Autore: Giuseppe Campagnoli

  • Il  diritto di usare il proprio cervello

    Il diritto di usare il proprio cervello

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    La mente è poliedrica ed ha bisogno di libertà.

    Dalla mia pregressa esperienza sulla creatività e sulla percezione visiva nonché sulle neuroscienze legate all’estetica ed ai linguaggi non verbali e non scritti (Silvio Ceccato, Pino Parini, Paolo Manzini..) maturata in anni di direzione di istituti artistici mi sono fatto persuaso (come direbbe Montalbano..) superando anche alcune delle posizioni  degli studiosi che ho citato, che ogni persona ha il diritto di poter sviluppare ed usare allo stesso modo ogni porzione della sua mente senza privilegiare o peggio escludere a priori alcune delle sue facoltà. Leggere, capire e rielaborare, scrivere e far di conto, disegnare e suonare, percepire e restituire diversi stimoli esterni che siano essi audiovisivi o subliminali è un diritto che deve essere garantito a tutti in una accezione complessa e completa dell’educazione. Ciò che è avvenuto nella storia e ciò che ancora sta avvenendo è invece che i linguaggi di volta in volta utili al potere ed al mercato sono quelli privilegiati nella formazione istituzionale e informale dell’individuo. A volte fa comodo che si sappia leggere e scrivere (con juicio) e comprendere (in superficie) ciò che si legge ma non che si sia creativi e preparati in altri linguaggi. A volte fa comodo che non si sappia più leggere e scrivere ma che si sia pronti e reattivi (in direzione precostituita) agli stimoli audiovisivi e subliminali confezionati ad usum delphini. Non fa mai comodo che si sia capaci di far funzionare la  mente pienamente e senza far atrofizzare alcuna delle sue parti precludendo magari di andare oltre fino a scoprire ed usare facoltà ancora latenti o del tutto sconosciute? Non è certamente funzionale a chi ci deve organizzare e controllare che ognuno sia talmente dotato da percepire tutte le sfumature del mondo! Nelle scuole artistiche c’era fino a poco tempo fa (finché non sono state licealizzate) un valore aggiunto che faceva spaziare le menti oltre il “classico” e lo “scientifico” ed è per questo che qualcuno esclamava “strane scuole, strani insegnanti e strani studenti!”. Erano luoghi già anticipatamente aperti e pronti alla diffusione della scuola. Si facevano più che sporadicamente lezioni all’aperto, nei musei, nelle biblioteche, in spiaggia, nei laboratori e nelle botteghe artistiche e la creatività si espandeva in modo esponenziale quando, ahimè, non veniva ricondotta alla regola del coacervo delle cosiddette “materia culturali” (italiano, matematica, fisica..) che si muovevano ancora, come in una istruzione parallela, secondo le regole ottuse della scuola murata, classificatoria, competitiva e sanzionatoria. Nelle materie artistiche, già alla fine degli anni ’60 c’era il lavoro collettivo, il dialogo continuo con la città ed il territorio e un tipo di valutazione condivisa quasi “auto” e in progress. Per questo è necessario battersi affinché il diritto allo sviluppo completo delle menti dei nostri bambini e giovani e il recupero di certe facoltà da parte di adulti ed anziani diventi uno degli obbiettivi fondamentali dell’educazione. Infatti quando fosse inattiva, perché non stimolata ed educata, anche una piccola porzione di cervello  il resto ne risulta irrimediabilmente sminuito o compromesso.

    Giuseppe Campagnoli

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  • La città dell’educazione

    La città dell’educazione

    Non è quella dei gesuiti, elitaria ma pur sempre rivoluzionaria per quei tempi, cui si riferiva il mio amico Franco DeAnna in un suo commento ad un mio timido articolo sulla scuola diffusa come provocazione o utopia di un lustro fa:

    “1. La prima idea venne ai Gesuiti alla fine del Cinquecento. Collocare l’istruzione entro una “simulazione” di città quali erano i loro Collegi: il Tempio, le stanze, i loggiati, i cortili, una “vita intera” da contenere e regolare. La “città educante” dei Greci diventava “la scuola come città simulata” nella sua specializzazzione formativa. Era una “città aristocratica” ed elitaria (per quanto gli stessi Gesuiti fecero, con la medesima “intuizione pedagogica”, esperienze assai più democratiche in alcuni paesi colonizzati dell’America Latina…). forse sarebbe meglio dire “cittadella”.
    2. L’istruzione di massa della seconda rivoluzione industriale ha costruito la scuola come “fabbrica” dell’istruzione, con un modello sostanzialmente tayloristico: pensate alla nostre aule in fila, alle scansioni temporali, alle sequenze “disciplinari”, alle “tassonomie” che regolano l’attività ed il lavoro scolastico. Non pensate a Taylor come un esperto di produzione industriale: si fece le ossa invece nel settore trasporti. Era un esperto in “logistica” diremmo oggi. Molto più vicino a Max Weber che a Ford… E noi abbiamo trasferito il paradigma “amministrativo” nell’organizzazzione “specializzata” della riproduzione del sapere. Ma abbiamo mandato a scuola “tutti” (almeno come intenzione).
    3. Il funzionalismo (cattivi allievi lecourbusieriani: che ne dici Campagnli?) ha creato spazi più o meno assennati per contenere “funzioni”, dimenticandosi che dovevano essere “abitati da uomini” (anzi da “cuccioli ” di uomo in crescita) non da funzioni (ma non è così in certa nell’edilizia popolare?). E noi continuiamo ad essere preoccupati (è pure necessario..) di indicatori come i mq per alunno e come dimensionare le “classi” o i “laboratori”.
    La sfida nelle parole di Campagnoli è quella di come si costruisce e struttura la “città dell’istruzione” recuperando i Gesuiti e l’esperienza critica della loro “cittadella”, destrutturando la “fabbrica” e recuperandone la vocazione produttiva di massa, immaginando un ambiente (spazi, tempi, abitanti e relazioni) che a sua volta reinterpreti nella nostra postmodernità il classico mito della “città come impresa educativa” di cui parla Tucidide. “

