Categoria: università

  • Il merito che non c’è

    Il merito che non c’è

    Le eccellenze.

    Nella consapevolezza più volte espressa nei miei articoli scolastici su questo blog non riesco a darmi pace, da uomo che ha passato una vita nella scuola in diversi ruoli, del fatto che si ricorra ancora al termine merito e valore per misurare le persone e ciò che si presume sappiano o sappiamo fare con formule, numeri, esami aleatori e prove “oggettive”senza tenere conto delle pari opportunità, delle condizioni ambientali, degli innumerevoli disforici metri di giudizio utilizzato nel mercato della valutazione, del fatto insomma che pesare e classificare non hanno alcun  senso né in termini educativi e tanto meno nel mondo del lavoro .Altrimenti come mai abbiamo oggi il dominio della mediocrazia spesso di coloro che elogiano la meritocrazia senza sapere che è il coacervo delle ingiustizie e delle iniquità di cui spesso loro stessi sono i primi artefici o sostenitori?

    E’ di questi giorni, come un mantra di ogni anno della buona scuola e della buona università pubbliche e private che siano, la notizia dei premi e dei riconoscimenti paludati conferiti alle eccellenze delle nostre scuole e delle nostre università: i famosi cento e lode e i centodieci e lode! Nessuno dice di quale ipocrisia si tratti, nessuno dice che ci sono scuole, corsi, dipartimenti, università intere in cui i voti alti proliferano per motivi che nulla hanno a che vedere col talento e con  merito (ammesso che sia un  valore) e altre, che si dichiarano percorsi di guerra, dove per prendere il massimo dei voti occorre una forte azione di corteggiamento dei docenti, una gimkana tra prove assurde e del tutto inattendibili, casuali e i cui esiti sovente sono dettati dalla sorte beffarda e, a volte, per chi ci crede da qualche milione di mantra e ripetuti tridui a San Gennaro? Conosco studenti che si sono rifiutati di partecipare a queste miserande sceneggiate che premiano raramente le eccellenze (ammesso che sia un pregio eccellere ad ogni costo) ma che diventano una passerella di medaglie per la politica e l’amministrazione succube. Potrei sciorinare decine di casi in cui ad un voto di laurea altissimo corrispondono capacità lavorative miserrime e a voti mediocri corrispondono talenti e, a volte, genialità. Che cosa e dove la cosa non funziona? L’abbiamo detto mille volte. Il sistema educativo e dell’istruzione nel mondo mercantile sono solo competizione e apparenza, sono tutto il contrario di quello che dicono le migliori  carte costituzionali dove i termini capacità e merito sono tutt’altra cosa rispetto al comune sentire della politica e dell’economia liberali e liberiste.

    Victor Hugo

     

    Proponiamo qualche ineffabile immagine di queste parate propagandistiche con tutto il dovuto col rispetto (rilevato dall’oscuramento dei volti) per la buona fede di studenti che ancora credono nella favola tutta mercantile della meritocrazia. Avremmo voluto invece evidenziare quelli dei tronfi e protervi anfitrioni della nuova scuola aziendalista. La tecnologia non ce l’ha permesso. Ma tutti li conoscono. Ci attende ora la mega festa di Roma in pompa magna: l’apoteosi della “Buona Scuola” e della “Buona Università”. E per i detrattori di noi critici: la verità non può essere nascosta, a qualsiasi costo. O almeno il dubbio sistematico è un dovere umano e civile.

    A tal proposito giova ricordare un mio intervento, con tante parole chiave giustamente “stravirgolettate”, di tanto tempo fa sulla rivista Postprogrammando  diretta da Gabriele Boselli e ripreso poi su Edscuola :” Riflessi di valori e qualità”

    Giuseppe Campagnoli

    25 Agosto 2017

     

     

     

     

     

     

     

     

  • Università, merito, eccellenze e talenti.

    Università, merito, eccellenze e talenti.

    Poiché nulla nel frattempo è cambiato neppure con le “buone scuole” ripropongo questo mio articolo apparso su diversi media nel 2012.

