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  • Je déteste Noël

    Je déteste Noël

    (artatamente senza disegni, foto, immagini, filmetti…)

    da Libération del 22 dicembre 2025 (giusto in tempo!)

    Paul B.Preciado. Filosofo

    Traduzione e adattamento Giuseppe Campagnoli

    A metà degli anni Venti, tra le due guerre, quando i giorni sembravano ancora felici, almeno per alcuni, la regina americana della prosa sarcastica, Dorothy Parker, scriveva: «Christmas is my season of discontent» («Il Natale è la mia stagione del malessere»). Qualcuno doveva pur mettere fine alle jingle bells e dirlo ad alta voce, e nessuno poteva farlo meglio di lei, con la sua elegante distanza, il suo disincanto mordente e la sua lucidità quasi ferente sui segreti di famiglia e sulla capacità delle convenzioni sociali di mascherare la vera delusione. Dorothy Parker comprese come, sotto la pressione sociale che impone di teatralizzare le espressioni di gioia, di comunità, di generosità e di successo domestico, ribollano sentimenti di frustrazione, ansia, stress, inquietudine e rancore.

    L’attrice Clara Deshayes mi ricorda, parlando del Natale, che qualche anno più tardi Charles Bukowski, che apparentemente non ha nulla in comune con Dorothy Parker se non la cirrosi, lo avrebbe detto in modo più brutale – è la differenza tra il Dry Martini e la birra. Il postino di Los Angeles diceva: «Christmas is the sickest of all sick things» («Il Natale è la più malsana di tutte le cose malsane»). Per Bukowski, il Natale è un rituale collettivo crudele che serve ai ricchi per far sapere ai poveri che sono poveri, e agli arrivati socialmente per far sapere ai solitari quanto sono soli. I ricchi pagano per i divertimenti natalizi e i poveri lavorano per renderli possibili. Le famiglie mettono in scena l’amore e i solitari e i falliti sociali sono costretti a guardare lo spettacolo. Gli uni soffrono per l’obbligo di amarsi e di divertirsi, mentre gli altri soffrono per la vergogna di non potervi riuscire. Ma alla fine tutti sono ubriachi e nessuno è contento.

    Claude Lévi-Strauss ha analizzato la questione in modo più sobrio nel suo saggio del 1951 intitolato Il supplizio di Babbo Natale. Di fronte all’idea secondo cui la celebrazione del Natale e la figura di Babbo Natale rappresenterebbero tradizioni religiose ancestrali, l’antropologo ha mostrato che questi due elementi, così come li conosciamo dopo la Seconda guerra mondiale, sono il risultato banale e interessato dell’esportazione del culto cristiano e nazionalista della famiglia e del commercio dell’imperialismo culturale ed economico americano: Babbo Natale è diventato nordico quando gli americani hanno stabilito le loro basi militari in Groenlandia, e il rituale pagano dello scambio di “vita” si è trasformato, dall’epoca romana, in una baccanale di consumo di oggetti usa e getta in plastica.

    Diciamolo ancora, come un segnale d’allarme o un appello alla rivolta, ora che l’orrore si avvicina: il Natale è il periodo peggiore dell’anno. Il Natale è la trasformazione in festa di un programma di egemonia culturale ed economica che, grazie alla globalizzazione tecnocomunicativa, è ormai diventato planetario. Non esistono angoli nascosti nel mondo digitale che sfuggano alla cospirazione commerciale del Natale. Il Natale è il periodo dell’anno più stupido e più vuoto: quello in cui si guardano i film peggiori e le trasmissioni televisive più imbarazzanti, in cui si ascoltano e si cantano le canzoni peggiori, si organizzano le feste peggiori, si inviano e si ricevono i messaggi più fasulli, si hanno le conversazioni più false e in cui, nonostante le apparenze e le spese, si mangia peggio. I salotti, decorati con palline che, col calare della notte, sembrano teste di bambini rimpicciolite appese a ogni ramo. È per questo che il Natale è il periodo dell’anno in cui tutti i mali del corpo e dell’anima si intensificano fino alla follia.

