Tag: cultura

  • Dialogo tra un educatore errante e un venditore di almanacchi

    Dialogo tra un educatore errante e un venditore di almanacchi

    EE: L’idea dell’educazione diffusa non piace affatto all’establishment psicopedagogico perché non utile a troppi interessi e stereotipi da conservare a tutti i costi    

    VA: Esatto. Hai centrato il nodo politico e culturale della questione: l’“educazione diffusa” (nella sua forma più radicale — come visione di un apprendimento che si dà nella vita e non nell’istituzione) mina le fondamenta stesse del sistema di potere educativo, che si regge su:

    la separazione fra “tempo di apprendere” e “tempo di vivere”;

    • la dipendenza dallo specialista (insegnante, psicologo, pedagogista);

    • la burocratizzazione del sapere (valutazioni, crediti, certificazioni);

    • la domesticazione della curiosità, ridotta a competenza misurabile.

    EE: E l’establishment ignora o reagisce?

    È naturale, dunque, che l’establishment psicopedagogico reagisca difendendo lo status quo, perché quell’ordine assicura la propria esistenza e la propria rendita simbolica.

    EE: L’educazione diffusa è considerata   “eretica” ?

    VA: L’educazione diffusa — così come la intendono Paolo Mottana o Giuseppe Campagnoli,rompe la cornice stessa della scuola:

    • non si tratta di “portare fuori” la scuola, ma di disinnescare l’idea che la scuola sia un recinto del sapere;

    • non si tratta di “motivare” gli studenti, ma di restituire senso al mondo come spazio educativo;

    • non si tratta di “riparare” la crisi della scuola, ma di immaginare un’educazione senza recinto, senza voti, senza gerarchie fittizie.

    In questa visione, la città, il territorio, la rete, le relazioni, le esperienze, la manualità, l’arte, la cura diventano luoghi d’apprendimento autentico.

    È un paradigma che mette in crisi ogni struttura verticale — e per questo spaventa

    EE: Qual’è il paradosso dell’establishment?

    Lo psicopedagogismo istituzionale parla di inclusioneautonomiacompetenzebenessere scolastico — ma dentro una gabbia organizzativa che produce l’esatto contrario:

    • stress, isolamento, competizione, impotenza educativa.

    Ogni innovazione “accettata” viene rapidamente assimilata e neutralizzata (basta vedere il destino delle “classi aperte”, della “didattica laboratoriale”, del “service learning”…)

    EE: L’ Educazione diffusa è una pratica di liberazione?

    VA: Tu hai ragione: non è un’utopia ingenua, ma una possibilità concreta di rigenerazione culturale, che parte dai margini — famiglie, docenti, gruppi, territori, esperienze comunitarie — che decidono di non delegare più la crescita umana a un apparato.

    È una politica della libertà educativa ma anche del pensiero critico che permette di vivere il mondo:

    « L’educazione diffusa trasforma il territorio in una grande risorsa di apprendimento, di scambio, di legame, di cimento, di invenzione societaria, di sperimentazione, al di fuori di ogni logica di mercato, di adattamento passivo, di competizione o di guadagno monetario.

    Nell’educazione diffusa si assiste alla costruzione di un tessuto sociale solidale, responsabile, finalmente attento a ciò che vi accade a partire dal ruolo inedito che bambini e adolescenti tornano a svolgervi come attori a pieno titolo, come soggetti portatori di un’inconfondibile identità  planetaria.

    Con l’educazione diffusa ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi:deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno.L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale). »

  • Charlie Hebdo. Matite scomode.

    Charlie Hebdo. Matite scomode.

     

