Entro (forse per qualcuno a gamba tesa) nella diatriba, a volte tutta scolastica e anche un po’ corporativa, sull’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole italiane. Prendo spunto dall’ultimo intervento dell’associazione ArtemDocere, in ordine di tempo, senza voler dire una parola sui tecnicismi degli orari e delle afferenze tra le classi di concorso, i titoli di studio e le discipline. Analizzando gli attuali titoli di accesso a questo insegnamento che meriterebbe più attenzione e competenza da parte di tutti, mi voglio esprimere in una triplice veste, che credo garantisca una posizione affatto sospetta: una formazione di tipo classico, architetto, ex docente di discipline geometriche e architettoniche ed ex dirigente di scuole ad indirizzo artistico. (altro…)
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Scuola, scuola… scuola!
Cerchiamo di far tesoro delle buone pratiche in campo di sistemi scolastici in Europa e nel mondo laddove, per opinione condivisa, le cose funzionano e cittadini, professori e dirigenti sono abbastanza soddisfatti! Sia il governo che chi protesta studino di più, meglio e insieme ciò che si fa altrove. L’erba del vicino non è sempre più verde ma molto spesso ci si avvicina! Osserviamo come vengono formati, reclutati e valutati docenti e presidi, osserviamo chi dirige l’apparato scolastico in tutte le sue articolazioni; osserviamo cosa e come si insegna ed apprende. Osserviamo le responsabilità che vengono affidate a chi dirige le scuole. Osserviamo gli stipendi ma anche se il posto di lavoro sia eterno nonostante tutto. Osserviamo soprattutto se vi sia competizione, come funziona il sistema pubblico-privato e via discorrendo. Non reputiamoci sempre i migliori e i più democratici perchè abbiamo un passato storico e culturale ingombrante e crediamo di aver fatto solo noi battaglie culturali e sociali, non sempre efficaci e realmente progressiste. Mentre noi spesso facciamo i sofisti nella nostra “società ristretta” gli altri fanno fatti concreti e spesso di qualità! Mentre, come diceva Leopardi, noi ci perdiamo in chiacchiere, feste e chiese (anche nel senso di fazioni) altrove hanno trovato il modo di educare ed istruire un’ampia platea di giovani con risultati mediamente buoni. Non perdiamo tempo solo a lodare i nostri cervelli esportati all’estero e non culliamoci su quei limitati allori.Non è sulle punte di eccellenza che si misura la bontà della scuola. Una buona scuola produce talenti e competenze diffusi e trasversali, non solo splendide eccezioni, seppure numerose, rispetto a una regola di mediocre livello. Ed è qui che si parrà la nobilitate dell’italico sistema di istruzione.
La rampa e il teatro in una scuola media a Recanati
(Architetti Basilici, Campagnoli, Tarducci – 1977)
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La buona scuola. The good school. La bonne école.
Riforme.Reforms.Reformes.
Allegoria della buona scuola italiana. Allegory of the Renzi’s good school. Allégorie de la bonne école de Monsieur Renzi.
Un paese vale quanto la sua scuola. Une nation c’est comme sa école. The school make good country.
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A late quartet.
Consiglio a chi insegna dalle materne all’università un passo di questo bel film. Il protagonista violoncellista racconta di quando, da giovane, suonò difronte al grande Pablo Casals che apprezzò quelle che egli stesso credeva delle mediocri interpretazioni. Anni dopo chiese al maestro spagnolo il perchè di quella presunta ipocrisia. Il maestro rispose che invece aveva mostrato talento e che è un pessimo maestro chi giudica contando gli errori.
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Aprilanti

Vi racconterò una piccola storia risalente ad oltre dieci anni fa. Allora dirigevo l’Istituto d’Arte di Pesaro e la mia fama consolidata era quella di preside tutto d’un pezzo. La giornata scolastica trascorse nella normalità: i soliti problemi di ritardi mattutini, le sostituzioni per le malattie primaverili, le giustificazioni con le motivazioni più varie e creative, gli appuntamenti con genitori e docenti, le telefonate con il Provveditorato (così si chiamava allora) e con i vari uffici della città. Verso le ore 13 la giornata si stava avviando alla conclusione e in tutte le classi era un fermento di studenti e docenti in vista dell’uscita. Alcuni erano già fuori della porta come in attesa del tram. La routine a un certo punto fu rotta dall’arrivo di un bidello (allora si chiamavano così) che classe per classe comunicava a tutti i docenti (già con il pensiero al pranzo imminente) che erano convocati d’urgenza dal preside. Nessuno si sognò di trascurare l’invito perentorio, immaginando chissà quale emergenza. Una cinquantina di docenti, dopo aver in fretta e furia congedato gli alunni, riposto i registri nell’armadietto e chiuse le cassettiere, si ritrovarono alla spicciolata nell’atrio adiacente l’ufficio del preside. Nei visi un’espressione tra l’interrogativo, il curioso e il preoccupato. Bussarono alla porta dell’anticamera. Nessuna risposta. Bussarono ancora e infine, lentamente, uno alla volta, riempirono l’angusto spazio davanti alla porta della presidenza. Proprio lì era appeso un enorme, colorato ed occhieggiante pesce di carta che fornì una inequivocabile risposta a tutte le infinite domande dei convenuti. Primo d’Aprile, benvenuti e buon pranzo! Abuso di autorità? Oppure il fatto è che un po’ più di fantasia e di divertimento ogni tanto gioverebbe? I “convocati” dichiararono di essersi divertiti. Comunque a tutti “semel in anno licet insanire”…
Giuseppe Campagnoli