    CHI FESTEGGIARE?

    I tristi sprofondano nella depressione. I malati peggiorano. Le coppie in crisi litigano. Coloro che lottavano per non ricadere in un vizio che li divorava finiscono per abbandonarvisi disperatamente. Chi aveva smesso di fumare accende di nuovo una sigaretta. Chi può, consuma fino alla noia. E chi non può pensa che la propria noia cesserebbe se potesse consumare. Il Natale nell’epoca cyber-cinica è come cinque Black Friday con una colonna sonora martellante di Mariah Carey remixata in versione reggaeton, in cui si è costretti a tornare nei luoghi della violenza familiare originaria e in cui, per di più, si ha il dovere di fare festa.

    L’artista Lorenza Böttner, che dipingeva con la bocca e con i piedi perché non aveva le braccia, dedicava ogni anno una parte del mese di dicembre a dipingere cartoline ridicole che rappresentavano casette con camini fumanti sotto la neve, alberi di Natale coperti di ghirlande e Gesù Bambini paffuti. Scene insipide e gioiose che poi vendeva tramite Handicap International. Il Natale è anche una strana cerimonia durante la quale i normopatici obbligano le persone con diversità funzionale a vendere il proprio “handicap” in cambio di un po’ di buona coscienza, mentre il neoliberismo celebra il Telethon. Al mattino Lorenza realizzava cartoline di Natale; nel pomeriggio dipingeva quadri che non avrebbe mai potuto vendere a Handicap International, nei quali un uomo si avvicina a una bambina e le solleva il pigiama mentre dorme nel suo letto. È questo che accade nelle casette dai camini fumanti sotto la neve: sono i regali che Babbo Natale lascia ai piedi dell’albero. Certo, Babbo Natale è un bastardo. Ogni cartolina di Natale ha un retro segreto. La storia della violenza dello Stato-nazione patriarcale è lì, intatta, indicibile, invisibile.

    Il Natale è la crudeltà di classe, la violenza di genere e sessuale travestita da regali sotto l’albero. Il Natale è l’incesto trasformato in festa infantile. Quando si è queer o trans in una famiglia cristiana, il Natale è il momento del grande rinnegamento di sé. Il Natale è intrinsecamente razzista, intrinsecamente patriarcale, intrinsecamente nazionalista, intrinsecamente binario, intrinsecamente commerciale e anti-ecologico. La verità sul Natale è spaventosa, con questi alberi morti piantati nei salotti. Come se non bastasse, che cosa celebriamo dunque quest’anno a Natale? Il collasso ecologico, la distruzione tecnico-militare e atomica in corso, la sesta estinzione, il viaggio verso Marte, l’umanizzazione progressiva dell’IA e l’automazione galoppante dei mammiferi umani?

    Chi è Babbo Natale quest’anno? Donald Trump, vestito di rosso, sulla sua slitta trainata dalle renne Putin e Netanyahu? Babbo Natale, sempre così generoso, che apre la strada al genocidio per costruire il fiume del Medio Oriente a Gaza, aggiungendo un po’ di trinitrotoluene alla terra ucraina per poi affettarla come un salame, facendo in modo che i pinochetisti tornino al Palacio de la Moneda, dove Allende è morto nel 1973 in Cile? E che la Groenlandia, terra di Santa Claus, torni americana! Nessuna preoccupazione per la distribuzione dei regali della CIA: in ogni paese ci sono Babbi Natale locali delegati. In Francia abbiamo già Père Bolloré e Père Bernard Arnault che si occupano di tutto. E che dire della Natività cristiana? Quest’anno c’è María Corina Machado nel ruolo della Vergine Maria, che apre ancora una volta le vene dell’America Latina affinché il petrolio possa scorrere verso gli Stati Uniti, per garantire che, dopo che Maduro ha pugnalato i venezuelani alle spalle, Trump possa ora pugnalarli di fronte. E c’è Elon Musk nel ruolo dello Spirito Santo.

