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Architettura, città e potere. Pecunia non olet

“L’architettura è una elaborazione collettiva nella storia ed il luogo di tale elaborazione altro non è se non la città capace di formarsi e trasformarsi rileggendo continuamente sé stessa” Dicembre 1973 dalla tesi di Laurea di Giuseppe Campagnoli

Architettura e potere. Pecunia non olet.

Prendo spunto dalla tristissima  notizia dell’ennesima cattedrale del potere e del mercato  affidata  a Renzo Piano (archistar di cui ho scritto abbastanza come del resto di Calatrava, Fuksass e altri) dalla Vac Foundation, istituzione moscovita fondata nel 2009 dal l’oligarca e magnate degli idrocarburi Leonid Mikhelson, come “dono “ai cittadini moscoviti e… al mondo!

Qui la descrizione tratta da un articolo di Laura Milan su Tecnoring: “Renzo Piano a Mosca per il GES2, un nuovo centro culturale. Il progetto trasformerà un’ex centrale elettrica in un polo dedicato alla cultura e alla formazione nel centro di Mosca, in un’area vicina all’Ottobre Rosso e allo Strelka Institute di Rem Koolhaas”  

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Non sono finiti i tempi in cui l’architettura e l’arte (se così è lecito ancora definirle oggi) vengono asservite al potere politico o economico continuando a realizzare mostri  e abbandonare tante parti di città al degrado. Nessuno degli architetti oggi emergenti ha mai veramente pensato a risolvere i problemi del costruire, dell’abitare e del vivere la città in modo collettivo, come è giusto e naturale che sia. In modo differente ma alla fine tutto sommato inconsapevolmente convergente  Giancarlo de Carlo e Aldo Rossi lo fecero. L’uno con il sogno di una architettura partecipata e l’altro con l’architettura della città che è idea e memoria collettiva di una specie di autocostruzione rispettosa della storia e delle evoluzioni sociali, decisamente in contrasto con ciò che paventava profeticamente, per il destino delle città moderne seminatrici di discordia, Alexander Mitscherlich nel suo Il feticcio urbano

Dissentire anche in architettura e urbanistica (ammesso che sia diversa dall’architettura) è la parola d’ordine per il cambiamento delle città in cui viviamo e per ritrovare quella loro funzione sociale ed educativa.

La città che educa non è quella dei gesuiti, elitaria ma pur sempre rivoluzionaria per quei tempi, cui si riferiva il mio amico Franco DeAnna in un suo commento ad un mio timido articolo sulla scuola diffusa come provocazione o utopia di qualche anno fa:

“1. La prima idea venne ai Gesuiti alla fine del Cinquecento. Collocare l’istruzione entro una “simulazione” di città quali erano i loro Collegi: il Tempio, le stanze, i loggiati, i cortili, una “vita intera” da contenere e regolare. La “città educante” dei Greci diventava “la scuola come città simulata” nella sua specializzazzione formativa. Era una “città aristocratica” ed elitaria (per quanto gli stessi Gesuiti fecero, con la medesima “intuizione pedagogica”, esperienze assai più democratiche in alcuni paesi colonizzati dell’America Latina…). forse sarebbe meglio dire “cittadella”.
2. L’istruzione di massa della seconda rivoluzione industriale ha costruito la scuola come “fabbrica” dell’istruzione, con un modello sostanzialmente tayloristico: pensate alla nostre aule in fila, alle scansioni temporali, alle sequenze “disciplinari”, alle “tassonomie” che regolano l’attività ed il lavoro scolastico. Non pensate a Taylor come un esperto di produzione industriale: si fece le ossa invece nel settore trasporti. Era un esperto in “logistica” diremmo oggi. Molto più vicino a Max Weber che a Ford… E noi abbiamo trasferito il paradigma “amministrativo” nell’organizzazzione “specializzata” della riproduzione del sapere. Ma abbiamo mandato a scuola “tutti” (almeno come intenzione).
3. Il funzionalismo (cattivi allievi lecourbusieriani: che ne dici Campagnoli?) ha creato spazi più o meno assennati per contenere “funzioni”, dimenticandosi che dovevano essere “abitati da uomini” (anzi da “cuccioli ” di uomo in crescita) non da funzioni (ma non è così in certa nell’edilizia popolare?). E noi continuiamo ad essere preoccupati (è pure necessario..) di indicatori come i mq per alunno e come dimensionare le “classi” o i “laboratori”.
La sfida nelle parole di Campagnoli è quella di come si costruisce e struttura la “città dell’istruzione” recuperando i Gesuiti e l’esperienza critica della loro “cittadella”, destrutturando la “fabbrica” e recuperandone la vocazione produttiva di massa, immaginando un ambiente (spazi, tempi, abitanti e relazioni) che a sua volta reinterpreti nella nostra postmodernità il classico mito della “città come impresa educativa” di cui parla Tucidide. “

