Categoria: città

  • Il Manifesto dell’educazione diffusa. Il vento ci porterà!

    Il Manifesto dell’educazione diffusa. Il vento ci porterà!

    Non è  un libro per soli addetti ai lavori.  “La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa” di Paolo Mottana filosofo dell’educazione a Milano Bicocca e Giuseppe Campagnoli studioso di architettura per la cultura e la scuola è un libro per tutti quelli che hanno a cuore l’educazione, l’architettura e la città. E’ un libro che sogna uno scenario diverso e rivoluzionario del vivere in senso educativo la propria città e il proprio territorio. Non è un saggio paludato e accademico o di nicchia culturale ma una antologia di racconti possibili di luoghi, persone, idee. Il libro è come un insieme di favole che potrebbero diventare realtà nell’immaginario collettivo della scuola e dei luoghi dove si può apprendere per tutta la vita. Dalla critica attiva di come oggi viene vissuta la scuola nella famiglia e nella società si  passa al racconto breve ma intenso di come l’educazione potrebbe permeare vivacemente e liberamente ogni momento della nostra vita in un paese, in una città, in campagna, in montagna, ovunque vi siano luoghi e persone pronti a condividere essenza e conoscenza  utili al nostro vivere. Consigliamo di leggerlo a genitori e maestri, a sindaci e direttori di scuole, a preti ed imam ad atei ed agnostici, a giornalisti e poeti, a filosofi e psicopedagoeducatori e soprattutto a chi ama viaggiare con lo corpo e con la mente e  considera l’errore nel  senso  misterioso dell’errare, l’insegnare come indicare  le più direzioni di un meraviglioso viaggio e l’apprendere come cogliere e interiorizzare tutti gli attimi di un peregrinare  libero ed entusiasmante. E per quanto ci si sforzi ingenuamente o in mala fede di considerare l’idea un’utopia, crediamo che non lo sia, e, d’altronde, alcune buone rivoluzioni sono cominciate proprio da splendide utopie calate nel reale  come “ipotesi di lavoro e come critica efficace alle istituzioni ed alle prassi vigenti”. Anche un luogo che non esiste oggi potrà esistere domani. Se ci pensiamo bene è il fondamento dell’educazione e dell’architettura. Ne è la prova l’accoglienza prevalentemente curiosa e spesso entusiasta delle platee che abbiamo calcato per raccontare i contenuti del Manifesto e prefigurare una nuova idea di scuola e di città. Erano platee fatte di genitori, docenti, studenti ma rari amministratori o burocrati scolastici veramente interessati, se si fa eccezione per l’evento di Cattolica dove abbiamo potuto scambiare idee e proposte con assessori che consideriamo illuminati di vari comuni del circondario.

    Prossimamente altre presentazioni del libro, dopo quelle riuscitissime di Cesena, Macerata, Recanati, Pesaro alla Biblioteca San Giovanni contro l’unica patetica kermesse autocelebrativa ed  istituzional-mercantile di Pesaro presto dimenticata. Formidabili gli incontri di Cattolica al Centro Polivalente  e quella “artistica” del 13 Maggio al Liceo Fellini di Riccione e presso l’Istituto Comprensivo B.Gigli a Recanati. Presto saremo accolti dall’Università di Macerata dove interverrà  Paolo Mottana. Altre date altrove ancora da definire. Il vento di porterà, come dice la  canzone del filmato anche in tante altre città, boschi e radure e chiediamo che coloro che credono che sia un’idea impossibile ci lascino lavorare.

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    Giuseppe Campagnoli  15 Maggio  2017

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  • La città: architettura educante