    Dio è amore e biotecnologia. È lui che fa nascere un Gesù bambino clonato, spermatico e bianco, un cripto-figlio, per portare il fascismo in ogni cuore, o piuttosto in ogni smartphone umano.

    Questo Natale occorre ribellione piuttosto che cenone.

    1. Francese – Noël
    2. Spagnolo – Navidad
    3. Portoghese – Natal
    4. Inglese – Christmas
    5. Tedesco – Weihnachten
    6. Olandese – Kerstmis
    7. Svedese – Jul
    8. Polacco – Boże Narodzenie
    9. Greco – Χριστούγεννα (Christoúgenna)
    1. Swahili – Krismasi
    2. Yorùbá – Kérésìmesì
    3. Hausa – Kirsimeti
    4. Wolof – Nataal
    5. Amharico – ገና (Genna)

    1. Arabo – عيد الميلاد (ʿĪd al-Mīlād)
    2. Ebraico – חג המולד (Ḥag ha-Molad)
    3. Russo – Рождество (Rozhdestvó)
    4. Hindi – क्रिसमस (Krisamas)
    5. Cinese (mandarino) – 圣诞节 (Shèngdàn Jié)
    6. Giapponese – クリスマス (Kurisumasu)

    1. Quechua – Navidad
    2. Guaraní – Natividad
  • Perseverare diabolicum est. L’arte degli analfabeti del mercato.

    Perseverare diabolicum est. L’arte degli analfabeti del mercato.

    L’arte degli analfabeti del mercato.

    Va bene che siamo in provincia, ma comunque il luogo, Urbino, non meriterebbe il bricolage artistico di cui, spesso. abbiamo scritto. Non lo meritava nemmeno la Pescheria di Pesaro, che ahimè dai tempi del compianto Loreno Sguanci è scesa dalle stelle…Vi proponiamo, senza parole, una replica di un nostro articoletto sul fare dilettantesco e  furbetto di chi sfrutta le leggerezze del mercato, l’analfabetismo diffuso  e la prosopopea di pseudocritici in cerca di fama, quella fama che, come, diceva Hugo, è terribile perché molto spesso disgiunta dal talento. Ma il “popolo” pare di questi tempi sia avvezzo e disposto ai tribuni e ai saltimbanchi di ogni specie. Curiosa la scelta del quotidiano locale alla pagina della “cultura” o forse meglio degli “spettacoli” dove abbonda in spazio per l’ineffabile sedicente artista, un po’ meno per i Lego alla pescheria e un trafiletto dedicato alla presentazione di un libro disinteressato al mercato ma che si occupa di cultura, educazione, architettura e città. Altrettanto curiosa la gerarchia  della vita italiana e dell’informazione tra scuola, gioco e bricolage artistico. Complimenti.

    Non abbiamo osato, per eccesso di pudore culturale, mettere foto delle opere “incriminate” ma riequilibrato con immagini che confortano i sensi.

    Ecco  cosa credevamo e crediamo sia arte.

    L’arte non può essere quella che altri dicono che sia arte. L’arte non può essere quella che i critici incapaci di essere artisti o peggio il “libero” mercato dicono che sia arte. L’arte deve avere in nuce l’essenza della sua identità. E l’essenza dell’arte è la cultura e la vita insieme, il talento e la scienza insieme, la scuola e la pratica insieme. Vi sono personaggi che contrabbandano il loro bricolage (con tutto io rispetto per il vero bricolage) per arte e ci lucrano e si vantano credendosi dei grandi artisti. Ho scritto spesso di questi figuri che sciamano intorno alle città grandi e piccole proponendo, a volte con le scandalose complicità di enti pubblici e di autoaccreditate gallerie, personali, collettive, performances, happenings quando non addirittura si fanno intitolare spazi espositivi pubblici con la scusa di aver donato qualche crosta o qualche ferraglia spacciate per quadri o sculture. Come insegna la storia i grandi artisti avevano dietro di sé grandi bagagli formali o informali di istruzione e di cultura. Non per nulla si studiano gli scritti letterari, filosofici, scientifici, geometrici e poetici, di Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, Cellini, Vitruvio…