    Università ed eccellenza: pedagogia, equità e motivazione.

    È a causa delle riforme-non riforme succedutesi nel tempo senza di fatto mutare nulla se non ridurre la qualità dell’insegnamento che l’università è diventata un percorso a ostacoli per “i capaci e meritevoli privi di mezzi”? Avendo passato una vita nella scuola mi pare utile raccontare una piccola storia “accademica”. Ho contribuito a formare in diversi ruoli generazioni di studenti, docenti e anche dirigenti scolastici della scuola statale e paritaria e ho potuto rilevare con rammarico gli scarsi e improduttivi contatti con l’università. In quelle poche occasioni di lavorare insieme ho toccato con mano la scarsa conoscenza di molti docenti universitari rispetto al mondo dell’istruzione che li precede. Dov’è la tanto sbandierata continuità educativa e formativa? La prova lampante di questa situazione sta in quello che trapela dai racconti di testimoni diretti di una realtà universitaria che spero sia solo una rara eccezione in un panorama migliore! La storia o meglio le storie hanno inizio al termine del percorso di studi secondario e coinvolgono ragazzi eccellenti secondo i risultati dell’Esame di Stato ma anche a ben osservare il loro percorso scolastico. Curricula continui e ottimi per tutto il corso di studi e performance certificate anche da enti esterni. Si arriva alle prove di selezione per l’accesso all’università. I test appaiono subito aleatori, discriminanti (tra chi evidentemente ha una preparazione ad hoc non dipendente dalla qualità della scuola di provenienza e degli studi fatti ma addirittura dalle caratteristiche geografiche ed anche anagrafiche!) gestiti in modo disorganizzato e quindi penalizzante. Regna la confusione, il mancato rispetto dei tempi mentre i quesiti sono improbabili o impossibili quando non siano estremamente stravaganti. Sembra che siano confezionati ad hoc per selezionare a caso e nel mucchio. Superata, bene o male, la prova, si inizia l’anno e anche un immeritato calvario. La competizione, quella malsana, priva di solidarietà e di apprendimento cooperativo è altissima. Pare che i docenti non abbiano nozioni di psicopedagogia ma nemmeno di didattica e di tecniche per la motivazione allo studio e l’apprendimento di un metodo (che non può essere certamente lo stesso delle scuole superiori) se le prove e gli esami non sono preceduti da un vero training ma il grosso della preparazione viene lasciato all’iniziativa del singolo studente che deve barcamenarsi attraverso indicazioni generiche, riferimenti confusi, pochi interventi correttivi e di vero insegnamento. I cattedratici, sovente ammantati di eccessivo egocentrismo, sembrano (con rarissime eccezioni) essere soltanto dei dottissimi propalatori di scienza, addestratori inflessibili a virtuosismi disciplinari e stimolatori di una gara senza esclusione di colpi tra gli studenti il più delle volte “secchioni” piuttosto che talentuosi. Verrebbe da pensare che in certi ambienti universitari non si abbia idea alcuna di che cosa sia la scuola (dalle elementari alle superiori) e di che cosa sia la continuità educativa e formativa.

