Categoria: Italia

  • Les italiens

    Les italiens

    di Giuseppe Campagnoli

     

     

    Dall’epilogo del libro “Italiani. Dèjà vu” riscrittura in chiave moderna del “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli Italiani” Feltrinelli  2009, rivisitato ad oggi 5 Marzo 2018.

    Ma qual è  oggi la  “classe ristretta” di cui parlava Leopardi? E  chi sono oggi i perfetti epigoni di quel cinismo nell’animo, nel pensiero, nel carattere, nei comportamenti nel modo di pensare, di parlare, di agire ? Chi nell’economia, nella politica, nelle comunicazioni, nei media? E’ fin troppo facile riconoscere queste categorie che fanno capo ai personaggi più in vista eredi di quella società “per bene” non impegnata a procurarsi il pane quotidiano e che blatera sempre di popolo! Dove il ricco è bene che resti ricco purchè faccia ipocritamente professione di populismo. Dove i salotti dei tempi di Leopardi hanno solo mutato sembianze ma non sostanza… Dove ci si attacca a vicenda quotidianamente e in pubblico… e ci si  adula  nel privato! E allora riconosciamo in quelle conversazioni leopardiane senza amor proprio, ciniche e violente, le rubriche lettere al direttoredi molti giornali, gli editoriali al vetriolo, i talk show infingardi e aggressivi, le notizie false, tendenziose e parziali, la caccia allo scandalo, l’avversario politico che diventa nemico, le miserie umane che diventano fiction e viceversa.

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  • Terremoto,satira e primedonne

    Terremoto,satira e primedonne

     

    Commedia all’italiana

    Riportiamo senza commenti un riassunto dell’articolo, firma di Gèrard Biard  apparso oggi sul settimanale satirico parigino Charlie Hebdo.

    “Il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi, per essere un amministratore italiano e libero imprenditore, una promessa almeno l’ha mantenuta: ha querelato per diffamazione aggravata Charlie Hebdo perché arrabbiato delle note vignette di Félix e Coco. Pare un’accusa curiosa anche i relazione al  clima di isteria mediatica e politica che ha infiammato l’Italia sul concetto di offesa al buon gusto. Si vedrà se la giustizia italiana riterrà fondata l’accusa considerando anche il tanto lavoro che ha da fare in questi tempi. I giornali italiani in questi giorni sanno di comico. Mentre alcuni rivaleggiano per l’indignazione sulle nostre vignette altri seguono le inchieste dei magistrati tendenti a chiarire le responsabilità di quanto è accaduto ad Amatrice ed altrove anche alla luce del recente feuilleton sismico giudiziario de l’Aquila. Pare che alcuni di questi giornalisti non leggano neppure ciò che scrivono i loro stessi giornali. Ma il procuratore di Rieti ha detto senza mezzi termini che le vittime e i danni del terremoto non sono stati frutto di fatalità, ma di incuria, corruzione, irresponsabilità  e incapacità come ha fatto ben rilevare anche un giovane ingegnere sui social quando ha evidenziato con foto, chiare anche per i non addetti ai lavori, le cause incredibili dei crolli quasi casa per casa. Ma veniamo al sindaco di Amatrice. Chi avrebbe dovuto dotare il Comune di un piano di emergenza e farlo funzionare in ogni caso? Chi ha firmato i permessi di costruzione, chi ha deliberato e fatto seguire i recentissimi lavori di restauro della scuola crollata per intero? Chi doveva vigilare e intervenire sulla messa a norma degli edifici? Non dimentichiamo infine chi è il titolare pubblico delle procedure di appalto, dei contratti etc. In una regione ad altissima sismicità i lavori di messa a norma risultano fatti in disprezzo delle regole o addirittura proprio non fatti. Questa è una questione ben più grave-e mortale-rispetto ad una stupida storia di presunto oltraggio al bon ton della satira…

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    Questa non è di Charlie Hebdo

    Tradotto e riassunto da Giuseppe Campagnoli

  • Le belle scuole.

    Le belle scuole.

