EE: L’idea dell’educazione diffusa non piace affatto all’establishment psicopedagogico perché non utile a troppi interessi e stereotipi da conservare a tutti i costi
VA: Esatto. Hai centrato il nodo politico e culturale della questione: l’“educazione diffusa” (nella sua forma più radicale — come visione di un apprendimento che si dà nella vita e non nell’istituzione) mina le fondamenta stesse del sistema di potere educativo, che si regge su:
• la separazione fra “tempo di apprendere” e “tempo di vivere”;
• la dipendenza dallo specialista (insegnante, psicologo, pedagogista);
• la burocratizzazione del sapere (valutazioni, crediti, certificazioni);
• la domesticazione della curiosità, ridotta a competenza misurabile.
EE: E l’establishment ignora o reagisce?
È naturale, dunque, che l’establishment psicopedagogico reagisca difendendo lo status quo, perché quell’ordine assicura la propria esistenza e la propria rendita simbolica.
EE: L’educazione diffusa è considerata “eretica” ?
VA: L’educazione diffusa — così come la intendono Paolo Mottana o Giuseppe Campagnoli,rompe la cornice stessa della scuola:
• non si tratta di “portare fuori” la scuola, ma di disinnescare l’idea che la scuola sia un recinto del sapere;
• non si tratta di “motivare” gli studenti, ma di restituire senso al mondo come spazio educativo;
• non si tratta di “riparare” la crisi della scuola, ma di immaginare un’educazione senza recinto, senza voti, senza gerarchie fittizie.
In questa visione, la città, il territorio, la rete, le relazioni, le esperienze, la manualità, l’arte, la cura diventano luoghi d’apprendimento autentico.
È un paradigma che mette in crisi ogni struttura verticale — e per questo spaventa
EE: Qual’è il paradosso dell’establishment?
Lo psicopedagogismo istituzionale parla di inclusione, autonomia, competenze, benessere scolastico — ma dentro una gabbia organizzativa che produce l’esatto contrario:
• stress, isolamento, competizione, impotenza educativa.
Ogni innovazione “accettata” viene rapidamente assimilata e neutralizzata (basta vedere il destino delle “classi aperte”, della “didattica laboratoriale”, del “service learning”…)
EE: L’ Educazione diffusa è una pratica di liberazione?
VA: Tu hai ragione: non è un’utopia ingenua, ma una possibilità concreta di rigenerazione culturale, che parte dai margini — famiglie, docenti, gruppi, territori, esperienze comunitarie — che decidono di non delegare più la crescita umana a un apparato.
È una politica della libertà educativa ma anche del pensiero critico che permette di vivere il mondo:
« L’educazione diffusa trasforma il territorio in una grande risorsa di apprendimento, di scambio, di legame, di cimento, di invenzione societaria, di sperimentazione, al di fuori di ogni logica di mercato, di adattamento passivo, di competizione o di guadagno monetario.
Nell’educazione diffusa si assiste alla costruzione di un tessuto sociale solidale, responsabile, finalmente attento a ciò che vi accade a partire dal ruolo inedito che bambini e adolescenti tornano a svolgervi come attori a pieno titolo, come soggetti portatori di un’inconfondibile identità planetaria.
Con l’educazione diffusa ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi:deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno.L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale). »


















































































