Categoria: equità sociele

  • L’arte dissimulatoria.

    L’arte dissimulatoria.

    La città ideale.

    L’islam radicale e quello moderato. Il terrore, la paura e l’oppio dei popoli, ricchezza, povertà, elemosina e iniquità sociale. Renzi che rifonda la vecchia DC in salsa berlusconiana. Raggi che si comporta come se fosse ancora all’opposizione e sciorina le malefatte precedenti ma poco o nulla dice su ciò che farà e come lo farà ma, di fatto, ancora non fa. Trump e Clinton le due facce di una stessa medaglia yankee. Erdogan e Putin terribili ducetti orientali. La Brexit di cui tutti si sono pentiti postumi. Buone vacanze. A Settembre!

  • Il merito sociale.

    Il merito sociale.

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    Nella eterna diatriba tra pubblico è bello, privato è meglio, pubblico è disonesto, privato no sarebbe utile rileggere questi contributi apparsi su La Stampa di Torino e scritti dal nostro Giuseppe Campagnoli tempo fa (in coincidenza con la comparsa massiccia sulla scena politica dei “grilletti” difensori alla cieca del privato cittadino contro il pubblico comunque sia.

    Plusvalore disvalore

    10 Giugno 2011

    Cresce ancora la forbice tra i redditi anche all’interno del cosiddetto ceto medio. Sarebbe ora di riflettere su certe remunerazioni inspiegabilmente ipervalutate Rifletto su ricchezza e povertà. La nostra civiltà, che deve molto al diritto romano, all’Illuminismo ma anche alle religioni, non pare abbia fatto tesoro di quest’insieme di valori. Sia chi si professi liberale,liberista o anche socialista e perfino comunista ha trascurato un vecchio-nuovo concetto economico: il plusvalore. Non come lo intendeva Marx bensì come effetto della ipervalutazione del lavoro e dei beni,finanche del solo status sociale a fini speculativi e di profitto indipendentemente dall’effettivo servizio reso per i bisogni individuali o della collettività. Il plusvalore cui mi riferisco infatti è generato come differenza tra il giusto compenso per un’attività lavorativa (che comprendesse, naturalmente, la giusta valutazione dell’investimento in studio e preparazione, del reale rischio di intraprendere, dell’usura del lavoro) e la remunerazione effettiva che è spesso esorbitante in alcune categorie privilegiate da un mercato perverso o da anomalie della contrattazione pubblica e privata. Per la sostenibilità economica e sociale questa differenza dovrebbe essere drasticamente ridotta e resa tale da consentire un tenore di vita dignitoso per tutti. Questo consentirebbe di distinguere tra ricchezza e povertà solo per il comportamento – da cicala o da formica -degli individui, non da ingiustificate differenze tra i redditi, a parità di condizioni di preparazione professionale, di rischio d’impresa, di orario di lavoro, di tasse pagate e non… Mantenere questa forma diplusvalore è diventato più che mai un disvalore ed è anche tra le cause della pericolosa, crescente forbicetra redditi anche all’interno del cosiddetto ceto medio. Non bisogna comunque preoccuparsi perché la società moderna e civile risolve brillantemente sia il problema del plusvalore che quello del disequilibrio tra «ceti sociali » con strumenti economicamente assai avanzati: l’elemosina e le lotterie!

    Efficienza sociale

    3 Luglio 2013

    È il rapporto tra quanto prodotto per il proprio profitto privato e quanto invece come contributo e servizio alla propria collettività, tasse comprese. Per valutare il grado di equità occorrerebbe misurare anche quello che definisco il parametro di efficienza sociale. Partendo dall’assunto costituzionale che recita: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società », questo coefficiente dovrebbe valutare in ogni mestiere, professione, impresa, il rapporto tra quanto prodotto per il proprio profitto privato e quanto invece come contributo e servizio alla collettività, tasse comprese. Quanto più si produce per il bene collettivo piuttosto che per il proprio fabbisogno, sacrosanto ma spesso e per alcune categorie volto anche al superfluo, tanto più ci si avvia a realizzare buona parte del principio di equità. Questo principio è infatti fatto di tre componenti fondamentali: un basso plusvalore (differenziale tra redditi a parità di investimento, lavoro e professionalità) un contributo alla collettività esponenzialmente tarato sul proprio profitto e patrimonio, una garanzia delle pari opportunità da realizzarsi nell’istruzione,nella dotazione di mezzi per raggiungere i più alti gradi di professionalità in base ai meriti ed all’impegno e, infine, anche nelle regole del lavoro, delle professioni e dell’impresa. Un esempio che può chiarire meglio il concetto: un lavoratore pubblico o privato che svolgesse un lavoro socialmente utile (scuola, sanità, trasporti, comunicazione, servizi essenziali…) e pagasse le sue tasse in anticipo potrebbe garantire un tasso di efficienza sociale pari quasi al 70% del suo reddito. Tutti possono fare altrettanto?