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    Oggi e da qualche decennio c’è persino chi, appena con la terza media o poco più e male, vanta anche con ingiuriosa prosopopea capacità da grande artista. L’esempio autodidatta di Ligabue e simili non fa testo perchè costituiscono le rarissime eccezioni che confermano una regola di serietà, cultura e professionalità che invece deve essere ferrea. Smascheriamo i falsi artisti con tutti i mezzi perchè altrimenti oltre allo sfacelo in corso dell’insegnamento della storia dell’arte e dell’istruzione artistica in generale avremo solo orde di mercenari analfabeti e velleitari che riempiranno le nostre città e i nostri musei di orrori e nefandezze di ogni genere, diseducando giovani in formazione e cittadini! Facciamo come si fa per il paranormale e il parascientifico. Smascheriamo dovunque il para-artistico e gli speculatori del bello.Chiunque tenga al nostro patrimonio artistico si impegni a farlo, scrivendo, commentando, stigmatizzando ed informando. Il mondo non ci giudica solo dal nostro passato ma anche dal  futuro che sapremo costruire in  arte e cultura.

    Cito sinteticamente e condivido da Maurizio Ferraris “ARTE”:
    Condizioni necessarie (ma non sufficienti) per definire,anche oggi, nell’era del web e dei media, un’opera d’arte:
    Oggetto fisico che abbia a che fare con l’aisthesis (i sensi).
    Che sia oggetto sociale. Non ci può essere arte per un solo uomo al mondo o per pochi eletti.
    Che provochi solo accidentalmente conoscenza. La funzione prioritaria non è la conoscenza.
    Che provochi sentimenti ed emozioni, eventualmente anche di ripulsa. Le emozioni sono fondamentali per la ragione.
    Che sia una cosa che finge di essere persona. Giudicare un’opera d’arte infatti deve essere come giudicare una persona.
    Solo di alcune cose si dice che siano opere d’arte.Queste condizioni sono le premesse indispensabili affinché ciò si avveri.
    La storia è una delle premesse fondamentali, come la cultura di chi produce opere d’arte e la sua preparazione certa.

    Giovanni Contardi per ReseArt

    Aprile 2017

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    ReseArtù

  • Il merito che distrugge le società.

    Il merito che distrugge le società.

    Prendo spunto dal libro “La société des Egaux” e da una vecchia intervista a Pierre Rosanvallon per tornare a formulare idee e pensieri che pare esperti, politici, giornalisti bendati e mezzibusti non capiscano o non vogliano capire e su cui continuano a pontificare “ad usum delphini” anche in questo caldo scorcio d’estate.

    I pensieri sono semplici e chiari. Solo una società fondata su una reale uguaglianza può sconfiggere i mali del nostro secolo. La società diseguale è una minaccia globale. Le differenze sociali sono sempre più marcate e il disastro morale e civile è alle porte, nonostante gli ottimismi di facciata di un capitale liberista morente. La coesione sociale fa passi indietro pericolosi e la società condanna fenomeni che sono prodotti da regole e sistemi che però in fondo continua ad accettare.Si denunciano le retribuzioni scandalose di managers e finanzieri e non ci si indigna per gli emolumenti enormi di certi avvocati, medici, artisti, calciatori, giornalisti, scrittori…Si continua ad accettare il falso assioma che il merito possa produrre differenze economiche enormi mentre la vera democrazia, quella fondata sull’uguaglianza, sta morendo. Nelle fratture sociali allora si insinuano i populismi che esaltano un senso di comunità e cittadinanza falso e spesso basato sulla difesa di alcune corporazioni, sull’intolleranza, sul razzismo e sulla scarsa percezione che nella politica, anche quella dei partiti, non tutto sia da buttare. Per sconfiggere queste pulsioni occorre solo promuovere fermamente una società fondata sull’uguaglianza. Se dagli anni ottanta la meritocrazia e l’uguaglianza di opportunità sono divenute importanti è egualmente cresciuto l’individualismo trasformato da universale a singolare nell’era dei consumi.Il liberismo ha reso sacro il consumo insieme al merito finalizzato a questo ed al suo mercato che si fonda sulla concorrenza generalizzata.