La città che educa sarà quella pensata e costruita con l’ausilio di nuovi mèntori dell’architettura:

“L’idea popolare del mestiere di architetto è quella di un mucchio di primedonne che se la spassano con lavori di lusso, oppure di schiavi della speculazione privata o della burocrazia pubblica. C’è invece un approccio minoritario e dissidente che vede l’architettura come una diffusa attività sociale, nella quale l’architetto è un propiziatore, o un riparatore, più che un dittatore estetico” …“La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio.”  Colin Ward – Giacomo Borella. “Architettura del dissenso – forme pratiche alternative dello spazio urbano”. Eleuthera e Apple Books. L’architetto diventa  mediatore  e guida di processi di trasformazione collettiva  delle città e del territorio, direttamente con l’autocostruzione o indirettamente con una  pogettazione e costruziuone mediate non più dal mercato ma dalla società civile secondo i suoi bisogni funzionali e culturali ampiamente condivisi. Ci provò a modo suo tempo fa Giancarlo de Carlo nella sua mirabile esperienza di Urbino da trasformare in una città-campus, una sorta di città educante sostenuta da Carlo Bo e per un po’ dall’amministrazione della città.  La storia è descritta in qualche modo nel libro edito nel 2018: “Sono geloso di questa città” di Lorenzo Mingardi per Quodlibet Studio di Macerata.  Vi si trovano spunti per una idea di città che non sia un mercato totale (immobiliare, turistico, ricreativo, speculativo in ogni sorta di beni) ma una serie di parti e di luoghi con una funzione dialogica, culturale, educativa e residenziale in modo partecipato fina dalle fasi di progettazione. 

Il  libro “racconta l’avventura dei primi vent’anni di lavoro di Giancarlo De Carlo a Urbino, una città che è stata per lui non solo il luogo dei suoi capolavori, ma anche una compagna di vita.
A partire dalla metà degli anni Cinquanta, la Giunta comunale urbinate – guidata dal sindaco Egidio Mascioli – e il rettore dell’Università, Carlo Bo, lavorano insieme all’elaborazione di un progetto di rilancio economico della città affidato interamente al potenziale culturale dell’Ateneo. A Giancarlo De Carlo è assegnato il compito di tradurre tale programma in forme architettoniche, ampliando le strutture dell’istituzione, sia all’interno sia all’esterno del tessuto storico.
Forte della discussione internazionale sviluppatasi intorno ai CIAM, i suoi interventi fanno di Urbino uno dei più significativi esempi di città-campus mai progettati in Italia nel XX secolo: lo sviluppo dell’Università coincide, cioè, con la crescita della città.
Attraverso documenti inediti, il libro fa emergere la figura di un architetto che non si limita a tradurre in volumi e spazi i desiderata di un committente illuminato, ma li incastona in una strenua difesa del la propria idea di città, confrontandosi anche con fenomeni inediti come la contestazione studentesca – alla base del suo pamphlet del ’68, La piramide rovesciata, incentrato sull’esigenza di un rinnovamento dell’architettura per una più intensa partecipazione degli studenti alle trasformazioni strutturali della società. Ma sono soprattutto le vicende relative al Piano Regolatore (1954-1964), al primo brano dei collegi universitari sul colle dei Cappuccini (1960) e alla Facoltà di Magistero (1968), quelle che ci fanno capire come De Carlo avesse acquisito in quegli anni un’autorevolezza tale da consentirgli di guidare lui stesso la trasformazione culturale della città, divenendone il principale interprete. E non tralasciava nessuna occasione per ribadirlo: «Sono geloso di questa città al punto da non poter dormire la notte se altri la guardano con speranze possessive o, peggio, se le mettono le mani addosso senza capire la sua natura». 

