L’arte vera, la vera arte!!!!
Categoria: Educazione
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Le rossignol
L’arte vera, la vera arte!!!!
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Lo sguardo educato (5)
La città in bottiglia
“Il vero non ha finestre. Il vero non guarda fuori nell’universo. E l’interesse per i panoramas sta tutto nel vedere la vera città. “La città in bottiglia”. La città in casa. Ciò che trova nella casa senza finestre è il vero. Una casa senza finestre è, per esempio, il teatro; di qui l’eterno piacere che si trova in esso, di qui il piacere che danno quelle rotonde senza finestre, i panoramas.”
Walter Benjamin

Le rotonde nel Boulevard Montmartre, Parigi 1802, da Germain Bapst, Essai sur les Dioramas et Panoramas, 1891. Nella storia dei media il Panrama è spesso menzionato solamente in maniera passeggera, più che altro come intermediario tra i suoi precursori come il paesaggio panoramico e i suoi successori, il diorama e il cinema. Il panorama è uno stile pittorico con una tecnica più avanzata dei suoi precursori perché, come ogni invenzione, si allontanò dai modelli precedenti. Dalla Villa dei Misteri o se vogliamo dai graffiti delle grotte di Lascaux, si può tracciare una linea che nel corso dei secoli arriva alle grandi decorazioni pubbliche o private del Rinascimento, fino ad arrivare allo spazio prospettico del periodo barocco. Bisogna tener conto che nonostante l’ambiente fosse interamente tappezzato di motivi scenici, dalle pareti al soffitto, spesso l’interruzione di finestre o porte portava lo spettatore a muoversi in questo spazio liberamente, con la possibilità di toccare i muri. Con il nuovo spazio, la rotonda, quello originale fu trasformato e messo dentro un altro spazio, dove la rappresentazione non lasciava tracce di ciò che era la realtà, diventandone la perfetta sostituzione. A questo punto è utile ricordare che anche l’edificio fu costruito ad hoc: un’illusoria architettura e pittura mescolate e incorporate tra loro che garantivano circolarità continua, illimitata, dove la configurazione stabiliva il rapporto tra lo spettatore e la tela. Il paradosso del Panorama è che in un’area chiusa si apre la libera rappresentazione di tutte le limitazioni del mondo.[1]
Anche se la tecnica del dipinto risultava mediocre, si ricorreva comunque ad ogni mezzo per rendere l’illusione perfetta; Daguerre per esempio, nel suo Diorama, offriva al pubblico degli occhialetti stereoscopici per trasmettere l’illusione di tridimensionalità (ricordate Lowrence Iacoby, l’eccentrico psichiatra di Twin Peaks che sfoggiava occhiali con una lente blu e una rossa?). Tuttavia, una volta che interviene l’immaginazione, la rappresentazione offerta come realtà, è giudicata in relazione di chi la osserva. Di conseguenza è valutato l’artista e la sua abilità nel trasferire, con il colore, un aspetto della vita che tocca profondamente la sensibilità dell’osservatore.
Il pittore decide cosa devono vedere gli osservatori, se lo desiderano, ed essere abile di verificare per loro. Ogni cosa dipendeva dal punto di vista del pittore e ciò che decideva di dipingere; nella rappresentazione non veniva trasferito tutto quello che si rivelava ai suoi occhi. Alcuni particolari venivano nascosti nell’orizzonte da altri dettagli. Si ritorna perciò alla composizione che implica il punto di vista privilegiato dal pittore che, per fornirci un documento enciclopedico della natura, abbandona se stesso nella registrazione di tutte le sfaccettature della realtà. Per questo i panoramisti furono bersagliati dalla critica.