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    Non c’è bisogno di costruire altre scuole e non c’è neppure bisogno di ricostruire quelle distrutte da eventi naturali o dall’incuria e disonestà dell’uomo. Se la metà delle scuole italiane non si può mettere a norma né ora né mai, l’altra metà è vecchia sia concettualmente che fisicamente. Rincorrere gli adeguamenti e i restauri per tutta la vita di edifici che funzionano solo metà del tempo e sono irrimediabilmente obsoleti anche quando progettati l’altro ieri è folle oltre che antieconomico. Gli spazi dove si fa scuola sono lo specchio di come è il modello di scuola oggi. Sostanzialmente quello di un secolo fa.Statico, fisso, sclerotico. Papini ripeterebbe ancora il suo appello del 1914:
    “Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme, Manicomi, Scuole, Ministeri, Conventi. Codeste pubbliche architetture son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali. Difesa contro il delitto – contro la morte – contro lo straniero – contro il disordine – contro la solitudine – contro tutto ciò che impaurisce l’uomo abbandonato a sé stesso: il vigliacco eterno che fabbrica leggi e società come bastioni e trincee alla sua tremebondaggine.
    Vi sono sinistri magazzini di uomini cattivi – in città e in campagna e sulle rive del mare – davanti a’ quali non si passa senza terrore.
    Lì son condannati al buio, alla fame, al suicidio, all’immobilità, all’abbrutimento, alla pazzia, migliaia e milioni di uomini che tolsero un po’ di ricchezza a’ fratelli più ricchi o diminuirono d’improvviso il numero di questa non rimpiangibile umanità. Non m’intenerisco sopra questi uomini ma soffro se penso troppo alla loro vita – e alla qualità e al diritto de’ loro giudici e carcerieri. Ma per costoro c’è almeno la ragione della difesa contro la possibilità di ritorni offensivi verso qualcun di noialtri.
    Ma cosa hanno mai fatto i ragazzi, gli adolescenti, i giovanotti che dai sei fino ai dieci, ai quindici, ai venti, ai ventiquattro anni chiudete tante ore del giorno nelle vostre bianche galere per far patire il loro corpo e magagnare il loro cervello? Gli altri potete chiamarli – con morali e codici in mano – delinquenti ma quest’altri sono, anche per voi, puri e innocenti come usciron dall’utero delle vostre spose e figliuole. Con quali traditori pretesti vi permettete di scemare il loro piacere e la loro libertà nell’età più bella della vita e di compromettere per sempre la freschezza e la sanità della loro intelligenza?
    …Noi sappiamo con assoluta certezza che la civiltà non è venuta fuor dalle scuole e che le scuole intristiscono gli animi invece di sollevarli e che le scoperte decisive della scienza non son nate dall’insegnamento pubblico ma dalla ricerca solitaria disinteressata e magari pazzesca di uomini che spesso non erano stati a scuola o non v’insegnavano…”

    Papini è sicuramente discutibile e condannabile per altre  sue idee che rispecchiavano gli umori degli inizi del ‘900 ma non lo è, a mio avviso, quando parla dei luoghi simbolo della nostra società. I luoghi monumento del potere e della costrizione che tarpano le ali piuttosto che dispiegare la creatività e la voglia di apprendere.

    A classroom for the future

    Iternational competition Open Architecture Network 2009

    Nuove scuole per un vecchio modello di scuola

    Se è una quasi utopia fare a meno di punto in bianco degli edifici scolastici, brutti e deprimenti, dove si intruppano centinaia di persone a fare le stesse cose giorno per giorno e anno per anno, non lo è quella di costruire un nuovo modello di educazione che nel tempo porti con sé anche una nuova concezione degli spazi per apprendere. Piano piano si faranno uscire di più i bambini e i ragazzi dalle mura in cui sono costretti per apprendere in luoghi diversi e piano piano si ridurranno le scuole fino ad arrivare ad un numero minimo di architetture, diverse, aperte, solo introduttive ad una intera città che invita a ricercare e ad imparare e che diventa essa stessa scuola. Cinquant’anni, cento anni? Forse si o forse no. Comunque già porsi delle domande e prefigurare degli scenari profondamente diversi da quelli di oggi è un grande passo avanti. Non continuiamo, come si dice a Napoli, a scrufugliare sull’esistente ormai morto o sull’ennesima finta riforma epocale attraverso convegni, seminari, pubblici incensi ed autoreferenzialità. Si abbia il coraggio di assecondare la fantasia esperta ed un sogno  per vedere dove ci possono portare.