In parallelo osserviamo  le riflessioni e l’agire di Colin Ward che lancia l’architettura del dissenso come chiave di volta per riappropriarsi dei destini della città e del territorio da parte di chi li vive e li usa senza dover subire le imposizioni formali e sostanziali di chi lo vorrebbe trasformare e gestire ad uso e consumo di poche èlites economiche e politiche.

“Il tema di fondo del lavoro di Ward sull’architettura e la città è la storia sociale nascosta dell’abitare, con una particolare attenzione alle forme popolari e non ufficiali di costruzione e trasformazione dei luoghi. Ogni esempio costruttivo di relazione non passiva tra le persone e il proprio ambiente di vita, ogni caso in cui l’habitat umano o una sua piccola porzione è il frutto, anche solo in parte, di una trasformazione attuata da esseri viventi in prima persona e non da un’entità astratta o burocratica, sono per lui testimonianze di quella «anarchia in atto» che costituisce il nucleo centrale della sua idea libertaria, i «semi sotto la neve» di una possibilità latente, da ricercare nella vita di tutti i giorni, molto più che nella prospettiva palingenetica di un futuro remoto. Nella ricerca di questi semi, Colin Ward è stato un vero rabdomante. La sua sfida era di scovarne non solo in luoghi esotici o primitivi, ma nel presente e nel passato prossimo, dentro alle nostre città e campagne, nella Londra capitale del mondo sviluppato, perfino in un’architettura monumentale tra le più celebrate, come dimostra il suo libro sulla cattedrale di Chartres…”

“L’alterità della ricerca di Ward rispetto al discorso contemporaneo sull’architettura, la sua capacità di farvi convergere una molteplicità di esperienze minoritarie e vitali, di «voci di dissenso creativo» (come recita il sottotitolo di uno dei suoi libri più belli) e quindi di indicare tracce di alternative possibili, spesso già in atto, spero che renda questa antologia di testi tradotti per la prima volta in italiano uno strumento utile per l’oggi e il domani, e non solo la testimonianza di un passato recente.
Lo spostamento di baricentro che caratterizza queste riflessioni, dall’architettura come oggetto (di nuovo implicita in tante teorizzazioni contemporanee) al suo sostanziarsi in una rete di relazioni concrete e cangianti con contesti, luoghi, climi, biografie, conflitti, conduce Ward su un terreno più vivo e problematico, che mette in discussione le tecniche edilizie, i processi decisionali, la proliferazione burocratica, ponendoli in rapporto alle questioni energetiche e ambientali, ai gradi di autonomia che tali tecniche e processi aggiungono o tolgono alle persone e alle loro pratiche attive, alla dimensione degli apparati e delle attrezzature che esse implicano, ai loro effetti sulla vita dei cittadini più deboli e più piccoli.”

“L’insieme di esperienze su cui Ward riflette comprende innumerevoli esempi di mutualismo e di auto-organizzazione nel campo dell’abitare (e i loro conflitti con le logiche del welfare in cui sono le istituzioni a provvedere ai bisogni abitativi dei cittadini), le esperienze degli autocostruttori di tutti i tempi e latitudini, studiate in profondità e fuori dai cliché folkloristici che spesso le accompagnano, gli usi degli spazi di umanità offerti dalla città premoderna «a grana fine» e il loro attrito con quelli «pianificati» nel segno dello «sviluppo», le tracce di rivendicazione di un rapporto con la natura e di possibilità di vita all’aria aperta testimoniate dalle attività delle classi popolari urbane: la cultura dell’ortismo, l’epopea dei primi campeggiatori, i giochi e le avventure urbane dei bambini e dei ragazzi. Egli intreccia queste esperienze con le ricerche di architetti e critici in qualche modo irregolari, figure a volte fondamentali nella storia dell’architettura e dell’urbanistica, a volte del tutto marginali e trascurate, mettendo insieme una compagine quanto mai variegata: Mumford, Geddes e Howard, il filone Arts and Crafts con Morris, Ruskin e William Richard Lethaby, il poliedrico Rudofsky, i suoi compagni anarchici Giancarlo De Carlo e John F. Turner …..” Passi di: Colin Ward – Giacomo Borella. “Architettura del dissenso – forme pratiche alternative dello spazio urbano”. Apple Books.

