Categoria: giuseppe campagnoli

  • La scuola senza mura

    La scuola senza mura

     

     

    D’ora in poi e per tutto il 2018 il materiale che verrà prodotto (articoli,video,resoconti…) sul tema della Città educante e della educazione diffusa verrà pubblicato nel nuovo sito web: http://www.lacittaeducante.com Vi aspettiamo.

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    Giuseppe Campagnoli

  • L’arte dissimulatoria.

    L’arte dissimulatoria.

    La città ideale.

    L’islam radicale e quello moderato. Il terrore, la paura e l’oppio dei popoli, ricchezza, povertà, elemosina e iniquità sociale. Renzi che rifonda la vecchia DC in salsa berlusconiana. Raggi che si comporta come se fosse ancora all’opposizione e sciorina le malefatte precedenti ma poco o nulla dice su ciò che farà e come lo farà ma, di fatto, ancora non fa. Trump e Clinton le due facce di una stessa medaglia yankee. Erdogan e Putin terribili ducetti orientali. La Brexit di cui tutti si sono pentiti postumi. Buone vacanze. A Settembre!

  • Controeducazione.La scuola diffusa.

    Un anno fa è apparso un post sul blog  “controeducazione.blogspot.com” di Paolo Mottana e ora, grazie alla condivisione di Gabriella Giornelli, lo propongo come contributo all’idea di scuola diffusa del progetto “La scuola senza mura”. I contatti con enti e istituzioni per organizzare un seminario e studiare la fattibilità di questa quasiutopia sono in corso e la speranza è l’ultima a morire. Intanto raccogliamo contributi, proposte e suggerimenti.

    “La “scuola diffusa” oltre la scuola. Paolo Mottana 15 Aprile 2015

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    Bisogna smettere di pensare alla vita dei bambini rinchiusa dentro una scuola, una casa, un oratorio. Le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi devono ricominciare a circolare nel mondo, e allora il mondo prenderà un nuovo ritmo, più armonico. Quando i bambini, le ragazze e i giovani ricominceranno a essere presenti nel mondo, anche noi smetteremo di girare a vuoto. Liberare loro dalla gabbia significherà liberare anche noi.

    Immaginiamo una non-scuola come quella che oggi alcuni chiamano “scuola diffusa” (Campagnoli tra al.). Cosa potrebbe essere? Seguiamo Campagnoli:

    Un luogo minimale, “un edificio-base, che fungesse da manufatto simbolico, una specie di “portale” di ridotte dimensioni, ubicato in una parte significativa e centrale della città, con servizi amministrativi e luoghi di riunione non specializzati; esso potrebbe rappresentare la “stazione” di partenza verso le “aule” virtuali e reali sparse nel territorio, un luogo di “rendezvous” all’inizio della giornata di studio” (http://www.educationduepuntozero.it/tecnologie-e-ambienti-di-apprendimento/scuola-diffusa-provocazione-o-utopia-4031005060.shtml).

    E’ un buon punto di partenza. Ma è un punto di partenza che impone un drastico rovesciamento perché, appunto, le aule svanirebbero nella loro accezione consueta e i luoghi di apprendimento sarebbero altrove, nel territorio fuori dalla scuola. Ogni giorno i ragazzi e le ragazze, le bambine e i bambini, avrebbero un carniere di “esperienze” da vivere “là fuori” e non “qui dentro”. Campagnoli si preoccupa dei trasporti: “Per le scuole di livello base o intermedio, sarebbe sufficiente concepire quotidianamente un “orario di prossimità”, con un sistema di trasporto integrato che consentisse di trasferire gli alunni, anche in continuità verticale (negli stessi luoghi e laboratori studenti dalle elementari alle superiori, a volte anche insieme!), ogni giorno in un posto diverso a seconda delle necessità di apprendimento e di applicazione.” (altro…)

  • Classici e attuali: Leopardi

    Classici e attuali: Leopardi

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    Cominciamo questo nuovo anno (bisestile!) pubblicando uno ad uno, settimanalmente, editoriali e articoli di architettura, scuola, arte e varia umanità apparsi a firma del nostro redattore Giuseppe Campagnoli su La Stampa vecchia gestione e sulla rivista educativa on line Educationdue.0.