    1 Settembre 2016

    Giuseppe Campagnoli

  • Il populista. Viva il primo maggio!

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    Pasquino non era populista

     

    VIVA IL PRIMO MAGGIO

    Identikit del “populista” che non festeggerà il primo maggio.
    30-40 -50 enne neoanalfabeta anche se con laurea, lavoratore autonomo o professionista,comico o pseudoartista,aggressivo e turpiloquace.
    Ama farsi chiamare “cittadino” ma non ama pagare le tasse, ha bisogno di un “duce” e del “gruppo” se no si sente solo. Mitizza il web e non ha alcun senso dell’umorismo. Non ama gli immigrati e fa finta di combattere la ricchezza in nome di un’equità che in fondo non vuole. Odia lo Stato non sapendo che è l’insieme di tutti i cittadini (compreso lui) mentre dice che il privato è bello e che dipendenti pubblici , pensionati e sindacalisti son tutti fannulloni ( proprio come Brunetta!) Ama le teorie sui complotti e le bufale degli invasati della rete. Ama le ammucchiate in piazza ad acclamare uno che urla da un palco mandando tutti indistintamente a quel paese e che teorizza disastri, catastrofi e fallimenti che poi puntualmente non si verificano. Quando capita che vada a governare si dimostra incapace, velleitario e demagogico più di quelli che dice di combattere. Ma che cosa c’entra col popolo uno così?

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  • Il merito sociale.

    Il merito sociale.

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    Nella eterna diatriba tra pubblico è bello, privato è meglio, pubblico è disonesto, privato no sarebbe utile rileggere questi contributi apparsi su La Stampa di Torino e scritti dal nostro Giuseppe Campagnoli tempo fa (in coincidenza con la comparsa massiccia sulla scena politica dei “grilletti” difensori alla cieca del privato cittadino contro il pubblico comunque sia.

    Plusvalore disvalore

    10 Giugno 2011

    Cresce ancora la forbice tra i redditi anche all’interno del cosiddetto ceto medio. Sarebbe ora di riflettere su certe remunerazioni inspiegabilmente ipervalutate Rifletto su ricchezza e povertà. La nostra civiltà, che deve molto al diritto romano, all’Illuminismo ma anche alle religioni, non pare abbia fatto tesoro di quest’insieme di valori. Sia chi si professi liberale,liberista o anche socialista e perfino comunista ha trascurato un vecchio-nuovo concetto economico: il plusvalore. Non come lo intendeva Marx bensì come effetto della ipervalutazione del lavoro e dei beni,finanche del solo status sociale a fini speculativi e di profitto indipendentemente dall’effettivo servizio reso per i bisogni individuali o della collettività. Il plusvalore cui mi riferisco infatti è generato come differenza tra il giusto compenso per un’attività lavorativa (che comprendesse, naturalmente, la giusta valutazione dell’investimento in studio e preparazione, del reale rischio di intraprendere, dell’usura del lavoro) e la remunerazione effettiva che è spesso esorbitante in alcune categorie privilegiate da un mercato perverso o da anomalie della contrattazione pubblica e privata. Per la sostenibilità economica e sociale questa differenza dovrebbe essere drasticamente ridotta e resa tale da consentire un tenore di vita dignitoso per tutti. Questo consentirebbe di distinguere tra ricchezza e povertà solo per il comportamento – da cicala o da formica -degli individui, non da ingiustificate differenze tra i redditi, a parità di condizioni di preparazione professionale, di rischio d’impresa, di orario di lavoro, di tasse pagate e non… Mantenere questa forma diplusvalore è diventato più che mai un disvalore ed è anche tra le cause della pericolosa, crescente forbicetra redditi anche all’interno del cosiddetto ceto medio. Non bisogna comunque preoccuparsi perché la società moderna e civile risolve brillantemente sia il problema del plusvalore che quello del disequilibrio tra «ceti sociali » con strumenti economicamente assai avanzati: l’elemosina e le lotterie!