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    Occorre elaborare una filosofia dell’uguaglianza che non significa egualitarismo e appiattimento. Dovrebbe essere un’uguaglianza relazionale e coniugata con il bisogno di singolarità. Bisogna dare a ciascuno i mezzi della propria individualità senza discriminazioni e con una forte educazione alla reciprocità che esclude del tutto la competizione e la sopraffazione che è la regola dell’attuale libero mercato. “C’è reciprocità quando ciascuno contribuisce in modo equivalente ad una società dove l’equilibrio dei diritti e dei doveri è lo stesso per tutti”. E’ necessario per questo mettere l’uguaglianza al centro dello spazio sociale e della vita di relazione anche pubblica e politica: una uguaglianza che genera redistribuzione economica e che, di fatto, non ha più bisogno della meritocrazia perché non è su questa che si fonda. Un saluto a tutti i saggi!

    Giuseppe Campagnoli

  • L’arte dissimulatoria.

    L’arte dissimulatoria.

    La città ideale.

    L’islam radicale e quello moderato. Il terrore, la paura e l’oppio dei popoli, ricchezza, povertà, elemosina e iniquità sociale. Renzi che rifonda la vecchia DC in salsa berlusconiana. Raggi che si comporta come se fosse ancora all’opposizione e sciorina le malefatte precedenti ma poco o nulla dice su ciò che farà e come lo farà ma, di fatto, ancora non fa. Trump e Clinton le due facce di una stessa medaglia yankee. Erdogan e Putin terribili ducetti orientali. La Brexit di cui tutti si sono pentiti postumi. Buone vacanze. A Settembre!

  • Altro che invidia! Ecco come si diventa ricchi e potenti.

    Altro che invidia! Ecco come si diventa ricchi e potenti.

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    Ecco il mondo che piace a chi ha il potere. Anche chi si contrappone alla politica si muove in questi confini. Pochi parlano di lotta alla ricchezza, troppi di lotta alla povertà.

    C’era una volta un legionario liberto e analfabeta di ritorno dalla campagna delle Gallie.
    Si chiamava Idrione e viveva nella suburra di Roma. Si distinse in guerra talmente, uccidendo nemici e popolazioni inermi, procurandosi il bottino che il Centurione Procolo propose per lui in premio oltre al soldo usuale.
    Gli fu donato un appezzamento di terra con capanna, 10 pecore e due schiavi nell’agro romano.
    Cominciò allora ad occuparsi dei suoi averi conquistati uccidendo e depredando: il suo mestiere che non rinnegò mai. Accrebbe i suoi beni dopo poco vendendo i prodotti risultato del lavoro degli schiavi e delle pecore piuttosto che dal suo. Vendeva i suoi prodotti al doppio di quello che gli costavono. Cosi accrebbe il gregge e incrementò il numero degli schiavi che sosteneva giusto perchè potessero lavorare.
    Alla sua morte passò i beni ai suoi figli che continuando a sfruttare schiavi e a vendere a più del dovuto consegnarono agli eredi una fortuna in campi, armenti e servi della gleba. Passarono le invasioni barbariche che invece di impoverire i nostri eroi, attraverso complotti, assassinii e ruberie li fecero diventare signorotti del loro territorio con tanto di castello e foresta.
    Estesero i loro possedimenti con la violenza e la prepotenza verso i confinanti, non pagando sempre le gabelle all’imperatore o al papa mentre passavano secondo la convenienza ora dalla parte dell’uno ora dalla parte dell’altro. Avevano avviato anche una proficua attività commerciale che, dati i loro innati talenti truffaldini, diventò l’attività principale. Vendevano manufatti realizzati sfruttando una manodopera quasi da schiavi, anche se la schiavitù “ufficiale” stava pian piano scomparendo nel mondo.
    La famiglia crebbe e si trasferì dal centro al nord dove riusci anche a fondare una banca diversificando così le attività, per così dire, speculative. Passò il tempo e i discendenti, eredi a volte incolpevoli di tanto ben di dio, sempre più ricchi, alla fine dell’800 ebbero anche l’idea di avviare un opificio. I servi della gleba e i mezzadri si trasformarono in operai ma i padroni erano sempre gli stessi. Per mantenere i patrimoni ereditati senza lavoro e senza scrupoli, occorreva mantenere i profitti senza alcuna remora di tipo sociale e men che meno morale. Attraversarono indenni le lotte operaie, la guerra, la ricostruzione e caddero sempre in piedi per le loro eccezionali abilità trasformiste. Alla metà del secolo scorso la famiglia intraprese anche una parallela attività nell’edilizia e cominciò a darsi all’attività finanziaria moltiplicando il grande patrimonio accantonato nel tempo con spericolate speculazioni nel “mercato” che cominciava a caratterizzare il capitalismo moderno. La famiglia ora può anche contare su alcuni membri laureati all’estero, sopratutto avvocati ed economisti e altri entrati con successo in politica o nell’editoria . Altri ancora si stanno impegnando  nell’antipolitica in movimenti populisti o conservatori. Parte del parimonio è già all’estero e non ritornerà più se non in minima parte con condoni e perdoni vantaggiosi. Gran parte delle attività è stata decentrata dove sia più facile sfruttare, rubare, maltrattare e uccidere l’ambiente, gli animali e le persone e dove esiste ancora una specie di servitù della gleba e di libertà dalle giuste gabelle!