    Gi articoli e le lettere, scritti tra i 2010 e il 2015 sono stati raccolti in una antologia intitolata “Ritagli”, già recensita su questo blog.

    Iniziamo con il primo e più lontano nel tempo: “Classici ciòè attuali” La Stampa Marzo 2010.

    Una «rilettura» dei testi antichi che non sia semplice traduzione renderebbe comprensibili libri altrimenti ostici ai più. Come un certo “Discorso” del Leopardi. La lingua italiana, purtroppo, già dall’Ottocento a oggi si è trasformata tanto da essere quasi un’altra lingua. Senza contare che anche i dialetti spesso costituiscono dei veri e propri linguaggi a sé e contribuiscono a complicare la comprensione nel parlare e nel leggere. D’altra parte, anche le traduzioni di autori stranieri in italiano spesso ne hanno svilito il testo e molto più spesso hanno prodotto decisamente«un altro libro». Lascerei leggere a dotti e studiosi i testi originali laddove questi siano arcaici, complessi e incomprensibili ai più. Per non impedire al lettore poco colto di cogliere i messaggi di poeti e letterati importanti praticherei la via di una «rilettura» che non sia una traduzione vera e propria ma una specie di «remake»qualificato e rispettoso del significato e del messaggio dei testi dei classici ormai lontani nel tempo. Ho provato io stesso a fare un rispettoso esperimento con il mio amato concittadino Giacomo Leopardi: ho tentato di rendere comprensibile anche al lettore meno dotato l’essenza del “Discorso sullo stato presente dei costumi degli italiani” che ho trovato straordinariamente attuale e quasi miracoloso nel descrivere gli italiani come sono stati e come sono ancora oggi nella quotidianità e nella società. Chi lo ha letto, anche poco avvezzo a leggere libri, lo ha apprezzato e mi ha testimoniato lo stupore per essere riuscito a rendere attuale un saggio che altrimenti sarebbe stato compreso da pochi eletti e che non sarebbe stato utile a una riflessione profonda sull’attuale italico malessere. Anche un solo lettore in più di un testo altrimenti considerato datato, ostico, involuto, prolisso e sostanzialmente incomprensibile, costituisce un risultato di crescita per la cultura e, in questo caso, per la democrazia.

    Giuseppe Campagnoli

  • Buonasera.Otium et religio.

    Buonasera.Otium et religio.

    La buona scuola. “L’ora di otium”. Ancora una volta Massimo Gramellini “buongiorna” sulla scuola. Noi abbiamo scritto di scuola un articolo si e l’altro pure. Se qualcuno ci leggesse forse ne trarrebbe qualche giovamento, vista la nostra esperienza. La lingua italiana è una materia fondamentale della formazione e dell’istruzione nella nostra scuola. Il fatto che sia stata minimizzata, che sia insegnata malamente, che non si faccia più dettato, riassunto e analisi logica a vantaggio dell’articolo di giornale, del saggio breve, della critica storica e artistica o che non si facciano parlare in pubblico gli studenti “dal muretto”  non vuol dire che si possa usare l’ora di “socialità” per compensare queste carenze né per recuperare la capacità di dialogo e di  sana relazione interpersonale che dovrebbe iniziare dai nuclei o dalle tribù familiari che hanno per Costituzione la responsabilità “in educando”. Non mi stancherò mai di ripetere come noi, generazione anni ’50, prima della malefica riforma della scuola media del 1963 alla fine della terza leggevamo e capivamo senza problemi il “Moby Dick” di Melville tradotto da Cesare Pavese!

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  • Buonasera. L’empatia del mio giardino.

    Buonasera. L’empatia del mio giardino.