  • Buonasera. L’empatia del mio giardino.

    Buonasera. L’empatia del mio giardino.

    Oggi condivido in pieno e parola per parola, tranne il termine occidente che per me è solo una notazione geografica, il Buongiorno di Massimo Gramellini.L’empatia non si comanda. A volte ne abbiamo poca anche per i nostri parenti più prossimi, anche nei lutti e nel dolore. Ma è umano, naturale e comprensibile che la prossimità incida nel grado di empatia che muove i sentimenti quando avvengono fatti drammatici, tragici e sconvolgenti. Il nostro giardino, che può arrivare fino a tutta l’Europa e anche oltre, secondo le vite vissute, è un insieme di cultura, di idee, di storie personali, di amicizie, di parentele, di libri letti e città visitate e di tanto altro ancora. Là dentro i sentimenti e le emozioni sono ovviamente più forti e più incisive e ci spingono a prendere posizioni, a condividere a partecipare intensamente  trascurando o lasciando in secondo piano fatti, pure gravi e tremendi, che avvengono in altri giardini, più lontani, più sfocati. (altro…)

  • Buonasera. Senti di chi non si parla.

    Buonasera. Senti di chi non si parla.

    Torno, con il mio Buonasera, sulla questione dell’etica pubblica rievocata ancora oggi nel Buongiorno di Massimo Gramellini per raccontare, da contraltare a scandali e truffe a stato e cittadini,  una storia vera, come tante.

    “Il nostro italiano, dopo la laurea a soli 23 anni agli inizi degli anni ’70 con un percorso difficile, senza molti soldi e con una carriera universitaria preclusa perché non si poteva essere mantenuti fuori casa per il tempo necessario a partecipare ai concorsi facendo l’assistente volontario; dopo un ingresso nel mondo del lavoro anch’esso pieno di sacrifici e rinunce (c’erano già allora laureati che dovevano fare altri mestieri per la crisi ricorrente e la disoccupazione ai livelli di oggi!) ha trascorso una parte della vita nella professione libera e una parte nella scuola. Da professionista vòlto al sociale e fondamentalmente educato all’ onestà non si è arricchito convinto di dare anche come dovere civile. Da uomo di scuola e amministratore locale pro-tempore per passione verso la collettività non si è egualmente arricchito. Ha invece conservato il patrimonio più prezioso che è l’orgoglio ( la vita e le numerose testimonianze di ex studenti, di docenti e famiglie me ne hanno dato la conferma) di aver formato bravi professionisti, insegnanti, artigiani e di aver lasciato un segno,spero non effimero,nella società con le sue piccole opere e il suo impegno quotidiano lungo l’arco di quarant’anni.. Ha lavorato prevalentemente come pubblico dipendente e ,come si dice servitore dello Stato (quello Stato vero, fatto da cittadini onesti,che guadagnano il giusto con il loro lavoro, pagano le tasse e partecipano democraticamente alla vita civile contribuendo al progresso e all’equità sociale) insieme a tanti altri che non hanno approfittato del loro ruolo ma hanno dato tutto per la società civile senza voler mirare al profitto o ai facili guadagni. Spesso ha dovuto difendere la publica utilitas e chi vi lavora dagli attacchi sovente incivili e analfabeti di tanta parte della società (oggi scatenata dietro l’anonimato e la provvidenziale deregulation del web) che considera il lavoro esclusivamente come dedicato parossisticamente al proprio profitto anche a discapito degli altri (la cosiddetta concorrenza), all’accumulo di ricchezza senza dare nulla alla collettività (l’evasione fiscale) o,infine, al tendere costantemente ad una vita al di sopra di quelle possibilità che la Costituzione indica come caratteristiche del vivere dignitosamente non avendone né le capacità né il merito.Ora il suo lavoro principale, utilizzando gran parte di quel “salario differito” che si chiama pensione, guadagnata abbondantemente con 40 anni di impegno e di versamenti e considerata quasi un risarcimento per anni di stipendi meno che “europei”, è quello di contribuire alla formazione dei figli che lo meritano perché sono capaci ed onesti e, non secondario, di continuare ad educare anche con la ricerca,la scrittura e i nuovi media, quella gran parte di cittadini disorientati e perniciosamente influenzati dai tribuni e dai miti di successo effimero di turno che in Italia hanno avuto tanto appeal fin dai tempi non troppo lontani dell’unità,ahimè,ancora incompleta,della nazione. Questa potrebbe essere la storia minima di tanti vecchi italiani che si sentono “saggi” e mettono la loro esperienza al servizio della collettività e da questa dovrebbero essere accolti e “sfruttati” per quel che hanno fatto e continuano, a dispetto dell’età, a saper fare, come avviene in paesi più civili, invece di essere bersaglio di drammatiche opinioni pubbliche populiste basate su stereotipi di “invidia sociale” e di disinformazione”

