Categoria: marche

  • Una piccola banlieu italiana in provincia.Come tante.

    IMG_0587.JPG

    Un nostro lettore ha fatto un breve tour nel territorio di un piccolo paese dell’entroterra pesarese, una volta ricco, ora più povero ma sempre un po’ degradato per ambiente, cultura e qualità della vita. Una specie di banlieu suburbana legata funzionalmente e dipendente dalla città più grande proprio come accade in Francia. Sono cambiate, come altrove, le amministrazioni, ma cosa è cambiato?

    In proposito ricordiamo questo articoletto su La Stampa di tempo fa:

    “Chi è causa del suo mal. Viviamo in un’area del centro nord una volta ricca di un importante distretto produttivo monotematico. Quasi 15 anni fa fu commissionato dalle amministrazioni locali uno studio sullo sviluppo industriale della zona nel ventennio successivo. Gli esperti dissero che se non ci si fosse riconvertiti ad altre produzione sarebbe stata la fine. Nessun imprenditore seguì il consiglio tecnico pensando solo al proprio immediato alto profitto e ora sta succedendo quello che era stato previsto. Fin dagli anni 90 abbiamo assistito a imprese commerciali improvvisate che poi hanno dovuto chiudere nel giro di un anno e si era in tempi in cui il credito veniva erogato senza tanti complimenti. Solo uno sprovveduto avrebbe potuto pensare che la pacchia sarebbe durata più di 10 anni. Anche oggi si vedono numerosi esercizi commerciali con gli stessi prodotti nel raggio di 100-200 metri! E’la concorrenza? No. E’ la follia. Si è buttata a mare l’agricoltura disseminando le campagne di falsi agriturismo (in parte sovvenzionati a fondo perduto) turismo e cultura lasciati a una libera impresa spesso impreparata e votata ad alti profitti in tempi brevi. Le banche nel frattempo hanno fatto il loro dubbio lavoro dando soldi a chi non li meritava e dato il colpo di grazia ad un mercato già viziatodall’improvvisazione imprenditoriale e dalla mancata pianificazione produttiva… La tragedia è che ci stanno rimettendo le persone preparate, oneste e non venali che si trovano sia nel pubblico che nel privato tra quelli che lavorano il tempo necessario, raggiungono gli obbiettivi, guadagnano il giusto e pagano tutte le tasse spesso per avere i servizi inefficienti per colpa di chi non le paga. Per risollevarsi occorre puntare prima sull’istruzione, sulla ricerca, sulla limitazione dell’iniziativa privata quando provoca danni alla collettività (vedi sanità, trasporti) e sugli investimenti nei soli settori che in Italia possono rendere: agricoltura, cultura, turismo, artigianato, manifattura di qualità! Non sarebbe stato difficile!”

  • Pop-sofisma dell’internazionalità.

    Pop-sofisma dell’internazionalità.

    Chiudiamo la nostra querelle su Popsophia con una breve nota prima di rallentare per la pausa estiva, fare restyling al sito che ora è provvisorio e rinviare a Settembre le ulteriori nostre inchieste “artistiche”.

    La rassegna stampa di Popsophia dal 9 al 17 Luglio 2015 non evidenzia echi internazionali dell’evento. La stampa che si è occupata di Popsophia pare tutta locale o giù di lì. Ecco l’ultimo estratto in PDF. Popsophia brilla quindi per la censura verso  chi non ha apprezzato alcune cose proposte dall’evento e vorrebbe trasparenza sui contributi pubblici e sul volontariato che puzza un po’ di sfruttamento delle scuole e di tanti giovani precari. Il sensazionalismo e il trionfalismo sono fuori posto e decisamente provinciali. A proposito di pressappochismo: nessuno ci ha ancora ragguagliato sul fantomatico corso settembrino per Popsophisti!

    Giuseppe Campagnoli 17 Luglio 2015

    IMG_5950

    Rassegna stampa

  • Touche pas à Popsophia.La censura.

    IMG_5897

    Finisce la saga di Popsophia con un breve strascico di miserie umane. E’ noto che ReseArt non cerca nè pubblicità né danaro e neppure gloria ma cerca solamente di dire ciò che pensa, nel bene e nel male, nei campi di cui si occupa. Recentemente si è occupato della kermesse di Popsophia a Pesaro, una specie di festival della filosofia Pop sulla scia epigona di quello che da più tempo si fa in Francia e Belgio. La manifestazione ha goduto e gode anche di fondi pubblici (tra cui è da annoverare anche l’Enel di cui lo stato è l’azionista maggiore) e questo fa si che l’attenzione sui risultati debba essere maggiore. ReseArt ha recensito l’idea, la pratica, gli eventi e i personaggi non sempre in termini negativi. Gli articoli si possono trovare raccolti nella pagina REPORTAGES.