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    Forse è di più, mutatis mutandis, quella di Tucidide  quando fa unire a Pericle in un unico concetto   l’educazione e la cittadinanza: “quello della “città educante” o, con le sue varianti più moderne e rivoluzionarie, della “comunità educante”. L’educazione e la formazione dei cittadini, in quell’idea reale (l’Atene del V-IV secolo) e ideale  non era affidata ai “grammatici” ma all’intera città e ai suoi luoghi: l’agorà, l’assemblea, il tribunale, il teatro, lo stadio…” (da educationduepuntozero).

    Sta per uscire per le edizioni Asterios Abiblos di Trieste il libro “La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa” di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli: una mirabile coniugazione di alcune idee controcorrente sull’educazione e sull’architettura. Un progetto di controeducazione ed uno di ultraarchitettura che si fondono  per aprire i luoghi e i protagonisti (giovani, adulti, anziani, mentori, maestri e cittadini) dell’educazione a tutta la città ed al territorio in una accezione di libertà del tutto nuova ma irrinunciabile per scongiurare gli effetti nefasti, già ammessi, in una sorta di autocritica ipocrita, anche dalle rilevazioni dei mercanti globali, dell’abisso in cui è sprofondata la scuola italiana e non solo.

    Vi scrive Paolo Mottana filosofo dell’educazione :

    “Oltre la scuola. Proviamo a mettere tra parentesi il termine scuola per il tempo di questa lettura. Immaginiamo che non esistano più edifici chiusi e muri dove i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze restino confinati per il tempo della loro educazione ma che questi, come certi giochi di carta, improvvisamente pieghino le loro pareti verso l’esterno, per lasciare che essi escano fuori, si mescolino al mondo, sciamino per le strade, anche solo per percorrerle, senza nulla da fare, guardandosi in giro, vedendo e toccando, riempiendo l’aria dei loro corpi e dei loro respiri, del loro camminare e correre, del loro muoversi colorato. Immaginiamo.”

    e anche Giuseppe Campagnoli architetto e uomo di scuola:

    “Si potrebbe mantenere il termine “scuola”, rimanendo però fedeli al suo etimo nativo di libertà e tempo libero e quindi di spazio oltre i limiti di qualsiasi manufatto architettonico definito e delimitato (come un carcere, un convento, un nosocomio, una chiesa, un museo), senza cadere nelle ipocrite palliative innovazioni e flessibilità tecnologiche delle pareti mobili, delle scuole verdi, degli spazi di aggregazione, delle architetture per educazione e cultura simili a centri commerciali o open spaces in chiave archistars. Già per Adolf Loos, architetto fuori dal coro nella Vienna del primo novecento, quando un uomo incontra in un bosco un tumulo di terra che segnala una trasformazione “poetica” della natura quella è architettura.”

    Da questo connubio di idee può nascere la città che educa. Ne parleremo nei prossimi mesi in più luoghi prefigurando anche la possibilità, già in nuce, di fare una “prova generale” in una vera città.Si prevedono presentazioni del libro a Roma,Milano, Pesaro, Fano, Trieste…

    Giuseppe Campagnoli 8 Febbraio 2017

     

  • Italiani. Déjà vu?

    Italiani. Déjà vu?

    Dall’articolo su La Stampa di qualche anno fa, fino agli apprezzamenti dei lettori in rete mi piace riproporre, visti i tempi, una sintesi di questa mia umile “traduzione” leopardiana.

