Autore: Giuseppe Campagnoli

  • La cultura, l’arte e il turismo in Italia. La musica è finita?

    La cultura, l’arte e il turismo in Italia. La musica è finita?

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    Proprio ieri discutevo con alcuni operatori pubblici e privati del settore cultura e turismo raccontando di come ho avuto l’opportunità di godere del periodo di manifestazioni turistiche e culturali estive a Nantes (Pays de Loire)  notando delle enormi differenze con quanto accade da noi, come del resto avevo già sperimentato in Belgio nel 2012. Gli eventi culturali  locali e regionali sono in un quadro unico e modulare  e le risorse economiche, umane e culturali sono convogliate in uno sforzo comune esteso spesso anche a tutta la regione. Tutti quelli che meritano (associazioni, artisti, botteghe,enti turistici..)secondo rigorosi e specifici protocolli hanno diritto a contributi pubblici ed i privati coinvolti spesso si impegnano con forti connotazioni no profit. In Italia  c’è ancora la concorrenza spietata nell’associazionismo e in chi aspira a partecipare della torta degli eventi turistici e delle manifestazioni cuoturali alimentata dalla politica e dalle lobbies culturali locali e nazionali. C’è il nepotismo e la raccomandazione, ci sono i soldi dati sempre agli stessi, escludendo altri forse ben più meritevoli e di talento. Non si farebbe meglio a pensare più in grande coinvolgendo più soggetti evitando al contempo di far fare la parte del leone ai soliti noti non sempre all’altezza? Gli eventi di una città e di una piccola regione potrebbero essere raccolti sotto una unica insegna, un marchio di qualità,una strategia e un programma, con  una unica regia che coinvolgesse le diverse proposte culturali e le rendesse compatibili con un disegno unitario sicuramente più economico e certamente più di qualità. Purtroppo la lungimiranza della politica e di chi amministra le città e le regioni non va oltre il campanile e il proprio lustro personale (sovente espresso con l’esibizionismo mediatico) o di consorteria e una cosa che altrove è naturale qui forse non avrà mai casa. Oltre a dare spazio a discutibili artisti e maneggioni della cultura incensandoli e spingendoli agli onori di una cronaca miope pare non si riesca a fare altro. Qualche amministratore e manager culturale non potrebbe spendere il suo tempo estivo (e anche invernale) in giro per l’Europa ad osservare, partecipare e, perché no?, copiare le buone pratiche che paesi e città, spesso meno dotati di noi, hanno avuto la capacità e l’occhio lungo di realizzare? Una regia regionale e un progetto culturale comune che coinvolgesse tutti i territori ottimizzando le idee e le risorse sarebbe proprio un’utopia? E’ così difficile pensare ad un programma unico turistico e culturale integrato senza sovrapposizioni e con ampia possibilità di scelta gestibile dall’utente attraverso una card regionale per gli accessi, le prenotazioni, l’accoglienza e la mobilità? ReseArt ne avrebbe di idee…

    Giuseppe Campagnoli 24 Aprile 2016

  • Giovani esploratori a Recanati

    Giovani esploratori a Recanati

    Un reportage dall’inaugurazione, a Recanati il 23 Aprile 2016, della mostra “60 anni di scout” presso la Chiesa di San Vito. Organizzata da Fabio Buschi e Roberto Calorosi in collaborazione con il Circolo Numismatico Filatelico Recanatese e con il patrocinio del Comune di Recanati e della campagna “Recanati Capitale della Cultura 2018”. Sponsors dell’evento Unipol Sai e Banca di Credito Cooperativo di Recanati e Colmurano. Incontri, memorie , rimpatriate, commozione ed impressioni. Le foto sono di Giuseppe e Marco Campagnoli, i testi  della memoria qui riportati sono di Giuseppe Campagnoli ed Enzo Polverigiani.

    Ricordi Scout 1961-1968
    di Giuseppe Campagnoli

    “Ho ricordi ondivaghi del mio trascorso da scout nell’ASCI di Recanati 1° prima come lupetto, poi come “giovane esploratore” e  Akela per qualche mese..
    Il periodo era dall’inizio degli anno ’60 fino oltre la metà quando a 17 anni sotto la spinta del rock’n roll,  della politica e delle fanciulle  abbandonai Don Mariano e gli scouts…
    Ho dei flash di memoria di quando ci dondolavamo sugli sgabelli di legno fatti da noi nell’angolo di squadriglia, delle litigate ai campi estivi con altri capisquadriglia in competizione, di quando mio fratello Alfredo salì su un albero e vi rimase per qualche tempo in segno di protesta per  un fatto che lo aveva colpito ingiustamente e il mio contributo alla sua discesa. Ricordo ancora le guardie notturne alla cambusa da difendere dalle scorrerie degli altri reparti
le notti all’addiaccio dentro una sacco di iuta davanti al fuoco, l’alzabandiera mattutina, le cucine con i bidoni di lamiera,la promessa, i nomi di caccia e i tanti giochi di avventura. 
    Ho poca memoria dell’aspetto religioso e caritatevole, molta della solidarietà e delle amicizie nate e consolidate. Ho ancora presenti i costumi e i movimenti del Miles Gloriosus di Plauto recitato tra gli applausi al San Giorgio di Ascoli Piceno e le scene della sfortunata kermesse che mi vide cadere platealmente  da “cavallo” nella giostra del saracino “scout” allo stesso San Giorgio!”

     

    Ricordi Scout 1952-1956
    di Enzo Polverigiani

    “Da quando, dalle note biografiche del neo presidente del Consiglio Matteo Renzi, si è appreso che lo stesso è stato lupetto e boy scout, a differenza di tanti suoi seguaci che setacciando le loro vite si sono scoperti, guarda caso, boy scout a loro volta, mi sono sempre accuratamente imboscato. Ma adesso una fotografia, emersa dalla notte dei tempi, mi inchioda senza scampo: così esco allo scoperto e dichiaro di essere stato boy scout, anche se per poco e con scarso profitto. Ne è passata di acqua sotto i ponti, e dei compagni ritratti nella foto ne riconosco appena un paio, augurandomi che siano presenti e riconoscano anche me, magari facendosi una risata.
    Perché, e questo lo ricordo bene, diedi le dimissioni dalla squadriglia Tigre (molto meno aggressiva di quella, tristemente famosa, che avrei incrociato anni e anni dopo, in Bosnia) per via di…un paio di lenzuola. Bisogna sapere che mia madre, l’istigatrice della mia iscrizione, mi teneva nella bambagia, con la divisa sempre in ordine e mi raccomandava le buone maniere. Per cui ero guardato un po’ di traverso, come un signorino, dal rude, manesco e decisionista cappellano don Mariano, e dai miei compagni altrettanto rudi, abituati ai campeggi, ai sacchi a pelo, alle tende che io cercavo invece di schivare. In più, essendo uno dei più giovani, non mi era permesso portare l’agognato coltello (a pensarci bene, di misure proibite) che era di pertinenza soltanto dei più anziani ed esperti.
    Un bel giorno, mia madre mi convinse a partecipare a un campeggio: e io, quando fu ora di dormire sotto la tenda, dopo i cori di rito, invece del sacco a pelo tirai fuori lenzuola e coperte. Fui seppellito dalle risate, e ciò mi indusse, poi, a rassegnare le dimissioni. Forse anche per questo non ho mai provato a diventare presidente del Consiglio.”