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[1] Bernard Comment, The Panorama, Reaktion Books, 1999
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Lo sguardo Educato (4)
Camera con Vista
“Si cercava in tutti i modi, con ogni sorta di espedienti tecnici, di fare dei Panorami le sedi di una perfetta imitazione della natura. Si cercava di riprodurre la successione del giorno nel paesaggio; il sorgere della luna, il rumore delle cascate. Nel loro tentativo, sia pure ingenuo di riprodurre fedelmente la natura fino all’illusione, i panoramas rinviano in anticipo non solo alla fotografia, ma addirittura al cinema sonoro.”[1]
Un osservatore attento come Benjamin non poteva mancare di descrivere il fenomeno del Panorama, passato da una costruzione dello spazio a uno spettacolo dei sensi. Infatti, a partire dal 1830, fu introdotto il “Faux Terrain”, un paesaggio con oggetti tridimensionali inserito nello spazio a forma di ciambella tra la tela e la piattaforma, per accentuare maggiormente l’impressione che gli avvenimenti rappresentati siano reali.
Esempi straordinari di faux terrain ancora oggi conservati sono quelli del Bourbaki Panorama a Lucerna e del Mesdag panorama a L’Aia. Il Bourbaki fu dipinto da Edouard Castres nel 1881 con la rappresentazione di un evento memorabile della Guerra Franco-Prussiana (1870-71), quando le truppe svizzere sotto il comando del generale Herzog, salvarono le vite di molti soldati francesi. E’ importante perché fu la prima volta che intervenne la Croce Rossa, fondata da Heri Dunant nel 1863-64. Sul terreno oltre a un vecchio vagone ferroviario, ci sono altri oggetti (fucili, slitte, zaini, ecc.) insieme a figure, 21 delle quali sono state inserite dopo il restauro iniziato nel 1996 e terminato nel 2008.

Bourbaki Panorama, Lucerna. L’edificio che ospita il dipinto ora è un Monumento culturale europeo e Museo con Casa dedicata ai media, agli incontri, alla cultura 
Bourbaki Panorama, Lucerna, veduta interna con Faux Terrain 
Bourbaki Panorama, Faux Terrain con un vero vagone dell’epoca Il Mesdag Panorama è stato dipinto da Hendrik Willem Mesdag nel 1880 e rappresenta la spiaggia di Scheveningen con la sabbia, reti di pesactori, un ancora e altri oggetti. Quando Van Gogh vi si recò nel 1881 disse: “Il Panorama Mesdag è la più bella sensazione della mia vita. L’unico difetto è che non ha difetti.” Tuttavia non si capisce bene se tale considerazione sia un complimento o un rimprovero.

Panorama Mesdag, L’Aia. Spiaggia di Scheveningen, Interno della rotonda 
In primo piano il Faux Terrain 
Ingresso Panorama Mesdag
(agosto 2007)La competenza e il controllo della tecnica nella realizzazione dell’immagine da parte dell’artista, venivano rimpiazzati dallo strumento tecnico tanto da ridurre minacciosamente ciò che era stimato come opera d’arte. L’intenzione era di dichiarare l’artisticità di questo spettacolo ormai estraneo ai canoni dei dipinti tradizionali. Obiettivo peraltro mai raggiunto, nonostante vi lavorassero i più importanti e preparati specialisti che definirono il carattere, la potenza e la vitalità del Panorama. Tale era la loro precisione e attenzione per il dettaglio, che si procurarono il merito di aver fondato l’iperrealismo, conforme all’accademismo dell’epoca. Il fenomeno non va sottovalutato perché oltre ad essere una novità dal punto di vista storico, rappresentò un cambiamento anche nell’arte appartenuta, sino ad ora, ad una élite di conoscitori che non mancarono di delineare regole su come poteva essere sfruttato e valutato.
Panorami e panoramisti furono elementi essenziali per le grandi mostre, come le esposizioni universali del IXI secolo e, grazie ai loro scambi culturali, diventeranno i precursori delle odierne mostre itineranti. Come reagirono gli artisti tradizionali?
[1] Walter Benjamin, Parigi capitale del XIX secolo, Einaudi, Torino, 1986, pag. 1036
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Lo sguardo educato (3)
Camera con vista
Storia ed evoluzione del Panorama (2)
Dopo il brevetto di Barker di cui ho parlato nell’articolo precedente, il Panorama diventò un’attrazione di massa.
Quali furono i motivi del suo clamoroso successo? Quali le ragioni del suo effetto sugli spettatori?