    La vignetta in evidenza non è di Charlie Hebdo ma di un giornale tunisino. Nessuno ha detto nulla? E’ più sottile e forse anche più irriverente di quella d’oltralpe. La satira è spesso scomoda e qualche volta feroce. Altrimenti sarebbe umorismo spicciolo e basta. Ricordo quando Charlie pubblicò una vignetta quasi identica ad un nostro disegno che gli avevamo inviato su Daesh ed un’altra sulle stragi del mediterraneo. Abbiamo letto dai tempi di “Je suis Charlie “e anche prima molti numeri della rivista. Abbiamo scorso articoli e saggi, non solo guardato le figure! Questo avrebbe dovuto fare chiunque per criticare e stigmatizzare a ragion veduta. Ogni vignetta ha la sua storia e va vista in un contesto di scritti e di idee. La caratteristica di CH è di essere ultralaico e ultraesplicito perciò che riguarda la politica, il sesso, le religioni, le debolezze umane, compresa la morte che è uno degli aspetti fondamentali della vita e come questa va rispettata ma può al contempo essere descritta, esagerata, satireggiata anche proprio per esorcizzarne il potere assegnatole dalle superstizioni e dalle credenze popolari come le religioni spesso per nascondere le cattive ragioni che l’anno provocata prima del tempo. Si può dire che una vignetta è brutta o mal riuscita, che tiene poco o affatto conto della sensibilità delle persone ma non mi è mai parsa violenta o razzista. Anche noi italiani, spesso, nella satira  (ricordiamo Il Male..) adoperiamo gli stereotipi dei popoli che prendiamo di mira e non disdegnano di essere cinici descrivendo con l’ironia o il sarcasmo del racconto satirico le disgrazie  lontane da noi.  Le persone intelligenti sanno che il più delle volte si tratta del ricorso ad una metafora e non si offendono. Che non possiamo fare a meno della pasta ovunque e comunque non è un segreto come non lo è che le varie mafie abbiano contribuito non poco a ricostruire  il dopo-terremoti italiani  mentre il sangue delle persone uccise dal sisma diventa spesso oggetto di speculazione e di cinico mercato.E queste non sono vignette ma azioni.

    Quando fa gioco e moda Je suis Charlie e quando mi tocca direttamente o indirettamente  Je ne suis plus Charlie. E’ comodo.

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    Lo scopo di Charlie Hebdo è di denunciare e scandalizzare per far pensare. E invece ha solo guadagnato insulti ed improperi, a nostro avviso ingiusti, da chi non ha capito lo spirito di una vignetta comunque brutta o reazioni scomposte come quella del nostro ineffabile ministro dell’interno. La satira è anche impietosa.

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    Lo stesso Charlie ironizzò sul dolore che li colpì atrocemente, persino con una vignetta sui funerali dei loro compianti amici e colleghi. Ironizzò anche sulle stragi di Parigi, Nizza e Brussels, su Maometto, il Papa e gli Ebrei, i morti del mediterraneo, in Siria e in Iraq..Hanno detto qualcosa gli italiani? Per capire CH bisogna leggere i suoi articoli e tutte le vignette ogni settimana. Castigat ridendo mores et terribilia. Resta il fatto che comunque non ci saranno forse più le ciniche e malefiche telefonate intercettate degli avvoltoi affaristi  ma più in sordina stanno guadagnando osti, trattori e archichefs in Italia e altrove con le loro ricette all’amatriciana di interessata carità e tutti i possibili sciacalli italici dei media, dell’ ingegneria, architettura, geologia,esperti  ed espertacci, costruzioni & Co.Chi è l’ipocrita? Non riproporremo le vignette che tanta sollevazione di popolo e di benpensanti hanno generato ma ne proporremo altre, nostre e loro, per capire. Parce sepultis.

    Giuseppe Campagnoli

     

     

  • #popsophisticherie?

    #popsophisticherie?

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    Chi paga e chi tifa..

    #popsophisma

    Hanno fatto il colpaccio di avere una riserva sulle pagine de La Repubblica il giornale di pseudofilocentrocentrosinistra ora un po’ più liberaleggiante. Sono arrivati sugli italici altari mediatici. I popsophaici saranno contenti e no profit. Quest’anno, poiché abbiamo detto ed espresso tutto su questa saga popolarfurbesca negli anni passati e il giro è sempre lo stesso a parte dei cambi di mezzibusti, presentiamo una raccolta ragionata in tre puntate degli incensi e delle critiche (spero ve ne saranno abbastanza vista la capacità di censura preventiva  dello staff prosoposophaico..) pubblicate in rete e sulla stampa.

    Le danze inizieranno da giovedì 14.

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    Il ritorno della forza!

  • I sophismi di Christo,Ludovico Einaudi e Popsophia.

    I sophismi di Christo,Ludovico Einaudi e Popsophia.