    (altro…)

  • I miei libri- Le pubblicazioni

     

    I libri e le opere di Marisa Cossu.Meritano.

    ” Che cosa manca” Poesia selezionata per l’antologia. Diploma di merito. “Sentire” con disco di poesie recitate    Audiolibro,Ed. Pagine, Roma Raccolta Poetica ”…

    Sorgente: I miei libri- Le pubblicazioni

  • Bricolage artistico. Ecco un bell’esempio.

    Bricolage artistico. Ecco un bell’esempio.

    Bricolage artistico. Ecco un bell’esempio giratoci dal nostro Giovanni Contardi

    Abbiamo scritto spesso, io e i miei colleghi autori di questo blog, di artisti autodidatti  e improvvisati e dei bluff che il mercato, compresi ahimè gallerie e musei ritenuti prestigiosi, in Italia e all’estero, ci offrono ad ogni piè sospinto (CFR: L’arte a distanza del MoMa). Passi la filosofia mercantile riguardo all’arte che impera in paesi come gli Stati Uniti, la Germania, l’Asia, Il medio oriente e più raramente il Regno Unito e i paesi scandinavi. Ma che in Italia, il paese ritenuto a ragione la culla della qualità di molte arti, dove fare arte si insegna più e meglio di altri paesi in prestigiose scuole pubbliche e private o in “botteghe” apprezzate in tutto il mondo della vera cultura, si dia spazio al “di tutto di più”, al neoanalfabetismo della creatività ed al bricolage artistico è proprio una bestemmia! Per una sollecitazione che mi è venuta da uno squallido battibecco più da gossip che da persone colte suscitato nel web da un mio intervento, ho l’occasione, che non posso perdere, di mostrarvi un esempio emblematico corredato dalle immagini e dal back ground culturale dichiarato dall’artista nel suo curriculum vitae. Un artista cui è stato paradossalmente intitolato anche uno spazio pubblico museale di un piccolo paese dell’entroterra marchigiano che contiene alcune sue opere “donate” per essere di fatto esposte gratis ai cittadini che pagano le tasse anche per questo. Mi hanno raccontato che  una giunta municipale illuminata , nello stesso comune negli anni 90, aveva deliberato la rimozione di un’opera posta difronte alla residenza comunale per destinarla successivamente, nella sua degna collocazione, come “pirolo” per il traffico in una rotatoria! C’è una mostra in corso nella città di Pesaro presso una struttura espositiva pubblica-privata sponsorizzata da aziende e dalla pubblica amministrazione. E’ consuetudine di ReseArt di stigmatizzare i peccati risparmiando i peccatori (che comunque sono facilmente individuabili per chi lo volesse). Potete visitare la mostra e dirci cosa ne pensate oppure trovare una galleria di opere e la biografia nell’ineffabile sito personale del de cuius.

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    No comment.

    Voglio concludere lasciando al lettore l’ardua sentenza nel riproporre una citazione che ritengo estremamente illuminante su che cosa debba essere l’arte e come fare per riconoscerla:

    “Condizioni necessarie (ma non sufficienti) per definire, anche oggi, nell’era del web e dei media, un’opera d’arte:
    Oggetto fisico che abbia a che fare con l’aisthesis (i sensi).
    Che sia oggetto sociale. Non ci può essere arte per un solo uomo al mondo o per pochi eletti. L’arte parla da sola e deve essere universalmente compresa; non  ha bisogno che qualcun altro la spieghi altrimenti è come una macchina con libretto di istruzioni.
    Che provochi solo accidentalmente conoscenza. La funzione prioritaria non è la conoscenza.
    Che provochi sentimenti ed emozioni, eventualmente anche di ripulsa. Le emozioni sono fondamentali per la ragione.
    Che sia una cosa che finge di essere persona. Giudicare un’opera d’arte infatti deve essere come giudicare una persona.
    Solo di alcune cose si dice che siano opere d’arte. Queste condizioni sono le premesse indispensabili affinché ciò si avveri.
    La storia è una delle premesse fondamentali, come la cultura di chi produce opere d’arte e la sua preparazione certa.” da Maurizio Ferraris

    Giovanni Contardi Aprile 2016

  • Controeducazione.La scuola diffusa.

    Un anno fa è apparso un post sul blog  “controeducazione.blogspot.com” di Paolo Mottana e ora, grazie alla condivisione di Gabriella Giornelli, lo propongo come contributo all’idea di scuola diffusa del progetto “La scuola senza mura”. I contatti con enti e istituzioni per organizzare un seminario e studiare la fattibilità di questa quasiutopia sono in corso e la speranza è l’ultima a morire. Intanto raccogliamo contributi, proposte e suggerimenti.

    “La “scuola diffusa” oltre la scuola. Paolo Mottana 15 Aprile 2015

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    Bisogna smettere di pensare alla vita dei bambini rinchiusa dentro una scuola, una casa, un oratorio. Le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi devono ricominciare a circolare nel mondo, e allora il mondo prenderà un nuovo ritmo, più armonico. Quando i bambini, le ragazze e i giovani ricominceranno a essere presenti nel mondo, anche noi smetteremo di girare a vuoto. Liberare loro dalla gabbia significherà liberare anche noi.

    Immaginiamo una non-scuola come quella che oggi alcuni chiamano “scuola diffusa” (Campagnoli tra al.). Cosa potrebbe essere? Seguiamo Campagnoli:

    Un luogo minimale, “un edificio-base, che fungesse da manufatto simbolico, una specie di “portale” di ridotte dimensioni, ubicato in una parte significativa e centrale della città, con servizi amministrativi e luoghi di riunione non specializzati; esso potrebbe rappresentare la “stazione” di partenza verso le “aule” virtuali e reali sparse nel territorio, un luogo di “rendezvous” all’inizio della giornata di studio” (http://www.educationduepuntozero.it/tecnologie-e-ambienti-di-apprendimento/scuola-diffusa-provocazione-o-utopia-4031005060.shtml).

    E’ un buon punto di partenza. Ma è un punto di partenza che impone un drastico rovesciamento perché, appunto, le aule svanirebbero nella loro accezione consueta e i luoghi di apprendimento sarebbero altrove, nel territorio fuori dalla scuola. Ogni giorno i ragazzi e le ragazze, le bambine e i bambini, avrebbero un carniere di “esperienze” da vivere “là fuori” e non “qui dentro”. Campagnoli si preoccupa dei trasporti: “Per le scuole di livello base o intermedio, sarebbe sufficiente concepire quotidianamente un “orario di prossimità”, con un sistema di trasporto integrato che consentisse di trasferire gli alunni, anche in continuità verticale (negli stessi luoghi e laboratori studenti dalle elementari alle superiori, a volte anche insieme!), ogni giorno in un posto diverso a seconda delle necessità di apprendimento e di applicazione.” (altro…)

  • Università, merito, eccellenze e talenti.

    Università, merito, eccellenze e talenti.

    Poiché nulla nel frattempo è cambiato neppure con le “buone scuole” ripropongo questo mio articolo apparso su diversi media nel 2012.

    Università ed eccellenza: pedagogia, equità e motivazione.