Il successo del Panorama crebbe con l’ascesa della classe borghese all’epoca della Rivoluzione Industriale quando il rinnovamento politico ed economico incrementò la produzione e il commercio. E’ molto importante visualizzare la situazione alla fine del XVIII secolo quando emergevano le prime grandi metropoli cominciando da Londra. Il Panorama giocò un ruolo decisivo nel recuperare il controllo dello spazio collettivo in estensione. Ecco perché il soggetto della prima tela trattava il tema della città. Presto sorse un altro problema: la guerra e il potere militare. La situazione in Europa era convulsa e con la circolazione di vedute che focalizzavano particolari momenti eroici di varie nazioni, il Panorama diventò una macchina propagandistica col tentativo di individuare più vasti interessi possibili, aspirando a convincere il pubblico nel migliore dei modi. Altro tema affrontato fu il viaggio in terre lontane con la rappresentazione di città storiche, in particolare quelle del Grand Tour (Roma, Firenze, Napoli, Palermo, Pompei, l’Etna, Atene, Costantinopoli, La Svizzera e le Ali) o luoghi esotici come Calcutta, Rio de Janeiro e tutti i paesi associati alle nazioni coloniali o imperialistiche. I pittori lavoravano sul posto aiutandosi prima con la camera oscura e poi con la fotografia. Per raggiungere un così potente effetto sugli occhi e sulla mente del pubblico furono assunti una serie di tecnici addetti alle operazioni specifiche: punti di osservazione, scenografie, disegni preparatori, pitture, luci, montaggio, inclinazioni, trasporti e così via. Un tecnico ha sempre un nome e in questo caso si chiamava panoramista. Visto le dimensioni standard di ogni tela, 15 X 120 metri (la tensione del peso delle tele dipinte risultava di 47 kg. al metro!), per l’esecuzione occorreva una squadra di tecnici. Ogni pittore eseguiva solo un pezzo dell’opera, proprio come in un procedimento industriale. Non era un nuovo metodo ma l’estremizzazione e modificazione del tradizionale lavoro di bottega.[1]

A. Oberlander, Caricatura di pittori panoramisti, 1887, litografia, collezione privata. I problemi non erano pochi poiché ogni artista tendeva ad usare il proprio metodo e stile, così fu necessario stabilire una gerarchia per poter coordinare le varie attività, per unire e armonizzare la composizione da realizzare. A capo del team c’era il direttore artistico che dall’alto di una piattaforma dava le direttive per i necessari aggiustamenti.

F.E.H. Philippoteaux (1815-1884) mentre supervisiona la produzione del suo Panorama of Champs-Elysée. Incisione da Le Monde illustré, 2 novembre 1872. La particolare formazione di questi artisti univa abilità tecnico artistica con capacità imprenditoriali, proiettandoli in una modernità capitalistica che in quel periodo stava sfondando freneticamente.
Dietro lo schermo sospeso si nascondeva un completo set di esperti il cui ruolo era decisivo per la creazione di effetti speciali.
L’effetto illusionistico, o meglio, il suo effetto pseudo-realistico, si servì di specifiche tecniche mediatiche che influirono il modo di percepire e interagire. In primo luogo la pittura circolare che immergeva lo spettatore nella rappresentazione rafforzando la sensazione di realtà. Altro fattore determinante, la struttura: all’osservatore era consentito un unoco punto di vista che non consentiva un corretto giudizio su misure e distante. Circondato dal dipinto veniva condotto in un’esperienza fittizia. Anche l’illuminazione giocò un ruolo determinante che via via fu perfezionata per stabilire un’idonea visione. Non fu cosa semplice ma alla fine, come dichiarò un cliente entusiasta “dopo cinque minuti non vedete più la pittura ma la natura stessa”.[2]
[1] Silvia Bordini, Storia del Panorama, Officina Edizioni, Roma, 1984.
[2] Bernard Comment, The Panorama, Reaktion Book, Londra 1999.
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Alberto Spadolini. Un artista eclettico e discusso.
Un artista eclettico e discusso da scoprire.
Alberto Spadolini (Ancona, 19 dicembre 1907 – Parigi, 17 dicembre 1972) è stato un pittore, danzatore e attore italiano.