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    15/06/2016 Wahlenbergbreen Glacier, Svalbard, Norway Greenpeace holds a historic performance with pianist Ludovico Einaudi on the Arctic Ocean to call for its protection Through his music, acclaimed Italian composer and pianist Ludovico Einaudi has added his voice to those of eight million people from across the world demanding protection for the Arctic. Einaudi performed one of his own compositions on a floating platform in the middle of the Ocean, against the backdrop of the Wahlenbergbreen glacier (in Svalbard, Norway). The famous musician travelled on board Greenpeace ship Arctic Sunrise on the eve of a significant event for the future of the Arctic: this week's meeting of the OSPAR Commission, which could secure the first protected area in Arctic international waters. © Pedro Armestre/ Greenpeace Handout - No ventas -No Archivos - Uso editorial solamente - Uso libre solamente para 14 días después de liberación. Foto proporcionada por GREENPEACE, uso solamente para ilustrar noticias o comentarios sobre los hechos o eventos representados en esta imagen. © Pedro Armestre/ Greenpeace Handout - No sales - No Archives - Editorial Use Only - Free use only for 14 days after release. Photo provided by GREENPEACE, distributed handout photo to be used only to illustrate news reporting or commentary on the facts or events depicted in this image. 15/06/2016. Glaciar Wahlenbergbreen, Svalbard, Noruega Greenpeace organiza un concierto histórico con el pianista Ludovico Einaudi en el océano Ártico para pedir su protección El prestigioso compositor y pianista italiano Ludovico Einaudi ha unido su voz, a través de la música, a la de los ocho millones de personas de todo el mundo que piden la protección del Ártico, con la interpretación de una pieza creada especialmente para la ocasión sobre una plataforma flotante en mitad de ese océano, frente al glaciar Wahlenbergbreen (en Svalbard, Noruega). Einaudi ha viajado al Ártico a bordo del barco de Greenpeac image

    Christo, Ludovico Einaudi e Popsohia (o #Popsophismi?) hanno in comune l’effimero, il mercantile e il culturalmente inutile di certe performances. Quello che noi abbiamo chiamato in altre occasioni bricolage artistico assurge a bricolage culturale e mediatico, il peggio del peggio della degradazione delle arti, della filosofia e della musica (che abbiamo anche apprezzato in passato, in altri contesti e con meno ipocrisia) per delle kermesses disneyane e saltimbanchesche dove spesso il pop di popolare sta nel bluff culturale populista e nella diseducazione indotta per la gente, appunto, per il popolo abituato a digerire tutto purché sia sensazionale e “strano”.

    Per una volta ci troviamo d’accordo perfino con Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio e continuiamo ad esserlo con i commenti di Flavio Caroli sulle mostre ed i mostri sparsi per questa Italiota supponente post moderna. Non si offendano gli anfitrioni di cotali avvenimenti, la critica è sempre un sano contributo alla crescita, al condurre l’”errore” all’erranza creativa, alla trasparenza ed all’autocritica. sempre che non ci si irrigidisca male propria prosopopaica presunzione.

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    Mente confusa o confusamente?

    Christo è un gran saltimbanco delle forme e della provocazione. Ha capito da tempo un certo mercato globale dell’arte, inventato dai liberisti d’oltre oceano che hanno lanciato come arte tutto e il contrario di tutto, scambiando per arte perfino la nota denuncia puntuale di Duchamp su ciò che può e deve essere considerato arte. La nostra pagina ARTE.ARTE!ARTE?  descrive bene il pensiero di chi ha passato una vita ad insegnare l’arte e a dirigere scuole d’arte avendone titoli e passione. Avevamo messo Ludovico Einaudi in contrapposizione con un altro saltimbanco del mercato come Giovanni Allevi e ora ce lo ritroviamo nel mercato dell’effimero, seppure mascherato da campagna ecologista. Sappiamo bene come rock stars, attori, scrittori etc. si avvantaggino economicamente  grazie alle loro perfette campagne  di solidarietà e mecenatismo a 360 gradi!

    Ma ora scendiamo dalle stelle e torniamo al nostro piccolo orticello provinciale. Qui una versione local sono le ammucchiate-eventi come quello del no profit (?) Popsophia che rubando consensualmente un’idea, in fondo buona ma ben più nota, dai nostri cugini d’oltralpe, sta imperversando per tutta la regione, anche grazie a fondi pubblici e volontariato gratuito, macinando ineffabili consensi istituzionali e anche, ahinoi, di popolo coltivato nelle riforme scolastiche del ’68.  Se per ogni evento simil artistico o pseudo culturale ci si chiede: “cui prodest?” nel caso del baraccone di Popsophia ripetiamo, sperando che giovino, le nostre ricorrenti domande ancora senza risposta.E intanto il tormentone ricomincia a Pesaro dal tramonto che speriamo forse in una promettente metafora.

