Tag: Cinema italiano

  • Perché dovete andare a vedere “Veloce come il vento” di Matteo Rovere.

    Perché dovete andare a vedere “Veloce come il vento” di Matteo Rovere.

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    E’ da un po’ di tempo che il cinema italiano ci regala chicche di indubbio talento, che riescono incredibilmente bene. E “Veloce come il vento” è uno di quei casi. La trama è senza dubbio originale, diversa dalle solite che siamo abituati a sentire: Giulia è una diciassettenne romagnola che vive in una cascina con il fratello minore di cui deve occuparsi da sola, non appena il padre muore (proprio all’inizio del film). Quel padre che la seguiva nelle corse sui circuiti automobilistici, perché, sì, Giulia è una pilota di campionato italiano GT. La madre se n’è andata via (di nuovo) e il fratello maggiore, Loris, ex campione di Rally diventato un tossicodipendente che vive ai margini di tutto in una roulotte, da anni non si vede più. Si rifà vivo adesso che il padre se n’è andato e si installa in quella che una volta era anche casa sua. Giulia non vuole (Loris porta con sé anche la compagna allo steso modo pericolosamente tossicodipendente) ma è obbligata a tenerlo con lei e Nico altrimenti verranno affidati ad altre famiglie, essendo, lei e il fratellino, minorenni.
    (Ri-)nasce così un rapporto difficile ma profondo e commovente, fra lei e il fratello che non ha quasi mai avuto, che con i suoi consigli preziosi, tra una dose e l’altra, la aiuterà a migliorare le sue prestazioni automobilistiche, perché Giulia deve vincere a tutti i costi: in ballo c’è la cascina della sua famiglia.

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  • Lo chiamavano Jeeg Robot

    Lo chiamavano Jeeg Robot

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    LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT. UN SUPEREROE TUTTO ITALIANO.

    di Angela Guardato.

    Ecco perché secondo me dovreste correre a vedere questo film e perché Mainetti (il regista) e Guaglione-Menotti (ai quali si devono soggetto e sceneggiatura) con quest’opera hanno superato i super-hero movies americani.
    Lo chiamavano Jeeg Robot è sì, un film di genere, ma allo stesso tempo esula da ogni tentativo di etichettamento: è un film di supereroi, di avventura, di fantascienza, d’azione, drammatico, un urban fantasy direbbe qualcuno, ma in fondo non è nessuna di queste cose in assoluto, o solamente. E’ tutto questo e molto di più. Sì, perché Lo chiamavano Jeeg Robot è un film splendidamente giostrato e meravigliosamente poetico, anche se terribilmente duro. E’ la storia di ogni uomo, in fondo, del dramma personale che diventa universale e si scontra con l’immaginario collettivo, spesso becero e gretto (pensiamo alle voci over, sugli ultimissimi minuti di pellicola), con la gente che cerca di sopravvivere e quindi se ne frega di tutto e tutti. E’ desiderio di evasione da una vita immeritata, nel bene o nel male; desiderio di svolta, fama e notorietà, ma alla fine anche solo di affetto e amore, quelli che i protagonisti probabilmente non hanno mai ricevuto da nessuno.
    In questo film ci sono tutti i canoni della pellicola da supereroe anche se, si badi bene, il film non vuole essere un live action sul celebre robot dei cartoni animati giapponesi, ma qualcosa per l’appunto del tutto nuovo, pur rispettando le basilari regole di un film di (questo) genere.
    La trama del film è semplicissima e si rifà al più classico filone dei film di supereroi, a cui rende palesemente omaggio: un ragazzo di borgata si ritrova a possedere strani superpoteri, si scontra con il cattivo che vuole dominare il mondo, e in mezzo c’è l’incontro con l’unica ragazza che potrebbe essere l’amore della sua vita. Ma vediamo più da vicino i personaggi principali. (altro…)

  • “Perfetti sconosciuti”: perfetti ma non troppo..

    “Perfetti sconosciuti”: perfetti ma non troppo..