    È a causa delle riforme-non riforme succedutesi nel tempo senza di fatto mutare nulla se non ridurre la qualità dell’insegnamento che l’università è diventata un percorso a ostacoli per “i capaci e meritevoli privi di mezzi”? Avendo passato una vita nella scuola mi pare utile raccontare una piccola storia “accademica”. Ho contribuito a formare in diversi ruoli generazioni di studenti, docenti e anche dirigenti scolastici della scuola statale e paritaria e ho potuto rilevare con rammarico gli scarsi e improduttivi contatti con l’università. In quelle poche occasioni di lavorare insieme ho toccato con mano la scarsa conoscenza di molti docenti universitari rispetto al mondo dell’istruzione che li precede. Dov’è la tanto sbandierata continuità educativa e formativa? La prova lampante di questa situazione sta in quello che trapela dai racconti di testimoni diretti di una realtà universitaria che spero sia solo una rara eccezione in un panorama migliore! La storia o meglio le storie hanno inizio al termine del percorso di studi secondario e coinvolgono ragazzi eccellenti secondo i risultati dell’Esame di Stato ma anche a ben osservare il loro percorso scolastico. Curricula continui e ottimi per tutto il corso di studi e performance certificate anche da enti esterni. Si arriva alle prove di selezione per l’accesso all’università. I test appaiono subito aleatori, discriminanti (tra chi evidentemente ha una preparazione ad hoc non dipendente dalla qualità della scuola di provenienza e degli studi fatti ma addirittura dalle caratteristiche geografiche ed anche anagrafiche!) gestiti in modo disorganizzato e quindi penalizzante. Regna la confusione, il mancato rispetto dei tempi mentre i quesiti sono improbabili o impossibili quando non siano estremamente stravaganti. Sembra che siano confezionati ad hoc per selezionare a caso e nel mucchio. Superata, bene o male, la prova, si inizia l’anno e anche un immeritato calvario. La competizione, quella malsana, priva di solidarietà e di apprendimento cooperativo è altissima. Pare che i docenti non abbiano nozioni di psicopedagogia ma nemmeno di didattica e di tecniche per la motivazione allo studio e l’apprendimento di un metodo (che non può essere certamente lo stesso delle scuole superiori) se le prove e gli esami non sono preceduti da un vero training ma il grosso della preparazione viene lasciato all’iniziativa del singolo studente che deve barcamenarsi attraverso indicazioni generiche, riferimenti confusi, pochi interventi correttivi e di vero insegnamento. I cattedratici, sovente ammantati di eccessivo egocentrismo, sembrano (con rarissime eccezioni) essere soltanto dei dottissimi propalatori di scienza, addestratori inflessibili a virtuosismi disciplinari e stimolatori di una gara senza esclusione di colpi tra gli studenti il più delle volte “secchioni” piuttosto che talentuosi. Verrebbe da pensare che in certi ambienti universitari non si abbia idea alcuna di che cosa sia la scuola (dalle elementari alle superiori) e di che cosa sia la continuità educativa e formativa.

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    La competizione tra allievi si esaspera fino a diventare piano piano sfrenata toccando spesso anche la sfera personale e affettiva degli studenti. Non sono rari gli insulti e lo stalking di gruppi di studenti attraverso i social network per performace negative di altri, oppure l’emarginazione degli studenti più dotati di umiltà, anche se dotati, perché non impegnati nella lotta senza quartiere alla supremazia. Così non si formano certo le eccellenze! Al massimo si generano egoisti virtuosi e presuntuosi arrampicatori sociali! Manca proprio quella capacità di essere solidali, di essere autonomi ma anche cooperativi, di crescere come donne e uomini e non come candidati al Grande Fratello Accademico! Manca la capacità di saper integrare lo studio con il tempo libero in un’accezione di crescita omogenea e non disforica, la capacità, infine di testimoniare quell’essere “capaci e meritevoli anche se privi di mezzi”! Sarà un caso che a fronte di risultati da genietti di molti studenti universitari di oggi il loro tempo libero sia poi dedicato al gossip sociale e a seguire con convinzione i grandi fratelli e le mariedefilippi di turno? Ben venga una scuola dura e selettiva ma fondata sul merito, sulla cooperazione sullo studio aperto e flessibile, senza competizione ma non senza regole. L’università anche nelle punte di eccellenza riesce invece sovente (mentre non resta che confidare nelle auspicabili eccezioni) a esprimersi anche nella sperequazione, specialmente quando non riesce a distinguere amministrativamente tra chi, evadendo le tasse, gode di benefici, alloggi e borse di studio immeritati e chi a volte oltre al danno economico deve subire quello della beffa dei soliti incapaci e immeritevoli che riescono anche, grazie ai loro enormi indichiarati mezzi finanziari e molto dichiarate parentele e affinità, ad avere ottimi risultati di profitto.E il nuovo modello ISEE non ha fatto che peggiorare le cose! Il diritto allo studio dovrebbe essere fondato sulle pari opportunità, sull’equità e sulla garanzia di un insegnamento competente anche dal punto di vista pedagogico e didattico qualsiasi sia il percorso disciplinare e professionale prescelto. Le testimonianze rivelano mancanza di riferimenti pedagogici, di una didattica esplicitata, di organizzazione, di criteri di valutazione palesi e condivisi. L’opposto del concetto di scuola insomma. È forse per la mancanza di fondi che avviene tutto ciò? Per una preparazione aleatoria dei docenti fondata su opinabili purché assodate pubblicazioni e su concorsi di cui ben conosciamo la storia? È a causa delle riforme non riforme succedutesi nel tempo senza di fatto mutare nulla se non ridurre la qualità dell’insegnamento che l’università è diventata un percorso a ostacoli per “i capaci e meritevoli privi di mezzi”?

    Giuseppe Campagnoli

  • Jobs acts, le multinazionali e gli studenti erranti in Europa.

    Jobs acts, le multinazionali e gli studenti erranti in Europa.

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    Jobs acts, loi pour l’emploi, students et Erasmus.

    In tempi di jobs act in Italia e di loi pour l’emploi  in Francia anche il progetto Erasmus  mostra spesso , ahinoi, luci ed ombre in fatto di scuola-lavoro, sicurezza, equità sociale e pari opportunità. Partiamo da questa lettera di un giovane studente a Parigi indirizzata qualche settimana fa alla multinazionale in cui ha lavorato appena un mese dopo essere stato inspiegabilmente  congedato durante il periodo di prova.

    “Madame, Monsieur,

    Le 1er Mars 2016, un mois avant la fin de ma période d’essai en qualité de Brand Representative, j’ai été convoqué de façon inattendue par deux managers dans une petite salle des bureaux de votre magasin plus grande de la ville. Après un discours embarrassant et une analyse improbable de mon expérience de travail et sur mes considérations, les managers m’ont communiqué que l’entreprise n’avait plus besoin de moi. J’ai demandé des explications et j’ai précisé que tous les commentaires que j’avais reçus de la part de mes collègues, des managers et, surtout, des clients avaient été très positifs. Les raisons présentées maladroitement mais fermement par les deux managers étaient, pour eux, irrévocables. À mon avis, ces raisons étaient aléatoires, vagues et voire grotesques : « pas assez d’énergie», « tu as bien compris le sens de la marque mais tu n’as pas su créer assez d’ambiance» …