    La Stampa Marzo 2010

    Una «rilettura» dei testi antichi che non sia semplice traduzione renderebbe comprensibili libri altrimenti ostici ai più. Come un certo “Discorso” del Leopardi. La lingua italiana, purtroppo, già dall’Ottocento a oggi si è trasformata tanto da essere quasi un’altra lingua. Senza contare che anche i dialetti spesso costituiscono dei veri e propri linguaggi a sé e contribuiscono a complicare la comprensione nel parlare e nel leggere. D’altra parte, anche le traduzioni di autori stranieri in italiano spesso ne hanno svilito il testo e molto più spesso hanno prodotto decisamente«un altro libro». Lascerei leggere a dotti e studiosi i testi originali laddove questi siano arcaici, complessi e incomprensibili ai più. Per non impedire al lettore poco colto di cogliere i messaggi di poeti e letterati importanti praticherei la via di una «rilettura» che non sia una traduzione vera e propria ma una specie di «remake»qualificato e rispettoso del significato e del messaggio dei testi dei classici ormai lontani nel tempo. Ho provato io stesso a fare un rispettoso esperimento con il mio amato concittadino Giacomo Leopardi: ho tentato di rendere comprensibile anche al lettore meno dotato l’essenza del “Discorso sullo stato presente dei costumi degli italiani” che ho trovato straordinariamente attuale e quasi miracoloso nel descrivere gli italiani come sono stati e come sono ancora oggi nella quotidianità e nella società. Chi lo ha letto, anche poco avvezzo a leggere libri, lo ha apprezzato e mi ha testimoniato lo stupore per essere riuscito a rendere attuale un saggio che altrimenti sarebbe stato compreso da pochi eletti e che non sarebbe stato utile a una riflessione profonda sull’attuale italico malessere. Anche un solo lettore in più di un testo altrimenti considerato datato, ostico, involuto, prolisso e sostanzialmente incomprensibile, costituisce un risultato di crescita per la cultura e, in questo caso, per la democrazia.”
    Giuseppe Campagnoli

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  • Salomè. L’amour impossible (2)

    Salomè. L’amour impossible (2)

    di Giuseppe Campagnoli

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    L’altra vita (seconda parte)

    Racconto breve di giuseppe campagnoli.

    M.

    -Venezia Santa Lucia! Stazione di Venezia Santa Lucia! – Dopo ore di viaggio e una notte tranquilla nell’aura di un sogno ancora aperto, G. arriva alla sua prima destinazione. Ripensa per un attimo alle immagini del giorno prima come un sogno nel sogno mentre raccoglie i suoi bagagli e con un po’ di affanno scende dal suo vagone sulla banchina di una stazione stranamente deserta. Il suo treno per la meta finale è già pronto al binario, ma c’è tempo per un caffè, il primo dopo quello dello strano bar di ieri. La mente non può fare a meno di tornare ancora indietro nel tempo ad episodi apparentemente casuali e sorprendentemente curiosi.

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  • Salomè.L’amour impossible (1)

    Salomè.L’amour impossible (1)

    di Giuseppe Campagnoli

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    Romanzo breve a puntate

    L’idea del racconto psicologico ed onirico è nata cinque anni fa da alcuni appunti autobiografici ed ha portato anche alla realizzazione di un cortometraggio intitolato “La nuit” nell’ambito di un seminario artistico europeo a Liegi nel  Marzo 2012 ed esposto insieme ad altri in una speciale sezione della biennale di Fotografia di Liegi. La poesia originale in lingua francese è un inserto che trae origine da alcuni testi del cortometraggio e da una canzone ispirata al racconto e con esso parte integrante.

    Racconto di affinità elettive e vite parallele

    Versione e-book 

    In omaggio a Traumnovelle di Arthur Schnitzler

     L’Altra vita. Il sogno

    A.

    G. sta viaggiando per un tour di piacere. Un itinerario nella speranza di un risveglio da una vita sonnolenta, che poi in parte avverrà, anche se in un’altra dimensione. La mente è altrove a un punto lontano nel tempo mentre la strada scorre in un panorama piatto ma bello, insolitamente assolato. Scorre una pianura di colori da Van Gogh in un cielo azzurro con un sole limpido e senza caligine. Un paesaggio quasi familiare anche se visto per la prima volta, un paesaggio che suscita malinconia e insieme un moto di eccitazione. Il pensiero inaspettatamente corre, ad una storia lontana, prima di questa vita o dell’origine di questa esistenza. La fantasia fa ripercorrere una rapida sequenza. Un tempo c’era un giovane adolescente, magrissimo, scuro e con un esordio di baffetti, capelli corti, occhiali: egli non era come gli altri, poteva non essere come gli altri. Frequentava un liceo dal nome solitario, un po’ come lui.

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  • Catastrofi naturali e umane.

    Catastrofi naturali e umane.

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    di Giuseppe Campagnoli

     

    Mi duole dover riproporre pari pari questo scritto. I fatti drammatici provocati dagli eventi di questi giorni dopo i momenti di lutto e di cordoglio, mi fanno immediatamente dopo ricordare due riflessioni fatte tempo fa su “La Stampa” e su “La rivista dell’istruzione” a proposito di educazione alla tutela dell’ambiente, alla prevenzione ed alla protezione civile. Come si dice in campo fisiologico che la “prima digestio fit in ore” anche in campo di prevenzione la “prima prevenzione avviene nei nostri comportamenti quotidiani”. Ma una cosa sono le scelte che i cittadini sono in grado di fare, altro è il danno subito da chi non ha le risorse nemmeno per vivere. Nessuna previsione potrà mai dire con certezza assoluta cosa accadrà dopodomani.