    Oggi condivido in pieno e parola per parola, tranne il termine occidente che per me è solo una notazione geografica, il Buongiorno di Massimo Gramellini.L’empatia non si comanda. A volte ne abbiamo poca anche per i nostri parenti più prossimi, anche nei lutti e nel dolore. Ma è umano, naturale e comprensibile che la prossimità incida nel grado di empatia che muove i sentimenti quando avvengono fatti drammatici, tragici e sconvolgenti. Il nostro giardino, che può arrivare fino a tutta l’Europa e anche oltre, secondo le vite vissute, è un insieme di cultura, di idee, di storie personali, di amicizie, di parentele, di libri letti e città visitate e di tanto altro ancora. Là dentro i sentimenti e le emozioni sono ovviamente più forti e più incisive e ci spingono a prendere posizioni, a condividere a partecipare intensamente  trascurando o lasciando in secondo piano fatti, pure gravi e tremendi, che avvengono in altri giardini, più lontani, più sfocati. (altro…)

  • Da Sabato : “Buonasera”

    Da sabato prossimo su questo blog “Buonasera” un articolo alla settimana contrappasso ai “Buongiorno” di Massimo Gramellini che trattino di arti, educazione, scuola, arte della politica. Un atto ” odi et amo” al mio editorialista liberal preferito di cui spesso non condivido le idee un po’ liberiste.

  • I caffè tergestini.

    I caffè tergestini.

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    Non starò a fare la storia arcinota dei famosi caffè di Trieste. Mostrando tra le foto una frase di Claudio Magris scritta in un pannello della mostra sul caffè realizzata da vari soggetti tra cui le amministrazioni triestine, Illy caffè e, il prezzemolo, Expo, vi proporrò un telegrafico report di un minitour effettuato in questi giorni. Ho glissato sui caffè malamante recuperati e ristrutturati nell’architettura e nell’atmosfera mentre ho visitato e fruito con piaceri diversi dell’antico caffè Tommaseo nell’omonima piazza e del Caffè San Marco presso i cosiddetti “viali”. Esclusivo il primo con uno stato di conservazione esemplare di arredi e supprllettili. Servizio e cibi e bevande perfetti a prezzi equi. Originale il San Marco con la sua dotta libreria e l’allestimento déco delle sale un po’ dimesse ma melanconicamente amabili, poetiche e letterarie. Servizio, quantità e qualità delle vivande non proprio all’altezza dei prezzi. I due caffè sono  entrambi da frequentare mentre sono da guardare solo da fuori il Caffè degli Specchi e Stella Polare.


  • Oltre l’edilizia scolastica

    Oltre le aule.

    Come  superare l’edilizia scolastica

    Oltre le aule

    Un pamphlet sull’architettura per la scuola in linea gratuitamente su i Tunes store e su iBook store. Un libretto in cui si descrivono le ipotetiche modalità di attuazione dei principi della scuola diffusa attraverso una architettura per la cultura e l’istruzione diversa, basata sulle buone pratiche della storia e sulle innovazioni per il futuro. Il sequel de “L’architettura della scuola” e di “Questioni di stile” Giuseppe Campagnoli Giugno 2015

    “Nei miei precedenti saggi e articoli sull’argomento mi sono addentrato progressivamente e pericolosamente sulla via della negazione di un’ architettura scolastica specializzata, perché foriera di gerarchie e di rigidezze anche pedagogiche oltre che sociali. I pamphlets “L’architettura della scuola” , “Questione di stile” e i vari interventi su riviste e quotidiani intendevano costruire una nuova idea di scuola in una nuova idea di architettura. Ora è il momento di dimostrare come e dove assumendo uno scenario plausibile.Si deve considerare che la scuola possa essere l’intero territorio della città e del suo intorno in duplice accezione orizzontale e verticale (cioè per tutti i gradi e tutte le tipologie di apprendimento). Si deve sognare che la scuola sia ogni giorno una teoria di luoghi da scoprire per imparare.

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  • Recanati sparita. Marzo 2015.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

        Appuntamento con l’arte. La prima puntata di “Recanati Sparita” a cura di Giuseppe Campagnoli. Martedì 24 Marzo su Radioerre Recanati con Nikla Cingolani.

    L’architettura della cittadina leopardiana in una storia “favolosa” un po’ autobiografica.

    Autocitandomi dal pamphlet “Questione di Stile” una doverosa premessa sull’architettura moderna e contemporanea riguarda chi progetta. Recanati è stato una specie di laboratorio sui generis in architettura e la summa esemplare dei beni e dei mali italiani in questo campo, oltre che, per inciso, la mia palestra di giovane architetto.