    Les raisons étaient en claire contradiction avec les compliments reçus maintes fois par d’autres managers, voire même par les deux managers mentionnés ci-dessus. Les compliments concernaient la qualité de mon travail dès le début de ma période d’essai. Il y a un mois, après l’entretien d’embauche, j’ai été choisi presque immédiatement. J’ai reçu une formation expresse et bâclée, avec un flot d’informations concernant les plans, les rôles, les horaires et j’ai été mis sur le terrain immédiatement avec toute l’incertitude d’une préparation trop courte et insuffisante. Horaires et shift aléatoires, toujours trop changeants et aucun repère concernant la hiérarchie. Cependant, dès la première semaine de travail je me suis bien adapté et j’ai accompli mes tâches le mieux possible. J’ai élargi mes connaissances, mes capacités techniques et relationnelles face aux clients et à mes collègues. J’ai toujours eu un comportement correct et proactif tandis que d’autres collègues, en toute honnêteté, ne se gênaient pas pour téléphoner, écrire des messages ou bavarder pendant le service. Bien sûr, ces collègues n’ont jamais été convoqués par les très perspicaces et attentifs managers. J’ai eu beaucoup de retours positifs de la part de certains managers malgré leurs consignes répétées plusieurs fois et souvent ambigües et contradictoires. Pour ce poste, j’ai dû ouvrir un compte courant et effectuer toutes les démarches exigeantes prévues par la loi ; l’administration française n’a rien à envier à celles d’autres pays européens ! Au bout de 30 jours de travail, soudainement, de façon inattendue, à la fin de mon service, un service qui s’était très bien passé (certains clients ont même fait des compliments à mon sujet aux caissiers qui m’en ont fait part) j’ai été invité dans la petite salle avec les deux managers qui m’ont communiqué la nouvelle concernant la rupture de la période d’essai. Ma période d’essai de deux mois se terminait normalement le 2 avril, or on m’a obligé à partir le 15 mars, tout en me faisant comprendre qu’il était préférable que je parte tout de suite soit le 4 mars car leur décision était définitive. Je sais que pour interrompre la période d’essai aucune de deux parties n’est obligée de présenter de motivation. Cependant, vous l’avez fait : le manque d’énergie. Un motif difficile à comprendre. Par conséquent, des doutes me viennent. Peut-être que l’interruption de ma période d’essai est due plutôt à un manque de désinvolture effrontée et impolie envers les clients ?  Ou alors un doute encore pire, que j’espère être infondé, que la vraie raison de la rupture soit le port des appareils auditifs, que je porte toujours, discrets mais tout de même visibles?

    J’ai l’intention de raconter mon expérience dans votre entreprise car la raison évoquée pour la rupture de la période d’essai ne me paraît ni pertinente ni réaliste.  Ceci étant dit, je vous demande, si possible, quelques éclaircissements.. Je crois en plus d’etre en droit de recevoir une INDEMNITé COMPENSATRICE, parce que je n’ai reçu aucune communication écrite concernant le délai de prévenance. J’ai signè seulement la « prise d’acte » de la communication de clôture de la période d’essai. En fait l’ordonnance du n° 2014- 699 du 26 juin 2014 est venue préciser que lorsque le délai de prévenance n’a pas été respecté, son inexécution ouvre droit pour le salarié, sauf s’il a commis une faute grave, à une indemnité compensatrice. Cette indemnité est égale au montant des salaires et avantages que le salarié aurait perçus s’il avait accompli son travail jusqu’à l’expiration du délai de prévenance, indemnité compensatrice de congés payés comprise (article L. 1221-25, dernier alinéa, du code du travail).

    Dans l’attente de votre réponse, je vous prie d’agréer mes salutations distinguées.” E.F.S.C.

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    Erasmo è il nome emblematico del nostro studente, sorpreso e deluso dal fulmine a ciel sereno, è stato licenziato in tronco da uno degli stores più grande e meglio ubicato d’Europa di un  noto marchio multinazionale, prima della fine del periodo di prova, perché poco macho, poco felice e gioiosamente ebete,per qualche altro oscuro e discriminatorio motivo o perché già anziano alla soglia dei 24 anni, come è già avvenuto? La motivazione della coppia di managers (i capi e capetti dello store che si caratterizzano per dire e contraddire, ordinare e contrordinare, lodare e dileggiare) che hanno convocato alla fine del turno in una stanzetta il malcapitato studente-brand representative dopo appena un mese di prova, sui due previsti dal contratto per comunicargli di non essere più gradito, sono apparse aleatorie, generiche oltre che buffe e grottesche: “non c’era energia..”, “hai ben compreso il senso del marchio ma non ha saputo creare atmosfera..” Erano certamente  in palese contraddizione con le lodi e i complimenti avuti in più di una occasione dal ragazzo proprio da altri (ma, a volte, anche dagli stessi) managers sulla qualità del suo operato. Raccontiamo senza commenti e senza chiose  questa piccola storia del mondo del lavoro precario senza citare peccati e peccatori ma indicando con precisione il contesto geografico e commerciale.

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    L’Europa non dovrebbe essere cinica come l’America, ma non è così. La storia intreccia le vicende degli studenti Erasmus con le loro instabili e deludenti esperienze di lavoro tese spesso ad integrare i ridicoli contributi delle borse di studio all’estero. Appena arrivato nella metropoli più ambita d’Europa il nostro studente errante ha inviato decine di curricola mettendo in campo anche le sue ottime competenze linguistiche e culturali. Si sorprese e si entusiasmò quando fu convocato per un colloquio da un notissimo brand  e quasi immediatamente assunto in prova dopo un frettoloso quanto inadeguato training, con programmi, ruoli  ed orari aleatori e continuamente mutevoli. (altro…)

  • Youth. La Giovinezza già su Sky!

    Youth. La Giovinezza già su Sky!

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    di Giuseppe Campagnoli

    “Youth” di Sorrentino è già su Sky per gli abbonati gratis! In genere capita per i films che hanno fatto flop di pubblico. Aggiungiamo finalmente qualche nostra riga accanto a un nostro vecchio post: “Youth. La Giovinezza”

    “Saccheggi e non citazioni come ne “La grande bellezza”: Buñuel, Fellini, Pasolini, Ferreri, Moretti…Noia dialogica ed esistenziale in un mondo di bobos viziati dove il talento sembra solo quello dovuto al successo di cui parlava Victor Hugo. Storie meschine di un mondo meschino di cui “le directeur italien” sembra compiacersi più che impegnarsi a sottolineare lo stigma necessario. Il sesso, i lussi ed i vizietti sono esibiti con poco senso del ridicolo e del pudore sociale nel medesimo alone di miserrime relazioni umane. Poche le vere citazioni colte e pochi i messaggi di valore. Oggetto dei dialoghi profondi le bravure a letto, le bassezze fisiologiche e le immani effimere presunzioni di un mondo dove l’unico padrone sembra essere il mercimonio materiale e spirituale. Ma emerge prepotente l’immagine fanaticamente linda e cinica di un luogo patria adottiva della feccia parassita e frustrata del mondo ricco. Un cesto di facili metafore dalla triste Venezia all’apoteosi iconica di Susanna e i vegliardi.Un film esibizionista” Resta la domanda se sia arte un’opera che si vede e si parla addosso per pochi intimi o eletti. Se non è arrivato alla gente a chi era destinato? Ai clienti delle beauty farms svizzere?

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    Goffredo Fofi su l’Internazionale stroncava il film di Sorrentino: ” La senilità precoce di Youth di Sorrentino”

    “I vecchi di Sorrentino sono marionette di ricchi che si piangono addosso, noiosi come la morte, e che sparano sentenze a raffica, l’una più consunta dell’altra”. Leggete il resto che è interessante anche se alcuni non son d’accordo. C’è da dire che Fofi mi pare lontano dall’ accademia critica italiana.