    Ecco perché qualcuno disse  che dietro ogni ricchezza piccola o grande che sia c’è sempre un crimine,piccolo o grande che sia.
    Così sono nati e si sono perfidamente evoluti, mutatis mutandis, il libero mercato e l’imprenditoria, le professioni liberali e liberiste, i mercanti e i mediatori, piccoli e grandi, sempre difesi a spada tratta dai media e dai politici e antipolitici gregari, amanti e servili verso il liberismo e il profitto in nome del meschino “diritto” alla libera impresa, annessi e connessi inclusi. Tanto poi per i poveri, che debbono restare poveri, c’è l’elemosina, la religione e l’”ascensore sociale”! E c’è chi parla ancora di invidia! Buone vacanze a tutti.

    Riscritta e attualizzata  da Giuseppe Campagnoli, Luglio 2016

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  • La meritocrazia. Un falso mito.

    La meritocrazia. Un falso mito.

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    Mi sono fatto persuaso, come direbbe il Commissario Montalbano, che le questioni di meritocrazia di cui tanto si parla, a destra, a sinistra (!) in alto e in basso, nel lavoro, nell’amministrazione, a scuola, nelle università etc. siano falsi miti, pericolosi e iniqui nella sostanza. Il merito sembra essere diventato la foglia di fico del neo-neoliberismo a destra come nella sedicente sinistra.

    Affinché il concetto corrente di merito possa essere valido e giusto dovrebbero essere assicurate alcune fondamentali propedeuticità: la parità di condizioni di partenza (economiche, sociali, di salute..) la parità di trattamento durante le attività (di lavoro, di apprendimento..), l’assenza di discriminazioni in base al sesso, alla razza, alle convinzioni religiose, ideali e politiche e l’assenza di ostacoli esterni e indipendenti dalla propria volontà. Chi sproloquia ad ogni angolo di merito ne tratta a prescindere dalle condizioni o ha tenuto conto dei requisiti basilari affinché sia garantita a tutti la libertà e l’eguaglianza nello svolgimento dei propri compiti e doveri? La meritocrazia credo, ahimè, che non possa prescindere, per come è strutturata la società in occidente e, peggio, in oriente e nel terzo mondo, dal concetto di competizione e competitività esasperate tutte legate al mercato anche quando si tratti di istruzione, salute, benessere e sicurezza.

