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  • Azione e meccanicità (seconda parte)

    di Marco Santoro Marco-Santoro

    Oggi assistiamo ad una tecnica che opprime un uomo dalla debole capacità difensiva: essendo egli capace di provare comunque atteggiamenti ‘sentimentali’, piuttosto che  continuare ad amare  i segreti della natura, rimane affascinato dalla tecnica e dalla tecnologia.

    Non si fa solo riferimento al  fenomeno dell’industrializzazione, ma anche a tutti quei mezzi tecnici diventati popolari come la televisione, i giornali, la pubblicità, e tutto ciò che rientra nella comunicazione. “Molto spesso tanto la TV che i cinegiornali e le inchieste filmate si avvalgono di spettacoli ricostruiti e truccati ma spacciati “per veri”; o, al contrario, di veri ma spacciati per artificiali (o di cui si lascia credere che lo siano). Le cronache dei nostri giornali ne sono colme:  basta assistere al più modesto e innocente spettacolo per avvedersene: le smorfie d’imbarazzo, l’impaccio, la confusione d’un personaggio interrogato ad un “quiz” sono vere o false? Lo spettatore di solito partecipa con giubilo, con acuto e morboso interesse, a tali manifestazioni (dopotutto di sofferenza morale), proprio perché è convinto di assistere all’autentica situazione d’un uomo che si dibatte di fronte a domande insidiose” (Dorfles Gillo, Artificio e natura, Torino, p.45-46). “In tutte queste trasmissioni, dunque, siamo posti di fronte ad un tipico caso di contraffazione della naturalità; ossia assistiamo – e ce ne compiacciamo – ad un episodio reale ma provocato ad arte (e per di più con fine malizioso)” (Dorfles Gillo, op. cit., p.46). Il risultato è il dilagare di un fenomeno che conduce gli osservatori ad uno scetticismo nei confronti dell’informazione o del semplice intrattenimento a cui, pur essendo consapevoli della loro ambigua realtà, sono assuefatti.

    Con questo non si vuole intendere negativamente l’uso degli strumenti mediatici, semplicemente è preferibile rendersi conto quanto di un prodotto che ci viene proposto attraverso i media tecnologici sia autentico e quanto non lo sia, o si presume non lo sia.

    Si dovrà dare conferma a quanto detto prima: cioè la crisi dell’umanismo è legata alla perdita della soggettività umana nei meccanismi dell’oggettività scientifica e poi tecnologica. Questo particolare rapporto dell’uomo con la macchina (o la tecnica) è contornato di un alone di minaccia, per cui il pensiero deve rendersi cosciente delle distinzioni che il mondo umano dà dell’oggettività tecnica, sforzandosi di riappropriarsi della propria centralità.

    Nel capitolo precedente abbiamo potuto osservare come idea e manualità fossero i principi caratterizzanti e riconducibili all’essere umano. Ma, oggi, l’azione e la meccanicità dove conducono l’uomo? La macchina potrebbe essere una risposta, in tutte quelle forme di tecnologia che hanno profondamente caratterizzato il nostro tempo. Queste ultime hanno insegnato all’uomo a vivere nell’azione, viceversa l’uomo non è mai riuscito a trasferire loro (in senso artistico) l’idea e la creatività autonome.

    La macchina ha fatto sì che l’uomo perdesse la propria manualità (istintiva caratteristica della creatività), imponendogli di ragionare secondo una logica tecnica secondo cui l’azione prevale sul pensiero ed è capace di attingere dalla verità e dall’assoluto. L’azione della tecnica ha portato a delle conquiste, ma anche a distruzioni; le scoperte che hanno portato all’energia nucleare hanno condotto anche alla morte: il suo duplice aspetto può far godere i benefici del suo progresso oppure portare a morte e distruzioni, e non necessariamente in senso materiale.