    La città: architettura educante

    Il manifesto della educazione diffusa

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    Avrò a breve un confronto con un architetto che progetta le belle scuole per le buone scuole. Sarà una bella sfida. Tra technè e poesia, tra prosa e sogno. Partendo dall’ultimo articolo “Architettura e potere”  e prima ancora dal  saggio ” La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa di Paolo Mottana e Giuseppe CampagnoliAsterios Editore Trieste, si può già prefigurare uno scenario architettonico e urbano per la città educante oltrepassando la scuola fisica, intellettuale e dominata dal mercato di oggi. Ancor prima di effettuare l’annunciata simulazione giocosa sul  corpo vivo di una vera città, vorremmo lasciare un messaggio in bottiglia ad educatori ed architetti giovani e visionari capaci di raccogliere il testimone con entusiasmo. Occorre costruire un abaco di tipologie da forme urbane vecchie e nuove che abbiano in nuce l’essenza dell’accogliere collettivo e dell’educare in reciprocità come lo hanno sempre fatto una casa o un teatro, un bosco ed un museo, una piazza e una strada spesso senza bisogno dei maldestri architetti interpreti   spesso solo di sè stessi. Non più l’urbanistica (che ordina e controlla) ma il disegno poetico della città in divenire che come un organismo vivo cresce e si trasforma insieme a chi la vive liberamente mentre apprende  con le genti e le cose d’intorno. Tra un architetto e un filosofo più un  poeta fantasma che alberga in entrambi, sono stati partoriti  le radure e le piazze, le strade cupe, i portali, i giardini di insalate e frutteti, le fontane che danno vino e cioccolata, gli orti teatrali e la babelica biblioteca totale, il quartiere dei balocchi e dei burattini, il giardino delle bocce e degli scacchi, l’emeroteca ciclabile, il museo peripatetico e gli alberi dei tablets e degli smartphones. Ritorneranno presto i fantomatici, misteriosi mimetici cubi specchiati e variopinti, non-architetture ma macchine fantastiche e interattive già avvistate in giro per l’Europa nei disegni a Bruges e  Strasburgo come a Venezia, Vienna, Lucca e Pesaro. Essi  provocatori dei ex machina, ed eros urbani, dialogano con i vecchi palazzi e manieri e li invitano ad aprirsi e a diventare bei luoghi dove vivere, lavorare ed imparare senza funzionalismi ingenui o ordinatori. Da queste fantasie nascono  i più realistici tentacolari portali che disegneranno le forme essenziali mentre sarà chi li vive a riempirli di volta in volta di significati e contenuti come belle e multiformi stazioni di partenza per viaggi della conoscenza dove l’errore ha il solo senso del suo etimo errabondo.

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    Questi saranno gli oggetti,  i luoghi e i tipi architettonici della città educante cui sarà data la prima forma. Alcuni sono già nei nostri schizzi, altri nelle nostre menti pronti ad uscirne per affidarli a chi saprà renderli finalmente reali.

    Il portale

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    La radura

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    La tana

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  • La città che educa (2). Un progetto reale.

    La città che educa (2). Un progetto reale.

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    Ancora disegni e impressioni del progetto di città che educa. Le porte, le vie, le radure, i boschi, le case, le botteghe, le piazze senza mura e senza barriere. 

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    Poiché nessun architetto giovane o attempato ha ritenuto di aderire al mio appello per contribuire gratisetamoredei al nostro meritorio progetto per una architettura di città educante che superi totalmente l’edilizia scolastica, procederò in solitaria. Dobbiamo immaginare  la trasformazione fisica di una città in città educante. Il luogo che mi ha visto operare come docente, dirigente scolastico  e architetto (sempre costruttivamente “bastian contrari” e sempre, prima o poi, ostracizzati) è Pesaro. Una città di provincia in tutti i sensi. Da quello che culturalmente e turisticamente di solito accade non sembra avere le aperture intellettuali e nemmeno economiche della vicina Romagna mentre conserva molti difetti delle Marche cui appartiene.  Lavorerò proprio sul corpus di Pesaro per collocare la mia idea controarchitettonica di scuola diffusa e quella controeducativa del mio amico Paolo Mottana. I “portali” avranno una proposta di collocazione reale e le loro forme, disegnate ad hoc, verranno a dialogare con la città e i suoi luoghi emergenti partendo dalla configurazione medievale del centro storico per riportare i luoghi dell’apprendere al centro della vita urbana.  Le reti di mobilità verranno ridisegnate a toccare i poli significativi per la cultura e l’educazione, sfruttando una cosa buona che la città ha fatto, ma non completato, per sè stessa, la bicipolitana. Si potranno così consentire gli spostamenti sostenibili dei nuovi protagonisti della città che educa. Il centro storico, cuore della città educante, che ora farà pulsare la sua linfa anche verso periferie rinate, dove non vi saranno più casamenti scolastici murati ma giardini, orti, laboratori, biblioteche e teatri, non sarà più appannaggio di un terziario fatto di banche, assicurazioni, uffici, botteghe e negozi d’élite o di retroguardia commerciale ma potrà ridiventare vivo di abitazioni, laboratori artigiani, di piccoli musei e platee, di pizzicagnoli e mercanti a chilometro zero e costi sostenibili, di aule vaganti e radure dialoganti. La pianta di Pesaro è già pronta per essere benevolmente sconvolta e rivitalizzata in una proposta che si potrà realizzare a piccoli passi con una enorme economia di scuole non costruite e non più gestite a mezzo servizio con costi abnormi , di spazi recuperati e fruiti liberamente e a tempo pieno, di benefica commistione tra pubblico e privato, di felici migrazioni di persone che apprendono da un luogo e l’altro della città e della campagna. Il progetto richiederà tempo ma, alla fine, credo se ne potranno apprezzare gli spunti che vanno oltre l’utopia, verso una reale fattibilità. Sarebbe una bestemmia intellettuale e politica ostacolare o ignorare quell’idea di città e di scuola. Quelle amministrazioni e quei gruppi che ci hanno dato credito stanno già apprezzando il loro gesto ed il loro coinvolgimento. E con il 2017 come dice il mio amico Paolo Mottana “scuoteremo il mondo!”

