammatiche e terribili soprattutto quando incidono su menti semplici e alterate dalla povertà e dall’ingiustizia.

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  • Riforma della scuola. Paura?

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Scuole elementari 1906

    Siamo alle solite. La scuola è il motore della società? Allora rimandiamone la riforma o minimizziamola. Come temevamo l’elefante ha partorito il topolino!

    La riforma degli annunci mirabolanti si sta riducendo alla solita serie di misure palliative e inutili. Il corpus della scuola non verrà nemmeno sfiorato e sarà tanto se si risolverà, con una italica ricetta ipocrita e minimalista, l’annosa questione dei docenti precari autogenerati nel tempo da una scellerata organizzazione delle risorse umane e, anche, da una incomprensibile sudditanza verso sindacati autoreferenziali che hanno spesso difeso, ammettiamolo, lo status quo  e la quantità, fingendo di puntare alla qualità del servizio pubblico che può essere garantita solo con autentica formazione ricorrente e obbligatoria, valutazione e merito.  Se il fondamento di uno stato moderno è la scuola e se da lì parte tutto il resto siamo alle solite. L’Italia non ripartirà mai veramente. La chiave del successo degli stati emergenti in Europa e nel mondo è la scuola, la cultura, l’educazione e la formazione continua. Gli investimenti nei sistemi scolastici, nelle risorse umane e nelle infrastrutture (edilizia, servizi etc…) negli altri paesi sono, nell’insieme, quasi tripli, rispetto al nostro. Non faremo molta strada se accontenteremo solo le imprese e i lavoratori autonomi a discapito dei servizi pubblici fondamentali e dei contribuenti più assidui e sicuri. Consiglio di confrontare i nostri più recenti articoli con i fatti che stanno accadendo in questi giorni in seno al nostro governo.

    Il paese di balocchi

    Sulla buona scuola avevamo già scritto

    Dare i numeri sulla buona scuola

    La scuola buona o la buona scuola?

     Giuseppe Campagnoli 4 Marzo 2015

  • Il monte dell’abate. Tutta l’Italia è paese.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Certo che per essere il luogo dove pare spirasse precocemente il Papa tedesco Suidgero della Signoria sassone di Morsleben e Hornburg dal nome di Clemente II, i suoi abitanti o chi per loro, ne hanno conservato mirabilmente il sito e la memoria! La bella storia dell’abbazia di Mons Abatis (toponimo del feudo monastico che ha dato origine al locus) ha subito la stessa sorte delle vestigia industriali (ormai in gran parte archeologia lugubre e preoccupante), delle aree residenziali  e dell’architettura pubblica di questo piccolo paese che per sorte ancora mi ospita e che avrebbe meritato di più e di meglio anche per la sua posizione strategica sulla storica via urbinate. Gli altri luoghi del dominio abbaziale, il Castello e il borgo murato di Farneto sono quasi abbandonati e fatiscenti nonostante i tentativi di progettarne il recupero nel tempo, vanificati sempre dalla protervia delle amministrazioni che si sono succedute, forse più attente al mercato che alla cultura e neppure lì con esiti positivi. Ognuna voleva fare mari e monti:  invece, nella migliore delle ipotesi, ha lasciato lo stato delle cose così come lo aveva trovato. Solo il risibile prosopopaico museo semiparrocchiale denominato “Spazio Nobili” con il suo curioso ossimoro nell’intitolazione, collocato nella non disprezzabile architettura della vecchia sede comunale (che meritava ben altra nobile destinazione) ha suscitato lo strano interesse e l’immediato attivismo, di amministrazioni anche di segno opposto. Lo stesso è accaduto per  la ferraglia di cui è disseminato il territorio comunale considerata inspiegabilmente come pubblica opera d’arte. Il resto è semplice inarrrestata decadenza. Le zone residenziali di nuova espansione a ridosso della obsoleta zona industriale sono in condizioni da mezzogiorno d’Italia (con  le ovvie doverose distinzioni).