    Dice Fofi “Il post moderno non c’entra affatto” E io sono sostanzialmente d’accordo.

    Leggi qui.

  • La meritocrazia. Un falso mito.

    La meritocrazia. Un falso mito.

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    Mi sono fatto persuaso, come direbbe il Commissario Montalbano, che le questioni di meritocrazia di cui tanto si parla, a destra, a sinistra (!) in alto e in basso, nel lavoro, nell’amministrazione, a scuola, nelle università etc. siano falsi miti, pericolosi e iniqui nella sostanza. Il merito sembra essere diventato la foglia di fico del neo-neoliberismo a destra come nella sedicente sinistra.

    Affinché il concetto corrente di merito possa essere valido e giusto dovrebbero essere assicurate alcune fondamentali propedeuticità: la parità di condizioni di partenza (economiche, sociali, di salute..) la parità di trattamento durante le attività (di lavoro, di apprendimento..), l’assenza di discriminazioni in base al sesso, alla razza, alle convinzioni religiose, ideali e politiche e l’assenza di ostacoli esterni e indipendenti dalla propria volontà. Chi sproloquia ad ogni angolo di merito ne tratta a prescindere dalle condizioni o ha tenuto conto dei requisiti basilari affinché sia garantita a tutti la libertà e l’eguaglianza nello svolgimento dei propri compiti e doveri? La meritocrazia credo, ahimè, che non possa prescindere, per come è strutturata la società in occidente e, peggio, in oriente e nel terzo mondo, dal concetto di competizione e competitività esasperate tutte legate al mercato anche quando si tratti di istruzione, salute, benessere e sicurezza.

    Il merito legato alla competizione è quindi una parola d’ordine liberista e non libertaria. Chi la usa non può definirsi progressista e liberal. Alcuni paesi, partendo dal campo educativo stanno affrontando una rivoluzione culturale che tende a ridurre se non ad eliminare la competizione, nemica dell’apprendimento, del lavoro e del raggiungimento di obbiettivi di qualità, in netta controtendenza rispetto a quanto si è creduto finora. I risultati di tale inversione si stanno già apprezzando.

    Poiché la natura, come si sa, non ama fare  salti sono convinto che ognuno abbia in nuce  uno o più talenti. Il compito della società è allora solo quello di aiutarci a scoprirli e valorizzarli, non invece quello  di premiare solo chi abbia avuto la fortuna, l’avventura o i mezzi di poterli utilizzare perché già palesi ed evidenti. Chi dà al massimo delle proprie capacità merita lo stesso compenso di chi ha avuto fortuna e talento. Questa è equità. (altro…)

  • La scuola diffusa. Una storia da raccontare.

    La scuola diffusa. Una storia da raccontare.

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    In previsione di un seminario che potrebbe coinvolgere l’amministrazione scolastica, quella locale e una università, ho preparato una sintesi storica del progetto “La scuola diffusa” che da anni sto curando in attesa di sviluppi concreti e che verrà letta e discussa ufficialmente alla prima occasione pubblica utile.

    Il progetto ha tratto spunto da un’idea che era già in nuce nel libro “L’architettura della scuola” edito da Franco Angeli nel 2007. Il volumetto suggeriva una concezione innovativa degli spazi per l’apprendere poi sviluppata in successivi saggi, articoli, iniziative e attività di ricerca. E’ il momento di fare la storia di questa proposta e intraprendere la strada per un dibattito più ampio e, auspicabilmente, una sua sperimentazione concreta. Confesso che l’idea è complessa e prefigura per la sua attuazione una diversa organizzazione di tempi e luoghi della scuola. La Buona Scuola dice di muoversi nella direzione di una rivoluzione organizzativa ma nulla si dice di nuovo sull’edilizia scolastica se non provvedere a tappare i buchi della sicurezza e tamponare una obsolescenza ormai cronica. Il discorso potrebbe essere ribaltato. Autonomia scolastica, flessibilità, tempi scuola, forse non possono affatto innovarsi se irrigiditi in aule, corridoi, uffici, laboratori inflessibili e per nulla in osmosi con il territorio. E’ tempo di cambiare veramente la prospettiva e tornare ad una specie di scuola peripatetica. Possibile, auspicabile, moderna.

    Giuseppe Campagnoli

    Ecco il link al testo integrale:

     La scuola diffusa 2016. Una storia da raccontare.

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  • Parigi oh strana! Il corto.

    Parigi oh strana! Il corto.

    Dopo il breve racconto sulla mia “gita ” familiare a Parigi, propongo, sulle immagini del precedente articolo, il brevissimo corto che ne è scaturito. La musica è artigianalmente del sottoscritto come le riprese. Dal Boulevard de l’Hopital a Saint Germain de Près, un passaggio al caffè Procope e la chiusura al Jardin des Plantes con il mio ormai proverbiale rondeau! Non dico nulla per pudore della disavventura del nostro pied-à-terre targato AirBnB che per una volta non si è dimostrato affatto all’altezza del marchio : sporco, senza alcuna sicurezza (elettrica, idraulica , di gas) pieno di effetti personali degli ospiti sparsi qua e là, lenzuola non pulite e letti scomodi e sfatti, un cesso più che una toilette di meno di un metro quadro, nessun armadio e nessuno strumento di pulizia. L’unica cosa bella ma avventurosa la scala elicoidale in legno che si vede all’inizio del cortometraggio. Singolari i quadretti un po’ naives e onirici sparsi nelle pareti e l’oggettistica retro dell’alloggio. Di fronte alle nostre finestre c’è l’antico, famoso, seppure deturpato da un terribile corpo anni sessanta, Hopital Pitié Salpètrière, di cui il mio amico Denis mi ha raccontato mirabilmente l’interessante storia anche un po’ autobiografica.

    Giuseppe Campagnoli

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  • Parigi, oh cara!

    Parigi, oh cara!

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    Una settimana a Parigi. La quarta volta nella mia vita nella città che io chiamo “effimera”. La prima, un incontro fatale di gioventù, la seconda, segnata dalla prosaicità di un viaggio studio con i miei studenti dell’istituto d’arte, la terza per diletto e turismo, la quarta per visitare un figlio che vi studia e lavora, ma soprattutto per avere il, tempo di far emergere, dopo le esperienze precedenti, una cocente delusione tra l’apprensione dei fatti di attualità, la malinconia di un luogo ferito e la scoperta, infine, di una città piena di contraddizioni che forse fanno capire molto di quanto vi succede e vi è successo di terribile. Contraddizioni che cominciano dal tempo di Marzo dove in una giornata di minuto in minuto, si passa dal sole caldo, alla pioggia, al vento impetuoso, alla grandine e persino alla neve. Contraddizioni che proseguono con l’ostinazione della gente di viverci ancora tutta insieme parallelamente,a prima vista senza integrarsi: turisti, bobos, riccastri e clochards, spacciatori e meretrici, mistici e fanatici con i segni delle loro superstizioni, poliziotti e soldati, fricchettoni e hippies retro. Una città ricca ma miseranda per le strade e nelle peggiori banlieux, crogiolo di paura e di godimento, di rabbia e fanatismo, di curiosità e gigionismo, di sfruttamento e cinico mercato ma anche di benefattori, filantropi e idealisti egalitari. La delusione è che il bene non pare abbia prevalso sul male. E per bene intendo la sintesi del motto “Libertè, egalitè fraternitè” che restano ancora solo parole. Le prepotenti fioriture primaverili ai Giardini del Lussemburgo mentre grandina  e tira un vento gelido del nord rappresentano la metafora di tutto questo, forse verso un futuro migliore che fatica ad affermarsi, un po’ come tutta la vecchia Europa.