Riscoperto, rilanciato e riproposto all’attenzione del pubblico dal nipote Marco Travaglini che ha pubblicato diversi saggi e lanciato un museo virtuale: http://www.albertospadolini.it curato da Francesco Travaglini.
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La formazione artistica.
PROPOSTA DI CURRICOLO FORMAZIONE ARTISTICA
Concetti “Formazione Artistica”
Appunti per una riflessione globale
Arte e creatività
Ripensare la formazione dell’individuo
Prime essenziali linee guida per rimodulare tutto il percorso educativo e ripensare la riforma della scuola secondaria di II grado
L’istruzione artistica specialistica italiana
L’ Alta Formazione ArtisticaConcetti PROPOSTA DI CURRICOLO
Disegno e Storia dell’ arte -Fondamenti pedagogici
Scuola dell’ Infanzia e Scuola Primaria
Scuola Primaria e Scuola Secondaria di I Grado
Scuola Secondaria di II Grado
Biennio
Triennio
Licei, Istituti tecnici, istituti Professionali
Liceo Artistico e Istituto d’ Arte
Accademie Belle Arti
Conclusione -
Lo sguardo educato (1)
Storia della visione attraverso i dispositivi tecnologi che hanno cambiato lo sguardo.
Guardare, essere guardati, guardarsi per farsi guardare. Stiamo vivendo un’epoca in cui la “febbre visiva” ha contagiato l’intero sistema comunicativo. L’origine di questo particolare virus risale al XVII secolo quando lo spirito di osservazione di derivazione baconiana stava influenzando il pensiero umano, mettendo in crisi l’immagine tradizionale del mondo. Il picco d’infezione si verificò durante la fine del XVIII secolo, nel momento in cui l’innovazione tecnologica costituiva il principio fondamentale di una delle idee-forza dell’Illuminismo: il progresso. Da quel momento l’epidemia ha subito delle modificazioni, aumentando la virulenza, diffondendosi in modo capillare e costante, trasformandosi in pandemia-endemica divenuta cronica. La vittoria dell’immagine sulla parola è schiacciante, il vedere sovrasta il parlare, e così l’uomo si trasforma da Homo sapiens a Homo videns, come afferma Giovanni Sartori. Colpa della televisione e delle invenzioni tecnologiche mediante le quali si tende a usare le immagini in modo massiccio e violento, tanto che in ogni epoca siamo sottoposti a veri e propri shock visivi. Tuttavia il trauma iniziale col passare del tempo si trasforma in abitudine e lo sguardo è pronto per essere condotto verso nuovi modelli che non saturano il nostro desiderio di guardare ma, al contrario, lo alimentano. Il dispositivo ottico che mutò radicalmente il sistema di osservazione, contribuendo inoltre a sviluppare l’industria d’intrattenimento, fu il Panorama. Questa “creatura” non solo modificò con tratto determinante il modo di guardare, ma fu un modello paradigmatico per un’altra ben più inquietante struttura, il terribile apparato disciplinare chiamato Panopticon.
Vere e proprie “macchine del visibile”, condivisero sia la forma architettonica, sia gli obiettivi concettuali. Il primo ha cercato di educare l’occhio istruendo lo sguardo, mentre il secondo, attraverso lo “sguardo normalizzante”[1], educava i soggetti deviati incoraggiando un voyeurismo talvolta morboso.
Quali problematiche hanno introdotto nel procedimento metodologico visivo?
Quali sono le conseguenze giunte fino a noi?
Nei prossimi post:
- Camera con vista: storia ed evoluzione del Panorama
- La città in bottiglia
- Il potere dello sguardo
- Il signor Peeping Tom
- Dal Panorama al Selfie
[1] Michel Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino 1993, pag. 218

Jules-Arsène Garnier (1847 – 1889) Veduta dalla piattaforma con spettatori e un dettaglio del Panorama di Costantinopoli. Esibito a Copenhagen nel 1882. 
Panopticon – Carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham -
Un’altra occasione perduta.