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  • Architettura: questione di stile.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Scuola 2014

    Per introdurre prossimi interventi, quasi autobiografici, sull’architettura ripropongo un passo significativo da “Questione di stile” libello per l’architettura e “contro ” gli architetti.

    “Il territorio è nelle mani degli endemici geometri e di troppi architetti e ingegneri ormai rassegnati a fare di tutto assecondando committenze pubbliche o private, imprese o speculatori protervi ed ignoranti di storia, di compatibilità vera e finanche di economia!

    Rara è l’architettura che rifiuta di essere corpo estraneo per moda o per tensione esibizionista all’originalità ed al “fanta building”.

    La società non ha bisogno delle archistars. Sono loro che ne hanno avuto bisogno e l’hanno sfruttata e turlupinata.

    In qualche paese, diventano  senatori honoris causa anche gli architetti del mercato globale. Allora si capisce l’antica provocazione di Caligola!

    E’ un po’ come nelle altre arti, dove il mercato decide quali forme siano buone e quali cattive, quali valgano e quali no generando fratture nette col passato, revivals, neocorrenti,epigoni ad ogni angolo,eclettismo di bassa lega e soprattutto grandi bluff .

    L’architettura  è la più visibile ed è insieme anche la più sociale e fruibile delle arti, poichè ci si vive e ci si muore, ci si cura, ci si apprende, ci si lavora, ci si diverte, ci si comunica. Che allora, oggi non si meriti uno stile contemporaneo è un vero peccato.

    Numeri da pandemia in Italia (senza contare geometri, ingegneri, periti edili, periti agrari…)

    Italia 147.000 architetti su 60 milioni di abitanti: 1 ogni 400

    Germania 101.000 su 82 milioni: 1 ogni 800 circa

    Spagna 51.000 su 47 milioni: 1 ogni 921

    Regno Unito 33.500 su 61 milioni: 1 ogni 1800

    Francia 30.000 su 65 milioni: 1 ogni 2200″

    Tutto questo, perpetrato all’ennesima potenza in un paese fragile come l’Italia ha provocato più danni che in altri paesi, maggiormente attenti all’architettura o meno dotati di patrimoni storico artistici in cui inserire nuovi manufatti.

    URBAN MIRROR CUBE SKETCHES

  • Lo Sguardo Educato (8)

    di Nikla Cingolani Nikla ritratto

     

    Il potere dello sguardo

    In tema di sguardo, prima di iniziare a scrivere il mio primo post di quest’anno, vorrei augurarvi un buon 2015 impegnandoci ad avere un occhio di riguardo per tutto ciò che ci circonda, per ciò che viviamo, nel rispetto verso noi stessi e gli altri, soprattutto se non la pensano come noi.

    Un bellissimo articolo di Davide Ferrario nell’inserto “La Lettura” del Corriere della Sera di domenica scorsa (4 gennaio) dal titolo Non sappiamo più guardare, parla di come lo smatphone o l’iPad abbiano ucciso il cinema e la capacità di osservare il mondo. In effetti, questi piccoli schermi non sfruttano totalmente la potenzialità dell’occhio, ma limitano il fuoco della visione in un angolo sempre più ristretto. La visione, da globale e condivisa, è diventata parziale e privata. Questa riduzione tecnologica spiega la moda dei selfie e la chiusura dello sguardo che, scrive il regista, “ricorda quello che capita al cavallo quando si mette i paraocchi: vedere solo quello che gli sta di fronte. Cioè, solo quello che interessa al padrone che lui veda. Quella che sembra una semplice discussione accademica diventa subito una questione che ha a che fare con la libertà.” Libertà e sguardo sono strettamente legati. Quindi sta nell’occhio la promessa di libertà. Alla fine, tutto dipende dai nostri occhi, dai nostri buoni occhi.[1]

    Con questa riflessione che anticipa il finale di questo mio breve saggio a puntate, andiamo avanti a parlare della storia dello sguardo attraverso i due dispositivi, Panorama e Panopticon, che hanno condizionato in maniera massiccia il modo di guardare. Ho iniziato con il tracciare una breve storia del Panorama, il prototipo dei mass media come la televisione e cinema, precursore del concetto di simulacro formulato da Baudrillard poiché il contenuto della riproduzione contiene le aspettative di ciò che vedrà lo spettatore prima che veda le cose reali. Ora che del Panorama ne sappiamo un tantino di più possiamo andare avanti con le nostre considerazioni.