    “Non mi sposo perchè non mi piace avere della gente estranea in casa”

    La celebre citazione di Alberto Sordi è quella che per prima mi è balzata in mente durante i titoli di coda del film, un film fatto di risate, momenti di riflessione e, in più casi, applausi…molto sarcastici, ma inevitabili. Sin da subito ci troviamo inseriti nella storia, nella vita di queste coppie che potrebbero essere nostri amici, con i quali stiamo trascorrendo una “tranquilla” serata. Loro sono lì, seduti a tavola ed è per noi naturale ascoltarli, ridere alle loro battute e assecondarne gli scherzi. L’intera pellicola si svolge nella durata di una cena, cena in cui si versa del vino rigorosamente biodinamico (sto ancora cercando di capire cosa significhi) e vengono servite portate alle volte interrotte da pettegolezzi o da battute spesso fuori luogo. Tutto è riportato immediatamente alla realtà ordinaria, alle diversità caratteriali e soprattutto comportamentali che caratterizzano i singoli personaggi. All’inizio capiamo che ognuno dei protagonisti ha un piccolo segreto che nasconde al rispettivo partner, ma non sappiamo esattamente quale o non ne cogliamo la motivazione: tra chi si chiude in bagno con il cellulare e chi esce di casa senza mutandine… tutto molto sospetto.

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    Ci si concentra quasi subito su quello che sarà il motivo scatenante del susseguirsi di una serie di disastri, ovvero decidere di tenere tutti i cellulari al centro della tavola e rendere pubblici chiamate e messaggi ai commensali. Non so quanti di noi si troverebbero d’accordo nell’accettare questa moderna roulette russa multimediale ma una cosa è certa, i nostri cari amici, seduti a quel tavolo, tenteranno e spereranno (pur sudando freddo), di mostrare la loro “fedina sentimentale” pulita. E’ palese sin da subito che nessuno si sente a proprio agio in questa situazione, e lo si capisce dai sussulti e dagli sguardi allertati, a ogni minimo accenno di suoneria; tutto è sotto controllo, almeno finché è il tecnico del computer a telefonare e la sorella di qualcuno a farsi sentire…ma a poco poco l’ambiente inizierà a scaldarsi insieme al vino… Quello che più ci attrae è la totale corrispondenza alla realtà. Ogni commensale ha una nostra piccola caratteristica o ci ricorda maledettamente  qualcuno di passaggio nella nostra esistenza e, per quanto sia verosimile, facciamo fatica, molta fatica, ad accettare che possa accadere anche a noi, o magari sia già accaduto a nostra insaputa.  Il susseguirsi di messaggi ambigui su whatsapp, le richieste di scambio di cellulari fatte al volo sul terrazzo, le foto da cancellare e le suonerie da abbassare ci mostrano già l’aspetto psicologico di ogni  personaggio, che si troverà alla fine a veder crollare la propria maschera inesorabilmente. Tutti noi conosciamo l’epilogo, ma, non si sa perché, non riusciamo ad immaginarcelo.Ed è proprio questo che ci tiene incollati alla poltrona, in attesa della scena successiva, la continua domanda che nella vita reale non ci è concesso porre: “Finirà come penso io?” Siamo in pieno psicodramma, si spalleggiano e si scontrano, tutti contro tutti, le scuse iniziano a vacillare, le voci ad affievolirsi e le bugie ad emergere… da i giochini erotici fatti con sconosciuti all’amante, salvato nella rubrica sotto falso nome, agli ex che chiedono consigli inopportuni ed ai gruppi whatsapp dai quali qualcuno è rimasto fuori. Tutto viene a galla e riversato su quella tavola che ormai si sta trasformando in un campo di battaglia. Questo è il primo e unico momento in cui i protagonisti si alzano, mollano le sicure sedie per rincorrersi l’un l’altro per tutta casa, urlando, chiedendo, cercando spiegazioni che non troveranno mai risposta. Nel turbine delle incomprensioni arriva, come fulmine a ciel sereno, il coming out di uno degli amici che causerà reazioni differenti ma soprattutto inaspettate e passerà a breve in secondo piano rispetto al carnevale di tradimenti, messo in scena da quegli stessi compagni di avventure, che inevitabilmente lo giudicheranno.