    Secondo una specie di dato statistico demografico, culturale ed ambientale riferito al contesto europeo, a Recanati spetterebbero oggi non più di 10 progettisti qualificati in architettura. Il mercato (quello che solo da noi vede geometri, periti edili, periti agrari, ingegneri di tutti i tipi arrogantemente in pista per fare architettura) è un’altra cosa. Sappiamo che il mercato è contro l’ambiente e la qualità, ma l’ipocrisia e il liberismo sono ahimè ancora vincenti. Chi perde sono insieme la città, l’ambiente, il territorio, la qualità della vita e l’equità sociale. Recanati non ha fatto eccezione. Partendo da queste premesse contemporanee vorrei percorrere la storia dei muri di Recanati attraverso la mia esperienza personale che si è conclusa alla fine degli anni ’90 con l’episodio tormentato del restauro del Castello di Montefiore. Cominciai il mio dialogo con la città di Recanati da architetto neo laureato nel lontano 1974 insieme ai miei compagni di viaggio fino all’inizio degli anni ’80, poi da solo. Orgogliosamente e coerentemente ho sempre provato ad applicare, interpolandoli saggiamente, gli insegnamenti dei miei maestri Roberto Pane, Aldo Rossi, Uberto Siola e Salvatore Di Pasquale. Mi sono dedicato molto all’architettura pubblica per l’educazione e la cultura e meno alla residenza, con sperimentazioni e provocazioni che i miei clienti illuminati hanno sempre saputo accettare. All’epoca Recanati conservava ancora un minimo di fisionomia urbana accettabile e riconoscibile nonostante i primi danni si fossero  già verificati fin dagli anni ’60 con i ritorni in provincia del boom edilizio italiano e i primi piani urbanistici  spesso più dedicati alla speculazione intenzionalmente o per limiti normativi. La forma di città lineare di crinale era ancora percepibile da ogni accesso e le periferie vere e proprie, popolari o residenziali che fossero, non si erano ancora formate. C’era una cintura a ridosso della circonvallazione fatta di case popolari ancora dignitose e frutto di eredità architettoniche di tutto rispetto.

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    La  convinzione che non vi dovesse essere urbanistica e pianificazione basata su norme e standards ma solo architettura e disegno urbano mi ha dato, nel tempo, ragione. A Recanati, oggi, è come se ci si trovasse difronte a un piccolo museo esemplare dei fatti e misfatti architettonici italiani, ma anche di alcune, isolate nel tempo e nello spazio, felici intuizioni. Il centro storico, le prime espansioni disordinate dei piani di fabbricazione, quelle ordinate ma “ad usum delphini” della speculazione edilizia che ha tradito, come era prevedibile, anche le buone intenzioni del primo PRG e delle sue trasformazione, gli interventi pubblici occasionali e raramente di qualità, i monumenti autocelebrativi di non pochi architetti autoctoni ed esotici, in genere eclettici e imitatori, possono suggerire una specie di percorso didattico su come non si debba fare architettura, come poche rare eccezioni. Con l’industrializzazione e il fabbisogno di case anche in un paese come Recanati partiva l’espansione nelle aree periferiche sottratte alla campagna, spesso senza alcun distinguo idrogeologico (non erano d’obbligo le indagini geognostiche) o paesaggistico se non dove l’orografia era più favorevole e non c’erano o non c’erano ancora vincoli storico-artistici. L’architettura, se così si può definire, la facevano le imprese edili più che i pianificatori e gli architetti. Da qui ragioneremo nelle chiacchierate che seguiranno per riconoscere i prodromi e le cause di ciò che vediamo oggi e perché, parafrasando la “Roma sparita”, si può parlare di “Recanati Sparita”, nascosta dietro la cortina di nebbia dell’ eclettismo di “bassa edilizia” che accoglie il visitatore nelle prime periferie della città.

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  • L’arte di andare in pensione in uno Stato fedifrago.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    Populista economico anche Tito Boeri dalle tribune agli altari dell’INPS? Questa è l’Italia.