    Per non essere i soliti turisti albergati abbiamo alloggiato in un tugurio malsano ed insicuro ma di “lusso” perché in centro. Dei bohémiens a prezzi da quattrostelle per scendere ogni giorno i tre piani di una bella e impossibile scala elicoidale in legno.

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    Abbiamo fatto la spesa nei mercati, girato per tram, treni e metro preclusi ai disabili, telefonato e presi caffè a prezzi da ricchi borghesi senza pensieri. Non è una città dove vivere bene. Solo i bobos e i ricchi esibizionisti la possono amare ed apprezzare a pieno, grazie alle loro risorse (acquisite e consolidate come?) Studiare nel pubblico costa poco ma tutto ciò che è intorno compensa e supera abbondantemente questi vantaggi e obbliga a trovarsi più lavori per poter reggere i costi barcamenandosi tra gli orari. Ecco perchè gli amici Erasmus e interni di mio figlio nella scuola prestigiosa che frequenta sono tutti ricchi rampolli della borghesia industriale o mercantile italiana, francese, tedesca, britannica o cinese !  Lavorare a Parigi è la regola della precarietà e lo sfruttamento a gogo, ed ora, tanto per gradire, stanno facendo una legge decisamente peggiorativa per chi lavora, simile al nostro “progressista” job act! Ho scoperto che già nel settecento un medico come Basaglia, Philippe Pinel,  sosteneva che i matti non dovessero essere legati! Ho pensato però che certi matti “consapevoli” di oggi forse lo dovrebbero essere!

    Alla fine del viaggio due cose certe da dire ci sono: la fortuna di aver reincontrato dopo quasi quattro anni il mio simpatico Denis, amico parigino, veramente amabile e ospitale che mi ha fatto dimenticare per qualche momento quella Parigi irriconoscibile ed altri amici un po’ distanti. Per finire un saluto maliconico al nostro amico ideale per affinità culturali e musicali Gianfranco Testa che solo in una certa piccola bella Parigi era apprezzato.

    Giuseppe Campagnoli 30 Marzo 2016

  • LA PESTE DEL NOSTRO SECOLO.

    LA PESTE DEL NOSTRO SECOLO.

    La peste del nostro secolo, il terrorismo, generato dall’ ignoranza, dall’ intolleranza, dallo sfruttamento e dalla povertà va combattuta come una epidemia. A mali estremi estremi rimedi. Noi in Italia conosciamo bene l’omertà e la capacità di coperture delle nostre mafie, insegnamo  che per eradicare la mafia integralista islamica occorre tagliare tutti i legami politici, geografici e finanziari, le complicità ambientali e familiari e le ipocrisie del politically correct.

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    Sorgente: LA PESTE DEL NOSTRO SECOLO.

  • L’epidemia  della Sharia.Istruzione e cultura uniche armi.

    L’epidemia della Sharia.Istruzione e cultura uniche armi.

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    Education, job, freedom and peace against violence of sharia, religions and global markets.

    Non sto qui a spiegare che cosa sia la Sharia. Bastano Wikipedia e tutte le conferenze e gli scritti che ne trattano in giro per il mondo. Invece vorrei associarmi ad una idea che, se perseguita e sviluppata, potrebbe disinfestare il mondo dal terrorismo e dalle farneticazioni di tipo islamico. Le armi vincenti saranno l’istruzione, la cultura e il lavoro.

    Massicce infusioni di conoscenza ed istruzione faciliteranno la strada verso il lavoro, la salute e la pacifica convivenza attraverso la liberazione totale dalle nefaste credenze e superstizioni ancora legate all’ignoranza delle tribù di pastori del deserto di tanti secoli fa o delle congreghe chiesastiche dell’occidente.

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  • L’arte  della sicurezza: un salto di qualità.

    L’arte della sicurezza: un salto di qualità.

     

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    L’Associazione S.E.T.A. si rilancia.

    In quasi otto anni dalla sua fondazione l’Associazione S.E.T.A (Safety Education & Training Agency) ente no profit marchigiano che si occupa di educazione e formazione alla sicurezza, alla sostenibilità, alla protezione civile e di tutela del patrimonio culturale e artistico, ha lanciato e svolto varie attività formative anche con discreto successo di risultati. Tra queste emergono un progetto europeo sulla gestione della sicurezza e della prevenzione e protezione in vari ambiti (Workshop Grundtvig Educivis); una attività di formazione dedicata alle scuole aquilane coinvolte nel sisma del 2009 (Araba Fenice); un progetto di rete  in e-learning per docenti italiani e argentini sulla didattica della sicurezza (Perla); un corso di Perfezionamento sulla educazione alla sostenibilità, alla protezione civile ed alla tutela del patrimonio artistico in collaborazione con l’università Ca’ Foscari di Venezia, un percorso di formazione sulla sicurezza alimentare (Alibe) poi sfociato in una candidatura ad un Erasmus plus  ed altre iniziative di formazione in ambito scolastico o destinate alle amministrazioni locali riconosciute anche dal Ministero dell’Istruzione. Oggi l’associazione vanta l’accreditamento presso la Regione Marche quale ente di formazione professionale e sta rinnovando la sua azione anche  in partnership  con le Università di Macerata e Camerino sui comuni argomenti istituzionali.

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  • E-learning ed arte.Il caso MoMa.

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    Impara l’arte a distanza? Il caso di “Seeing Through Photographs” or Seeing Through american Photographs?

    Ho sempre sottolineato i limiti della formazione e dell’apprendimento a distanza. Senza le relazioni di un lavoro cooperativo in presenza e la guida di uno o più “maestri” l’apprendimento e l’acquisizione di competenze sono limitati e, spesso, effimeri. Nelle arti, soprattutto applicate, queste considerazioni valgono ancora di più. Ho iniziato, soprattutto per sperimentare, un corso sulla fotografia lanciato sulla piattaforma Coursera dal Museo di Arte Moderna di New York (MoMa). Quasi a metà del percorso mi sono reso conto della pochezza e della aleatorietà dell’offerta. A parte l’incenso continuo e predominante riservato al museo ed ai fotografi d’oltre oceano nella parte teorica e storica, il progetto  non offre la possibilità di apprendere a realizzare un proprio prodotto fotografico magari valutato, dopo un precorso di apprendimento tecnico e artistico. Il corso poteva essere anche offerto a distanza per la tecnica e la pratica, finanche con una parte di verifica e valutazione, visto che, per esempio, numerosi sono i concorsi di fotografia che ti consentono agevolmente di caricare le tue opere da sottoporre al vaglio di giurie internazionali. Niente di tutto ciò. Le lezioni che seguono nel programma non prevedono altro se non contenuti audiovisivi, selezionati ad usum delphini, da studiare e riportare nei terribili questionari finali che, a ben osservare e provare con adeguate strategie, sono superabili anche con risposte del tutto casuali a partire dal terzo tentativo!

    Alla fine del corso ecco invece l’ineffabile, risibile, prova finale, tesa a far acquisire la certificazione didattica, che lascio alla traduzione del lettore:

    “Assignment: Final Project

    Instructions       Now that you have completed the coursework for Seeing Through Photographs, use the following prompts to demonstrate your understanding of the course content.