    Molte di queste storie andrebbero raccontate per pareggiare i conti con il torbido in cui i media spesso si crogiolano come se fosse la regola della nostra Italia.

    Giuseppe Campagnoli 24 Ottobre 2015

  • Buonasera.Perchè Sanremo non è sempre Sanremo.

    Buonasera.Perchè Sanremo non è sempre Sanremo.

    L’arte di arrangiarsi.

    Non è vero che si ruba solo con l’assenteismo pubblico. Il fenomeno è anche nel privato e oltre a manifestarsi tra i dipendenti tenuti ad un orario è rilevabile, in forme diverse, tra professionisti, mercanti, artigiani. Avviene tutte le volte che paghiamo un prezzo esorbitante per servizi e beni scadenti, sbagliati o addirittura truffaldini, senza alcuna difesa anche peggio che nel pubblico. Andare in tribunale o da una associazione di consumatori, quasi sempre aggiunge danno a danno e beffa a beffa.

    Leggi, regole, sanzioni certe e rapide insieme ad una diversa organizzazione del lavoro dipendente e autonomo risolverebbero molto e presto. Nessuno conta i danni ai cittadini per le “ruberie” legalizzate e non, di taluni commercianti, dentisti, notai, idraulici, parrucchieri, ristoratori, mezzibusti, giornalisti…

    Nel pubblico invece (fatta eccezione per le professioni in cui la presenza oraria è difficilmente evitabile: docenti, medici.,) si dovrebbe finalmente arrivare a organizzare il lavoro non per tempi ma per risultati. Ecco un nuovo efficace contratto: per questo stipendio devi fare queste attività, ottenendo questi risultati di qualità, in questi tempi, nei luoghi e con gli strumenti deputati, con queste modalità, pena riduzioni di stipendio e di altri benefici oppure, nei casi certi e gravi il licenziamento. Niente orologi e tornelli ma obbiettivi da raggiungere. Correre dietro alla mera misura della presenza e dei tempi è una battaglia persa e Gramellini e C. scriveranno ancora ironie e sarcasmi sugli scandali e scandaletti di questi pubblici fannulloni!

    Giuseppe Campagnoli

  • Pensando alla Grecia…e all’Italia. Crescita contro l’equità sociale.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    La dipendenza dalla crescita: cause e soluzioni alle crisi.

    Ogni attività di commercio e di pubblicità consiste nel creare bisogni in un mondo che crolla sotto il meccanismo della produzione. Questo esige un tasso di rinnovo e di consumo dei prodotti sempre più rapido, e,di conseguenza,una produzione dei rifiuti sempre più forte e un’attività di smaltimento sempre più importante.

    Bernard Maris

    Il destino della nostra società è legato a una organizzazione fondata sull’accumulo illimitato. Questo sistema è condannato alla crescita. Nel momento in cui questa rallenta o si blocca,come sta avvenendo, è la crisi o  persino il panico. Ritroviamo il detto:  “Accumulate, accumulate, questa la legge  dei profeti del capitale” del vecchio Marx. Questa necessità rende la crescita una camicia di forza. Il posto di lavoro, il pagamento delle pensioni, il rinnovo delle spese pubbliche ( educazione, sicurezza, giustizia, cultura, trasporti, sanità, ecc) presuppongono l’aumento costante del prodotto interno lordo (PIL). “L’unico antidoto alla disoccupazione permanente è la crescita”, insiste Nicolas Baverez il  “declinologo” vicino a Sarkozy, supportato in questo,per paradosso, da molti noglobal. Alla fine il circolo virtuoso diventa un circolo infernale.. La vita del lavoratore si riduce sempre più spesso a quella di un “biogisteur” che metabolizza il salario con la merce e la merce con il salario, passando dalla fabbrica al supermercato e dal supermercato alla fabbrica.