    Efficienza sociale

    3 Luglio 2013

    È il rapporto tra quanto prodotto per il proprio profitto privato e quanto invece come contributo e servizio alla propria collettività, tasse comprese. Per valutare il grado di equità occorrerebbe misurare anche quello che definisco il parametro di efficienza sociale. Partendo dall’assunto costituzionale che recita: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società », questo coefficiente dovrebbe valutare in ogni mestiere, professione, impresa, il rapporto tra quanto prodotto per il proprio profitto privato e quanto invece come contributo e servizio alla collettività, tasse comprese. Quanto più si produce per il bene collettivo piuttosto che per il proprio fabbisogno, sacrosanto ma spesso e per alcune categorie volto anche al superfluo, tanto più ci si avvia a realizzare buona parte del principio di equità. Questo principio è infatti fatto di tre componenti fondamentali: un basso plusvalore (differenziale tra redditi a parità di investimento, lavoro e professionalità) un contributo alla collettività esponenzialmente tarato sul proprio profitto e patrimonio, una garanzia delle pari opportunità da realizzarsi nell’istruzione,nella dotazione di mezzi per raggiungere i più alti gradi di professionalità in base ai meriti ed all’impegno e, infine, anche nelle regole del lavoro, delle professioni e dell’impresa. Un esempio che può chiarire meglio il concetto: un lavoratore pubblico o privato che svolgesse un lavoro socialmente utile (scuola, sanità, trasporti, comunicazione, servizi essenziali…) e pagasse le sue tasse in anticipo potrebbe garantire un tasso di efficienza sociale pari quasi al 70% del suo reddito. Tutti possono fare altrettanto?

  • Charlie Hebdo e ReseArt

    Charlie Hebdo e ReseArt

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    Tempo fa abbiamo inviato alcune nostre vignette (giuseppe campagnoli) alla redazione di Charlie Hebdo come contributo.Su un numero di qualche tempo dopo è apparsa una vignetta palesemente ispirata ad una nostra idea, senza alcuna citazione. Ve le proponiamo  non senza una certa soddisfazione e un po’ di rammarico. L’arte della moda al tempo dell’integralismo islamico.

    La redazione di ReseArt

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  • Buonasera.Possiamo dirci anche.

    Buonasera.Possiamo dirci anche.

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    Gli "alieni" piceni

    D’accordo con Massimo Gramellni sul concetto del “Non possiamo non dirci”. Aggiungerei però altresì che, grazie alla nostra complessa storia, all’arte, all’architettura ed ai sedimi culturali in genere possiamo anche dirci figli solidi della cultura italica, etrusca, romana, greca, latina, fenicia, cartaginese, araba, celtica, longobarda e così via. Quanti secoli la grecia, gli etruschi e l’impero romano? Quanti secoli la chiesa cristiana e l’impero? Quanti secoli l’impero ottomano?  Le religioni fanno parte di queste culture ma la conquista rivoluzionaria del progresso illuminista e laico sta nel fatto che la credenza deve essere finalmente una libera scelta privata e personale. I nostri capolavori d’arte sono stati possibili quasi esclusivamente dal dominio temporale di una religione, di un impero o di entrambi indistinti,  sulle genti e spesso non da libere scelte espressive. Ma l’arte si mostra anche e soprattutto nel dolore, nella sofferenza e nelle contraddizioni. Noi siamo quello che siamo stati e solo quando i segni delle religioni travalicano il valore confessionale allora diventano cultura e storia insieme  a tutte le altre componenti non religiose. Il nostro paese avrà una parte, integrata storicamente e culturalmente, di altre religioni e culture quando, in virtù delle radici delle popolazioni che saranno vissute per secoli insieme, si saranno consolidati e saranno diventati parte della storia italiana e anche europea i segni e i valori di altre culture e tradizioni. Non è ancora l’ora. Sappiamo  che la storia si muove lentamente et natura non facit saltus. Resta comunque il valore intimo e personale da attribuire a tutte le credenze con l’imperativo che rispettino la libertà e la dignità di tutte le donne e di tutti gli uomini, senza le eccezioni contenute proditoriamente in  quelle fedi nelle “favole rivelate” non si sa da chi. E infine resta l’imperativo che lo stato, la cultura e l’istruzione debbono avere uno spirito profondamente laico.