    Prompt 1 requires you to reflect on the concepts presented in the course modules and convey your interest in and understanding of those concepts.

    Prompt 2 gives you the opportunity to select an image or series of images that relate to what you learned while taking this course and describe how and why this is a good addition to the module of your choice.
    Review criterialess
    When evaluating final projects use the rubric provided below, referring back to the course when necessary to confirm that the learner accurately describes the module’s ideas, issues and themes.”

    Ho abbandonato perché mi sentivo ridicolo e un po’ anche gabbato seppure la quota di iscrizione sia stata anch’essa ridicola ma, forse, all’altezza del prodotto che, a dire il vero, non vale più di 50 Euro, certificato finale compreso. Non  consiglio il corso a nessuno, men che meno a chi avesse voglia di imparare ad essere e a fare. Se si va sul sito del MoMa stesso, della London National Gallery o di altri musei internazionali alla sezione fotografia, si trovano gli stessi contenuti anche se in modo spurio ma decisamente più libero e d asettico.

    Giuseppe Campagnoli

    Pace
    La reciprocità e la tolleranza. Giuseppe Campagnoli. Menzioni in numerosi concorsi fotografici

  • La Buona scuola. Quale modello di orario?

    La Buona scuola. Quale modello di orario?

    Ecco dove dovrebbero andare le risorse: gli spazi della scuola, il superamento delle rigidezze organizzative, l’inserimento dei linguaggi dell’arte nei curricula.

    Da Education2.0  Organizzazione della scuola  3 Marzo 2016 Giuseppe Campagnoli

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    giuseppe campagnoli 2014  Allegoria (o Allegria?)  della buona scuola

    Dalle informazioni raccolte presso i miei ex colleghi dirigenti e docenti sull’applicazione dell’organico, del PTOF e sulle altre “innovazioni” organizzative introdotte dalla “Buona Scuola” ho percepito un clima da arte dell’arrangiarsi. Le poche buone pratiche nascono casualmente, spesso come frutto della creatività nel risolvere le emergenze e della necessità di attuare giocoforza alcune indicazioni contenute nella legge. La malattia endemica della scuola, la “progettite” (cfr. un mio studio del 2003 di quando dirigevo l’Ufficio Studi dell’USR per le Marche) non è regredita negli ultimi 15 anni ma è peggiorata e si indirizza in mille rivoli di progetti e iniziative a volte inutili e risibili, mentre l’uso delle risorse non pare né pianificato né ottimizzato. Sembra che i docenti “in più” e a disposizione finiscano sovente a fare i tappabuchi e i “badanti” in classe oppure, se va meglio, per coprire le esigenze aleatorie della diffusa e storica “iperprogettualità” che vede i collegi dei docenti esercitarsi in funamboliche quanto improbabili e spesso intempestive programmazioni e in una concreta guerra tra poveri. Era già difficile con il POF, figuriamoci con il PTOF. Ma, invece dei piagnistei, nonostante la “cattiva scuola” pare continui, vediamo di fare proposte, anche visionarie. (altro…)

  • Lo chiamavano Jeeg Robot

    Lo chiamavano Jeeg Robot

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    LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT. UN SUPEREROE TUTTO ITALIANO.

    di Angela Guardato.

    Ecco perché secondo me dovreste correre a vedere questo film e perché Mainetti (il regista) e Guaglione-Menotti (ai quali si devono soggetto e sceneggiatura) con quest’opera hanno superato i super-hero movies americani.
    Lo chiamavano Jeeg Robot è sì, un film di genere, ma allo stesso tempo esula da ogni tentativo di etichettamento: è un film di supereroi, di avventura, di fantascienza, d’azione, drammatico, un urban fantasy direbbe qualcuno, ma in fondo non è nessuna di queste cose in assoluto, o solamente. E’ tutto questo e molto di più. Sì, perché Lo chiamavano Jeeg Robot è un film splendidamente giostrato e meravigliosamente poetico, anche se terribilmente duro. E’ la storia di ogni uomo, in fondo, del dramma personale che diventa universale e si scontra con l’immaginario collettivo, spesso becero e gretto (pensiamo alle voci over, sugli ultimissimi minuti di pellicola), con la gente che cerca di sopravvivere e quindi se ne frega di tutto e tutti. E’ desiderio di evasione da una vita immeritata, nel bene o nel male; desiderio di svolta, fama e notorietà, ma alla fine anche solo di affetto e amore, quelli che i protagonisti probabilmente non hanno mai ricevuto da nessuno.
    In questo film ci sono tutti i canoni della pellicola da supereroe anche se, si badi bene, il film non vuole essere un live action sul celebre robot dei cartoni animati giapponesi, ma qualcosa per l’appunto del tutto nuovo, pur rispettando le basilari regole di un film di (questo) genere.
    La trama del film è semplicissima e si rifà al più classico filone dei film di supereroi, a cui rende palesemente omaggio: un ragazzo di borgata si ritrova a possedere strani superpoteri, si scontra con il cattivo che vuole dominare il mondo, e in mezzo c’è l’incontro con l’unica ragazza che potrebbe essere l’amore della sua vita. Ma vediamo più da vicino i personaggi principali. (altro…)

  • Oscar. The comedy of errors

    Oscar. The comedy of errors

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    Oscar. The comedy of errors

    The Oscar prize make jump the hearts of Europe and Italy for joy and make tremule actors, directors, musicians, producers and film distributors. Especially producers and distributors! Is a market’s award not an artistic award. It comes from America, for America and his markets. The jury is almost totally american. The prize start in the country of frenetic liberism where nothing move out of the markets and the business. It is rash to talk about films art! Better to talk about business and profit. Stories, talents  and ideas are as function of profit. Films prize winners was often blockbusters!! Rarely independents and niche cultural products wins the award.  Italians friends, look like this at the Oscar Prize from the history, without any surprise: from Sciuscià, to Fellini, from Roberto Benigni to Youth, from Dante Ferretti to Ennio  Morricone. All products and producers and actors  “malgrè tout ” are very very yankees. The art, I believe, is elsewhere, and the winner is..the business!

    From Wikipedia:

    “Voters
    The Academy of Motion Picture Arts and Sciences (AMPAS), a professional honorary organization, maintains a voting membership of 5,783 as of 2012.Academy membership is divided into different branches, with each representing a different discipline in film production. Actors constitute the largest voting bloc, numbering 1,311 members (22 percent) of the Academy’s composition. Votes have been certified by the auditing firm PricewaterhouseCoopers (and its predecessor Price Waterhouse) for the past 73 annual awards ceremonies. All AMPAS members must be invited to join by the Board of Governors, on behalf of Academy Branch Executive Committees. Membership eligibility may be achieved by a competitive nomination or a member may submit a name based on other significant contribution to the field of motion pictures.New membership proposals are considered annually. The Academy does not publicly disclose its membership, although as recently as 2007 press releases have announced the names of those who have been invited to join. The 2007 release also stated that it has just under 6,000 voting members. While the membership had been growing, stricter policies have kept its size steady since then.In 2012, the results of a study conducted by the Los Angeles Times were published describing the demographic breakdown of approximately 88% of AMPAS’ voting membership. Of the 5,100+ active voters confirmed, 94% were Caucasian, 77% were male, and 54% were found to be over the age of 60. 33% of voting members are former nominees (14%) and winners (19%).In May 2011, the Academy sent a letter advising its 6,000 or so voting members that an online system for Oscar voting will be implemented in 2013.[35]