    Tre sono gli ingredienti necessari perché la società consumistica possa continuare il suo girotondo diabolico: la pubblicità, che suscita il desiderio di consumare, il credito, che ne crea i mezzi e l’obsolescenza accelerata e programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità. Queste tre molle della società della crescita sono delle vere e proprie spinte al crimine ed alla diseguagliaza sociale”

    Noi aggiungiamo che gli strumenti a volte inconsapevoli, il più delle volte complici sono la politica asservita al capitale, gli evasori fiscali e gli accumulatori di beni e capitali,la pubblicità,le banche,le imprese,i commercianti e i professionisti dei servizi.

    Le prime vittime designate sono l’esistenza dei cittadini, l’educazione, l’istruzione,la salute,la mobilità,la cultura e l’arte. I carnefici sempre gli stessi: imprese, finanza, banche, mercato, governi e politica. È inutile girarci intorno e fare inutili distinguo.

  • Tempo di esami.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    Ho insegnato e insegnato ad insegnare per oltre 40 anni. Ho contribuito a formare qualche bravo e, soprattutto, onesto artista, architetto, medico, filosofo, artigiano, operaio e  contadino.

    La frase che mi ha dato ragione di una vita spesa a scuola è stata quella di uno studente che, non molto tempo fa, mi disse: “Grazie Prof. di avermi insegnato a vivere!” Ho avuto un moto di commozione e di orgoglio insieme, alla faccia del misero stipendio e anche della reputazione pubblica sempre meno gratificante. Non credo che tanti altri professionisti possano dire altrettanto. E allora perchè tanta disattenzione verso le cose di scuola e tante false e incompetenti promesse? Perchè tanta ignoranza da parte dei cittadini? Perchè non si vuole investire in risorse e intelligenze quel che serve per questo mirabile ponte verso la vita? Gli esami che iniziano in questi giorni possano far riflettere come sia inutile la competizione, come sia iniquo misurare e classificare e come invece sia proficuo, saggio e ispirato a principi di equità aiutare ciascuno a crescere, apprendere, scegliere immondo consapevole e anche rigoroso. E’ difficile ma si può. Non certo con lo slogan della “buona scuola” e con gli esami aritmetici ad ogni angolo. La cooperazione e non la competizione producono successo. Lo ha capito anche il mondo ipercompetitivo del mercato per non scomparire ed è tutto dire…

    Giuseppe Campagnoli

  • Come salvare l’Italia.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Dalla pagina Facebook della trasmissione 28′ di ARTE TV France

    Prendiamo spunto da un post della TV franco-tedesca ARTE TV per girare, mutatis mutandis, la ricetta ironica al nostro contesto politico e sociale.

    12 proposte per salvare l’Italia:

    1) Inviare Silvio Berlusconi in missione per convincere sè stesso a devolvere tutto il suo patrimonio allo Stato: 100 miliardi di Euro.

    2) Far pagare l’iscrizione ai Centri per l’impiego 10 € : 60 milioni di Euro.

    3) Far pagare una tassa mensile sul diritto di lamentarsi e protestare : 4 miliardi di Euro.

    4) Regalare Lampedusa a Malta: 50 miliardi di Euro.

    5) Legalizzare la marijuana: 3 miliardi di Euro.

    6) Dare tutto il potere ai gatti per assicurarsi che il debito pubblico non sfori di nuovo nel 2016.

    7) Far pagare una tassa di 10 € ad ogni cantante italiano per ogni album che si classifichi ai primi cinque posti delle vendite: 30 milioni di Euro.

    8) La Germania si impegna a trasformare in Euro i 140 litri di birra bevuti da ogni persona in un anno  da versare all’Italia e alla Grecia: 20 milioni di Euro.

    9) Abolire i ripetenti a scuola: 5 miliardi di Euro.

    10) Il Giappone dà all’Italia 21,5 miliardi di € da investire per sorpassare la Cina così come fece con l’Africa nel 2013.

    11) Costruire una seconda torre di Pisa  a Rimini per raddoppiare il numero di turisti in Italia: 90 milioni di Euro.