    2 Dicembre 2015

  • Buonasera.Otium et religio.

    Buonasera.Otium et religio.

    La buona scuola. “L’ora di otium”. Ancora una volta Massimo Gramellini “buongiorna” sulla scuola. Noi abbiamo scritto di scuola un articolo si e l’altro pure. Se qualcuno ci leggesse forse ne trarrebbe qualche giovamento, vista la nostra esperienza. La lingua italiana è una materia fondamentale della formazione e dell’istruzione nella nostra scuola. Il fatto che sia stata minimizzata, che sia insegnata malamente, che non si faccia più dettato, riassunto e analisi logica a vantaggio dell’articolo di giornale, del saggio breve, della critica storica e artistica o che non si facciano parlare in pubblico gli studenti “dal muretto”  non vuol dire che si possa usare l’ora di “socialità” per compensare queste carenze né per recuperare la capacità di dialogo e di  sana relazione interpersonale che dovrebbe iniziare dai nuclei o dalle tribù familiari che hanno per Costituzione la responsabilità “in educando”. Non mi stancherò mai di ripetere come noi, generazione anni ’50, prima della malefica riforma della scuola media del 1963 alla fine della terza leggevamo e capivamo senza problemi il “Moby Dick” di Melville tradotto da Cesare Pavese!

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  • Il museo Revoltella a Trieste. Una splendida sorpresa.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Merita un visita accurata e minuziosa. Non è pubblicizzato come dovrebbe ed è molto di più di quanto appaia. Nel cuore del quartiere storico di Cavana a Trieste il museo Revoltella appare un mirabile contrasto di moderno e classico, di avanguardia tra fine ottocento e moderno razionale. Faremo una visita fotografica tra gli episodi che hanno colpito la sensibilità del visitatore architetto ed educatore d’arte, scendendo dal sesto piano fino al pian terreno rampe moderne e d’epoca, attraverso una mirabile alternanza di stanze ottocentesche e moderniste arredate ed allestite con mobili, quadri, sculture e suppellettili degli ultimi secoli anche di pregio e prestigio artistico e storico. Molti quadri di pittrici note e meno note, autori della storia dell’arte e il magistrale deus ex machina, Carlo Scarpa che integrò una scenografia esemplare di storia e modernità. La storia del mecenate e collezionista si intreccia con la storia d’Italia e con la storia dell’arte e dell’architettura in un percorso interessante ed avvincente. Un vero museo di livello non solo nazionale.

    Giuseppe Campagnoli Aprile 2015

  • Pensando alla Grecia…e all’Italia. Crescita contro l’equità sociale.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    La dipendenza dalla crescita: cause e soluzioni alle crisi.

    Ogni attività di commercio e di pubblicità consiste nel creare bisogni in un mondo che crolla sotto il meccanismo della produzione. Questo esige un tasso di rinnovo e di consumo dei prodotti sempre più rapido, e,di conseguenza,una produzione dei rifiuti sempre più forte e un’attività di smaltimento sempre più importante.