    Sono intervenuto sul tema anche nei commenti presso il sito La voce.info ma pare che quando gli economisti trattano di tagli pensino sempre all’accetta e non al bisturi, con poco riguardo alle persone. Fin troppo facile pare intervenire sul corpo martoriato della pubblica amministrazione e della dipendenza privata dimenticando che il buco previdenziale si colloca prevalentemente nelle casse  degli autonomi, dei dirigenti, dei quadri e dei professionisti, per gestioni endemicamente discutibili quando non dissennate. Le boutades demagogiche e giustizialiste, opposte ai principi di equità da applicare sia al lavoro che alla pensione, sono spinte oggi anche da media sensazionalistici, piagnucolosi e tendenziosi oltre che da incoscienti “esperti” avvoltoi sociali. Si grida alle pensioni d’oro che pure ci sono e sono collocate sempre nei livelli alti della amministrazione e della dirigenza pubblica e privata, senza distinguo alcuno tra quelle sostenibili ed eque e quelle scandalosamente iperboliche. La chiave della questione sta tutta nel rapporto lavoro-pensione, nell’applicazione del dettato costituzionale su lavoro, la giusta remunerazione e la conseguente pensione, non sempre e non per tutti verificata. Chi è andato o sta andando in pensione in questi anni e non sia un grand commis dello stato, delle grandi e medie imprese, del parastato e delle multinazionali, firmò a suo tempo un contratto, comprendente anche le regole per la pensione,puntualmente cambiate durante il gioco, in cui era previsto di essere pagati per lo stesso lavoro in termini di preparazione professionale e accademica, qualità, orario, responsabilità e rischi, quasi tre volte meno di un omologo nella maggior parte dei paesi europei cosiddetti civili. Nel patto sottoscritto (che forse era in nuce scellerato) la differenza per anni di stipendi nettamente al di sotto delle medie europee ma nettamente al di sopra per risultati ed efficienza nella maggior parte dei contraenti, veniva tacitamente “rinviata” al momento della pensione, come salario differito di importi dignitosi, ma comunque, ancora nettamente al di sotto dell’ultimo stipendio percepito. Ora si vorrebbe mettere nel calderone di questo sabba populista gli emolumenti immeritati ed esorbitanti di certe categorie privilegiate, spesso percepiti avendo lavorato senza competenze, senza rispondere di fatto dei risultati e senza l’intensità di lavoro compatibile con i ruoli ricoperti, in netto contrasto col dettato costituzionale che parla di remunerazione per una vita dignitosa, nel bene e nel male? Non sono certo quelli che viaggiano a più di 5, 10, 20 mila euro netti al mese che si sacrificano per reggere un welfare disastrato mantenendo figli e nipoti allo studio o mentre cercano disperatamente un lavoro. Sono invece quelli cui quel contratto di assunzione assicurava una vecchiaia tranquilla e un dignitoso tenore di vita che oggi si tolgono oltre i due terzi di un importo lordo compreso tra i 1500 e poco più di 3500 euro mensili per contribuire in modo disinteressato e forte al futuro delle nuove generazioni che  sono invece sempre più meschinamente aizzate contro di loro da tribuni incoscienti e in mala fede. La soluzione equa sarebbe quella, ovvia ma ipocritamente disattesa perché troppo coraggiosa, di tagliare grandi redditi, rendite e patrimoni che tutti sanno bene come siano stati acquisiti e quanto poco siano stati meritati. La classe media di pensionati ha già dato. Ha dato anche troppo, visto che si è caricata, a discapito di una vecchiaia serena, tutti gli oneri e le responsabilità spettanti ad altri.

    Giuseppe Campagnoli

    4 Febbraio 2015

  • Dimmi chi sei.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Non vorrei essere biografico ed agiografico insieme, ma è importante presentarsi di nuovo anche a quei pochi (ma buoni) seguaci che ci fanno l’onore di leggerci sia da WP che da Facebook, Twitter e Google+. Invito anche i nostri bravi e volontari autori a presentarsi brevemente e magari argutamente con un post dopo il mio. Qualcuno mi chiede chi siamo e come la pensiamo sulla vita, sull’arte, sulla cultura e sulla varia umanità. Per contraddire il diffuso e maleducato  anonimato e pseudonimato del web è giusto rispondere e ricordarlo ogni tanto.