    Giuseppe Campagnoli

    2 Gennaio 2017

    Controeducazione e ultrarchitettura della città. 

    La città educante.

  • Una architettura dell’educazione.

    Una architettura dell’educazione.

    “Bravo. Ce projet, c’est adopter une démarche révolutionnaire dans l’écologie du mode d’apprendre.” Denis-Michel Brochet Paris

    “Merci mon ami!! Je continue ma recherche et les dessins d’une nouvelle ville et une nouvelle école viendront..” Giuseppe Campagnoli  Pesaro

    A Cesena il 12 Settembre scorso, organizzato dal Centro di Documentazione Educativa Gianfranco Zavalloni del Comune di Cesena e diretto da Gabriella Giornelli c’è stato un bell’incontro in cui sono emersi spunti interessanti per il dibattito tuttora in corso sull’educazione e gli spazi della scuola, tra statistiche e buone pratiche convenzionali, ricerca d’avanguardia e utopie possibili. Amministratori locali e architetti della facoltà di Architettura Aldo Rossi dell’Università di Bologna hanno esposto i loro punti di vista tra tecnologia ed ecologia, bilanci e programmazione del territorio, prossemica ed emergenze di compatibilità edilizia e sicurezza. Tutti sembrano d’accordo nell’abolire il termine burocratico e urbanistico edilizia scolastica per utilizzare la definizione, poetica e scientifica insieme, di architettura della scuola . E’ emerso e con grande stupore, per bocca del dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale, seppure timidamente, il bisogno, di uscire dalle mura degli edifici per coinvolgere la città in senso biunivoco e molto più ampio del consueto per approfittare delle competenze che si possono acquisire meglio fuori che chiusi dentro le mura scolastiche. Si parla anche di “laboratori cittadini”. Le statistiche e gli studi della Facoltà di Architettura di Cesena e il caso della città di Bologna esposti da Giulia Olivieri e Valentina Orioli rappresentano la situazione del patrimonio di edilizia scolastica esistente nel territorio in termini prevalentemente urbanistici e tecnici e descrivono gli interventi che si mettono in campo per trasformare gli spazi dell’apprendimento approfittando anche dell’esistente per risanarlo, trasformarlo e riutilizzarlo al meglio. Si sono analizzati i modelli possibili e le strategie per migliorare la qualità degli spazi e introdurre elementi di innovazione architettonica e tecnologica mentre si sono stigmatizzati perentoriamente i ritardi nella programmazione e le condizioni del patrimonio pubblico esistente auspicando maggiore attenzione nell’azione politica e nella progettazione alle questioni di sostenibilità e di rinnovamento delle modalità di fruizione in sinergia tra chi fa ricerca, chi progetta, chi gestisce e chi usa i manufatti, sempre comunque in un quadro non mutato dell’organizzazione scolastica e delle tipologie edilizie scolastiche.