Il contesto. Si dice spesso, a ragione, che occorre “fare rete” e sistema. Gli altri paesi in questo campo ci stanno superando di gran lunga anche nel campo della formazione artistica. La stessa Claudia Ferrazzi, nostra eccellenza in campo artistico, già al Louvre e ora Segretario Generale dell’Accademia di Francia a Roma, lo ha ripetuto più volte: senza sinergie e networks non si può fare nulla in campo culturale. La cattiva abitudine tutta italiana dell’ognuno per sé ha prodotto drammatici risultati. Ho scritto molto di educazione all’arte e di istruzione artistica con interventi su La Stampa, su Edscuola, su Education2.0 ed altri media per sollecitare il dibattito intorno al depauperamento dell’educazione ad uno dei linguaggi più importanti per la formazione della persona e per l’economia del nostro paese e del mondo intero. Nell’ambito dell’Associazione nazionale ArtemDocere, di cui faccio parte, si è costituito un gruppo che si sta occupando di elaborare un documento sulla formazione artistica dopo aver inviato un organico dossier al Ministero che già, in qualche parte dei suoi documenti programmatici, pare aver considerato.
Il fatto, i protagonisti, le idee. Recentemente ho ricevuto, come tanti altri destinatari, un invito per un convegno sull’istruzione artistica ” Da ISA a Liceo: 4 anni di esperienza” organizzato dall’Associazione degli ex studenti degli istituti d’arte (Essia) e dal Liceo Artistico Mengaroni di Pesaro per il prossimo 8 Novembre. Ho chiesto, a nome di ArtemDocere di poter contribuire con un intervento ufficiale per presentare sinteticamente i risultati del nostro dossier e prospettare delle strade da percorrere in una comune strategia, con lo scopo di non disperdere energie e risorse. Una tale sinergia garantirebbe di conseguire risultati più solidi nel campo della formazione e dell’istruzione artistica per curare tutto il campo invece di singoli sparuti orticelli. Si recupererebbe così il terreno perduto, scongiurando i tentativi al “divide et impera” governativi per proporre il potenziamento degli insegnamenti storico-artistici, progettuali, del design, del disegno e delle arti applicate in un progressive learning, dai percorsi comuni del ciclo primario e secondario, fino a quelli specializzati del ciclo superiore, in stretto contatto con il mondo del lavoro. Non si tratta infatti di realizzare percorsi di serie A e di serie B ma un sistema pariteticamente duale, costruito su curricula paralleli, egualmente dignitosi e mirati alla formazione equilibrata dell’individuo così come alle professioni dell’artigianato artistico o a quelle, a livello universitario, della progettualità, del design, della musica e della storia dell’arte.

Gli esiti. Ci spiace constatare invece come la nostra proposta di intervento sia stata relegata al dibattito generico di fine giornata con una motivazione basata sulle esigenze di snellezza del convegno.
Gli interrogativi. Ci chiediamo allora: ma non si dovrebbe parlare di scuola, di riforme e di istruzione artistica? Qualcuno sa quello che ArtemDocere sta facendo ed ha fatto finora in questo campo? Qualcuno conosce i risultati di condivisione che ArtemDocere ha raggiunto anche presso chi decide dei destini della scuola italiana? Ma davvero si vogliono riproporre tout court gli istituti d’arte seppure in chiave moderna ma con i pregi e i difetti che pure storicamente avevano? Non sarebbe meglio rifondare tutto il sistema dell’educazione ai linguaggi artistici e quello della formazione ed istruzione artistica facendo tesoro degli errori del passato e delle esperienze virtuose storicamente assodate?
Le riflessioni. Mi duole dire, a questo punto, che sta accadendo lo stesso fenomeno di quando tentai invano nel 2010 di coinvolgere le scuole artistiche in una rete editoriale che poteva coagulare l’opinione pubblica, gii esperti e gli amministratori, rileggendo una storia eccezionale di cultura e di talenti, verso la ricostruzione ed il rilancio dell’insegnamento delle arti. Non c’è ancora, ahimè per la scuola, per l’arte e per l’Italia, nelle piccole e nelle grandi, significative contingenze, niente di nuovo sotto il sole.
La babele dell’arte nel paese delle arti
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In difesa de “Il Giovane favoloso”.
Il giovane favoloso, di Martone. Contenta di essere andata a vederlo. Sì, perché a me, è piaciuto. E molto. Un bravissimo Elio Germano in un’impresa, inutile dire, tutt’altro che facile: descrivere la vita di un genio assoluto, genio che io adoro.