    Dopo la laurea a soli 23 anni agli inizi degli anni ’70 con un percorso difficile, senza molti soldi e con una carriera universitaria preclusa perché non si poteva essere mantenuti fuori casa per il tempo necessario a partecipare ai concorsi facendo l’assistente volontario; dopo un ingresso nel mondo del lavoro anch’esso pieno di sacrifici e rinunce (c’erano già allora laureati che dovevano fare altri mestieri per la crisi ricorrente e la disoccupazione ai livelli di oggi!) ho trascorso una parte della vita nella professione libera di architetto e una parte nella scuola. Da professionista vòlto al sociale e fondamentalmente educato all’onestà non mi sono  arricchito convinto di dare anche come dovere civile. Da insegnante prima, preside e dirigente mercenario in un ufficio periferico del ministero dell’istruzione poi, con un intermezzo breve da amministratore locale  per passione verso la collettività non mi sono egualmente arricchito. Ho invece conservato il patrimonio più prezioso che è l’orgoglio (la vita e le numerose testimonianze di ex studenti, di docenti, famiglie e cittadini me ne hanno dato la conferma) di aver formato bravi professionisti, insegnanti, artigiani e di aver lasciato un segno, spero non effimero, nella società con  piccole opere e impegno quotidiano lungo l’arco di quarant’anni. Ho lavorato anche come pubblico dipendente e, come si dice servitore dello Stato (quello Stato vero, fatto da cittadini onesti, che guadagnano il giusto con il loro lavoro, pagano le tasse e partecipano democraticamente alla vita civile contribuendo al progresso e all’equità sociale) insieme a tanti altri che non hanno approfittato del loro ruolo ma hanno dato tutto per la società civile senza voler mirare al profitto, ai facili guadagni o a un posto di tutto riposo. Spesso ho dovuto difendere la publica utilitas e chi vi lavora dagli attacchi sovente incivili e analfabeti di tanta parte della società (oggi scatenata dietro l’anonimato e la provvidenziale deregulation del web) che considera il lavoro esclusivamente come dedicato parossisticamente al proprio profitto anche a discapito degli altri (la cosiddetta concorrenza), all’accumulo di ricchezza senza dare nulla alla collettività (l’evasione fiscale) o, infine, al tendere costantemente ad una vita al di sopra di quelle possibilità che la Costituzione indica come caratteristiche del vivere dignitosamente non avendone né le capacità né il merito. Oggi, da pochi anni, il mio lavoro principale, utilizzando gran parte di quel “salario differito” che si chiama pensione, guadagnata con sacrificio, rinunce e dedizione dopo 40 anni di impegno e di versamenti e considerata quasi un risarcimento pro-vita per anni di stipendi meno che “europei” per un ruolo più che “europeo”, è quello di contribuire alla formazione dei figli che lo meritano perché sono capaci ed onesti e, non secondario, di continuare ad educare anche con la ricerca, la scrittura e i nuovi media, quella gran parte di cittadini disorientati e perniciosamente influenzati dai tribuni di turno che in Italia hanno avuto tanto appeal fin dai tempi non troppo lontani dell’unità, ahimè,an cora incompleta, della nazione. Potrebbe essere la storia minima di non pochi cittadini italiani che si sentono “saggi” e mettono la loro esperienza al servizio della collettività e da questa dovrebbero essere accolti e “sfruttati” per quel che hanno fatto e continuano, a dispetto dell’età, a saper fare, come avviene in paesi più civili, invece di essere bersaglio di drammatiche pubbliche invettive populiste basate su stereotipi di “invidia sociale”, di disinformazione diffusa e di analfabetismo che ritorna.

    Giuseppe Campagnoli, 65 anni, già architetto, docente e dirigente scolastico. Diploma di maturità classica a Recanati, studi di architettura a Firenze, Pescara e Napoli, docente a Macerata e Pesaro, preside a Cagli, Riccione e Pesaro, responsabile dell’Ufficio Studi presso l’Ufficio Scolastico Regionale di Ancona dal 2001 al 2006. Ora ricercatore e saggista no profit nel campo dell’architettura, della scuola, della sicurezza e della cultura in generale. Musicista per passione. Co-fondatore e amministratore di questo blog.

    L’ultima lettera su “La Stampa” 23 Gennaio 2014 ” Ci siamo venduti l’abbecedario?”

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