    Si è proposto di cambiare il modello delle aule, dei corridoi e dei disimpegni ma ciò che si continua a realizzare di nuovo, lo vedremo anche più avanti, non va oltre gli open spaces aggregati a grappolo e appena proiettati verso l’esterno attraverso l’uso delle vetrate sempre più ampie con diffusi rischi di effetto serra. Si sono intravisti in filigrana ulteriori tentativi di costruire una specie di abaco di linee guida amministrative, tecniche e urbanistiche ma poco pedagogiche per la progettazione di edifici scolastici. L’INDIRE ha presentato il suo punto di vista istituzionale attraverso i ricercatori sul campo Elena Mosa e Leonardo Tosi. Sono stati descritti la ricerca da tempo praticata nella sezione dell’ente dedicata all’architettura scolastica e il progetto “Avanguardie Educative” che attraverso il “Manifesto per l’innovazione” è impegnato nell’induzione di buone pratiche promuovendo sperimentazioni da parte elle scuole nell’ organizzazione della didattica, del tempo e dello spazio. Gli esempi illustrati per mostrare la bontà degli spazi educativi sono quasi tutti provenienti da modelli del nord Europa, tendenti a superare i blocchi aula e corridoio con open spaces e corners specializzati (cucina, biblioteca, angoli di discussione, isole) francamente e forse, non tanto inopinamente, un po’ troppo simili, per concezione tecnica ed estetica, agli spazi di uno shopping center: una specie di scuola on demand dove anche i mattoncini LEGO trovano il loro posto. Stupisce un po’ che si parli ancora, con linguaggio squisitamente mercantile e webeconomico, di capitale umano, di marketing, di formazione blended, messa a sistema, di training, webinar etc.. Gli argomenti si fanno decisamente più stimolanti e appassionanti quando vengono presentati dei casi di ancora primordiale ma decisa “scuola diffusa” da Beate Weyland e Simone Gabrielli, l’ una esperta di didattica dell’Università di Bolzano e l’altro assessore architetto di Bagno di Romagna. Ci hanno raccontato insieme l’esperienza di indagine ed azione sul campo partita dall’Alto Adige, facendo tesoro di esperienze e buone pratiche nei contesti di lingua e cultura tedesca, per gli ambiti delle scuole dell’infanzia e primarie, in linea con le caratteristiche innovative degli interventi normativi della provincia autonoma che prevedono un’ampia partecipazione e condivisione tra cittadini, amministratori, progettisti e personale della scuola e la storia di altre scuole italiane che hanno usufruito dei risultati della ricerca come quelle di Bagno di Romagna. Sono portati vari esempi di eccellenza in quanto a progettazione condivisa e coinvolgimento delle città nel pensare e realizzare i luoghi della scuola anche per risolvere le emergenze dovute alla vetustà degli edifici ed alle mutate esigenze della popolazione scolastica e degli insegnanti. Lo scopo principale della proposta è arrivare a definire un’identità pedagogica dell’edificio scolastico con l’apporto simultaneo di diversi e complementari interessi e professionalità che lavorano insieme: dall’architetto al pedagogista, dall’amministratore ai docenti, al dirigente scolastico, ai cittadini. Ma è con Giuseppe Campagnoli che le cose prendono una piega utopica ma non tanto. Partendo dalle provocazioni di Giovanni Papini, Ivan Illich e Aldo Rossi, tra architettura, filosofia e pedagogia, l’architetto e preside pentito (come dice lui) introducono l’idea di una scuola oltre le aule per arrivare, in un futuro non proprio lontano, ad una scuola diffusa nella città dove gli unici “edifici scolastici” resteranno dei portali, oggetti architettonici vivi che introducono alla cultura ed alla scuola sparsi nei luoghi attrezzati ad hoc della città. I “portali” potranno essere dei contenitori di funzioni amministrative e collettive, degli spazi comuni e multimediali e fungeranno da punti di ritrovo e di partenza che condurranno, attraverso un rinnovato sistema di mobilità, ad aule e spazi decisamente diversi e innovativi: luoghi per apprendere come la bottega, il museo, la biblioteca, il teatro, la strada, la piazza, la radura, il bosco e anche il web. A Cesena viene lanciato ufficialmente il “Manifesto della scuola diffusa” che, con il contributo dello stesso Campagnoli architetto ed ex dirigente scolastico e di Paolo Mottana filosofo dell’educazione dell’Università Bicocca di Milano, unisce, per affinità elettive, i concetti estremi ma coinvolgenti di Controeducazione ed Ultrarchitettura prefigurando non solo una collaborazione ma una identità tra architettura ed educazione in uno scenario del tutto nuovo e rivoluzionario della scuola e dei suoi spazi, nelle città.

    https://youtu.be/c17QJLn1jdo

    Una città dell’educazione. Oltre le aule e le architetture omologhe.