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    La competizione tra allievi si esaspera fino a diventare piano piano sfrenata toccando spesso anche la sfera personale e affettiva degli studenti. Non sono rari gli insulti e lo stalking di gruppi di studenti attraverso i social network per performace negative di altri, oppure l’emarginazione degli studenti più dotati di umiltà, anche se dotati, perché non impegnati nella lotta senza quartiere alla supremazia. Così non si formano certo le eccellenze! Al massimo si generano egoisti virtuosi e presuntuosi arrampicatori sociali! Manca proprio quella capacità di essere solidali, di essere autonomi ma anche cooperativi, di crescere come donne e uomini e non come candidati al Grande Fratello Accademico! Manca la capacità di saper integrare lo studio con il tempo libero in un’accezione di crescita omogenea e non disforica, la capacità, infine di testimoniare quell’essere “capaci e meritevoli anche se privi di mezzi”! Sarà un caso che a fronte di risultati da genietti di molti studenti universitari di oggi il loro tempo libero sia poi dedicato al gossip sociale e a seguire con convinzione i grandi fratelli e le mariedefilippi di turno? Ben venga una scuola dura e selettiva ma fondata sul merito, sulla cooperazione sullo studio aperto e flessibile, senza competizione ma non senza regole. L’università anche nelle punte di eccellenza riesce invece sovente (mentre non resta che confidare nelle auspicabili eccezioni) a esprimersi anche nella sperequazione, specialmente quando non riesce a distinguere amministrativamente tra chi, evadendo le tasse, gode di benefici, alloggi e borse di studio immeritati e chi a volte oltre al danno economico deve subire quello della beffa dei soliti incapaci e immeritevoli che riescono anche, grazie ai loro enormi indichiarati mezzi finanziari e molto dichiarate parentele e affinità, ad avere ottimi risultati di profitto.E il nuovo modello ISEE non ha fatto che peggiorare le cose! Il diritto allo studio dovrebbe essere fondato sulle pari opportunità, sull’equità e sulla garanzia di un insegnamento competente anche dal punto di vista pedagogico e didattico qualsiasi sia il percorso disciplinare e professionale prescelto. Le testimonianze rivelano mancanza di riferimenti pedagogici, di una didattica esplicitata, di organizzazione, di criteri di valutazione palesi e condivisi. L’opposto del concetto di scuola insomma. È forse per la mancanza di fondi che avviene tutto ciò? Per una preparazione aleatoria dei docenti fondata su opinabili purché assodate pubblicazioni e su concorsi di cui ben conosciamo la storia? È a causa delle riforme non riforme succedutesi nel tempo senza di fatto mutare nulla se non ridurre la qualità dell’insegnamento che l’università è diventata un percorso a ostacoli per “i capaci e meritevoli privi di mezzi”?

    Giuseppe Campagnoli

  • Doppia intervista probabile. L’arte della comunicazione babelica: un mestiere impossibile.

     

    Volevo fare l’interprete. Una scuola dove è difficile entrare ma dalla quale è altrettanto difficile uscire e un mestiere aleatorio e d’élite,

    Riportiamo, nella categoria arte dell’educazione e dell’istruzione del nostro blog, una sintesi di una doppia intervista ad un aspirante interprete e ad un notissimo professionista della mediazione linguistica e della comunicazione entrambi reali seppure anonimi.

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  • Erasmus 3.0.

    Unknown

    Prendo spunto da un articolo su l’Internazionale intitolato “Cinque grafici dicono che l’Erasmus è la cosa giusta da fare” per confutare parzialmente i concetti espressi e soprattutto per ribadire la necessità di diffidare della pseudoscienza statistica che dà una visione parzialissima della realtà e della sua complessità. La mia esperienza nel campo dell’educazione e dell’istruzione, nonché del merito, mi conferma ad ogni piè sospinto che piove sempre sul bagnato e che in realtà anche l’Erasmus è una iniziativa molto “di classe”. Anche i nostri meritevoli e capaci che usufruiscono di borse e sussidi (ammesso e non concesso che le loro dichiarazioni dei redditi familiari non siano fallaci e truffaldine!) quando “vincono” una borsa Erasmus entrano in un mare di guai. Nulla da dire sulla bontà dei principi e sull’efficacia dello studiare e del vivere per mesi all’estero, sulla crescita personale e sull’esercizio all’autonomia ed alla risoluzione di problemi. Molto da dire sul rispetto dei diritti sanciti dalla Carta degli studenti Erasmus che per lo più resta “sulla carta”. Abbiamo già raccontato in passato una storia significativa. Molte altre ce ne sono state raccontate di simili. Fatto sta che se uno studente proveniente anche da una famiglia di media borghesia deve affrontare questa esperienza si trova difronte a tre ostacoli non indifferenti: la ricerca di un alloggio a prezzi non esosi, il costo della vita nella città ospitante, l’aleatorietà della garanzia di riconoscimento del percorso di studi effettuato all’estero dalla propria università. Il contributo dell’università al “vincitore” della borsa è a dir poco ridicolo: in genere non riesce a coprire nemmeno un quinto del spese che lo studente dovrà sostenere nel periodo di studi all’estero. La ricerca di un alloggio dignitoso anche per uno studente, non rischioso e a prezzi sostenibili è una specie di odissea che spesso non si conclude con successo. Si è preda facilmente di truffe, approfittatori, consorterie religiose e laiche, siti dedicati e applicazioni, tutti pronti a lucrare sugli studenti. E quanto più la città ospitante è grande e prestigiosa tanto più la situazione si aggrava. Quasi mai si riesce ad usufruire di servizi residenziali dell’Università che sono in genere riservati a pochi, quando ci sono. Chi ne fa le spese nella maggior parte dei casi è lo sponsor investitore: la famiglia che deve aggiungere ulteriori sacrifici a quello che già fa per mantenere il figlio all’università, magari fuori sede. Qualcuno ci ha riferito di aver chiesto prestiti alle banche pur di agevolare l’esperienza del figlio. Non ci pare che si possa parlare di educazione, di equità sociale e di eguaglianza nel diritto allo studio! Queste cose vanno dette anche nei panegirici ricorrenti sull’Erasmus che ora, quasi beffardamente, si chiama anche Plus! E’ colpa del sistema e del progetto? E’ colpa delle università e degli stati che investono poco e male distribuendo in modo inefficace le risorse ricevute? Fatto sta che occorrerebbe una riforma e una rimodulazione tali da rendere la Carta dei diritti e dei doveri dello studente Erasmus un testo realistico e rispettato.