    Rules
    According to Rules 2 and 3 of the official Academy Awards Rules, a film must open in the previous calendar year, from midnight at the start of 1 January to midnight at the end of 31 December, in Los Angeles County, California and play for seven consecutive days, to qualify (except for the Best Foreign Language Film).[36][37] For example, the 2009 Best Picture winner, The Hurt Locker, was actually first released in 2008, but did not qualify for the 2008 awards as it did not play its Oscar-qualifying run in Los Angeles until mid-2009, thus qualifying for the 2009 awards.Rule 2 states that a film must be feature-length, defined as a minimum of 40 minutes, except for short subject awards, and it must exist either on a 35 mm or 70 mm film print or in 24 frame/s or 48 frame/s progressive scan digital cinema format with a minimum projector resolution of 2048 by 1080 pixels.Producers must submit an Official Screen Credits online form before the deadline; in case it is not submitted by the defined deadline, the film will be ineligible for Academy Awards in any year. The form includes the production credits for all related categories. Then, each form is checked and put in a Reminder List of Eligible Releases.Film companies will spend as much as several million dollars on marketing to awards voters for a movie in the running for Best Picture, in attempts to improve chances of receiving Oscars and other movie awards conferred in Oscar season. The Academy enforces rules to limit overt campaigning by its members so as to try to eliminate excesses and prevent the process from becoming undignified. It has an awards czar on staff who advises members on allowed practices and levies penalties on offenders.[42] For example, a producer of the 2009 Best Picture nominee, The Hurt Locker, was disqualified as a producer in the category when he contacted associates urging them to vote for his film and not another that was seen as front-runner (The Hurt Locker eventually won).”

    Giuseppe Campagnoli

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  • “Perfetti sconosciuti”: perfetti ma non troppo..

    “Perfetti sconosciuti”: perfetti ma non troppo..

    “Non mi sposo perchè non mi piace avere della gente estranea in casa”

    La celebre citazione di Alberto Sordi è quella che per prima mi è balzata in mente durante i titoli di coda del film, un film fatto di risate, momenti di riflessione e, in più casi, applausi…molto sarcastici, ma inevitabili. Sin da subito ci troviamo inseriti nella storia, nella vita di queste coppie che potrebbero essere nostri amici, con i quali stiamo trascorrendo una “tranquilla” serata. Loro sono lì, seduti a tavola ed è per noi naturale ascoltarli, ridere alle loro battute e assecondarne gli scherzi. L’intera pellicola si svolge nella durata di una cena, cena in cui si versa del vino rigorosamente biodinamico (sto ancora cercando di capire cosa significhi) e vengono servite portate alle volte interrotte da pettegolezzi o da battute spesso fuori luogo. Tutto è riportato immediatamente alla realtà ordinaria, alle diversità caratteriali e soprattutto comportamentali che caratterizzano i singoli personaggi. All’inizio capiamo che ognuno dei protagonisti ha un piccolo segreto che nasconde al rispettivo partner, ma non sappiamo esattamente quale o non ne cogliamo la motivazione: tra chi si chiude in bagno con il cellulare e chi esce di casa senza mutandine… tutto molto sospetto.

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    Ci si concentra quasi subito su quello che sarà il motivo scatenante del susseguirsi di una serie di disastri, ovvero decidere di tenere tutti i cellulari al centro della tavola e rendere pubblici chiamate e messaggi ai commensali. Non so quanti di noi si troverebbero d’accordo nell’accettare questa moderna roulette russa multimediale ma una cosa è certa, i nostri cari amici, seduti a quel tavolo, tenteranno e spereranno (pur sudando freddo), di mostrare la loro “fedina sentimentale” pulita. E’ palese sin da subito che nessuno si sente a proprio agio in questa situazione, e lo si capisce dai sussulti e dagli sguardi allertati, a ogni minimo accenno di suoneria; tutto è sotto controllo, almeno finché è il tecnico del computer a telefonare e la sorella di qualcuno a farsi sentire…ma a poco poco l’ambiente inizierà a scaldarsi insieme al vino… Quello che più ci attrae è la totale corrispondenza alla realtà. Ogni commensale ha una nostra piccola caratteristica o ci ricorda maledettamente  qualcuno di passaggio nella nostra esistenza e, per quanto sia verosimile, facciamo fatica, molta fatica, ad accettare che possa accadere anche a noi, o magari sia già accaduto a nostra insaputa.  Il susseguirsi di messaggi ambigui su whatsapp, le richieste di scambio di cellulari fatte al volo sul terrazzo, le foto da cancellare e le suonerie da abbassare ci mostrano già l’aspetto psicologico di ogni  personaggio, che si troverà alla fine a veder crollare la propria maschera inesorabilmente. Tutti noi conosciamo l’epilogo, ma, non si sa perché, non riusciamo ad immaginarcelo.Ed è proprio questo che ci tiene incollati alla poltrona, in attesa della scena successiva, la continua domanda che nella vita reale non ci è concesso porre: “Finirà come penso io?” Siamo in pieno psicodramma, si spalleggiano e si scontrano, tutti contro tutti, le scuse iniziano a vacillare, le voci ad affievolirsi e le bugie ad emergere… da i giochini erotici fatti con sconosciuti all’amante, salvato nella rubrica sotto falso nome, agli ex che chiedono consigli inopportuni ed ai gruppi whatsapp dai quali qualcuno è rimasto fuori. Tutto viene a galla e riversato su quella tavola che ormai si sta trasformando in un campo di battaglia. Questo è il primo e unico momento in cui i protagonisti si alzano, mollano le sicure sedie per rincorrersi l’un l’altro per tutta casa, urlando, chiedendo, cercando spiegazioni che non troveranno mai risposta. Nel turbine delle incomprensioni arriva, come fulmine a ciel sereno, il coming out di uno degli amici che causerà reazioni differenti ma soprattutto inaspettate e passerà a breve in secondo piano rispetto al carnevale di tradimenti, messo in scena da quegli stessi compagni di avventure, che inevitabilmente lo giudicheranno.

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    Ora conosciamo ognuno di loro, per quello che hanno fatto e detto, e non riusciamo a fare a meno di guardali con occhi diversi, come se quelle bugie, in qualche modo, le avessero dette anche noi, a noi che con tanto trasporto li stavamo inseguendo intorno al divano. Come una scenografia tolta prima della fine, tutto ha un sapore più amaro, ma vero.                         Inevitabile è il paragone con la quotidianità e il continuo annuire di fronte a certi episodi ci fa sentire spettatori delle nostre stesse esperienze, fino al finale, se vogliamo a sorpresa, se vogliamo causato dall’inconscio, un finale in parte positivo che ci mostra come sarebbe andata “SE”  non avessero accettato di fare quel gioco, se ognuno di loro avesse perpetuato la propria quotidiana ipocrisia e se tutti avessero continuato, come niente fosse, a portare avanti i propri segreti.
    Vogliamo credere che il nostro vissuto e il nostro relazionarci con gli altri possa essere frutto di una scelta, di una porta che decidiamo noi, se aprire o meno, e che, nel momento esatto di questa scelta, riusciamo a prendere piena responsabilità e coscienza delle conseguenze che ne scaturiscono. Vogliamo crederci, vogliamo raccontarcela, ma in realtà ci resta facile, molto più facile, rimanere in scena con la propria maschera, anche quando le quinte si alzano, le luci si spengono e il pubblico se ne va.

    Silvia Donati