    Perché nel XIX secolo c’è una forte e insistente richiesta per il “vero”? Perché il desiderio di presentare una scena illusoria? A cosa rispondeva l’immagine con l’insorgere di nuove ricchezze, nuovi bisogni e nuove fantasie?

    L’inganno visivo tentò di soddisfare un doppio sogno, quello di scatenare fantasie di totalità e possesso. Questa tecnologia, con la richiesta degli spettatori che parteciparono al gioco dell’immaginazione, appagò la loro smania di totalizzazione e di estensione. All’epoca gli individui erano afferrati dalla febbre di sperimentare l’orizzonte, scalare campanili e montagne, viaggiare per la prima volta sull’oceano, viaggiare su aerostati, tutte attività che permettevano di vedere senza ostruzioni in ogni direzione.

    Honoré Daumier, Nadar Photography to the Height of the Art, 1862, Museum of Fine Arts, Boston.
    Honoré Daumier, Nadar Photography to the Height of the Art, 1862, Museum of Fine Arts, Boston.

    Il Panorama celebra la capacità della borghesia di vedere le cose da una nuova angolazione. Lo storico Stephen Oetterman prende in causa il dipinto di scena dell’età barocca dove l’unico punto di vista dal quale si poteva guardare il dipinto intero senza alcuna distorsione, era quella del re. Nel caso del Panorama, grazie alla molteplicità degli sguardi raggruppati lungo il perimetro, i cittadini potevano giustamente godere un’intera visione. La posizione di vantaggio che privilegiava il regime, ora poteva essere occupata da chiunque. Chi guardava riconosceva su di sé la sensazione dello sguardo divino, allo stesso modo in cui molti avvertono la presenza di Dio nella loro coscienza. Nel corso del XVIII e XIX secolo gli europei avevano una forte consapevolezza di sé caratterizzata dalla religione; cresciuti con la Bibbia e concetti come eternità e onnipotenza, si vedevano come immagine di Dio. Così, ad esempio, salendo sulla torre di Munster, un luogo all’epoca molto popolare, si aveva la capacità di dominare con il proprio sguardo, scacciando Dio dalla sua posizione. Lo sguardo diventa sguardo di massa, democratico e borghese; non più uno ma molti più sguardi dello stesso valore che confermano l’equivalenza della secolarizzazione dello sguardo di Dio verso l’orizzonte.

    Continua…

    [1] La libertà negli occhi, Roberto Escobar, il Mulino, 2006.

  • Contro tutte le correnti!

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    Ara Pacis “in vitro”

    Cominciamo il 2015 con  una prima serie di considerazioni rigorosamente controcorrente e politically incorrect sulle varie arti che trattiamo in questo blog.