    Sto costruendo una mappa per realizzare un esperimento di scuola diffusa praticabile ed efficace fino a ridurre di almeno il 70% la famigerata e triste edilizia scolastica in una città intorno ai 100 mila abitanti, utilizzando tutti gli attuali strumenti possibili per una diversa organizzazione della scuola. Il modello potrà essere applicato in sinergia tra le più avanzate e coraggiose amministrazioni locali, scolastiche, le agenzie e le piccole imprese e associazioni pubbliche e private che abbiano la determinazione di avviarsi sulla strada della controeducazione. Quale città oggi avrebbe il coraggio e forse la lungimiranza di provare, anche solo per un breve periodo, un tale esperimento di scuola diffusa  per una vera rivoluzione in fatto di scuola e di spazi educativi e culturali? Quali città sarebbero così evolute da creare un monumento-portale che fungesse da simbolico ingresso ad una dimensione urbana fatta di aule sui generis come radure, teatri, giardini, botteghe, musei, palazzotti del potere e del non potere? Le utopie a volte possono avvicinarsi a noi e prendere forma come una carovana che avanza nella polvere del deserto o una nave dalla nebbia. Occorre costruire i sogni pezzo dopo pezzo per trasformarli in realtà. Dall’immaginazione al disegno all’architettura reale e vivibile. In una accezione di scuola non scuola anche la scuola può mimetizzarsi nella città come un gioco di specchi o uno specchio magico che moltiplica le occasioni educative in un continuo viaggio  dentro e fuori la città.

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    La città che educa

    Per entrare nel concreto: saranno i disegni e le animazioni che costruiranno con fatica un progetto impossibile a condurvi nel racconto di come la città stessa diventa scuola e le scuole di muro in essa si fingeranno per dissolversi e rinascere in altre forme libere e viventi. Qui si immagina una città in parte trasformata nei suoi gangli vitali e aperta alle novità di una mobilità inusitata e di luoghi popolati tutto il giorno da gente multietà, multiforme, multietnica e piena di fantasia e di voglia di scoprire ed imparare muovendosi e dialogando, giocando e fermandosi a studiare e riflettere.

    Sarà il mio primo progetto urbano dopo quasi 25 anni e farà tesoro delle idee, degli spunti degli appunti visuali e testuali di questo scorcio di tempo dedicato alle architetture o alle non architetture della cultura e dell’educazione. Ci vorrà del tempo e forse qualche compagno di viaggio non ancora fagocitato del tutto dal mercato e con qualche sogno urbano in tasca. Dopo l’uscita, prevista da Gennaio 2017, del volumetto realizzato da Paolo Mottana con la collaborazione del sottoscritto dal titolo provvisorio “La città Educante”-Manifesto della educazione diffusa darò il via, come conseguenza diretta, alla redazione del progetto architettonico dedicato una città europea ideale, meglio ancora se reale.

    Intanto, oltre alle parole scritte, i segni e disegni in una miscellanea di tanti anni di ricerca e di pensieri sparsi intorno a questo tema appassionante e poetico. Lo stile è quello della città ideale, dell’educazione ideale, della vita ideale, che oggi non possono che essere contro, o meglio, oltre.

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    Giuseppe Campagnoli 24 Ottobre 2016

     

     

     

     

     

     

  • Buonasera. Senti di chi non si parla.

    Buonasera. Senti di chi non si parla.

    Torno, con il mio Buonasera, sulla questione dell’etica pubblica rievocata ancora oggi nel Buongiorno di Massimo Gramellini per raccontare, da contraltare a scandali e truffe a stato e cittadini,  una storia vera, come tante.