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  • Accademie, Conservatori…Le università delle arti?

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    Tempo fa pubblicavamo nel documento sulla “Formazione artistica” insieme all’Associazione Artem Docere questo testo sulle Accademie di Belle Arti.

    “ACCADEMIE DI BELLE ARTI
    Il percorso formativo del disegno e della storia dell’arte, insegnata come successione di linguaggi ha la sua naturale conclusione con l’ istituto delle Accademie di Belle Arti.
    Riepilogo iter normativo – Con la Legge n. 508 del 1999 si è realizzata una grave anomalia nel sistema della formazione terziaria italiana: in modo difforme rispetto ai paesi europei, le Accademie di Belle Arti sono state fatte confluire, con i Conservatori, nel comparto AFAM, un sistema che avrebbe dovuto trasformarle in senso universitario, sia per ordinamenti, sia per dignità. Di fatto, le Accademie erano pronte al passaggio, perché già organizzate sul modello di formazione terziaria, mentre i Conservatori erano preventivamente chiamati dalla Legge (art. 2, c.7, lettera c) a far confluire gran parte del proprio personale docente e discente negli istituendi Licei musicali. Infatti, la maggior parte dell’ utenza dei conservatori era ed è di età inferiore ai diciotto anni e sprovvista di diploma di istruzione secondaria superiore. (Vedi anche il parere espresso dal CUN nel documento del 23.12.2011 – prot. n. 1700 – che dimostra la sostanziale difformità delle relative strutture didattiche e la conseguente distanza giuridica dei Conservatori rispetto al livello terziario della formazione universitaria).
    Apprezzando il nuovo indirizzo di questo Ministero che ha voluto giustamente ricondurre le istituzioni Afam entro il Comparto universitario, con la soppressione della dirigenza Afam, auspichiamo che i prossimi e urgenti provvedimenti consolidino tale percorso appena avviato. Pertanto sarà necessario:
    1. Distinguere ambiti e percorsi fra le Accademie ed i Conservatori, attraverso un adeguato provvedimento legislativo;
    2. Abolire la rappresentanza delle Accademie all’interno del CNAM;
    3. Ampliare il CUN con l’istituzione di una nuova e specifica area disciplinare dedicata alle Arti Visive;
    4. Riconoscere lo status giuridico ed economico universitario ai docenti attualmente in ruolo nelle Accademie, in considerazione dell’esiguità del numero e del già avvenuto superamento di prove concorsuali nazionali per esami e titoli di livello universitario;
    5. Istituire un’ Abilitazione Artistica Nazionale come nuova procedura preliminare al reclutamento, in analogia all’ attuale modalità universitaria, prevedendo un eventuale canale preferenziale per il personale docente precario, peraltro numericamente molto ridotto. L’attuazione di tali punti corrisponde a criteri di razionalizzazione, oltre che a principi di maggior economia ed efficienza; sana il vuoto normativo rispetto a quanto previsto e mai attuato dalla Legge 508 del 1999; garantisce l’applicazione del comma 6 dell’articolo 33 della Costituzione Italiana e realizza l’allineamento della formazione artistica italiana a quanto avviene nel contesto europeo e internazionale.
    La presente proposta non solo trova sostegno presso la gran parte del corpo docente accademico, ma soddisfa anche le aspettative di una larga fetta di intellettuali che hanno ritenuto opportuno sottoscrivere un appello finalizzato alla soluzione di questo annoso e grave problema.”