    Arte delle arti 

    I BLUFF DELL’ ARCHITETTURA, DELLA MUSICA E  DELLE ARTI CONTEMPORANEE. Ho scritto molte volte e forse invano di che cosa credo debba essere considerato arte e cosa no, che cosa debba essere considerato architettura e che cosa solo una macchina o uno strumento urbano tecnologico. Anche per la musica vale lo stesso discorso sia  classica o popolare. La differenza sta spesso tra il virtuosismo, l’abilità manuale e l’ispirazione poetica (dal poiein di classica memoria). Molti grandi poeti cantanti sapevano suonare male o poco mentre molti mediocri artisti erano e sono, quando va bene, solo dei grandi talenti della manualità meccanica e vocale sostenute dalle moderne tecnologie.  La pittura, la scultura, la decorazione, l’architettura, la musica, la danza e varie altre attività espressive dell’uomo  diventano arte sotto certe condizioni. Queste condizioni non sono presenti nei numerosi artisti locali che hanno riempito la maggior parte degli spazi pubblici e delle provincialissime “pinacoteche moderne” che molti  comuni piccoli e grandi vantano, ma non sono presenti anche in molti nomi delle arti e dell’intrattenimento nazionale e internazionale. La capacità mediatica e di convincimento di critici, televisioni, giornali e social networks ha creato molte stars fasulle e inconsistenti, gradite al mercato e non rispondenti per nulla a quelle che io chiamo le regole d’oro dell’opera d’arte: la fisicità, la gratuità, l’universalità, la immediata capacità di trasmissione estetica  (versus l’anestetico), la grande cultura che trapela sottotraccia dall’autore, dalla sua scuola certa e consolidata. Quando l’architettura, ad esempio, travalica la funzione specifica del suo essere fisico e tecnico e trasfigura verso l’estetico, raccontando o evocando storie ed emozioni in tutti (e dico tutti) diventa arte. Altrimenti è un oggetto d’uso come un’automobile o un tavolo, una nave o un martello, piacevole o sgradevole che sia. Ciascuno credo debba essere in grado di riconoscere  con sicurezza se un poeta è anche un artista, così come un cantautore, un musicista, uno scrittore, un architetto, un danzatore.

    Arte della politica 

    IMPRONTA ECOLOGICA, GLOBALIZZAZIONE, EQUITA’, DEMOGRAFIA IN EUROPA. Secondo una interpolazione delle formule scientifiche, ormai assodate, sull’impronta ecologica e la sostenibilità demografica l’Europa non potrebbe sostenere più di 200.000.000 di abitanti in condizioni di vita solo accettabili se fossero equamente distribuite risorse e ricchezza. Oggi siamo circa 713.000.000! E la crisi? E le migrazioni da altri continenti che paradossalmente hanno molte più risorse naturali vanificate e rese inutili o accaparrate da moderni colonialismi, da guerre tribali, religiose ed economiche, e sovrapopolazione? Vogliamo riflettere senza ipocrisie e pensare a soluzioni concrete per il futuro? Le nazioni della vecchia Europa, sempre più in crisi e sempre meno ricche, per evitare che si avveri il presagio sociologico di Alexander Mitscherlich o Ulrich Beck, debbono pianificare, insieme agli Stati economicamente avanzati del mondo e all’ONU, una politica urgente e non più rinviabile di sostegno effettivo all’emancipazione politica e sociale delle regioni da cui partono i flussi migratori favorendo la fine di conflitti tribali, religiosi ed economici e soprattutto imponendo l’estinzione della colonizzazione occidentale ancora attuata pervicacemente da multinazionali, da imprese occidentali e orientali e, non raramente, da ONG ed enti di beneficenza e cooperazione abilmente dissimulati. Lo spazio vitale e le risorse del mondo sarebbero sufficienti per tutti a patto che si possano attuare sensate politiche demografiche, educative e culturali valorizzando in chiave moderna l’ambiente, le tradizioni e le  storie di ogni popolo. Nella metafora dei vasi comunicanti della ricchezza e povertà i livelli si debbono progressivamente avvicinare fino quasi a pareggiarsi. Le parole comode di tanta politica, religione e filosofia: carità, elemosina, solidarietà si debbono rapidamente trasformare in sforzi verso garanzie di pari opportunità, emancipazione ed equità sociale.