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    Foto di dominio pubblico  tratte dal web

    Le paternità di Popsophia

    © PoPsoPhia

    Il marchio registrato della rivista Lo Sguardo

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    La settima stagione di Pop Philosophia in Francia (dal 2008!)

    “Lorsque Gilles Deleuze inventa le concept de « pop’philosophie », ce n’était pas pour désigner une nouvelle forme de philosophie, qui ferait de la « pop culture » son objet ou son but. La « pop’philosophie » que Deleuze avait en tête ne se voulait pas philosophie de tel ou tel objet, de tel ou tel moment, ou de tel ou tel phénomène puisé dans l’air du temps ou le flux de l’époque. Au contraire, il y avait quelque chose d’aristocratique, et en même temps d’un peu pervers, dans l’idée de « pop’philosophie » : une manière d’être encore plus philosophique qu’avant, encore plus abstrait, encore plus conceptuel.”…
    Da Laurent de Sutter

    Nel nostro piccono endroit provinciale le domande parafilosofiche sono invece:

    1. Chi paga?
    2. Chi ci guadagna?
    3. Perché un’associazione culturale no profit dovrebbe usare il reclutamento-sfruttamento di volontarigratisetamoredei?
    4. Perché le scuole e le istituzioni si prestano a questo gioco?
    5. Perché i temi nonostante il prefisso Pop non sono poi così popolari?
    6. E gli artisti? Chi sono molti di questi carneadi?
    7. E le vedettes e i mezzi busti peripatetici della Kultura dominante? Perché sempre gli stessi? Vengono gratisetamoredei?
    8. E la trasparenza?
    9. Dove troveremo un bilancio dettagliato e  pubblico degli eventi?

    NOTA BENE: PER AVER ESPRESSO I MEDESIMI DUBBI E LEGITTIME PERPLESSITÀ’ LO SCORSO ANNO SIAMO STATI BLOCCATI E CENSURATI SU QUASI TUTTI I PROFILI E I SITI DI POPSOPHIA. IL NOSTRO MESSAGGIO E’ STATO COMUNQUE RECEPITO DA MOLTI.

    PER LA POPTRASPARENZA, LA POPDEMOCRAZIA E ANCHE..LA POPFILOSOFIA SIAMO PRONTI AD INTERVISTARE LE MENTI FORMIDABILI DELLA KERMESSE, SENZA PELI SULLA LINGUA, PONENDO LE NOSTRE 9 DOMANDE 9 E, MAGARI, DISCUTENDO DEL PIU’ E DEL MENO, DELLE ARTI E DELLE LETTERATURE, NONCHE’ DELLE POP SOPHISTICHERIE! SE NON CI SARA’ CONCESSO,COME TEMIAMO, QUESTO ONORE RISPONDEREMO DA SOLI CON LE INFORMAZIONI CHE I NOSTRI BLOGGERS RACCOGLIERANNO IN GIRO.

    Giuseppe Campagnoli 23 Giugno 2016

  • Beni culturali ed equità.

    Beni culturali ed equità.

     

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    Equità e cultura. La Stampa 10 Gennaio 2013

    Giuseppe Campagnoli

    Non ci sarebbe bisogno di raccolte fondi per il recupero del nostro patrimonioculturale, storico e artistico se solo si facessero pagare le tasse – equamente – a tutti. Vi sono delle Associazioni e degli Enti culturali «storici» in Italia che pervicacemente continuano a muoversi sulla strada dell’ipocrisia promuovendo iniziative, appelli, ricerche di fondi per il recupero e il mantenimento del nostro patrimonio culturale, storico e artistico senza far parola dell’unica forma veramente efficace di tutela: l’equità. Sono Enti e Associazioni nate spesso per la salvaguardia in primis di patrimoni molto «privati» con la scusa del pubblico. Non si dice quasi mai che le risorse verrebbero miracolosamente trovate se solo si facessero veramente pagare le tasse a chi le deve, se si combattesse incisivamente l’evasione, se si tassassero pesantemente tutti i patrimoni immobiliari, finanziari e le rendite sopra i 300 mila euro l’anno. In una più ampia prospettiva si dovrebbe fare finalmente una politica dei redditi tale da abbassare il differenziale (lo hanno detto perfino due papi della chiesa cattolica) tra minimi e massimi a uno o due punti. Si dovrebbe determinare la diversità  solo in base  alla reale preparazione in funzione delle condizioni di partenza e dei bisogni effettivi, alla responsabilità del lavoro svolto (qualunque esso sia) e dai risultati conseguiti, sia nel pubblico che nel privato. A ciascuno secondo le proprie capacità e i propri bisogni.Si dovrebbe imporre ai privati di reinvestire nella ricerca nella cultura e nell’innovazione il surplus di ricavi, rendendo di fatto tutto il mondo dell’impresa sostanzialmente «no profit» senza pregiudicare i fattori di rischio e gli investimenti iniziali da compensare in forma adeguata. I principi di equità così fondati garantirebbero sicuramente, tra le altre cose, la conservazione, la tutela ela promozione, anche in chiave turistica, dell’intero patrimonio artistico e storico italiano.