Per tutta la prima parte ho avuto le lacrime agli occhi; il primo tempo dedicato all’infanzia fa respirare il senso di castrazione, chiusura, soffocamento del giovane genio; e fa venire voglia di ritornare al suo borgo natìo, a riveder il colle dell’Infinito e la siepe che ‘da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude’. La seconda parte, più lunga, è più movimentata, colorita, chiassosa, mobile, sospesa tra Firenze e Roma, solo accennate o evocate, e Napoli, più vissuta cinematograficamente. Più onirica questa seconda parte, a tratti con inserti forse un poco stonanti o insistiti, ma passiamoli. -
Il paese dove il “sci” suona.
Provocato benevolmente da Silvia Donati, da recanatese doc, voglio fare una brevissima chiosa al dialetto che si parla nella mia città sicuramente fin dal ‘700.
Inizio citando da Leopardi: “Ella non può figurarsi quanto sia bella. È così piana e naturale e lontana da ogni ombra di affettazione, e non tiene punto né della leziosaggine toscana né della superbia romana, mentre basta uscir due passi dal suo territorio per accorgersi di una notabile differenza, la quale in più luoghi pochissimo distanti, non che notabile è somma”. Qui ci sono riferimenti ad una verità incontestabile che segnala nella lingua recanatese non rare influenze e forse contaminazioni dal romanesco e dal toscano ma senza superbia e leziosaggine ( mo’ vengo, babbo, mi fijo, mi padre,capare, pija foco,e me’ cojoni, monno....)mentre si rilevano forti distanze sia dagli idiomi delle vicine Loreto, Osimo, Castelfidardo, Porto Recanati che del maceratese. Ho vissuto molto nelle campagne circostanti Recanati (Santa Croce di Sambucheto) e assicuro che la lingua era decisamente diversa da quella del borgo. Alcune ricerche e riferimenti confortano questa mia convinzione. Dice infatti nel suo libro sul Dialetto Recanatese del 1991 Gabriele Mariani che” la peculiarità della pronuncia è riconducibile nel filone del parlar toscano e umbro ma senza leziosità superflue o inflessioni minimamente rimarchevoli” riconducendo il filone (che Leopardi aveva già individuato) nel gruppo italico centrale laziale-umbro-toscano che fa da cerniera tra le lingue romagnole del nord (Senigallia, Pesaro, Fano) e quelle (Ascoli, Fermo etc..) del sud delle Marche. Recanati è sempre stata un’ eccezione nel suo territorio anche per le alternate vicende storiche e per la forte vocazione mercantile. Nei miei viaggi per l’Italia è un fatto che mi abbiano scambiato per toscano o romano, mai per abruzzese o marchigiano ( di cui il maceratese sembra essere l’emblema stereotipato). Per approfondire: dialetto.unimc.it.
Giuseppe Campagnoli
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Educazione ambientale.
L’arte della tutela.
Oggi su La Stampa Opinioni l’editoriale di Giuseppe Campagnoli sulla cura del territorio e delle città e l’educazione
ambientale dei cittadini. Luoghi comuni e ipocrisie.
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Genova e non solo.