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  • Costruire scuole.

    Costruire scuole.

    Mi piace tornare ad un titolo di una mia lettera pubblicata sulla Stampa di Torino nel 2010, quando stavo timidamente ma dolcemente scivolando verso la scuola oltre le mura e la negazione dell’edilizia scolastica in direzione ostinata di una intera città educante. Mi piace perché è diventato più attuale parlare di edifici scolastici in tempi di crisi e di emergenze. All’epoca stigmatizzavo l’enfasi con cui venivano inaugurati i luoghi di “detenzione educativa” che rappresentavano anche il mondo dell’impresa o della politica con perfidi sponsors tesi soltanto a pubblicizzare  il loro partito o la loro azienda, quando non la loro famiglia di tendenziosi mecenati. Quando i media parlano di politica, di terremoto e di migrazioni non manca mai l’accenno al “bisogno di scuole”. Questi riferimenti però sono ancora convenzionali e  idealmente vecchi come se i bambini e i ragazzi che, in momenti terribili della loro vita, in Italia, in Asia come in Africa, tra guerre e catastrofi naturali e umanitarie anelassero al modello di scuola del mercato, ad essere chiusi tra quattro mura per ore ed ore magari ad apprendere ciò che non sarebbe utile a loro ed alla loro comunità ma al mondo dell’impresa e della finanza globale. In realtà è un terribile condizionamento che viene loro imposto, spesso subliminalmente, dalla società attuale senza distinzione di oriente e occidente, primo mondo o terzo mondo. Il bisogno di scuola che trapela dalle interviste, dagli appelli e dalle manifestazioni è in realtà, nel profondo, il bisogno di educazione e di conoscenza, il bisogno di crescere, di apprendere e di riuscire a saper fare ciò che sarà utile nella vita. Ma è anche un forte bisogno di comunità e di relazioni. Non è certo l’aspirazione a fare tutto questo in una organizzazione che controlla, classifica e valuta meriti e demeriti ad ogni piè sospinto per creare dei perfetti robottini già dall’infanzia battezzati in contumacia per il mercato globale. Non è certo la voglia di rimanere chiusi tra quattro mura, tra quattro pareti di adobe o di fango e paglia, tra quattro pannelli super tecnologici e supertrasparenti ma comunque separati dal mondo. Forse non c’è più alcun bisogno di costruire scuole, con buona pace di costruttori e  architetti rampanti, di Ong, stati e amministrazioni, mecenati e privati in cerca di gloria e di profitti mascherati da bontà e altruismo. Forse sarebbe utile ripensare radicalmente alla costruzione di una idea di scuola diversa, di scuola oltre la scuola, nei contenuti e nelle modalità di realizzarsi, nei luoghi e nei maestri. Occorre dire a quei bambini e anche a quei maestri e mentori che ci si può educare diversamente e reciprocamente in ogni luogo reso adatto a questo scopo senza edificare nuovi santuari o chiese dell’educazione.

    Giuseppe Campagnoli

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    Progetto di un intero villaggio amazzonico in alternativa alle baracche di lamiera a Manapiare (Venezuela). Tipologie e materiali locali con inserti tecnologici ed ecologici. Giuseppe Campagnoli e Istituto d’Arte di Pesaro 1990

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    La Controeducazione

    La scuola diffusa

    L’ultra architettura

    The scattered school (La scuola diffusa oltre le aule)

  • Ancora un successo!

    Ancora un successo!

    ReseArt con il suo filmaker “soloperpassione”  Giuseppe Campagnoli, dopo il riconoscimento nel 2015 con il cortometraggio ironico “Rondeaux Ex pòP 2015” ha ricevuto una nuova menzione onorevole nella competizione del 2016 della London International Creative Competition per il video musicale “Bella Ciao 2016”. Qui sono stati premiati oltre al linguaggio visivo anche la performance musicale dell’autore. E’ appena il caso di ricordare che entrambi i prodotti sono caratterizzati da un evidente impegno critico, nei contenuti, sull’attuale situazione dell’arte, del mercato e della politica nel mondo in cui viviamo, filtrato attraverso il paese da cui si osserva: l’Italia, la sua storia e le sue odierne contraddizioni. Ora, sia ReseArt che il suo autore si possono fregiare del logo di “Vincitore” della edizione 2016.

    https://youtu.be/iQRk4D7ShBU

     

    London International Creative  Competition

    “MISSION STATMENT:

    London International Creative Competition is a vehicle for facilitating contact between uniquely talented artists and an international audience.

    LONDON CREATIVE COMPETITION:

    LICC invites passionate visual artists from around the glob to submit their innovative artwork for inclusion in the LICC competition. The artwork is juried by a board of internationally luminaries of the visual arts. The jury-selected Final Selection and Shortlist is published in the LICC Annual Awards Book, on this website and is announced to the creative arts and media outlets worldwide.

    LONDON CREATIVE AWARDS:

    One prize-winner will be chosen by the jury from the list of 15 FINALISTS to receive the £2,000 cash prize. All fifteen on finalists will receive the LICC Awards unique trophy.