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  • La cultura, l’arte e il turismo in Italia. La musica è finita?

    La cultura, l’arte e il turismo in Italia. La musica è finita?

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    Proprio ieri discutevo con alcuni operatori pubblici e privati del settore cultura e turismo raccontando di come ho avuto l’opportunità di godere del periodo di manifestazioni turistiche e culturali estive a Nantes (Pays de Loire)  notando delle enormi differenze con quanto accade da noi, come del resto avevo già sperimentato in Belgio nel 2012. Gli eventi culturali  locali e regionali sono in un quadro unico e modulare  e le risorse economiche, umane e culturali sono convogliate in uno sforzo comune esteso spesso anche a tutta la regione. Tutti quelli che meritano (associazioni, artisti, botteghe,enti turistici..)secondo rigorosi e specifici protocolli hanno diritto a contributi pubblici ed i privati coinvolti spesso si impegnano con forti connotazioni no profit. In Italia  c’è ancora la concorrenza spietata nell’associazionismo e in chi aspira a partecipare della torta degli eventi turistici e delle manifestazioni cuoturali alimentata dalla politica e dalle lobbies culturali locali e nazionali. C’è il nepotismo e la raccomandazione, ci sono i soldi dati sempre agli stessi, escludendo altri forse ben più meritevoli e di talento. Non si farebbe meglio a pensare più in grande coinvolgendo più soggetti evitando al contempo di far fare la parte del leone ai soliti noti non sempre all’altezza? Gli eventi di una città e di una piccola regione potrebbero essere raccolti sotto una unica insegna, un marchio di qualità,una strategia e un programma, con  una unica regia che coinvolgesse le diverse proposte culturali e le rendesse compatibili con un disegno unitario sicuramente più economico e certamente più di qualità. Purtroppo la lungimiranza della politica e di chi amministra le città e le regioni non va oltre il campanile e il proprio lustro personale (sovente espresso con l’esibizionismo mediatico) o di consorteria e una cosa che altrove è naturale qui forse non avrà mai casa. Oltre a dare spazio a discutibili artisti e maneggioni della cultura incensandoli e spingendoli agli onori di una cronaca miope pare non si riesca a fare altro. Qualche amministratore e manager culturale non potrebbe spendere il suo tempo estivo (e anche invernale) in giro per l’Europa ad osservare, partecipare e, perché no?, copiare le buone pratiche che paesi e città, spesso meno dotati di noi, hanno avuto la capacità e l’occhio lungo di realizzare? Una regia regionale e un progetto culturale comune che coinvolgesse tutti i territori ottimizzando le idee e le risorse sarebbe proprio un’utopia? E’ così difficile pensare ad un programma unico turistico e culturale integrato senza sovrapposizioni e con ampia possibilità di scelta gestibile dall’utente attraverso una card regionale per gli accessi, le prenotazioni, l’accoglienza e la mobilità? ReseArt ne avrebbe di idee…

    Giuseppe Campagnoli 24 Aprile 2016

  • L’epidemia  della Sharia.Istruzione e cultura uniche armi.

    L’epidemia della Sharia.Istruzione e cultura uniche armi.

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    Education, job, freedom and peace against violence of sharia, religions and global markets.

    Non sto qui a spiegare che cosa sia la Sharia. Bastano Wikipedia e tutte le conferenze e gli scritti che ne trattano in giro per il mondo. Invece vorrei associarmi ad una idea che, se perseguita e sviluppata, potrebbe disinfestare il mondo dal terrorismo e dalle farneticazioni di tipo islamico. Le armi vincenti saranno l’istruzione, la cultura e il lavoro.