    I posts sono stati divulgati su Twitter, Facebook e Google Plus mentre i videoclips girati e montati in originale da ReseArt si trovano su Youtube. Le condivisioni degli scritti sono state estese alle pagine ed ai social di Popsophia e di vari media. Il risultato è stato che ReseArt è stato bloccato dalla consolle di Popsophia su tutti i social e anche dalle newesletters cui si era iscritto. Questo non è accaduto solo per noi ma anche ad altri incauti cittadini che hanno osato esprimere giudizi non positivi pur sempre in modo corretto. Abbiamo ricevuto posts e mail in tal senso e questo ci ha confortato e ci ha convinto di essere sulla giusta strada. Qui di seguito riportiamo un esempio lasciando anonimo l’autore:

    “Buongiorno,

    mi chiamo A.S. e vi scrivo per ringraziarvi per aver commentato e criticato il festival Popsophia e in particolare l´edizione di quest´anno. Sono maceratese, conosco perció il festival e sono rimasta atterrita dalla scelta del tema nonché dalla completa frivolezza del programma.
    Mi fa molto piacere vedere che altre persone abbiano avuto la mia stessa reazione. Anche io come voi sarei molto felice di sapere piú dettagliatamente da dove vengono i soldi che confluiscono in questo festival dal contenuto quanto meno discutibile. Vi scrivevo quindi per chiedervi se avete nuove informazioni a riguardo e se durante il festival ci sia stato un qualche tipo di protesta. Io non vivo stabilmente nelle Marche, quindi non ho avuto modo di andare. A tal proposito, vi inoltro il breve scambio di mail con la “direttrice artistica”. Che, di fronte alla mia mail di critica – seppur aspra – si é sentita in diritto di cancellarmi dalla newsletter. Bell´esempio di apertura al dialogo. A seguito di questo, non sapendo bene come reagire, avevo scritto a Blob, chiedendo una posizione pubblica di Ghezzi a riguardo, che a quanto so non é arrivata. Non conosco la vostra redazione, ma di nuovo, grazie di aver criticato pubblicamente Popsophia.Ciao, A.S.”

    Non è tutto oro quindi quel che riluce. Gli sponsors, con cui pure abbiamo condiviso i nostri commenti e le nostre riserve, tacciono come di solito fa la politica finché è conveniente  fare come Ponzio Pilato, salvo che non intervengano dubbi sui finanziamenti pubblici a tutte le manifestazioni culturali della regione (criteri, qualità, turn over, pari opportunità).

    IMG_5963

    Dopo l’estate, tirati per la giacchetta, faremo una piccola ma approfondita inchiesta sulle sponsorizzazioni di Popsophia, sull’uso dei volontari (come all’EXPO?) sulle caratteristiche no profit dell’Associazione e sull’obbligo di trasparenza da chi riceve fondi pubblici. Ci porremo domande, analizzeremo anche il coinvolgimento delle scuole (sempre utile mano d’opera gratuita) e di altri enti e privati. Abbiamo assistito in prima persona in passato ad esempi non virtuosi di contaminazione tra pubblico e privato e di sfruttamento dei contesti culturali ed educativi non proprio “no profit”. Nel caso di specie chi potrà mettersi delle medaglie se le metterà e le luciderà mentre chi dovrà fare ammenda la farà e lascerà spazio ad altri. A presto.

    Giuseppe Campagnoli

    Da Wikipedia: La pop philosophie (ou pop’philosophie, selon la graphie d’origine) est une notion inventée par Gilles Deleuze durant les années 1970, qui connaît un regain d’intérêt au début du xxie siècle sur la scène culturelle parisienne. Sa seule caractéristique stable consiste dans l’affirmation d’une connexion possible entre la philosophie et la « pop culture », entendue comme l’ensemble des productions culturelles de masse du monde contemporain. Mais la définition précise de cette articulation évolue largement entre les années 1970 et les années 2000.

    Semaine de la Pop Philosophie  2007-2015 à Brussels et Marseille

    Logo-18638-Semaine-05-08-135

  • Popsophia. Allegria di naufragi. #Popsophisma?

    di Giuseppe Campagnoli

    IMG_3451

    Popsophia di nuovo a Pesaro.#Popsophisma ?