    Ma non è solo in tale senso catastrofico che in questo discorso s’intende parlare dell’azione della tecnica come fine dell’evoluzione creativa dell’uomo. Anche se l’incombere di una possibile distruzione atomica è evento reale, viene considerata come un elemento caratteristico di questo nuovo modo di vivere l’esperienza nell’era post-moderna, la cui azione non è del  tutto negativa. Si pensi a quanti progressi essa ha apportato al genere umano e a quanti benefici non avremmo neppure immaginato di godere. Si può affermare che le esperienze dell’uomo si muovono di  moto perpetuo, e come in precedenza è stato affermato: “la vita è esperienza, la ripetizione è arresto di esperienza”, (Argan C.G. op. cit.p.,26) quindi morte.

    Ciò che caratterizza un epoca viene sostituito da altro nella successiva. Definire oggi l’azione della tecnica come un qualcosa a noi estraneo significherebbe vivere chiudendo gli occhi alla realtà, oltre al fatto che sarebbe un’ipocrisia imputare ad essa tutte le colpe dei mali della società contemporanea. Un possibile rimedio potrà realizzarsi quando si attuerà un processo di ‘naturalizzazione’ della macchina, considerarla ‘natura’ alla stessa stregua di come lo furono ieri gli ‘animali’ e le ‘piante’. “Si tratta cioè di considerare “natura” non più soltanto la natura allo stato selvaggio oggi sempre più rara e irraggiungibile – ma anche queste nuove forme di natura meccanizzata o elettronicamente integrata. In altre parole: occorre che le costruzioni artificiali dell’uomo – sia che appartengono alle manipolazioni manuali che un tempo spettavano all’artigiano (e alle altre arti), sia che appartengano ai prodotti diretti della meccanica, sia che si tratti, non già di prodotti tangibili, ma di forme di pensiero, di immagini – vengano ad un certo punto “rettificate”; subiscano quel processo di naturalizzazione che solo può conferirgli una nuova valenza creativa” (Dorfles Gillo, op. cit. p., 27).

    Queste affermazioni potranno apparire paradossali, soprattutto per la posizione dell’uomo oggi  che deve saper convivere con queste nuove forme di ‘natura’. È  lui che dovrà essere in grado di compiere una determinante azione sulla tecnica, e non il contrario. Non sappiamo quello che il futuro rivelerà, ma sappiamo che la misura che determina il progresso della tecnica scorre più rapidamente rispetto al tempo di adattamento dell’uomo, e da questo possiamo notare come ‘l’onnipresente’ macchina sia già stata sostituita dal ‘mimetico’ circuito; quest’ultimo, in futuro, sicuramente cederà il suo posto.

    In conclusione si può affermare, considerato che l’essere umano è dotato di una intelligenza progressiva, che l’’Homo Sapiens’, in quanto tale, deve affrontare il continuo progresso cosciente della propria esperienza plurisecolare, non vivendo di paure e timori di ciò che egli stesso ha creato.

    Marco Santoro

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  • Manualità colta?

    di Marco Santoro Marco-Santoro

    Idea e manualità (1)

     porta della scienza

     Quale rapporto lega idea e manualità? Questi due concetti, pur essendo ben distinti, hanno per secoli caratterizzato la società umana, legati da un principio di integrazione.

    Allo scopo di offrire una chiara analisi, si prenderanno in esame campi in cui l’idea e la manualità hanno contribuito reciprocamente al al loro progresso, dando vita al passaggio dalla figura dell’artigiano a quella dell’artista. Questa indagine intende esaminare le diverse situazioni venutesi a creare con il progresso. Idea e manualità sono due princìpi che appartengono all’essere vivente. Il concetto di idea è stato ampiamente trattato dalla filosofia: esso è ,per semplificare, l’oggetto e il soggetto del pensiero sia esso convergente che divergente. Ma come si spiega che noi, pur vivendo ed essendo creature caratterizzate  dall’imperfezione, abbiamo la facoltà di costruirci forme ideali? (altro…)

  • L’ Arte è tecnica?

    di Marco Santoro  Marco-Santoro

    Perché “Arte è Tecnica”?