    Arte del cibo 

    MAC DONALD’S, EATALY E SLOW FOOD. Le mode esistono anche nel mangiare. Se il colosso Mac Donald’s cede timidamente al “local” rispetto al “global” e propone piatti quasi a km 0 fondati sulla tradizione dei luoghi in cui opera, Eataly si vanta di essere rigorosamente global e trasferisce il “meglio del cibo” italiano ovunque nel mondo non preoccupandosi dell’inquinamento dovuto al trasporto né del fatto che, come dicevano i nostri anziani contadini e pescatori, i prodotti del mare e della terra non possono essere consumati nemmeno a qualche decina di metri di distanza dai loro luoghi perché si perderebbe l’odore, lo spirito intrinseco della loro origine e tutta la cultura che si respira, come ambiente, arte e storia nei siti della loro nascita e cura. Ho provato, per curiosità e dovere di cronaca, un pasto in una Hamburgeria di Eataly ed ho ricevuto cibo nella media, servizio come un qualsiasi fast-food a prezzi non proprio popolari. Un grande bluff? Certo è che la globalizzazione che sradica le cose belle e buone dal loro contesto geografico  fa enormi danni alla cultura e alla salute per un mito del cibo “etnico” che ha mostrato, nel tempo, tutti i suoi limiti di qualità e di sostenibilità. Slow Food suggerisce, pur nei limiti della sua dimensione di impresa in questo mercato fondato sul profitto e sulla libera impresa, qualche strada percorribile per la determinazione della libertà dei popoli in merito al diritto ad una sana ed adeguata alimentazione. Note critiche emergono comunque su alcuni aspetti come viene evidenziato nelle pagine di Wikipedia: “Nonostante i lodevoli obiettivi ci sono altri problemi che non vengono affrontati. Ad esempio, senza alterare in modo significativo la giornata di lavoro delle masse, la preparazione del cibo in una maniera slow food può essere un onere aggiuntivo a chi prepara il cibo (spesso donne). Al contrario, la società più benestanti possono permettersi il tempo e le spese di sviluppo di ‘gusto’, ‘conoscenza’ e ‘discernimento’. L’obiettivo dichiarato di Slow Food di preservare se stesso dal “contagio della moltitudine” può essere visto come elitario”.

  • Una città di crinale. Recanati sparita.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Presto un excursus della recente storia architettonica della città di Recanati, attualmente tornata agli onori della cronaca, della cultura e dell’arte per i meriti di tanti suoi concittadini illustri. Parleremo brevemente delle trasformazioni del tessuto e della fisionomia della città dalla fine dell’800, l’ultimo secolo, a mio avviso, insieme al primo trentennio del’900, di vera organica architettura, contraddistinta da stili riconoscibili, in Italia come altrove. Se ne parlerà non nei termini desueti dell’urbanistica ma in quelli del disegno urbano, termine che ha più a che fare con l’architettura e l’arte che con l’economia e la burocrazia.

    Potrete seguire il saggio su questo blog e, in forma di intervista all’inizio del nuovo anno, sulla storica radio di Recanati: Radio Erre.

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  • Lo sguardo educato (3)

    di Nikla Cingolani Nikla ritratto

    Camera con vista

    Storia ed evoluzione del Panorama (2)

    Dopo il brevetto di Barker di cui ho parlato nell’articolo precedente, il Panorama diventò un’attrazione di massa.

    Quali furono i motivi del suo clamoroso successo? Quali le ragioni del suo effetto sugli spettatori?

