Categoria: populismo

  • Il populista. Viva il primo maggio!

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    Pasquino non era populista

     

    VIVA IL PRIMO MAGGIO

    Identikit del “populista” che non festeggerà il primo maggio.
    30-40 -50 enne neoanalfabeta anche se con laurea, lavoratore autonomo o professionista,comico o pseudoartista,aggressivo e turpiloquace.
    Ama farsi chiamare “cittadino” ma non ama pagare le tasse, ha bisogno di un “duce” e del “gruppo” se no si sente solo. Mitizza il web e non ha alcun senso dell’umorismo. Non ama gli immigrati e fa finta di combattere la ricchezza in nome di un’equità che in fondo non vuole. Odia lo Stato non sapendo che è l’insieme di tutti i cittadini (compreso lui) mentre dice che il privato è bello e che dipendenti pubblici , pensionati e sindacalisti son tutti fannulloni ( proprio come Brunetta!) Ama le teorie sui complotti e le bufale degli invasati della rete. Ama le ammucchiate in piazza ad acclamare uno che urla da un palco mandando tutti indistintamente a quel paese e che teorizza disastri, catastrofi e fallimenti che poi puntualmente non si verificano. Quando capita che vada a governare si dimostra incapace, velleitario e demagogico più di quelli che dice di combattere. Ma che cosa c’entra col popolo uno così?

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  • Il merito sociale.

    Il merito sociale.

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    Nella eterna diatriba tra pubblico è bello, privato è meglio, pubblico è disonesto, privato no sarebbe utile rileggere questi contributi apparsi su La Stampa di Torino e scritti dal nostro Giuseppe Campagnoli tempo fa (in coincidenza con la comparsa massiccia sulla scena politica dei “grilletti” difensori alla cieca del privato cittadino contro il pubblico comunque sia.

    Plusvalore disvalore

    10 Giugno 2011

    Cresce ancora la forbice tra i redditi anche all’interno del cosiddetto ceto medio. Sarebbe ora di riflettere su certe remunerazioni inspiegabilmente ipervalutate Rifletto su ricchezza e povertà. La nostra civiltà, che deve molto al diritto romano, all’Illuminismo ma anche alle religioni, non pare abbia fatto tesoro di quest’insieme di valori. Sia chi si professi liberale,liberista o anche socialista e perfino comunista ha trascurato un vecchio-nuovo concetto economico: il plusvalore. Non come lo intendeva Marx bensì come effetto della ipervalutazione del lavoro e dei beni,finanche del solo status sociale a fini speculativi e di profitto indipendentemente dall’effettivo servizio reso per i bisogni individuali o della collettività. Il plusvalore cui mi riferisco infatti è generato come differenza tra il giusto compenso per un’attività lavorativa (che comprendesse, naturalmente, la giusta valutazione dell’investimento in studio e preparazione, del reale rischio di intraprendere, dell’usura del lavoro) e la remunerazione effettiva che è spesso esorbitante in alcune categorie privilegiate da un mercato perverso o da anomalie della contrattazione pubblica e privata. Per la sostenibilità economica e sociale questa differenza dovrebbe essere drasticamente ridotta e resa tale da consentire un tenore di vita dignitoso per tutti. Questo consentirebbe di distinguere tra ricchezza e povertà solo per il comportamento – da cicala o da formica -degli individui, non da ingiustificate differenze tra i redditi, a parità di condizioni di preparazione professionale, di rischio d’impresa, di orario di lavoro, di tasse pagate e non… Mantenere questa forma diplusvalore è diventato più che mai un disvalore ed è anche tra le cause della pericolosa, crescente forbicetra redditi anche all’interno del cosiddetto ceto medio. Non bisogna comunque preoccuparsi perché la società moderna e civile risolve brillantemente sia il problema del plusvalore che quello del disequilibrio tra «ceti sociali » con strumenti economicamente assai avanzati: l’elemosina e le lotterie!