Chiunque abbia intrapreso questa strada sia in via teorica che pratica non ha avuto molto seguito nè dalla politica nè dall’economia forse perchè non c’era ancora quel legame verso il basso, verso la platea dei cittadini che dovrebbero essere i protagonisti principi della crescita e delle trasformazioni dei luoghi in cui vivono, apprendono, lavorano e passano il tempo libero che si spera sia sempre più ampio rispetto a quello dedicato ad un lavoro schiavistico e in gran parte pleonastico perchè funzionale a quel plusvalore che va ai padroni  e padroncini dell’attuale sistema economico paradossalmente e fortunatamente in una fase di crisi crescente anche per i suoi stessi valori. Ma chi fa notizia e danaro sono i vips dell’architettura che pontificano sulla carta e sui media oltre che nel mercato golbalizzato. Le archistars  imperversano nell’empireo delle architetture delle multinazionali e delle oligarchie politiche e mercantili spacciando per arte al servizio della collettività dei monumenti a sè stessi e ad un mondo oppressivo e autoreferenziale che ha coniato un concetto di bellezza improbabile e inesistente perchè affatto gratuito e a suo esclusivo uso e consumo. La questione delle abitazioni non è stata mai risolta. Neppure il degrado crescente e al limite del non ritorno di periferie e centri urbani è stato ancora risolto. Le miracolose ricette dei guru dell’architettura erano solo alla prova dei fatti boutades pubblicitarie e autoreferenziali.Come se replicare le discutibili idee del Beaubourg,  di Potzdam Platz o delle vaghe torri urbane di ferro e vetro e di boscaglia rampicante fossero la soluzione ai problemi delle città! Le riviste patinate di architettura oltre al 70 % di pubblicità mercantile, ai panegirici dei soliti noti e alle discutibili archeologie architettoniche non sanno apportare alcun contributo veramente rivoluzionario ad un pensare e fare architettura oggi vicino a chi questa architettura deve vivere, non come cliente ma come uomo e comunità. Certe cose della vita non possono essere oggetto di mercato. Tra queste ci sono anche l’educazione, l’arte  e l’architettura.

Giuseppe Campagnoli 8 Novembre 2019

 

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Architettura Arte d'oggi Educazione Moda Politica Sociale storia

Aldo Rossi o Renzo Piano. Due visioni della vita.

di Giuseppe Campagnoli

Aldo Rossi (1990) e Renzo Piano (1998) restano per ora gli unici due italiani ad aver conquistato il Pritzker Prize. Diffido di tutti i premi, gli oscar e le nominations, soprattutto quando nell’elenco d’onore vedo più alcune bandiere di altre (guarda caso della nazione che ha indetto il premio o di quelle affini) ma credo  che i due italiani rappresentino due modi di concepire l’architettura, l’arte e quindi la vita diametralmente opposti.

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Architettura arte Esposizione Universale EXPO 2015 Milano

Girotondi all’ Expò-Pop 2015.

Un reportage  popolare, impressionista e audiovisivo sull’EXPO 2015 realizzato dall’arch. giuseppe campagnoli

 Milano 10-12 Agosto 2015.

Godetevelo su Youtube e attraverso le immagini qui sotto.

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Architettura cultura Educazione

Architettura: questione di stile.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Scuola 2014

Per introdurre prossimi interventi, quasi autobiografici, sull’architettura ripropongo un passo significativo da “Questione di stile” libello per l’architettura e “contro ” gli architetti.

“Il territorio è nelle mani degli endemici geometri e di troppi architetti e ingegneri ormai rassegnati a fare di tutto assecondando committenze pubbliche o private, imprese o speculatori protervi ed ignoranti di storia, di compatibilità vera e finanche di economia!

Rara è l’architettura che rifiuta di essere corpo estraneo per moda o per tensione esibizionista all’originalità ed al “fanta building”.

La società non ha bisogno delle archistars. Sono loro che ne hanno avuto bisogno e l’hanno sfruttata e turlupinata.

In qualche paese, diventano  senatori honoris causa anche gli architetti del mercato globale. Allora si capisce l’antica provocazione di Caligola!

E’ un po’ come nelle altre arti, dove il mercato decide quali forme siano buone e quali cattive, quali valgano e quali no generando fratture nette col passato, revivals, neocorrenti,epigoni ad ogni angolo,eclettismo di bassa lega e soprattutto grandi bluff .