    THE TROPHY

    It has been designed by Architect ARSHIA of VOID Inc. Each Finalist will receive a segment of the LICC Awards slate. When each trophy is fit together, it will form a completed piece of art work, like a jigsaw puzzle. On the 10th anniversary of LICC, all the artist along with their trophies, will gather together and present their altered trophy. At that time, these piece will be united, combined, and put on display at an exhibition in London.

    HISTORY

    LICC concept was developed originally by two artists, Launa Bacon for Farmani Group in 2006. Among other things, Farmani group has founded many charities, businesses, and organizations including the award-winning VUE magazine, The Lucie Awards (the Oscars of photography), , Focus on AIDS, International Photography Awards, Px3-PRIX DE LA PHOTOGRAPHIE PARIS, Art For New York, the Farmani Gallery, aNet Communications, and Design Awards.

    Competitions will be held annually followed by an an awards ceremony and publication.

    Based in the internationally acclaimed artistic center of London, LICC hosted the first awards show in June 2008.”

  • Il paese dei balocchi. La scuola chiusa?

    Il paese dei balocchi. La scuola chiusa?

    Ci siamo venduti l’abbecedario come Pinocchio?

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    Aggiorno questo articolo di due anni orsono nel riprendere alcuni studi di Tullio de Mauro e le analisi internazionali indipendenti (?!) sulle competenze degli italiani al 2015 per una riflessione spaventata su un aspetto fondamentale dello “stato presente dei costumi degli italiani”: l’alfabetizzazione primaria.

    L’aspetto terrificante della questione, nonostante molti sostengano (non vorrei fossero tra i neo-analfabeti!) che internet abbia aumentato le conoscenze e le competenze dei navigatori italiani (sempre meno santi e poeti) è che il 5% degli italiani non è in grado di distinguere tra lettere e cifre e non riesce a scrivere che in uno stampatello “cuneiforme”; il 40 % ha difficoltà evidenti nella lettura; il 30% gravi difficoltà a comprendere ciò che legge: “un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile”. Il resto sono neonati o bambini  in età pre-scolare. Solo il 20% è in grado di usare la lingua e la comunicazione in modo efficace non solo quella tradizionale ma, ahimè, anche quella digitale! Questo si riflette in modo determinante su tutte le altre competenze, anche quelle logico-matematiche, creative o meramente operative. Come farebbe la maggioranza degli italiani a prendere delle decisioni sensate e a scegliere nella vita, nella politica, nel sociale, a distinguere semplicemente tra ciò che è bene o ciò che è male per sé stessi e per la collettività, senza possedere “gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”? Fino alla istituzione della nuova scuola media unica (1963) uno studente medio al compimento dei 14 anni (!!) era in grado di leggere e comprendere, oltre ai classici fondamentali (anche,eventualmente per limitarne la portata) della letteratura italiana come Manzoni, Dante, Leopardi, Foscolo anche scrittori come Cesare Pavese. Oggi so, per esperienza professionale conclamata, che non è per nulla così, ahimè anche all’università e tra molti docenti in servizio nella scuola italiana. Non si riesce più ad instaurare un discorso, una semplice comunicazione, un dibattito con moltissime persone tra i 20 e i 50 anni. Si ha la forte sensazione di non essere compresi e che tutto ciò che viene detto o scritto, spesso con estrema presunzione unita al non rendersi conto dei propri terribili limiti, è frutto di tanti “copia e incolla” materiali e mentali  da quel terribile coacervo di nozioni e informazioni incontrollate e il più delle volte decisamente poco attendibili che è la tanto osannata “rete” dove per navigare, non esagero nell’affermarlo, ci vorrebbe una patente speciale!

     Una volta, con umiltà, per crescere e continuare a studiare seriamente per tutta la vita, anche svolgendo i mestieri più pratici e meno intellettuali, si ammetteva di non sapere:  “nescio nescire” dicevano i latini. Pochi sono consapevoli  di non sapere, o di non sapere abbastanza per vivere in un consesso civile, per lavorare e per comunicare con gli altri in modo non istintivo, a volte belluino, sovente superficiale. Si vorrebbe vivere in una specie di paese dei balocchi dove tutto è semplice e quando non si riesca in qualche cosa per la propria incompetenza, ci si affretta a dare la colpa  a qualcun altro: lo stato, la politica, il pubblico, il privato, la scuola e chi più ne ha più ne metta.

    Le responsabilità ci sono ma vanno ben individuate con cognizione di causa. La scuola è diventata la speranza di soluzione per tutto.Ma è ancora chiusa fisicamente e idealmente è controllata da programmi, burocrazie e indirizzi. Di fatto è così. E’ da lì che proviene la comprensione delle cose e la capacità di discernere e di decidere. Un nuovo fallimento nel rifondare la scuola sarà il fallimento per tutto il resto. Pensiamoci bene ed evitiamo di fare demagogia o populismo.

    Abbiamo già affrontato il problema scuola e proposto alcune soluzioni tanto per partire con il piede giusto. Questi i punti essenziali e, a nostro avviso, irrinunciabili da cui deriverebbe una organizzazione ribaltata del concetto di scuola per andare decisamente oltre.