    Il merito legato alla competizione è quindi una parola d’ordine liberista e non libertaria. Chi la usa non può definirsi progressista e liberal. Alcuni paesi, partendo dal campo educativo stanno affrontando una rivoluzione culturale che tende a ridurre se non ad eliminare la competizione, nemica dell’apprendimento, del lavoro e del raggiungimento di obbiettivi di qualità, in netta controtendenza rispetto a quanto si è creduto finora. I risultati di tale inversione si stanno già apprezzando.

    Poiché la natura, come si sa, non ama fare  salti sono convinto che ognuno abbia in nuce  uno o più talenti. Il compito della società è allora solo quello di aiutarci a scoprirli e valorizzarli, non invece quello  di premiare solo chi abbia avuto la fortuna, l’avventura o i mezzi di poterli utilizzare perché già palesi ed evidenti. Chi dà al massimo delle proprie capacità merita lo stesso compenso di chi ha avuto fortuna e talento. Questa è equità. (altro…)

  • Buonasera.La colpa è del prof. della famiglia, dello studente, della scuola, della società?

    Buonasera.La colpa è del prof. della famiglia, dello studente, della scuola, della società?


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    Buonasera Mr. Gramellini! Tutti sono stati educati da tutti, la culpa est in educando ed in istruendo insieme.La Costituzioni, l’etica e la natura parlano chiaro. In Italia, in particolare, le riforme scolastiche e le trasformazioni della società che emula quelle dei mercati più avanzati e del consumo hanno generato quello cui noi assistiamo e che il nostro Massimo del Buongiorno su La Stampa candidamente e ironicamente censura come questione di costume come se liberismo, liberalismo e libero mercato non c’entrino nulla. Una perfida commistione tra libertinaggio educativo di sinistra e di destra (per scopi opposti) ci ha portati al disastro dei social media, della violenza, del bullismo, del mobbing, dello stalking (guarda caso tutti termini anglosassoni!). Il buco nero della scuola italiana, per ammissione di illuminati addetti ai lavori già da tempo sono state le riforme simil “democratiche” degli anni sessanta. La scuola orizzontale, la scuola media unica, (tre anni di ricreazione diceva un mio amico provveditore negli anni ’90) i Decreti Delegati, il modulo delle elementari, Berlinguer ingenuo, la Moratti aziendale, la Gelmini sulla scia della Moratti e la  Buona Scuola sulla scia di tutte e due, in una sorta di centrismo educativo sociale tendente a destra. Ecco perché si raccontano episodi di bullismo e violenza in classe, prepotenze di famiglie e alunni nei confronti di docenti. (altro…)

  • Art’è o non è?

    Art’è o non è?


      

    OPERE D’ARTE A CONFRONTO.

     

    Seguendo una scia che abbiamo disegnato in campo artistico per definire un crinale che possa far distinguere all’uomo ciò che è arte e ciò che invece è solo bottega, mercato o, peggio, bluff e truffa intellettuale e sostanziale, vi segnaliamo questa notizia apparsa oggi su La Stampa. No comment.

    “Addette alle pulizie scambiano l’opera d’arte per spazzatura e la buttano”

    Giuseppe Campagnoli

  • Aldo Rossi o Renzo Piano. Due visioni della vita.

    Aldo Rossi o Renzo Piano. Due visioni della vita.

    di Giuseppe Campagnoli

    Aldo Rossi (1990) e Renzo Piano (1998) restano per ora gli unici due italiani ad aver conquistato il Pritzker Prize. Diffido di tutti i premi, gli oscar e le nominations, soprattutto quando nell’elenco d’onore vedo più alcune bandiere di altre (guarda caso della nazione che ha indetto il premio o di quelle affini) ma credo  che i due italiani rappresentino due modi di concepire l’architettura, l’arte e quindi la vita diametralmente opposti. (altro…)

  • Il Volo. La canonizzazione mediatica.

    Il Volo. La canonizzazione mediatica.