L’architettura  è la più visibile ed è insieme anche la più sociale e fruibile delle arti, poichè ci si vive e ci si muore, ci si cura, ci si apprende, ci si lavora, ci si diverte, ci si comunica. Che allora, oggi non si meriti uno stile contemporaneo è un vero peccato.

Numeri da pandemia in Italia (senza contare geometri, ingegneri, periti edili, periti agrari…)

Italia 147.000 architetti su 60 milioni di abitanti: 1 ogni 400

Germania 101.000 su 82 milioni: 1 ogni 800 circa

Spagna 51.000 su 47 milioni: 1 ogni 921

Regno Unito 33.500 su 61 milioni: 1 ogni 1800

Francia 30.000 su 65 milioni: 1 ogni 2200″

Tutto questo, perpetrato all’ennesima potenza in un paese fragile come l’Italia ha provocato più danni che in altri paesi, maggiormente attenti all’architettura o meno dotati di patrimoni storico artistici in cui inserire nuovi manufatti.

URBAN MIRROR CUBE SKETCHES

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Contro tutte le correnti!

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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Ara Pacis “in vitro”

Cominciamo il 2015 con  una prima serie di considerazioni rigorosamente controcorrente e politically incorrect sulle varie arti che trattiamo in questo blog.

Arte delle arti 

I BLUFF DELL’ ARCHITETTURA, DELLA MUSICA E  DELLE ARTI CONTEMPORANEE. Ho scritto molte volte e forse invano di che cosa credo debba essere considerato arte e cosa no, che cosa debba essere considerato architettura e che cosa solo una macchina o uno strumento urbano tecnologico. Anche per la musica vale lo stesso discorso sia  classica o popolare. La differenza sta spesso tra il virtuosismo, l’abilità manuale e l’ispirazione poetica (dal poiein di classica memoria). Molti grandi poeti cantanti sapevano suonare male o poco mentre molti mediocri artisti erano e sono, quando va bene, solo dei grandi talenti della manualità meccanica e vocale sostenute dalle moderne tecnologie.  La pittura, la scultura, la decorazione, l’architettura, la musica, la danza e varie altre attività espressive dell’uomo  diventano arte sotto certe condizioni. Queste condizioni non sono presenti nei numerosi artisti locali che hanno riempito la maggior parte degli spazi pubblici e delle provincialissime “pinacoteche moderne” che molti  comuni piccoli e grandi vantano, ma non sono presenti anche in molti nomi delle arti e dell’intrattenimento nazionale e internazionale. La capacità mediatica e di convincimento di critici, televisioni, giornali e social networks ha creato molte stars fasulle e inconsistenti, gradite al mercato e non rispondenti per nulla a quelle che io chiamo le regole d’oro dell’opera d’arte: la fisicità, la gratuità, l’universalità, la immediata capacità di trasmissione estetica  (versus l’anestetico), la grande cultura che trapela sottotraccia dall’autore, dalla sua scuola certa e consolidata. Quando l’architettura, ad esempio, travalica la funzione specifica del suo essere fisico e tecnico e trasfigura verso l’estetico, raccontando o evocando storie ed emozioni in tutti (e dico tutti) diventa arte. Altrimenti è un oggetto d’uso come un’automobile o un tavolo, una nave o un martello, piacevole o sgradevole che sia. Ciascuno credo debba essere in grado di riconoscere  con sicurezza se un poeta è anche un artista, così come un cantautore, un musicista, uno scrittore, un architetto, un danzatore.