    Massicce infusioni di conoscenza ed istruzione faciliteranno la strada verso il lavoro, la salute e la pacifica convivenza attraverso la liberazione totale dalle nefaste credenze e superstizioni ancora legate all’ignoranza delle tribù di pastori del deserto di tanti secoli fa o delle congreghe chiesastiche dell’occidente.

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    (altro…)

  • Buonasera.Possiamo dirci anche.

    Buonasera.Possiamo dirci anche.

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    Gli "alieni" piceni

    D’accordo con Massimo Gramellni sul concetto del “Non possiamo non dirci”. Aggiungerei però altresì che, grazie alla nostra complessa storia, all’arte, all’architettura ed ai sedimi culturali in genere possiamo anche dirci figli solidi della cultura italica, etrusca, romana, greca, latina, fenicia, cartaginese, araba, celtica, longobarda e così via. Quanti secoli la grecia, gli etruschi e l’impero romano? Quanti secoli la chiesa cristiana e l’impero? Quanti secoli l’impero ottomano?  Le religioni fanno parte di queste culture ma la conquista rivoluzionaria del progresso illuminista e laico sta nel fatto che la credenza deve essere finalmente una libera scelta privata e personale. I nostri capolavori d’arte sono stati possibili quasi esclusivamente dal dominio temporale di una religione, di un impero o di entrambi indistinti,  sulle genti e spesso non da libere scelte espressive. Ma l’arte si mostra anche e soprattutto nel dolore, nella sofferenza e nelle contraddizioni. Noi siamo quello che siamo stati e solo quando i segni delle religioni travalicano il valore confessionale allora diventano cultura e storia insieme  a tutte le altre componenti non religiose. Il nostro paese avrà una parte, integrata storicamente e culturalmente, di altre religioni e culture quando, in virtù delle radici delle popolazioni che saranno vissute per secoli insieme, si saranno consolidati e saranno diventati parte della storia italiana e anche europea i segni e i valori di altre culture e tradizioni. Non è ancora l’ora. Sappiamo  che la storia si muove lentamente et natura non facit saltus. Resta comunque il valore intimo e personale da attribuire a tutte le credenze con l’imperativo che rispettino la libertà e la dignità di tutte le donne e di tutti gli uomini, senza le eccezioni contenute proditoriamente in  quelle fedi nelle “favole rivelate” non si sa da chi. E infine resta l’imperativo che lo stato, la cultura e l’istruzione debbono avere uno spirito profondamente laico.

    2 Dicembre 2015

  • L’architettura della scuola e l’educazione alle arti.

    L’architettura della scuola e l’educazione alle arti.

    In questo autunno 2015 ReseArt rilancia due temi importanti per la cultura italiana e non solo. Uno riguarda i luoghi fisici della città dove si fa cultura e si insegna, l’altro la formazione e l’educazione alle arti dei cittadini in età scolare e non.

    Il dossier  completo di ReseArt su questi temi:

     

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    L’iniziativa “Scuola senza mura” timidamente lanciata ai primi di Settembre viene riproposta a partire dalla ricerca di amministrazioni sensibili, studenti, docenti e personale della scuola, cittadini, associazioni e privati interessati a fungere da sponsor culturali e/o finanziari e a collaborare per organizzare una giornata di scuola diffusa (La scuola diffusa: provocazione o utopia? – 2012 – Education 2.0nella città con workshops tematici ed una simulazione di una giornata scolastica senza le aule ordinarie. Chiunque fosse concretamente interessato può scrivere e proporre la propria adesione (come sponsor, volontario, partner etc.) a: researt49@gmail.com all’attenzione del Prof. Giuseppe Campagnoli. (altro…)

  • La Buona Scuola. L’insegnamento delle arti, il lavoro e i luoghi della scuola.

    La Buona Scuola. L’insegnamento delle arti, il lavoro e i luoghi della scuola.