    Efficienza sociale

    3 Luglio 2013

    È il rapporto tra quanto prodotto per il proprio profitto privato e quanto invece come contributo e servizio alla propria collettività, tasse comprese. Per valutare il grado di equità occorrerebbe misurare anche quello che definisco il parametro di efficienza sociale. Partendo dall’assunto costituzionale che recita: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società », questo coefficiente dovrebbe valutare in ogni mestiere, professione, impresa, il rapporto tra quanto prodotto per il proprio profitto privato e quanto invece come contributo e servizio alla collettività, tasse comprese. Quanto più si produce per il bene collettivo piuttosto che per il proprio fabbisogno, sacrosanto ma spesso e per alcune categorie volto anche al superfluo, tanto più ci si avvia a realizzare buona parte del principio di equità. Questo principio è infatti fatto di tre componenti fondamentali: un basso plusvalore (differenziale tra redditi a parità di investimento, lavoro e professionalità) un contributo alla collettività esponenzialmente tarato sul proprio profitto e patrimonio, una garanzia delle pari opportunità da realizzarsi nell’istruzione,nella dotazione di mezzi per raggiungere i più alti gradi di professionalità in base ai meriti ed all’impegno e, infine, anche nelle regole del lavoro, delle professioni e dell’impresa. Un esempio che può chiarire meglio il concetto: un lavoratore pubblico o privato che svolgesse un lavoro socialmente utile (scuola, sanità, trasporti, comunicazione, servizi essenziali…) e pagasse le sue tasse in anticipo potrebbe garantire un tasso di efficienza sociale pari quasi al 70% del suo reddito. Tutti possono fare altrettanto?

  • C’è omertà ed omertà.

    C’è omertà ed omertà.

    “C’è omertà e omertà” La Stampa 13 Maggio 2010

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    C’è quella ingenerata dalla paura e dalle mafie e quella civile, ignorante ed egoista, diffusa al Nord come al Sud. Ma la ricetta per batterla c’è: ed è l’obbligo di istruzione. Riflettendo sui costumi degli italiani e su quanto sostiene Roberto Saviano sul tema dell’omertà, quella civile di chi si «barcamena» e guarda sempre dall’altra parte, propongo alcune considerazioni e una proposta culturalmente trasversale. È certamente comprensibile quel tipo di omertà ingenerata dalla paura, o meglio, dalla mancanza di quel«coraggio che nessuno si può dare», di chi è costretto a vivere, lavorare e rischiare ogni giorno nei territori delle mafie. È invece, a mio avviso, assolutamente ingiustificabile quell’omertà civile diffusa al sud come al centro e al nord della nostra Italia, caratterizzata dal non volersi istruire ed informare. Omertà rinforzata dalla diffidenza, dalla furbizia, dal disimpegno e dal tornaconto innalzati a regola dell’esistenza. Qui vedo l’egoismo di un popolo (o di una sua gran parte) che, godendo dei suoi «panes et circenses», si volge altrove rispetto alla prevaricazione, alla miseria,alle disuguaglianze sociali, sacrificando per utilitarismo anche il diritto-dovere civile di esprimersi. Una ricetta che potrebbe avviare una vera trasformazione fin dalle giovani generazioni sarebbe quella di istituire l’obbligo per tutti (sanzionabile) di istruirsi e di studiare, almeno fino a 18 anni, in una scuola seria, non discriminatoria, accogliente e stimolante. Che introducesse al lavoro con competenza professionale, solidità della scelta, consapevolezza dei propri diritti e doveri. Si avrebbero così cittadini colti e consapevoli sia che facessero i medici o i contadini. Così non si genererebbero ridondanze di mestieri e professioni rispetto ai vuoti in quei settori del lavoro ritenuti «vili». A pari opportunità di tempi e risorse per la formazione, i risultati sarebbero più equilibrati, i lavori equamente dignitosi e appetibili anche per il salario. Forse si pagherebbero anche più volentieri le tasse! Insomma, è dall’educazione e dall’istruzione che occorre ripartire per lottare contro l’omertà.

    Giuseppe Campagnoli

  • Buonasera. Ricchezza monnezza? Chi sono i ladri?

    Buonasera. Ricchezza monnezza? Chi sono i ladri?

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    Al Buongiorno di oggi su La Stampa “Monte Scassino” faccio una breve chiosa etica. La ricchezza, poiché acquisita quasi sempre, tranne per le lotterie, con il dolo o la colpa grave, direttamente o in eredità, è monnezza. E chi la accumula è un ladro. La stampa e i suoi tribuni si avventano sempre, per difendere gli, fino a prova contraria, onesti cittadini, contro i politici, gli amministratori, i pubblici dirigenti e dipendenti, i preti, i cardinali e i papi. Certo chi ha più potere e lo deve usare in nome o in rappresentanza di alti ideali come lo Stato e la Chiesa è sempre più colpevole del popolino. Oggi sono convinto che i credenti e i creduloni lo sono spesso volontariamente e spesso in mala fede. Creduloni sono i fedeli, gli elettori, i consumatori, i telespettatori, i cittadini dei populisti e dei social media. (altro…)