    Bernard Maris

    Il destino della nostra società è legato a una organizzazione fondata sull’accumulo illimitato. Questo sistema è condannato alla crescita. Nel momento in cui questa rallenta o si blocca,come sta avvenendo, è la crisi o  persino il panico. Ritroviamo il detto:  “Accumulate, accumulate, questa la legge  dei profeti del capitale” del vecchio Marx. Questa necessità rende la crescita una camicia di forza. Il posto di lavoro, il pagamento delle pensioni, il rinnovo delle spese pubbliche ( educazione, sicurezza, giustizia, cultura, trasporti, sanità, ecc) presuppongono l’aumento costante del prodotto interno lordo (PIL). “L’unico antidoto alla disoccupazione permanente è la crescita”, insiste Nicolas Baverez il  “declinologo” vicino a Sarkozy, supportato in questo,per paradosso, da molti noglobal. Alla fine il circolo virtuoso diventa un circolo infernale.. La vita del lavoratore si riduce sempre più spesso a quella di un “biogisteur” che metabolizza il salario con la merce e la merce con il salario, passando dalla fabbrica al supermercato e dal supermercato alla fabbrica.

    Tre sono gli ingredienti necessari perché la società consumistica possa continuare il suo girotondo diabolico: la pubblicità, che suscita il desiderio di consumare, il credito, che ne crea i mezzi e l’obsolescenza accelerata e programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità. Queste tre molle della società della crescita sono delle vere e proprie spinte al crimine ed alla diseguagliaza sociale”

    Noi aggiungiamo che gli strumenti a volte inconsapevoli, il più delle volte complici sono la politica asservita al capitale, gli evasori fiscali e gli accumulatori di beni e capitali,la pubblicità,le banche,le imprese,i commercianti e i professionisti dei servizi.

    Le prime vittime designate sono l’esistenza dei cittadini, l’educazione, l’istruzione,la salute,la mobilità,la cultura e l’arte. I carnefici sempre gli stessi: imprese, finanza, banche, mercato, governi e politica. È inutile girarci intorno e fare inutili distinguo.

  • Campotenese.

    di Gaetano La Terza Gaetano La Terza

    2         Campotenese: ampio vestibolo, agevole varco per un tuffo nel verde

    Campotenese per noi di Mormanno era solo un altipiano a sud-est, ci dovevamo arrivare per andare a Rotonda. Solo se ci riflettiamo un po’ notiamo che è la ’porta di accesso alle cime del Pollino’. Proviamo ad immaginare la visione aerea, da nord a sud:  lago Cotugno di Senise, boschi, foreste, il fiume Frido, il santuario della Madonna di Pollino (1.500 m. slm), colle Impiso (1.500 m.), le cime del massiccio verso sinistra, piano Ruggio, Campotenese (1.100 m.), dopo 50 km qualche segno della civiltà (l’autostrada – la statale n. 19) e poi si prosegue verso sud: m. Palanuda (1.600 m.), Cozzo Pellegrino (2000 m.) la Mula, il santuario del Pettoruto, il mare, altri 50 km. C’è un altro luogo in Italia dove è possibile percorrere 100 Km nel verde senza incontrare, paesi, fabbriche? Non esiste.

    Negli ultimi anni i terreni che hanno valore non sono più quelli nei centri storici: abbiamo visto proliferare centri commerciali alle uscite autostradali, le merci arrivano facilmente, ma soprattutto i clienti, tutti in auto, trovano ampi parcheggi, sono disposti a fare un po’ di chilometri perché si trova assortimento, quantità e varietà a prezzi convenienti. Prima o poi gli svedesi dell’IKEA (che è già arrivata a Baronissi -Salerno-) potrebbero voler creare uno stabilimento a Campotenese (i loro prodotti sono a basso impatto ambientale), oppure società del nord realizzare un outlet.

    Forse è meglio prevedere altri interventi ecocompatibili considerando che dall’autostrada è l’accesso più comodo al Parco del Pollino (intendendo anche la zona a sud, verso Novacco, i monti e la valle dell’argentino verso Orsomarso).

    Forse è meglio che Campotenese diventi un centro per i visitatori perché di fronte al nulla poi si è costretti ad accogliere qualsiasi altra proposta, cedendo al solito ricatto (un po’ di occupazione a basso costo per qualche anno).