    “Il nostro italiano, dopo la laurea a soli 23 anni agli inizi degli anni ’70 con un percorso difficile, senza molti soldi e con una carriera universitaria preclusa perché non si poteva essere mantenuti fuori casa per il tempo necessario a partecipare ai concorsi facendo l’assistente volontario; dopo un ingresso nel mondo del lavoro anch’esso pieno di sacrifici e rinunce (c’erano già allora laureati che dovevano fare altri mestieri per la crisi ricorrente e la disoccupazione ai livelli di oggi!) ha trascorso una parte della vita nella professione libera e una parte nella scuola. Da professionista vòlto al sociale e fondamentalmente educato all’ onestà non si è arricchito convinto di dare anche come dovere civile. Da uomo di scuola e amministratore locale pro-tempore per passione verso la collettività non si è egualmente arricchito. Ha invece conservato il patrimonio più prezioso che è l’orgoglio ( la vita e le numerose testimonianze di ex studenti, di docenti e famiglie me ne hanno dato la conferma) di aver formato bravi professionisti, insegnanti, artigiani e di aver lasciato un segno,spero non effimero,nella società con le sue piccole opere e il suo impegno quotidiano lungo l’arco di quarant’anni.. Ha lavorato prevalentemente come pubblico dipendente e ,come si dice servitore dello Stato (quello Stato vero, fatto da cittadini onesti,che guadagnano il giusto con il loro lavoro, pagano le tasse e partecipano democraticamente alla vita civile contribuendo al progresso e all’equità sociale) insieme a tanti altri che non hanno approfittato del loro ruolo ma hanno dato tutto per la società civile senza voler mirare al profitto o ai facili guadagni. Spesso ha dovuto difendere la publica utilitas e chi vi lavora dagli attacchi sovente incivili e analfabeti di tanta parte della società (oggi scatenata dietro l’anonimato e la provvidenziale deregulation del web) che considera il lavoro esclusivamente come dedicato parossisticamente al proprio profitto anche a discapito degli altri (la cosiddetta concorrenza), all’accumulo di ricchezza senza dare nulla alla collettività (l’evasione fiscale) o,infine, al tendere costantemente ad una vita al di sopra di quelle possibilità che la Costituzione indica come caratteristiche del vivere dignitosamente non avendone né le capacità né il merito.Ora il suo lavoro principale, utilizzando gran parte di quel “salario differito” che si chiama pensione, guadagnata abbondantemente con 40 anni di impegno e di versamenti e considerata quasi un risarcimento per anni di stipendi meno che “europei”, è quello di contribuire alla formazione dei figli che lo meritano perché sono capaci ed onesti e, non secondario, di continuare ad educare anche con la ricerca,la scrittura e i nuovi media, quella gran parte di cittadini disorientati e perniciosamente influenzati dai tribuni e dai miti di successo effimero di turno che in Italia hanno avuto tanto appeal fin dai tempi non troppo lontani dell’unità,ahimè,ancora incompleta,della nazione. Questa potrebbe essere la storia minima di tanti vecchi italiani che si sentono “saggi” e mettono la loro esperienza al servizio della collettività e da questa dovrebbero essere accolti e “sfruttati” per quel che hanno fatto e continuano, a dispetto dell’età, a saper fare, come avviene in paesi più civili, invece di essere bersaglio di drammatiche opinioni pubbliche populiste basate su stereotipi di “invidia sociale” e di disinformazione”

    Molte di queste storie andrebbero raccontate per pareggiare i conti con il torbido in cui i media spesso si crogiolano come se fosse la regola della nostra Italia.

    Giuseppe Campagnoli 24 Ottobre 2015

  • Recanati sparita. Ultima puntata.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Recanati sparita. Su RadioErre Recanati, nella rubrica Appuntamento con l’arte a cura di Nikla Cingolani, è andata in onda l’ultima puntata di “Recanati sparita”. Un colloquio informale e non paludato, una specie di autobiografia architettonica minimale attraverso i luoghi della città leopardiana. In anteprima proponiamo il cortometraggio realizzato dall’autore e che farà da sfondo narrativo all’intervista. Si sono fatti cenni alla crescita disordinata e speculativa della città, si è citata qualche rara eccezione che conferma la regola percorrendo aneddoti su alcune architetture che hanno attraversato in qualche modo la vita dell’autore: Villa Gigli, il complesso dei Cappuccini, l’edilizia popolare dei primi del ‘900, l’edilizia rurale e, da ultima ma non ultima l’architettura per le scuole che tanta parte ha avuto nella mia formazione professionale. Colgo l’occasione per un ringraziamento e un ricordo ai miei colleghi ed amici Paolo Basilici, Sergio Tarducci, Anacleto Sbaffi, Sandro Scarrocchia, ai miei maestri Roberto Pane, Aldo Rossi e Uberto Siola e, con affetto insostituibile, al mio compianto fratello Alfredo. E grazie a chi ha avuto la pazienza di ascoltarci.

    Giuseppe Campagnoli 14 Maggio 2015

  • Com’è triste Trieste?

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Printemps in Trieste. Video e musiche di giuseppe campagnoli per ReseArt.Trieste ventosa e piovosa. Trieste lenta e frenetica. Trieste retro e moderna. Trieste italiana e no. Trieste melanconica e festante. Trieste delle lingue delle facce. Trieste dei luoghi doversi ed eguali. Trieste dei librai e dei rigattieri. Trieste dell’armonica e del rock. Trieste della libertà e delle prigioni, della vita e della morte.

    Giuseppe Campagnoli Aprile 2015