    • Rivoluzione sottile dei concetti di educazione, istruzione e formazione per rafforzarne i significati collettivi e diffusi. La controeducazione è “l’affinamento molteplice della nostra sensibilità, del nostro gusto, della nostra capacità di fare di ogni gesto della vita una continua occasione di arricchimento plenario, dove la testa che conosce non è mai staccata dal corpo che sente e dove il godimento del corpo che sente non è mai staccata da una testa che percepisce, elabora, assorbe in un reticolo di corrispondenze di illimitata potenza”  Paolo Mottana in “Controeducazione”.Non più maestri e scolari ma guide ed esploratori della conoscenza e del fare sparsi per le città e i territori.
    • Ridefinizione dei luoghi dell’apprendere in una accezione di ricerca, scoperta scambio diffuse a tutta la città, e al territorio. Ogni luogo è atto all’educazione purché se ne esalti il significato didascalico e di formazione collettiva seguendo un filo rosso tra interessi individuali e necessità collettive. L’ultrarchitettura e la scuola diffusa è andare oltre la funzione codificata dei manufatti (scuole, musei, botteghe, teatri…) e dei luoghi (piazze, strade, radure, boschi…)per renderli virtuosamente  eclettici, sottratti al mercato e restituiti alla collettività anche in funzione educante.

     

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    Non si esaurisce qui il problema ma i capisaldi imprescindibili sono quelli indicati e se non si  affronterà la situazione in questo modo l’Italia e forse il mondo intero non si riprenderanno mai dalla perniciosa malattia del mercato e del dominio. Cerchiamo di riscattare l’abbecedario dalle lusinghe di Lucignolo e dalla furbesca perfidia del Gatto e della Volpe mercanti, ladri e truffatori che poi, anche per i classici, coincidevano in Mercurio dio di entrambi.

    Leggerete tutto meglio e in profondità nel libro in pubblicazione “La città educante.Manifesto dell’educazione diffusa” di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli.

    Giuseppe Campagnoli

  • Si può ridere dell’islam?

    Si può ridere dell’islam?

    Ecco la traduzione in sintesi di un articolo di oggi di Charlie Hebdo che condividiamo.

    “Quelli che pretendono che non si debba ridere dell’islam in nome della difesa degli oppressi moltiplicano i loro errori: logici, filosofici o sociologici…La religione non è mai uno strumento di liberazione ma di alienazione.

    L’idea sarebbe un po’ questa: essendo l’islam la religione degli oppressi (?) sarebbe razzista scherzarci su come fa Charlie. Si può replicare in più modi: dal punto di vista storico, politico..etc.

    Ma si può tentare anche un approccio puramente cartesiano. Ci sono molte illogicità nel ragionamento islamo-gauchista. Ecco i punti:

    1. Io sostengo i poveri
    2. i poveri credono nell’islam
    3. Allora io difendo l’islam per sostenere gli oppressi

    Sarebbe come dire che io difendo i neri, i neri difendono le mutilazioni genitali, allora io difendo le mutilazioni e condannarne la pratica sarebbe razzista.

    La religione stessa è una pratica oscurantista e retrograda: una mutilazione dello spirito.

    L’slam non è la religione dei poveri : ci sono i milionari petrolieri e le monarchie del golfo, i mercanti e i finanzieri. Ci sono milioni di poveri tra i cristiani in centro e sudamerica, tra gli animisti in Africa, gli induisti in Asia. Siamo sicuri che sia proprio l’islam ad avere più poveri? Non si dovrebbe ridere allora di alcuna religione o credenza per rispetto dei presunti poveri che la osservano.

    Non bisogna assimilare la religione all’individuo. Non bisogna confondere la blasfemia con l’ ingiuria personale.La religione è difesa da cerberi morali e non dovrebbe esserlo da certa sinistra (per fortuna non tutta).Non ricordano forse chi disse “l’oppio dei popoli”?  Non ricordano che “il vero bene del popolo è la soppressione delle religioni che sono un’ idea illusoria e forzatamente pacificatrice e giustificative della sottomissione”? Dovrebbero ripassare il concetto secondo cui la sinistra, la vera sinistra non può scindersi da un pensiero laico o ateo. Le credenze religiose, superando alcuni momenti di impegno politico di liberazione tra Gesù e Che Guevara,sono tornate prepotentemente a predicare la sottomissione all’autorità.Altre hanno sempre mantenuto questo concetto fondante. Tutte le società hanno un dio ma non necessariamente esso è portatore di moralità. I cattolici e i musulmani secondo dei recenti studi scientifici hanno la tendenza a sottomettere fisicamente o psicologicamente più dei protestanti e degli ebrei…Ci sono tante prove che le divinità sono state inventate per sottomettere e che per combattere la povertà bisogna combattere le religioni, liberarsene per liberarsi anche delle altre forme di oppressione.”

    Da Antonio Fischetti (Charlie Hebdo) a cura di Giuseppe Campagnoli

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    Bombe intelligenti

     

  • La città che educa (2). Un progetto reale.