    Inizia la kermesse che si presenta con un titolo per lo meno discutibile, visto che tutto il mondo è rivolto a ben altri naufragi, tutt’altro che allegri. La cultura di massa non può essere né indifferente nè conformista ma non può essere certamente ipocrita o radical chic. Popsophia ci sembra  indulgere a forme  di snobismo culturale e rari spunti di vero poprealismo. Abbiamo seguito le precedenti edizioni e abbiamo avuto la forte impressione che imperversasse il culto dell’effimero e di quelle arti che giudichiamo più del mercato che dell’anima, fatte più per sbalordire che per raccontare, più per esibire che per indurre a riflettere.Anche il programma di quest’anno pare ripetere la stessa formula. Ci pare  grande assente  la musica pop di qualità, l’unica che invece, a nostro avviso, non avrebbe dovuto mancare per mitigare la tanta “aria fritta”. (altro…)

  • Recanati sparita. Marzo 2015.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

        Appuntamento con l’arte. La prima puntata di “Recanati Sparita” a cura di Giuseppe Campagnoli. Martedì 24 Marzo su Radioerre Recanati con Nikla Cingolani.

    L’architettura della cittadina leopardiana in una storia “favolosa” un po’ autobiografica.

    Autocitandomi dal pamphlet “Questione di Stile” una doverosa premessa sull’architettura moderna e contemporanea riguarda chi progetta. Recanati è stato una specie di laboratorio sui generis in architettura e la summa esemplare dei beni e dei mali italiani in questo campo, oltre che, per inciso, la mia palestra di giovane architetto.

    Secondo una specie di dato statistico demografico, culturale ed ambientale riferito al contesto europeo, a Recanati spetterebbero oggi non più di 10 progettisti qualificati in architettura. Il mercato (quello che solo da noi vede geometri, periti edili, periti agrari, ingegneri di tutti i tipi arrogantemente in pista per fare architettura) è un’altra cosa. Sappiamo che il mercato è contro l’ambiente e la qualità, ma l’ipocrisia e il liberismo sono ahimè ancora vincenti. Chi perde sono insieme la città, l’ambiente, il territorio, la qualità della vita e l’equità sociale. Recanati non ha fatto eccezione. Partendo da queste premesse contemporanee vorrei percorrere la storia dei muri di Recanati attraverso la mia esperienza personale che si è conclusa alla fine degli anni ’90 con l’episodio tormentato del restauro del Castello di Montefiore. Cominciai il mio dialogo con la città di Recanati da architetto neo laureato nel lontano 1974 insieme ai miei compagni di viaggio fino all’inizio degli anni ’80, poi da solo. Orgogliosamente e coerentemente ho sempre provato ad applicare, interpolandoli saggiamente, gli insegnamenti dei miei maestri Roberto Pane, Aldo Rossi, Uberto Siola e Salvatore Di Pasquale. Mi sono dedicato molto all’architettura pubblica per l’educazione e la cultura e meno alla residenza, con sperimentazioni e provocazioni che i miei clienti illuminati hanno sempre saputo accettare. All’epoca Recanati conservava ancora un minimo di fisionomia urbana accettabile e riconoscibile nonostante i primi danni si fossero  già verificati fin dagli anni ’60 con i ritorni in provincia del boom edilizio italiano e i primi piani urbanistici  spesso più dedicati alla speculazione intenzionalmente o per limiti normativi. La forma di città lineare di crinale era ancora percepibile da ogni accesso e le periferie vere e proprie, popolari o residenziali che fossero, non si erano ancora formate. C’era una cintura a ridosso della circonvallazione fatta di case popolari ancora dignitose e frutto di eredità architettoniche di tutto rispetto.

    P1110664

    La  convinzione che non vi dovesse essere urbanistica e pianificazione basata su norme e standards ma solo architettura e disegno urbano mi ha dato, nel tempo, ragione. A Recanati, oggi, è come se ci si trovasse difronte a un piccolo museo esemplare dei fatti e misfatti architettonici italiani, ma anche di alcune, isolate nel tempo e nello spazio, felici intuizioni. Il centro storico, le prime espansioni disordinate dei piani di fabbricazione, quelle ordinate ma “ad usum delphini” della speculazione edilizia che ha tradito, come era prevedibile, anche le buone intenzioni del primo PRG e delle sue trasformazione, gli interventi pubblici occasionali e raramente di qualità, i monumenti autocelebrativi di non pochi architetti autoctoni ed esotici, in genere eclettici e imitatori, possono suggerire una specie di percorso didattico su come non si debba fare architettura, come poche rare eccezioni. Con l’industrializzazione e il fabbisogno di case anche in un paese come Recanati partiva l’espansione nelle aree periferiche sottratte alla campagna, spesso senza alcun distinguo idrogeologico (non erano d’obbligo le indagini geognostiche) o paesaggistico se non dove l’orografia era più favorevole e non c’erano o non c’erano ancora vincoli storico-artistici. L’architettura, se così si può definire, la facevano le imprese edili più che i pianificatori e gli architetti. Da qui ragioneremo nelle chiacchierate che seguiranno per riconoscere i prodromi e le cause di ciò che vediamo oggi e perché, parafrasando la “Roma sparita”, si può parlare di “Recanati Sparita”, nascosta dietro la cortina di nebbia dell’ eclettismo di “bassa edilizia” che accoglie il visitatore nelle prime periferie della città.