    Il successo del Panorama crebbe con l’ascesa della classe borghese all’epoca della Rivoluzione Industriale quando il rinnovamento politico ed economico incrementò la produzione e il commercio. E’ molto importante visualizzare la situazione alla fine del XVIII secolo quando emergevano le prime grandi metropoli cominciando da Londra. Il Panorama giocò un ruolo decisivo nel recuperare il controllo dello spazio collettivo in estensione. Ecco perché il soggetto della prima tela trattava il tema della città. Presto sorse un altro problema: la guerra e il potere militare. La situazione in Europa era convulsa e con la circolazione di vedute che focalizzavano particolari momenti eroici di varie nazioni, il Panorama diventò una macchina propagandistica col tentativo di individuare più vasti interessi possibili, aspirando a convincere il pubblico nel migliore dei modi. Altro tema affrontato fu il viaggio in terre lontane con la rappresentazione di città storiche, in particolare quelle del Grand Tour (Roma, Firenze, Napoli, Palermo, Pompei, l’Etna, Atene, Costantinopoli, La Svizzera e le Ali) o luoghi esotici come Calcutta, Rio de Janeiro e tutti i paesi associati alle nazioni coloniali o imperialistiche. I pittori lavoravano sul posto aiutandosi prima con la camera oscura e poi con la fotografia. Per raggiungere un così potente effetto sugli occhi e sulla mente del pubblico furono assunti una serie di tecnici addetti alle operazioni specifiche: punti di osservazione, scenografie, disegni preparatori, pitture, luci, montaggio, inclinazioni, trasporti e così via. Un tecnico ha sempre un nome e in questo caso si chiamava panoramista. Visto le dimensioni standard di ogni tela, 15 X 120 metri (la tensione del peso delle tele dipinte risultava di 47 kg. al metro!), per l’esecuzione occorreva una squadra di tecnici. Ogni pittore eseguiva solo un pezzo dell’opera, proprio come in un procedimento industriale. Non era un nuovo metodo ma l’estremizzazione e modificazione del tradizionale lavoro di bottega.[1]

    A. Oberlander, Caricatura di pittori panoramisti, 1887, litografia, collezione privata.
    A. Oberlander, Caricatura di pittori panoramisti, 1887, litografia, collezione privata.

    I problemi non erano pochi poiché ogni artista tendeva ad usare il proprio metodo e stile, così fu necessario stabilire una gerarchia per poter coordinare le varie attività, per unire e armonizzare la composizione da realizzare. A capo del team c’era il direttore artistico che dall’alto di una piattaforma dava le direttive per i necessari aggiustamenti.

    F.E.H. Philippoteaux (1815-1884) mentre supervisiona la produzione del suo Panorama of Champs-Elysée. Incisione da Le Monde illustré, 2 novembre 1872.
    F.E.H. Philippoteaux (1815-1884) mentre supervisiona la produzione del suo Panorama of Champs-Elysée. Incisione da Le Monde illustré, 2 novembre 1872.

    La particolare formazione di questi artisti univa abilità tecnico artistica con capacità imprenditoriali, proiettandoli in una modernità capitalistica che in quel periodo stava sfondando freneticamente.

    Dietro lo schermo sospeso si nascondeva un completo set di esperti il cui ruolo era decisivo per la creazione di effetti speciali.

    L’effetto illusionistico, o meglio, il suo effetto pseudo-realistico, si servì di specifiche tecniche mediatiche che influirono il modo di percepire e interagire. In primo luogo la pittura circolare che immergeva lo spettatore nella rappresentazione rafforzando la sensazione di realtà. Altro fattore determinante, la struttura: all’osservatore era consentito un unoco punto di vista che non consentiva un corretto giudizio su misure e distante. Circondato dal dipinto veniva condotto in un’esperienza fittizia. Anche l’illuminazione giocò un ruolo determinante che via via fu perfezionata per stabilire un’idonea visione. Non fu cosa semplice ma alla fine, come dichiarò un cliente entusiasta “dopo cinque minuti non vedete più la pittura ma la natura stessa”.[2]

    [1] Silvia Bordini, Storia del Panorama, Officina Edizioni, Roma, 1984.

    [2] Bernard Comment, The Panorama, Reaktion Book, Londra 1999.