    La domanda non serve soltanto a pensare l’arte da una diversa prospettiva, tentando di chiarire aspetti talvolta studiati con superficialità ingenerando confusione.

    Gli eventi della storia dell’arte più recente sembrano avere orientato la ricerca artistica contemporanea verso l’impiego sistematico di tecniche e tecnologie estremamente innovative e queste talvolta hanno mostrato di riuscire ad alimentare da sole il virtuosismo e la fantasia espressiva degli artisti. Quanto detto, necessariamente, induce a riflettere sulle implicazioni che la tecnica produce nell’ambito artistico.

    Chiarisco subito che non è mia intenzione sminuire in questa sede il ruolo della tecnica rispetto all’arte, dal momento che è assai chiara l’importanza della tecnica per l’arte ed il ruolo che, più in generale, essa svolge nella società contemporanea. Qui infatti  è determinante nel garantire il progresso ed il benessere dell’uomo, in quella sorta di aiuto convenevole che, sin dai tempi più antichi, ha segnato tutte le epoche della storia senza eccezione alcuna.

    Si è molto discusso sul rapporto fra idea e forma, fra arte e mezzo, e sulla capacità dell’uomo di tradurre l’idea artistica in materia concreta (manualmente o con l’impiego di macchine e tecnologie). Negli anni sessanta del secolo scorso abbiamo assistito a quella sorta di rivoluzione copernicana dei linguaggi che è stata l’arte concettuale.

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  • Marco Santoro. Borderline

    di Stanislao Biondo Stanislao-Biondo

    La linea di confine della pittura

    E’ on line il nuovo sito web dell’artista Marco Santoro. La sua pittura si rifà alla tradizione del Nuovo Impressionismo e dialoga con l’opera del grande realista statunitense Edward Hopper. La sua ricerca tende a rappresentare la metropoli contemporanea in una visione concreta sospesa tra naturalismo e astrazione.

    Marco-Santoro-website

    “La pittura di Marco Santoro, dice Sebastiano Guerrera nel testo di presentazione di una delle ultime mostre dell’artista, Borderline, fondandosi su un concetto allargato di mimesis, elabora lo spazio pittorico mediante un procedimento analogo a quello di Seurat, violandone però il principio ieratico che vuole la pittura come architettura in sé. Poiché per Santoro la pittura contiene l’architettura e, con essa, la vita, le sue opere si pongono in bilico tra storia e avanguardia. Ponendo sul medesimo piano il paesaggio naturale e quello urbano, in quanto entrambi costruzioni dell’uomo, Santoro li ricostruisce pittoricamente utilizzando un processo mnemonico soggettivo. Tenta, insomma, di estromettere dalla sua proposta il principio oggettivo su cui si fonda la quasi totalità della pittura contemporanea.
    Santoro sviluppa il suo pensiero tenendo costanti tre riferimenti: l’occhio, la memoria e la tecnica. Una posizione borderline, con tutti i rischi che essa comporta; in particolare la possibilità di essere intesa come inattuale, anacronistica: egli è consapevole che esperienza e conoscenza esistono in qualità di valori oggettivi, acquisiti dalla collettività grazie al progresso scientifico, alle nuove tecnologie, ai new media; tuttavia, non rinuncia al linguaggio pittorico come strumento conoscitivo, anzi – direi coraggiosamente – indaga per capire se la pittura sia ancora in grado di creare, anziché riprodurre; si propone di riscattare la pittura dalla condizione di subalternità nei confronti delle nuove tecnologie. Si chiede, finalmente, se la pittura possa superare l’ideologia di un mondo oggettivo (che esisterebbe anche senza la coscienza umana conoscitiva) oggi trionfante sul mondo soggettivo considerato ormai illusorio”.