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  • Lo stato dell’arte politica. Verità nascoste.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    Molte sono le verità che una certa arte della politica e della comunicazione nascondono accuratamente all’opinione pubblica per consentire che nei miserevoli teatrini in tv, nelle piazze populiste e nel web, si blateri di tutto meno che dei fatti incontestabili dell’economia e della società. Alcuni importanti luoghi comuni sono da sfatare, prima di altri e prima che sia troppo tardi e che ci si riduca a far la guerra ai nemici sbagliati.

    1. PENSIONI. Le pensioni cosiddette “retributive” non sono altro che un patto scellerato tra lavoratori e datori di lavoro (tra cui lo Stato) : “io ti pago   stipendi tre volte ( e anche 4)  più bassi della media europea per 40 anni di lavoro  qualificato e il resto te lo darò quando sarai in pensione pagandoti dei ratei che corrispondono circa all’80% del tuo ultimo stipendio”  Si tratta quindi in effetti di un salario differito che insieme alla liquidazione non raggiungerà mai, comunque, ciò che era dovuto per il tempo lavorato con uno stipendio adeguato, di livello europeo e costituzionalmente equo. Si parla di pensioni da miseria (400-600 euro mensili) senza fare cenno ai tanti,che si lamentano anche in tv,( ad esempio commercianti, artigiani, autonomi in genere) mentre non dicono di aver versato contributi risibili e  si guardano bene dal confessare di aver accantonato ingentissimi patrimoni immobiliari e tesoretti in banca!  Altro che pensino d’oro e liquidazioni di diamante!
    2. EVASIONE SOCIALE. Sono più di quanti si possa pensare i figli di lavoratori autonomi che godono di provvidenze, sconti, mense, alloggi per studiare quasi gratis, mentre conducono un tenore di vita altissimo grazie alle loro famiglie ricche che dichiarano redditi bassi e nascondendo nelle pieghe di leggi implicitamente compiacenti patrimoni più che ragguardevoli.
    3. COMUNISMO E LIBERISMO. Il comunismo e il socialismo sapevano distribuire ma non sapevano produrre. Il capitalismo e il liberismo (quest’ultimo in Italia è l’unico verbo della politica che va, con minime sfumature, da Berlusconi a Renzi e da Salvini a Beppe Grillo) sanno produrre ma non distribuire ricchezza perché lo scopo principale è ancora il profitto per pochi e la carità, quando si può, per gli altri.
    4. CRISI. La crisi non esiste di per sé. Sono le imprese, grandi, piccole e piccolissime che quando hanno visto scendere i loro profitti per il calo fisiologico e scientificamente plausibile dei consumi, per la loro endemica incapacità ad investire in ricerca, innovazione e formazione non hanno fatto altro che “fallirsi” , delocalizzare, licenziare, scappare con il malloppo o piangere sul latte versato da loro stessi anche con miserevoli atti di autolesionismo su cui la stampa ha fatto la sua consueta parte da rapace.
    5. CORSI E RICORSI. I cicli economici hanno sempre un inizio ed una fine. Oggi, per fortuna, siamo alla fine di un grande pernicioso ciclo. Per garantire l’equilibrio sociale occorre allora, senza indugio, limitare i redditi e le rendite, introdurre più pubblico sano,  ridurre e controllare l’iniziativa privata, abolire le speculazioni finanziarie ed imporre meccanismi di ridistribuzione della ricchezza solo in base al lavoro e al merito.
    6. RICCHEZZA E POVERTA’. Possibile che anche la chiesa cattolica sia arrivata a dire che non si tratta di carità e che il traguardo immediato deve essere quello dell’abolizione della povertà attraverso la costruzione di una società degli eguali nelle pari opportunità in ogni campo per non cadere nell’errore opposto di una società degli “identici”? Come ottenere questo se non prendendo da chi ha immeritatamente e spesso disonestamente e criminalmente molto di più? Altro che euro, banche centrali, finanza! La chiave è molto più semplice e a portata di mano. Per una volta, da agnostico, mi sento di spezzare una lancia a favore del “comunismo” dissimulato di papa Bergoglio!

    Giuseppe Campagnoli