    La città che educa (2). Un progetto reale.

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    Ancora disegni e impressioni del progetto di città che educa. Le porte, le vie, le radure, i boschi, le case, le botteghe, le piazze senza mura e senza barriere. 

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    Poiché nessun architetto giovane o attempato ha ritenuto di aderire al mio appello per contribuire gratisetamoredei al nostro meritorio progetto per una architettura di città educante che superi totalmente l’edilizia scolastica, procederò in solitaria. Dobbiamo immaginare  la trasformazione fisica di una città in città educante. Il luogo che mi ha visto operare come docente, dirigente scolastico  e architetto (sempre costruttivamente “bastian contrari” e sempre, prima o poi, ostracizzati) è Pesaro. Una città di provincia in tutti i sensi. Da quello che culturalmente e turisticamente di solito accade non sembra avere le aperture intellettuali e nemmeno economiche della vicina Romagna mentre conserva molti difetti delle Marche cui appartiene.  Lavorerò proprio sul corpus di Pesaro per collocare la mia idea controarchitettonica di scuola diffusa e quella controeducativa del mio amico Paolo Mottana. I “portali” avranno una proposta di collocazione reale e le loro forme, disegnate ad hoc, verranno a dialogare con la città e i suoi luoghi emergenti partendo dalla configurazione medievale del centro storico per riportare i luoghi dell’apprendere al centro della vita urbana.  Le reti di mobilità verranno ridisegnate a toccare i poli significativi per la cultura e l’educazione, sfruttando una cosa buona che la città ha fatto, ma non completato, per sè stessa, la bicipolitana. Si potranno così consentire gli spostamenti sostenibili dei nuovi protagonisti della città che educa. Il centro storico, cuore della città educante, che ora farà pulsare la sua linfa anche verso periferie rinate, dove non vi saranno più casamenti scolastici murati ma giardini, orti, laboratori, biblioteche e teatri, non sarà più appannaggio di un terziario fatto di banche, assicurazioni, uffici, botteghe e negozi d’élite o di retroguardia commerciale ma potrà ridiventare vivo di abitazioni, laboratori artigiani, di piccoli musei e platee, di pizzicagnoli e mercanti a chilometro zero e costi sostenibili, di aule vaganti e radure dialoganti. La pianta di Pesaro è già pronta per essere benevolmente sconvolta e rivitalizzata in una proposta che si potrà realizzare a piccoli passi con una enorme economia di scuole non costruite e non più gestite a mezzo servizio con costi abnormi , di spazi recuperati e fruiti liberamente e a tempo pieno, di benefica commistione tra pubblico e privato, di felici migrazioni di persone che apprendono da un luogo e l’altro della città e della campagna. Il progetto richiederà tempo ma, alla fine, credo se ne potranno apprezzare gli spunti che vanno oltre l’utopia, verso una reale fattibilità. Sarebbe una bestemmia intellettuale e politica ostacolare o ignorare quell’idea di città e di scuola. Quelle amministrazioni e quei gruppi che ci hanno dato credito stanno già apprezzando il loro gesto ed il loro coinvolgimento. E con il 2017 come dice il mio amico Paolo Mottana “scuoteremo il mondo!”

    Giuseppe Campagnoli

    2 Gennaio 2017

    Controeducazione e ultrarchitettura della città. 

    La città educante.

  • Riassunto della settimana: quello che non serve in italia

    Forse occorre solo essere alfabetizzati, avere un po’ di cultura e saggezza, onestà (quella vera e discreta) e molto buon senso.

    Avatar di ilmondodigalateaIl nuovo mondo di Galatea

    Per fare il Ministro dell’Istruzione in Italia non è richiesta la laurea. A dire il vero neanche il diploma. Probabilmente, a questo punto, nemmeno la terza media. Anzi, neppure la licenza elementare. Insomma, via, nemmeno aver mai messo piede in un’aula scolastica. Del resto in politica l’unica aula che devi aver frequentato è da sempre quella del Parlamento e, al massimo, qualche stanzetta della sacrestia. Così anche Adinolfi non ha niente da ridire e siamo tutti contenti.

    Per fare il sindaco di Roma non è richiesta la laurea. Nemmeno un po’ di fiuto per scegliersi i collaboratori. E nemmeno un cervello, perché comunque poi alla fine Beppe Grillo pensa per te. Non è chiaro con cosa, ma non ci preoccupiamo.

    Per fare il sindaco di Milano non è richiesta la laurea, ma un po’ di attenzione su cosa firmi mentre sei commissario di Expo forse sì. In ogni caso, è…

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  • Arte della moda a Pesaro

    Arte della moda a Pesaro

    Unknown

    Riceviamo e pubblichiamo volentieri una notizia che riguarda l’indirizzo di Fashion Design del Liceo Artistico di Pesaro. Non è la prima volta che allievi dell’istruzione artistica italiana e pesarese si fanno valere nel mondo del lavoro creativo  e dell’arte. Forse non c’era bisogno di una “Buona Scuola” per ottenere risultati importanti nel campo delle formazione artistica come è avvenuto anche quando le scuole dell’arte applicata si chiamavano Scuole d’arte o Istituti d’arte: forse anche meglio allora di oggi, svilite come sono da una licealizzazione imposta ma non condivisa da riforme azzardate e superficiali.