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    Oggi vorremmo parlare di musica e di canzonette. Sì, di questo si tratta, di canzonette, cantate bene, con gigioneria e professionalità giovanile, ma pur sempre canzonette. Sono giorni che tv e social occupano spazi ridondanti e a volte stucchevoli per difendere il famoso trio di ex enfants prodige, Il volo. Soprattutto la Rai che li ha in qualche modo aiutati ad inventarsi  ora fa una sorta di terapia di mantenimento del successo contro tutto e contro tutti anche contro le stupidaggini  del gossip, ammesso e non concesso  che non si tratti di una eccellente orchestrazione (!) pubblicitaria. Si sono mossi tutti: i paeselli d’origine, attori, direttori di giornali pettegoli, giornalisti e fans bambini, casalinghe e nonni (la platea maggioritaria di sostenitori del trio). La nostra non è una nota sociologica giacché è facile capire come certi successi nascono e si alimentano nel mercato (anche internazionale) grazie allo stato conclamato della cultura e degli alfabeti mondiali. Si è mosso arditamente anche l’ineffabile Mario Luzzatto Fegiz per fare dei cantantini del Volo addirittura gli eredi di Pavarotti! Siamo sulla scia perversa degli Allevi e dei Bocelli, surrogati della bella musica in un instabile cavallo tra il pop melenso e il classico “vogliomanonposso”. Se il mercato comanda dobbiamo inchinarci alla pecunia che qualcuno diceva “non olet“? Altri sono i vanti culturali del nostro paese e i numeri da capogiro non giustificano gli osanna e soprattutto non ne fanno degli artisti. Tutti sono dei bravi e talentuosi esecutori o compositori. L’arte come abbiamo più volte detto, è tutt’altra cosa! Che siano dei bravi ragazzi quelli del Volo sinceramente nulla ci cale. Ci cale invece-e qui l’invidia o il populismo tanto sbandierati per rintuzzare le migliaia di critiche e ahimè anche di insulti (che hanno avuto l’effetto contrario) nulla ci azzeccano- che chiamino lavoro faticoso un’ attività che pochissimo ha a che fare con il vero lavoro, quello che produce ben altri redditi pur producendo servizi e vantaggi considerevoli e diretti per la società e che dovrebbe avere migliaia di fans e applausi a scena aperta ogni giorno: l’operaio, il bracciante, l’insegnante, il medico, il poliziotto…D’altra parte, ammettiamo di invidiare molto i  nostri eccellenti scienziati e ricercatori, i premi nobel e gli artisti e tanti altri talenti che non hanno mai inseguito la gloria e la ricchezza. Ce ne sono tanti da invidiare. I nostri ragazzi tanto cullati dai media cantano bene, sono stati costruiti bene insieme per il business canoro e sono una efficiente macchina da soldi. Ma non parlateci di eroi dell’Italia nel mondo o di artisti. Le TV comincino finalmente a parlare di cultura, quella vera che ha altri protagonisti.

    Giuseppe Campagnoli 2 Ottobre 2015

  • Arte, mercato e dilettanti allo sbaraglio.

    Arte, mercato e dilettanti allo sbaraglio.

    di ReseArtù

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    Che l’arte debba essere appannaggio di pochi eletti, di ristrette élite culturali o di dilettanti che diventano artisti quotati grazie solo alla fortuna, a un mercato incolto ed effimero e critici ineffabili e solo supponenti e presuntuosi, è un tabù che occorre assolutamente sfatare, nel contesto più generale dell’equità sociale che, oltre ad esprimersi nell’economia, deve rappresentare le pari opportunità dell’apprendere lungo tutto l’arco della vita. Numerose esperienze in Europa dimostrano come si stia lavorando nella direzione della socializzazione artistica attraverso una sorta di maieutica della creatività. A queste esperienze ed alle nostre coincidenti intuizioni guardiamo con interesse cercando di apprendere ed esportare buone idee e pratiche che diano gambe ad altre buone idee e pratiche. (altro…)

  • Gramellini. Che tempo che fa Novembre 2011 (1)

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Parte da qui la saga sugli stipendi scandalosi di conduttori TV e giornalisti e scrittori e cantanti. Parte da qui la campagna minima di Giuseppe Campagnoli sull’equità sociale e l’immoralità di certi emolumenti pubblici e privati. Seguiteci