    P1110648

     P1110640

  • Etruria, BancaMarche, la Banca del Campo dei miracoli e… lo Stato Pantalone.

    Etruria, BancaMarche, la Banca del Campo dei miracoli e… lo Stato Pantalone.

    Torna ogni settimana alla ribalta la gara un po’ opportunista e populista a difendere i clienti delle quattro banchetti fallite, senza alcun pudore!\Comitati, piazzate, promesse del governo a nome dei cittadini avveduti e tanto altro ancora. ll salvataggio delle banche che hanno fatto imbrogli e turlupinato poveri gonzi diavoli è come lodare il gatto e la volpe per aver condotto Pinocchio nel campo dei miracoli per piantare gli zecchini d’ oro sperando che dessero frutti abbondanti e risarcire il burattino per la sua dabbenaggine. Le banche sono dei “mercanti” privati che trattano con altri privati inducendoli a giocare spesso d’azzardo. Se io chiedo ad una banca di investire i miei risparmi sui mercati o sulle sue rischiose azioni (da tempo si sapeva quali banche fossero in crisi e quali fossero un po’ più truffaldine delle altre..) non sono altri che un privato un po’ “gonzo” nelle mani di un altro privato un po’ “rapace”. E allora lo Stato e io cittadino accorto e prudente dovremmo pagare per chi si è comportato come i clienti di Vanna Marchi? Dovremmo risarcire chi ha perso i suoi danari all’azzardo? L’arte di farsi fregare lasciamola con tutte le conseguenze a chi ne è stato un campione. In Italia è sempre quel certo Pantalone onesto, di buon senso ed avveduto ad aprire la borsa anche per chi, seppure con la scusa di essere poco alfabetizzato, cadesse nelle grinfie dei manigoldi di Collodi. Le lotterie in genere sono legali ma rischiose, molto rischiose. Le vannemarchi della finanza sono illegali e rischiose. E i cittadini onesti e che non si sono fatti gabbare non vogliono pagare sempre per i fessi e i furbi!

    images

    Researtù 13 Marzo 2016

  • Il monte dell’abate. Tutta l’Italia è paese.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Certo che per essere il luogo dove pare spirasse precocemente il Papa tedesco Suidgero della Signoria sassone di Morsleben e Hornburg dal nome di Clemente II, i suoi abitanti o chi per loro, ne hanno conservato mirabilmente il sito e la memoria! La bella storia dell’abbazia di Mons Abatis (toponimo del feudo monastico che ha dato origine al locus) ha subito la stessa sorte delle vestigia industriali (ormai in gran parte archeologia lugubre e preoccupante), delle aree residenziali  e dell’architettura pubblica di questo piccolo paese che per sorte ancora mi ospita e che avrebbe meritato di più e di meglio anche per la sua posizione strategica sulla storica via urbinate. Gli altri luoghi del dominio abbaziale, il Castello e il borgo murato di Farneto sono quasi abbandonati e fatiscenti nonostante i tentativi di progettarne il recupero nel tempo, vanificati sempre dalla protervia delle amministrazioni che si sono succedute, forse più attente al mercato che alla cultura e neppure lì con esiti positivi. Ognuna voleva fare mari e monti:  invece, nella migliore delle ipotesi, ha lasciato lo stato delle cose così come lo aveva trovato. Solo il risibile prosopopaico museo semiparrocchiale denominato “Spazio Nobili” con il suo curioso ossimoro nell’intitolazione, collocato nella non disprezzabile architettura della vecchia sede comunale (che meritava ben altra nobile destinazione) ha suscitato lo strano interesse e l’immediato attivismo, di amministrazioni anche di segno opposto. Lo stesso è accaduto per  la ferraglia di cui è disseminato il territorio comunale considerata inspiegabilmente come pubblica opera d’arte. Il resto è semplice inarrrestata decadenza. Le zone residenziali di nuova espansione a ridosso della obsoleta zona industriale sono in condizioni da mezzogiorno d’Italia (con  le ovvie doverose distinzioni).

    (altro…)

  • “Soloperpassione”.

    Storie e canzoni di cantautori marchigiani non professionisti.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Le Marche che scrivono e cantano per passione: un libro, un cd, un evento.

    Si avvicina la scadenza per le iscrizioni. Il 15 Dicembre 2014 il termine ultimo!

    Ecco il link per il form da compilare e inviare a soloperpassione.researt@gmail.com.

    Cantautori marchigiani “soloperpassione” vi aspettiamo.

    concerto