    Giuseppe Campagnoli

    14 Dicembre 2016

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    “Sabato 3 Dicembre scorso si è tenuto un incontro tra tutte le classi dell’Indirizzo Fashion Design e Andrea Orazi un ex allievo uscito dalla scuola nel 2005. Diplomato presso l’allora Istituto d’Arte Mengaroni lo studente ha proseguito gli studi presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano (NABA) conseguendo il titolo “diploma di laurea di alta formazione artistica”. Successivamente ha insegnato all’Istituto Europeo di Design (IED) per poi approdare alla Maison Versace di Milano dove attualmente è corresponsabile (prèmiere d’atelier) della linea abiti da sera, nunziali e tutti i capi di alta moda Della maison. Durante la riunione, alla presenza delle insegnanti dell’ex studente Prof. Cinzia Paccaroni e Maria Massa ed alle altre insegnanti della sezione Barbara Billi e Cristina Vecchioni, Andrea Orazi ha raccontato il suo percorso di formazione e lavorativo addentrandosi nelle pieghe delle modalità di lavoro e di relazione all’interno di un atelier di alta moda così famoso e prestigioso. Gli studenti, affascinati dalla sua disponibilità, competenza e dalla sua passione, hanno posto domande e chiesto di approfondire alcuni aspetti che li coinvolgevano particolarmente finanche al dettaglio personale. Il messaggio è stato che solo con umiltà, determinazione, onestà e lavoro si può realizzare il sogno della moda e che le nostre scuole, a dispetto di tutto, sono ancora solide ed efficaci”

  • Buone feste d’inverno! Arrivederci al 2017 (diciassette? uhm..)

    Buone feste d’inverno! Arrivederci al 2017 (diciassette? uhm..)

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    Buone feste d’inverno e auguri affinché qualcosa cambi sotto il sole  per le arti della politica, della salute, della pace, della scuola, dell’architettura, della pittura e della scultura, della musica e del cinema, della filosofia e della popsofia, delle arti e dei mestieri…

    ma auguri anche:

    a chi crede sia “fico” fotografare su Facebook i suoi piatti del giorno

    a chi crede in Babbo Natale, in Gesù, Maometto, Allah, Siddhartha, Confucio  e a chi crede solo nella Natura

    a chi si mette l’anima in pace facendo la carità e l’elemosina convinto che essere poveri o ricchi dipenda dalla sorte o dal merito e chi invece combatte contro la ricchezza che genera povertà

    a chi crede di fare il suo dovere di multinazionale benefattrice partecipando ipocritamente a iniziative “pelose” e pericolose come Telethon

    a chi scrive il Buongiorno su La Stampa propalando saggezza e ironia liberal-liberista a gogo

    a chi sornioneggia a Chetempochefa credendo di non essere strumento perverso del mercato e dei media truffaldini e radical chic

    a chi insulta, villaneggia, violenta, millanta, sproloquia, scandalizza, turpiloquia, predica, gossippa ed esibisce sé stesso e il suo circondario su Twitter, Facebook, Google, Instagram….e chi invece fa della sua educazione ed umiltà la virtù fondamentale

    a chi non si è accorto di essere in quel 70% di neo analfabeti funzionali al di sotto del 30% di IQ e continua imperterrito dal suo miserrimo pulpito a distribuire socialp(i)erle di saggezza e a chi invece studia, legge e si informa per migliorare sè stesso e la società in cui vive

    a chi crede di essere contro la politica, lo stato, i partiti e la società comportandosi esattamente e, spesso, peggio di loro e a chi invece partecipa e contribuisce al bene comune disinteressatamente e con slancio

    a chi crede che le religioni siano a fin di bene ma anche a chi crede che la natura sia a fin di bene a meno che l’uomo non la violi e la distorca a suo uso e consumo

    a chi crede che la maggioranza dei cristiani degli ebrei e degli islamici siano moderati e tolleranti

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  • Il popolo sovrano o il popolo bue?

    Il popolo sovrano o il popolo bue?

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    In questa ineffabile attesa di un evento elettorale sopravvalutato e sottovalutato da troppi mi sento solo  di riportare uno scritto, veramente fuori dai cori contrapposti ma egualmente sguaiati, che condivido pienamente e di cui non sto a citare la paternità perché vorrei lasciarlo al giudizio dei lettori solo in base al contenuto e non all’etichetta che sempre si vuole affibbiare ad ogni idea espressa.

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  • Trump ed Epicuro

    Avatar di ilmondodigalateaIl nuovo mondo di Galatea

    La grandezza del pensiero degli antichi Greci si misura col fatto che Epicuro a va già capito che l’Universo è un cumulo di atomi che si incrociano a caso creando collisioni senza alcun senso e logica.

    E tutto questo senza nemmeno sapere che un giorno avrebbero eletto presidente degli USA Donald Trump.

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