Ho scritto dei fatti drammatici provocati dagli eventi meteorologici nelle Marche e ora leggo e vedo di Genova mentre un’allerta meteo è attiva per Montpellier e tutta la sua regione,in Francia dove un evento simile a quello di Genova è già avvenuto poco tempo fa. Di chi sarà la colpa? Forse di tutti: governi, amministrazioni locali, protezione civile, ma da ultimo e non per ultimi anche i cittadini che spesso desiderano la botte piena e la moglie ubriaca. Allora anche in questo caso giova ripetere ciò che dissi per gli eventi di Senigallia: “Come si dice in campo fisiologico che la “prima digestio fit in ore” anche in campo di prevenzione la “prima prevenzione avviene nei nostri comportamenti quotidiani”. Se non ho curato il mio campo, il mio fosso, la mia scarpata non posso prendermela con il comune o con il meteo. Se ho voluto spendere i miei risparmi per i miei diletti invece di provvedere a regolare le acque nel mio giardino e a rispettare le norme sismiche e idrogeologiche della mia casa, non posso andare in piazza a protestare contro il sindaco e dare la colpa ad altri. Ma una cosa sono le scelte che i cittadini sono in grado di fare, altro è il danno subito da chi non ha le risorse nemmeno per vivere. Nessuna previsione potrà mai dire con certezza assoluta cosa accadrà dopodomani. La scienza fatica a prevedere certi fenomeni anche entro poche ore! Educazione ed istruzione ci aiuterebbero molto. Ma è proprio in questo campo che le risorse sono state tagliate ampiamente. I cittadini debbono conoscere qual’è la loro parte nella salvaguardia del territorio e debbono sapere come comportarsi prima, durante e dopo gli eventi calamitosi. I cittadini debbono essere messi in grado di valutare bene i rischi che corrono, ad esempio, quando estorcono permessi (attraverso i TAR, i contenziosi con i Comuni etc..) di costruire e produrre in aree da sempre a rischio. I cittadini debbono contribuire attivamente alla prevenzione ed alla tutela dei beni comuni a partire dal proprio ambiente domestico e dal proprio intorno territoriale. Gli eventi meteo straordinari sono ormai una realtà ma sono una realtà anche l’abbandono delle campagne agli agriturismo e ai pannelli solari, la speculazione edilizia che ha riempito l’Italia di doppie, triple e quadruple case, la speculazione finanziaria e l’ottusità imprenditoriale e politica che hanno creduto che l’Italia fosse un paese per l’industria pesante e per l’ipercommercio. E’ colpevole anche la tendenza dei cittadini quando protestano per le antenne e non rinunciano a tv e cellulari, quando urlano contro la TAV ma si lamentano dei ritardi dei treni, quando stigmatizzano l’inquinamento ma non fanno due passi senza auto…Chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Giuseppe Campagnoli
5 Maggio e 12 Ottobre 2014
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Focus sull’architettura della scuola.

La Rivista dell’istruzione N°4/2014. Maggioli Editore Rimini. Un Focus autorevole sull’edilizia scolastica. Intervento di Giuseppe Campagnoli: “Aule senza confini”.
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Moda e Arte a Candelara.
Moda e Liberty: interpretazioni stilistiche contemporanee
La mostra rimarrà aperta fino a domenica 12 ottobre 2014 con questi orari:
venerdì, sabato e domenica dalle 17 alle 19;
venerdì e domenica dalle 21 alle 23.La mostra ha ottenuto il patrocinio della Regione Marche, della Provincia di Pesaro e Urbino, del Comune di Pesaro, del Consiglio di “Quartiere n. 3 delle colline e dei castelli” e dell’Associazione “Titanus”. Ulteriori informazioni sono disponibili nel sito web della Pro Loco di Candelara: http://www.candelara.com.
Leggi il comunicato stampa (altro…)
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Opere d’arte.

Cito sinteticamente e condivido da Maurizio Ferraris “ARTE”:
Condizioni necessarie (ma non sufficienti) per definire,anche oggi, nell’era del web e dei media, un’opera d’arte:
- Oggetto fisico che abbia a che fare con l’aisthesis (i sensi).
- Che sia oggetto sociale. Non ci può essere arte per un solo uomo al mondo o per pochi eletti.
- Che provochi solo accidentalmente conoscenza.La funzione prioritaria non è la conoscenza.
- Che provochi sentimenti ed emozioni, eventualmente anche di ripulsa. Le emozioni sono fondamentali per la ragione.
- Che sia una cosa che finge di essere persona. Giudicare un’opera d’arte infatti deve essere come giudicare una persona.
Solo di alcune cose si dice che siano opere d’arte.Queste condizioni sono le premesse indispensabili affinché ciò si avveri.
La storia è una delle premesse fondamentali, come la cultura di chi produce opere d’arte e la sua preparazione certa.
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Insane competition.
La scuola è “maestra di vita” non il coach di una gara fondata sulla malsana competizione senza pari opportunità.
Laddove non c’è né merito né capacità non c’è scuola.



