    12) Obbligare Matteo Salvini a passare tre mesi di lavoro socialmente utile in ciascuno dei paesi islamici più integralisti del medio oriente. Questo non ha prezzo!

    Post scriptum x l’Italia: Mandiamo per un anno Renzi & Serracchiani ad un campo scout in Patagonia e Grillo & Casaleggio ad un campo di scientology in Alaska. Gli italiani onesti e lavoratori sapranno rimettere in sesto l’Italia anche da soli.

    Traduzione e trasposizione di Giuseppe Campagnoli.

  • L’arte di andare in pensione in uno Stato fedifrago.

    di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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    Populista economico anche Tito Boeri dalle tribune agli altari dell’INPS? Questa è l’Italia.

    Sono intervenuto sul tema anche nei commenti presso il sito La voce.info ma pare che quando gli economisti trattano di tagli pensino sempre all’accetta e non al bisturi, con poco riguardo alle persone. Fin troppo facile pare intervenire sul corpo martoriato della pubblica amministrazione e della dipendenza privata dimenticando che il buco previdenziale si colloca prevalentemente nelle casse  degli autonomi, dei dirigenti, dei quadri e dei professionisti, per gestioni endemicamente discutibili quando non dissennate. Le boutades demagogiche e giustizialiste, opposte ai principi di equità da applicare sia al lavoro che alla pensione, sono spinte oggi anche da media sensazionalistici, piagnucolosi e tendenziosi oltre che da incoscienti “esperti” avvoltoi sociali. Si grida alle pensioni d’oro che pure ci sono e sono collocate sempre nei livelli alti della amministrazione e della dirigenza pubblica e privata, senza distinguo alcuno tra quelle sostenibili ed eque e quelle scandalosamente iperboliche. La chiave della questione sta tutta nel rapporto lavoro-pensione, nell’applicazione del dettato costituzionale su lavoro, la giusta remunerazione e la conseguente pensione, non sempre e non per tutti verificata. Chi è andato o sta andando in pensione in questi anni e non sia un grand commis dello stato, delle grandi e medie imprese, del parastato e delle multinazionali, firmò a suo tempo un contratto, comprendente anche le regole per la pensione,puntualmente cambiate durante il gioco, in cui era previsto di essere pagati per lo stesso lavoro in termini di preparazione professionale e accademica, qualità, orario, responsabilità e rischi, quasi tre volte meno di un omologo nella maggior parte dei paesi europei cosiddetti civili. Nel patto sottoscritto (che forse era in nuce scellerato) la differenza per anni di stipendi nettamente al di sotto delle medie europee ma nettamente al di sopra per risultati ed efficienza nella maggior parte dei contraenti, veniva tacitamente “rinviata” al momento della pensione, come salario differito di importi dignitosi, ma comunque, ancora nettamente al di sotto dell’ultimo stipendio percepito. Ora si vorrebbe mettere nel calderone di questo sabba populista gli emolumenti immeritati ed esorbitanti di certe categorie privilegiate, spesso percepiti avendo lavorato senza competenze, senza rispondere di fatto dei risultati e senza l’intensità di lavoro compatibile con i ruoli ricoperti, in netto contrasto col dettato costituzionale che parla di remunerazione per una vita dignitosa, nel bene e nel male? Non sono certo quelli che viaggiano a più di 5, 10, 20 mila euro netti al mese che si sacrificano per reggere un welfare disastrato mantenendo figli e nipoti allo studio o mentre cercano disperatamente un lavoro. Sono invece quelli cui quel contratto di assunzione assicurava una vecchiaia tranquilla e un dignitoso tenore di vita che oggi si tolgono oltre i due terzi di un importo lordo compreso tra i 1500 e poco più di 3500 euro mensili per contribuire in modo disinteressato e forte al futuro delle nuove generazioni che  sono invece sempre più meschinamente aizzate contro di loro da tribuni incoscienti e in mala fede. La soluzione equa sarebbe quella, ovvia ma ipocritamente disattesa perché troppo coraggiosa, di tagliare grandi redditi, rendite e patrimoni che tutti sanno bene come siano stati acquisiti e quanto poco siano stati meritati. La classe media di pensionati ha già dato. Ha dato anche troppo, visto che si è caricata, a discapito di una vecchiaia serena, tutti gli oneri e le responsabilità spettanti ad altri.

    Giuseppe Campagnoli

    4 Febbraio 2015