    Riportiamo in allegato il PDF della famigerata Legge 107 di cui vogliamo evidenziare le pesanti eredità dalle Leggi precedenti (Moratti e Gelmini) i cui contenuti in grandissima parte sono stati conservati, in qualche caso leggermente migliorati o corretti e in molti aspetti anche peggiorati. Faremo una lettura asettica e improntata non alle ideologie ma alle idee, al buon senso, ai principi di equità ed alle esperienze positive fatte altrove nell’ottica dei temi trattati dal nostro blog: l’educazione e la formazione artistica, la creatività e l’approccio agli insegnamenti artistici e della comunicazione accanto a quelli tradizionalmente privilegiati, l’organizzazione della scuola nella città e nel territorio, l’architettura della scuola.

    La Buona Scuola

    Superando le giaculatorie dei principi e dei dogmi enunciati in modo generico nei primi articoli e che paiono ricalcare le promesse mai mantenute e le teorie che abbiamo verificato irrealizzabili nella pratica e senza adeguate risorse (come l’autonomia, l’organico funzionale, il tempo flessibile e programmabile a lungo termine, l’ampliamento reale dell’offerta formativa, la pianificazione di istituto) lungo la  storia della scuola italiana a partire dagli anni ’60, entriamo nel dettaglio dei punti più significativi e apparentemente innovativi. Non analizzeremo i risvolti tecnici dei vari argomenti anche perché prima dell’attuazione di molti principi, sarebbe utile conoscere l’entità delle risorse finanziarie, umane e materiali effettive, considerato che quelle indicate nella legge appaiono ridicole e assolutamente insufficienti. Una analisi anche solo superficiale del testo fa capire il non sense profondo di quella che con ostinazione da propaganda qualcuno continua a chiamare riforma.Tra gli atti concreti e più eclatanti resta l’assunzione dei precari, come correttivo di scellerati patti elettorali pregressi. Il reclutamento dei docenti, la valutazione e il potere del dirigente scolastico, nel bene e nel male, sono delle armi spuntate. Molti provvedimenti, come al solito (vedi le varie riforme degli esami di stato) vengono adottati senza modificare in modo propedeutico tutto il sistema che c’è prima. Di riforme ideologiche di vario segno e senza soldi è piena la storia della nostra istruzione, fina da quando si chiamava Educazione Nazionale. (altro…)

  • Pop-vacationes.

    Pop-vacationes.

    Una scuola senza mura

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    Gentile pubblico, saremo in pausa per qualche settimana. Al rientro ci saranno novità su Popsophia e sull’associazionismo “no profit” nelle Marche. Vi sarà un reportage, senza peli sulla lingua, gastro-architettonico dall’EXPO di Milano e il lancio del progetto ” Una scuola senza mura”. A presto!

    Giuseppe Campagnoli 2Agosto 2015

  • Opere d’arte.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    Cito sinteticamente e condivido da Maurizio Ferraris “ARTE”:

    Condizioni necessarie (ma non sufficienti) per definire,anche oggi, nell’era del web e dei media, un’opera d’arte:

    1. Oggetto fisico che abbia a che fare con l’aisthesis (i sensi).
    2. Che sia oggetto sociale. Non ci può essere arte per un solo uomo al mondo o per pochi eletti.
    3. Che provochi solo accidentalmente conoscenza.La funzione prioritaria non è la conoscenza.
    4. Che provochi sentimenti ed emozioni, eventualmente anche di ripulsa. Le emozioni sono fondamentali per la ragione.
    5. Che sia una cosa che finge di essere persona. Giudicare un’opera d’arte infatti deve essere come giudicare una persona.

    Solo di alcune cose si dice che siano opere d’arte.Queste condizioni  sono le premesse indispensabili affinché ciò si avveri.

    La storia è una delle premesse fondamentali, come la cultura di chi produce opere d’arte e la sua preparazione certa.

  • Fare rete!

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    La metafora italiana.

    Le interviste alla nostra emigrata di lusso Claudia Ferrazzi che dal lavoro al Louvre è ora passata a fungere da Segretario Generale a Roma dell’Accademia di Francia a Villa Medici riportano sempre il suggerimento alla politica italiana a promuovere le reti per valorizzare e non solo conservare malamente il ricchissimo patrimonio culturale, storico artistico e ambientale. Il problema è che proposte di tal fatta sono state più volte snobbate dai nostri ineffabili amministratori nazionali e locali a favore di iniziative povere, effimere, costose e di sola visibilità elettorale. Mettere in rete veramente arte, educazione, turismo, musei, ricreazione, mobilità sostenibili, non sarebbe difficile e neppure costoso. Avevamo, con la rete ARTNETWORK, fatto proposte a destra e a manca senza nessun esito. (altro…)