    Continua…

  • Un’altra occasione perduta.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Il contesto. Si dice spesso, a ragione, che occorre “fare rete” e sistema. Gli altri paesi in questo campo ci stanno superando di gran lunga anche nel campo della formazione artistica. La stessa Claudia Ferrazzi, nostra eccellenza in campo artistico, già al Louvre e ora Segretario Generale dell’Accademia di Francia a Roma, lo ha ripetuto più volte: senza sinergie e networks non si può fare nulla in campo culturale. La cattiva abitudine tutta italiana dell’ognuno per sé ha prodotto drammatici risultati. Ho scritto molto di educazione all’arte e di istruzione artistica con interventi su La Stampa, su Edscuola, su Education2.0 ed altri media per sollecitare il dibattito intorno al depauperamento dell’educazione ad uno dei linguaggi più importanti per la formazione della persona e per l’economia del nostro paese e del mondo intero. Nell’ambito dell’Associazione nazionale ArtemDocere, di cui faccio parte, si è costituito un gruppo che si sta occupando di elaborare un documento sulla formazione artistica dopo aver inviato un organico dossier al Ministero che già, in qualche parte dei suoi documenti programmatici, pare aver considerato.

    Il fatto, i protagonisti, le idee. Recentemente ho ricevuto, come tanti altri destinatari, un invito per un convegno sull’istruzione artistica ” Da ISA a Liceo: 4 anni di esperienza” organizzato dall’Associazione degli ex studenti degli istituti d’arte (Essia)  e dal Liceo Artistico Mengaroni di Pesaro per il prossimo 8 Novembre. Ho chiesto, a nome di ArtemDocere di poter contribuire con un intervento ufficiale per presentare sinteticamente i risultati del nostro dossier e prospettare delle strade da percorrere in una comune strategia, con lo scopo di non disperdere energie e risorse. Una tale sinergia garantirebbe di conseguire risultati più solidi nel campo della  formazione e dell’istruzione artistica per curare tutto il campo invece di singoli sparuti orticelli. Si  recupererebbe così il terreno perduto, scongiurando i tentativi al “divide et impera” governativi per proporre il potenziamento degli insegnamenti storico-artistici, progettuali, del design, del disegno e delle arti applicate in un  progressive learning,  dai percorsi comuni del ciclo primario e secondario, fino a quelli specializzati del ciclo superiore, in stretto contatto con il mondo del lavoro. Non si tratta infatti di realizzare  percorsi di serie A e di serie B ma un sistema pariteticamente duale, costruito su curricula paralleli, egualmente dignitosi e mirati alla formazione equilibrata dell’individuo così come alle professioni dell’artigianato artistico o a quelle, a livello universitario, della progettualità, del design, della musica e della storia dell’arte.

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    Gli esiti. Ci spiace constatare invece come la nostra proposta di intervento sia stata relegata al dibattito generico di fine giornata con una motivazione basata sulle esigenze di snellezza del convegno.

    Gli interrogativi. Ci chiediamo allora: ma non si dovrebbe parlare di scuola, di riforme e di istruzione artistica? Qualcuno sa quello che ArtemDocere sta facendo ed ha fatto finora in questo campo? Qualcuno conosce i risultati di condivisione che ArtemDocere ha raggiunto anche presso chi decide dei destini della scuola italiana? Ma davvero si vogliono riproporre tout court gli istituti d’arte seppure in chiave moderna ma con i pregi e i difetti che pure storicamente avevano? Non sarebbe meglio rifondare tutto il sistema dell’educazione ai linguaggi artistici e quello della formazione ed istruzione artistica facendo tesoro degli errori del passato e delle esperienze virtuose storicamente assodate?

    Le riflessioni. Mi duole dire, a questo punto, che sta accadendo lo stesso fenomeno di quando tentai invano nel 2010 di coinvolgere le scuole artistiche in una rete editoriale che poteva coagulare l’opinione pubblica, gii esperti e gli amministratori, rileggendo una storia eccezionale di cultura e di talenti, verso la ricostruzione ed il rilancio dell’insegnamento delle arti. Non c’è ancora, ahimè per la scuola, per l’arte e per l’Italia, nelle piccole e nelle grandi, significative contingenze, niente di nuovo sotto il sole.

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    La babele dell’arte nel paese delle arti