Arte della politica 

IMPRONTA ECOLOGICA, GLOBALIZZAZIONE, EQUITA’, DEMOGRAFIA IN EUROPA. Secondo una interpolazione delle formule scientifiche, ormai assodate, sull’impronta ecologica e la sostenibilità demografica l’Europa non potrebbe sostenere più di 200.000.000 di abitanti in condizioni di vita solo accettabili se fossero equamente distribuite risorse e ricchezza. Oggi siamo circa 713.000.000! E la crisi? E le migrazioni da altri continenti che paradossalmente hanno molte più risorse naturali vanificate e rese inutili o accaparrate da moderni colonialismi, da guerre tribali, religiose ed economiche, e sovrapopolazione? Vogliamo riflettere senza ipocrisie e pensare a soluzioni concrete per il futuro? Le nazioni della vecchia Europa, sempre più in crisi e sempre meno ricche, per evitare che si avveri il presagio sociologico di Alexander Mitscherlich o Ulrich Beck, debbono pianificare, insieme agli Stati economicamente avanzati del mondo e all’ONU, una politica urgente e non più rinviabile di sostegno effettivo all’emancipazione politica e sociale delle regioni da cui partono i flussi migratori favorendo la fine di conflitti tribali, religiosi ed economici e soprattutto imponendo l’estinzione della colonizzazione occidentale ancora attuata pervicacemente da multinazionali, da imprese occidentali e orientali e, non raramente, da ONG ed enti di beneficenza e cooperazione abilmente dissimulati. Lo spazio vitale e le risorse del mondo sarebbero sufficienti per tutti a patto che si possano attuare sensate politiche demografiche, educative e culturali valorizzando in chiave moderna l’ambiente, le tradizioni e le  storie di ogni popolo. Nella metafora dei vasi comunicanti della ricchezza e povertà i livelli si debbono progressivamente avvicinare fino quasi a pareggiarsi. Le parole comode di tanta politica, religione e filosofia: carità, elemosina, solidarietà si debbono rapidamente trasformare in sforzi verso garanzie di pari opportunità, emancipazione ed equità sociale.

Arte del cibo 

MAC DONALD’S, EATALY E SLOW FOOD. Le mode esistono anche nel mangiare. Se il colosso Mac Donald’s cede timidamente al “local” rispetto al “global” e propone piatti quasi a km 0 fondati sulla tradizione dei luoghi in cui opera, Eataly si vanta di essere rigorosamente global e trasferisce il “meglio del cibo” italiano ovunque nel mondo non preoccupandosi dell’inquinamento dovuto al trasporto né del fatto che, come dicevano i nostri anziani contadini e pescatori, i prodotti del mare e della terra non possono essere consumati nemmeno a qualche decina di metri di distanza dai loro luoghi perché si perderebbe l’odore, lo spirito intrinseco della loro origine e tutta la cultura che si respira, come ambiente, arte e storia nei siti della loro nascita e cura. Ho provato, per curiosità e dovere di cronaca, un pasto in una Hamburgeria di Eataly ed ho ricevuto cibo nella media, servizio come un qualsiasi fast-food a prezzi non proprio popolari. Un grande bluff? Certo è che la globalizzazione che sradica le cose belle e buone dal loro contesto geografico  fa enormi danni alla cultura e alla salute per un mito del cibo “etnico” che ha mostrato, nel tempo, tutti i suoi limiti di qualità e di sostenibilità. Slow Food suggerisce, pur nei limiti della sua dimensione di impresa in questo mercato fondato sul profitto e sulla libera impresa, qualche strada percorribile per la determinazione della libertà dei popoli in merito al diritto ad una sana ed adeguata alimentazione. Note critiche emergono comunque su alcuni aspetti come viene evidenziato nelle pagine di Wikipedia: “Nonostante i lodevoli obiettivi ci sono altri problemi che non vengono affrontati. Ad esempio, senza alterare in modo significativo la giornata di lavoro delle masse, la preparazione del cibo in una maniera slow food può essere un onere aggiuntivo a chi prepara il cibo (spesso donne). Al contrario, la società più benestanti possono permettersi il tempo e le spese di sviluppo di ‘gusto’, ‘conoscenza’ e ‘discernimento’. L’obiettivo dichiarato di Slow Food di preservare se stesso dal “contagio della moltitudine” può essere visto come elitario”.

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Architetti si nasce?

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Pillole da “Questione di stile” edited on Itunes Store e Ibook store.

Architetti si nasce?

Per fare l’architetto (o l’urbanista che non dovrebbe esistere perchè sarebbe la stessa cosa ad una scala diversa) occorre ineluttabilmente essere prima di tutto umanisti, filosofi e storici, poi artisti e quindi tecnici. Tutto il resto lo fanno altre figure, preparate altrimenti ed altrove. Ma l’Italia permane il coacervo dell’eclettismo professionale e di quello progettuale: cento figure che possono “fare” architettura, cento modi di concepirla partendo da cento formazioni diverse, spesso più che mediocri e senza vera vocazione. Non ci si meravigli della cementificazione e della distruzione del paesaggio urbano, rurale, montano, marino e archeologico!