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  • Scuola, scuola… scuola!

    Scuola, scuola… scuola!

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Cerchiamo di far tesoro delle buone pratiche in campo di sistemi scolastici in Europa e nel mondo laddove, per opinione condivisa, le cose funzionano e cittadini, professori e dirigenti sono abbastanza soddisfatti! Sia il governo che chi protesta studino di più, meglio e insieme ciò che si fa altrove. L’erba del vicino non è sempre più verde ma molto spesso ci si avvicina! Osserviamo come vengono formati, reclutati e valutati docenti e presidi, osserviamo chi dirige l’apparato scolastico in tutte le sue articolazioni; osserviamo cosa e come si insegna ed apprende. Osserviamo le responsabilità che vengono affidate a chi dirige le scuole. Osserviamo gli stipendi ma anche se il posto di lavoro sia eterno nonostante tutto. Osserviamo soprattutto se vi sia competizione, come funziona il sistema pubblico-privato e via discorrendo. Non reputiamoci sempre i migliori e i più democratici perchè abbiamo un passato storico e culturale ingombrante e crediamo di aver fatto solo noi battaglie culturali e sociali, non sempre efficaci e realmente progressiste. Mentre noi spesso facciamo i sofisti nella nostra “società ristretta” gli altri fanno fatti concreti e spesso di qualità! Mentre, come diceva Leopardi, noi ci perdiamo in chiacchiere, feste e chiese (anche nel senso di fazioni) altrove hanno trovato il modo di educare ed istruire un’ampia platea di giovani con risultati mediamente buoni. Non perdiamo tempo solo a lodare i nostri cervelli esportati all’estero e non culliamoci su quei limitati allori.Non è sulle punte di eccellenza che si misura la bontà della scuola. Una buona scuola produce talenti e competenze diffusi e trasversali, non solo splendide eccezioni, seppure numerose, rispetto a una regola di mediocre livello. Ed è qui che si parrà la nobilitate dell’italico sistema di istruzione.

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    La rampa e il teatro in una scuola media a Recanati
    (Architetti Basilici, Campagnoli, Tarducci – 1977)
  • Pesaro Studi.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Pesaro Studi. Privato è bello?

    La scarsa lungimiranza degli investitori privati, gli stessi che con il loro agire dedicato al solo profitto immediato, hanno contribuito a gettare nella crisi il bacino produttivo del pesarese (cfr. “Chi è causa del suo mal” su La Stampa) ora faranno l’ennesima brutta e perniciosa azione abbandonando al suo destino una buona esperienza formativa piena di prospettive e fattori di qualità. Pesaro Studi, sede decentrata dell’Università di Urbino, forse verrà chiusa per carenza di fondi. Rendiamo di ampio dominio pubblico i nomi degli illuminati mecenati che hanno ritenuto di buttare a mare con ottusità da bottegai questa bella esperienza culturale non proprio improduttiva anche in una logica bassamente mercantile. Solidarizziamo con studenti, famiglie e docenti e con chi ancora crede e sostiene anche materialmente la scuola pesarese.