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    Ora conosciamo ognuno di loro, per quello che hanno fatto e detto, e non riusciamo a fare a meno di guardali con occhi diversi, come se quelle bugie, in qualche modo, le avessero dette anche noi, a noi che con tanto trasporto li stavamo inseguendo intorno al divano. Come una scenografia tolta prima della fine, tutto ha un sapore più amaro, ma vero.                         Inevitabile è il paragone con la quotidianità e il continuo annuire di fronte a certi episodi ci fa sentire spettatori delle nostre stesse esperienze, fino al finale, se vogliamo a sorpresa, se vogliamo causato dall’inconscio, un finale in parte positivo che ci mostra come sarebbe andata “SE”  non avessero accettato di fare quel gioco, se ognuno di loro avesse perpetuato la propria quotidiana ipocrisia e se tutti avessero continuato, come niente fosse, a portare avanti i propri segreti.
    Vogliamo credere che il nostro vissuto e il nostro relazionarci con gli altri possa essere frutto di una scelta, di una porta che decidiamo noi, se aprire o meno, e che, nel momento esatto di questa scelta, riusciamo a prendere piena responsabilità e coscienza delle conseguenze che ne scaturiscono. Vogliamo crederci, vogliamo raccontarcela, ma in realtà ci resta facile, molto più facile, rimanere in scena con la propria maschera, anche quando le quinte si alzano, le luci si spengono e il pubblico se ne va.

    Silvia Donati

  • Italy in a day. A subtle revew.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    This movie could be defined as “il libro Cuore 2.0”. It’s not so difficult to identify some traces of professional videomakers which badly pretend not to be professional. And this work turns out to be an unlikely mixture of homemade films which is too long and at times even boring and rambling. We are dealing with a patchwork showing the Italy of Soldati, a bit the one of Gergoretti and of Nanni Loi’s Specchio Segreto. Format of Ridley Scott is transforming the “american trace” into a sauce of italian stereotype. The movie is full of domestic landscapes, cities, rural areas and weather events which all took place unforeseeable on the 26th October 2013. The participation of the astronaut is to be considered as sycophant. Some traces of social networks voyeurisme were to notice, which betray the youthfulness of those who chose and assembled the different parts of the movie. The final result, in contrast with the director’s opinion, does not show a reassuring and hopeful Italy. On the contrary, we can see a nation which is resigned to the contemplation of its eternal vices and to tear-jerking emotions typical of fiction works. Creativity is not the central point of this movie but stereotype and a lot of exhibitionism, even to much exhibitionism, which is often also clearly fake. In the end we regret to observe that this movie seriously risks to consolidate the idea of a waning country, built of few saints, heros and sailors but, alas, of a lot of compliant exhibitionists and mama’s boys. A country that, on the sly, preserves the deep social and economical injustices and allegedly, with a sort of mediterranean masochism, is pleased about this situation rather than react. I wouldn’t like to be repetitive but, as a positive remark, i recognised in substance a lot of reflections of the italian poet Giacomo Leopardi of 1824 reported in his work “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani”.

    Italy in a day. Une critique subtile.

    Ce film pourrait être défini comme “il libro Cuore 2.0”. Pendant la vision du film il peut se passer d’apercevoir des notes évidentes de vidéastes professionnels grossièrement dissimulées et de court-métrages domestiques dans un mélange un peu improbable. Tout cela se révèle être trop long et parfois voire ennuyeux et prolixe. Dans cette oeuvre nous retrouvons l’Italie de Soldati, celle de Gergoretti et de Specchio Segreto. On transforme “veine américaine” de Ridley Scott en une sauce de stéréotypes italiens. Le film montre pendant la plupart du temps des morceaux de vie domestique, de vie urbaine et rurale et aussi des évenements météorologiques qui se seraient tous passés incroyablement le 26 du mois d’Octobre de 2013. L’intervention de l’astronaute peut être qualifiée de flatteuse. Nous avons aperçu quelques pointes de voyeurisme du genre “réseaux sociaux” qui trahit le jeunisme de celui qui a choisi et assemblé les differents morceaux du film. Le résultat final, contrairement à l’opinion du régisseur, ne nous montre pas une Italie rassurante et pleine d’espoir. Au contraire, nous découvrons une nation résignée à la contemplation de ses vices éternels et à la larmoyante émotion de la fiction. La créativité ne représente pas le point central du film mais plutôt celui-cì serait le stéréotype et beaucoup, voire trop d’étalage, qui est souvent clairement artificiel. Au final il est regrettable de constater que le film risque sérieusement de consolider l’idée d’un pays en déclin, constitué par peu de saints, héros, et navigateurs mais, hélas, de beaucoup de vantards conformes et de tanguys. Un pays qui, en sourdine, garde de profondes injustices sociales et économiques et il paraît, avec une sorte de masochisme méditerranéen, qu’il s’en félicite plutôt que réagir. Je ne voudrais pas être répétitif mais, de positif, j’ai reconnu en substance beaucoup de réflexions du poète italien Giacomo Leopardi de 1824 dans son oeuvre “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani”.

    Giuseppe Campagnoli Settembre 2014