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Educazione confusa

Scrivevo in un recente articolo apparso anche sul sito di Comune-info osservando ciò che sta accadendo nella scuola secondaria di primo ma soprattutto di secondo grado: “Gli stessi insegnanti di questo segmento finale dell’istruzione sono in qualche modo condizionati pesantemente dagli stereotipi, dalla loro formazione o meglio non-formazione pregressa di cui non hanno comunque alcuna colpa.Sono vincolati da una organizzazione rigida e incapace di accogliere e contenere il difficile mondo di quelle età della vita e costretti dalle regole a volte necessarie in luoghi e contesti semireclusori. Si vedono pertanto diretti ad agire in due direzioni principali: la nozione e la meritocrazia, la rendicontazione e la disciplina da un lato e quella che io chiamo la maledetta progettite dall’altro. Parlo della pletora di progetti ed eventi del bricolage sedicente pedagogico ma in realtà solo didattico pensato per una finta innovazione che non fa altro che indorare pillole su pillole (la motivazione, i giuochi di ruolo, il team teaching, la peer education, il learning by doing..) con tante parolacce spesso di chiara origine anglosassone nelle teorie e nelle applicazioni. La didattica cosiddetta alternativa è solo un altro strumento ipocrita per migliorare un modello di scuola che mantiene comunque i suoi parametri fondamentali e si esplica prevalentemente nella gestione spesso obbligata da realtà difficili e complicate, come se si fosse dei secondini che controllano gruppi in gran parte affatto interessati (per diversi motivi: familiari, sociali, di moda del momento) all’indirizzo di studi o alle cosiddette discipline che niente e nessuno potrà mai indurre ad amare in quei luoghi e in quel sistema complessivo. Il fatto che scuole ad indirizzo artistico fossero in qualche modo un’eccezione anche se timida a questa diffusa regola (ma solo per metà delle cosiddette materie, non a caso) è perché erano (prima di essere omologate ai percorsi liceali) un insieme di esperienze e indirizzi di studio, per la maggior parte dei casi scelte per forte vocazione che coinvolgevano le città, la vita, i territori mentre il luogo denominato scuola era una specie di portale ante litteram per muoversi verso le attività molto spesso spostate fuori e non solo in prossimità.”

Ciò che si legge e si vede sempre di più nei media è un mix improntato a confusione, violenza, obblighi insensati, regole di convivenza civile inesistenti o solo formali, demotivazione totale, inutili sforzi di salvataggio di una scuola irrimediabilmente persa da decenni. Dagli insegnanti che vessano gli studenti e viceversa (con punte estreme sempre più diffuse di intolleranza, assenza di rispetto reciproco fino anche alla violenza) fino alla mancanza di indirizzi pedagogici o di spunti realmente innovativi in campo educativo. Molte competenze pedagogiche e applicazioni coraggiose si perdono già dalla fine della scuola primaria costringendo gli insegnanti ad essere prevalentemente degli addestratori e classificatori. Oltre ai contesti familiari e sociali sempre più disconnessi tra loro, quando non in palese conflitto, oltre all’influenza, sempre più pervasiva e recante dipendenza, dei social condivisa ahinoi sia dalle famiglie che dai loro figli ,si rileva come sia determinante ciò che si è fatto o non si è fatto negli undici anni di “scuola” che precedono, così come l’insieme dei contesti sociali e familiari. Il più delle volte i danni pregressi sono decisamente incalcolabili e irrecuperabili se coniugati con l’essere degli studenti nel pieno dell’adolescenza. Riflettiamo anche su come si è alfabetizzata e formata, nella scuola e fuori, la generazione (anni 70 e 80) di gran parte dei genitori dei ragazzi e degli adolescenti di oggi.

Ricevo tanti, troppi racconti di docenti delle superiori disperati di fronte all’impossibilità di motivare, anche con gli strumenti di quello che ho chiamato spesso “bricolage pedagogico”, i giovani presi da tutt’altri interessi perché spesso costretti a scelte di percorsi che da soli non avrebbero mai intrapreso. Dai racconti si deduce anche una certa impotenza attribuibile ad una scarsa preparazione dei docenti stessi spesso tutta incentrata sulle discipline, sulla persistente triade tutta utilitaristica e addestrativa delle Conoscenze, Competenze e Capacità. Questa sacra trimurti dell’istruzione è coniugata con inserti di pseudo innovazione tratti dalle ” pedagogie e didattiche” di gran moda che li induce ad un gioco continuo e pericoloso tra il mantenimento della cosiddetta disciplina e le attività didattiche a cavallo tra le indicazioni nazionali, che impongono il raggiungimento di determinati obbiettivi, e l’invito sempre più invadente a progettare improbabili sequenze, unità didattiche, moduli… Il tutto sfocia inevitabilmente nella misurazione numerica sempre inattendibile e limitata alla sommatoria delle anacronistiche “prove oggettive” mitigate dall’introduzione spuria di risibili e spesso inutili giochetti pedagogici servente tesi a creare un surrogato di esperienza. Lo studente che si impegna e partecipa a questa specie di “dialogo educativo” in genere lo fa per una sorta di remissione ad un destino quasi inoppugnabile oppure perché succube, fin dai percorsi scolastici e familiari precedenti, della competizione e della gara ai voti più alti nonché della rendicontazione familiare. In certi indirizzi di studio l’insegnante è costretto suo malgrado ad una lotta continua e sofferta tesa a mantenere le relazioni in classe ad un livello minimo di civile convivenza mentre solo in determinati contesti e a certe condizioni si riesce a fare delle prove efficaci di pedagogia e didattica, quando il docente (rarissimamente) ne possegga almeno qualche essenziale e applicabile cognizione.

Cito come chiosa e invito a leggere qui di seguito uno scambio surreale di battute vere nei social tra due prof. che ho chiamato “DIALOGO TRA UN VIAGGIATORE SCOLASTICO STRESSATO E UN VENDITORE DI ALMANACCHI EDUCATIVI“(mediatico sedicente filosofo e pedagogista rampante e pontificante)
Venditore di almanacchi  educativi: “Il diritto di educare non è scontato. Non l’ho per aver superato un concorso. L’educazione è nella relazione; e nessuno ha il diritto di educare nessuno se non è disposto a costruire una relazione vera. Una relazione di potere non è una relazione vera. Non hai diritto di lamentarti di nessuno studente se non sei sceso dalla cattedra e non lo hai guardato negli occhi.”
Viaggiatore scolastico stressato: “Sono tante volte sceso dalla cattedra e ho provato a guardare negli occhi come dici tu ricevendo solo sputi e sberleffi, spesso non solo metaforici. Ma forse non sei mai stato in una classe-riformatorio (spiace chiamarla così ma tant’è) di una periferia metropolitana dove nessuna, nessuna, dico nessuna strategia è possibile se non il laissez faire, tacere e lasciar trascorrere il tempo sperando che non succeda nulla mentre per tutto il tempo escono a frotte, flirtano, si menano, urlano, insultano, chattano e non ti permettono neppure di dire una parola, di proporre attività, pure fuori dall’aula o dall’edificio! Forse sei in una bella scuolina liceale di provincia dove certe cose non accadono quasi mai? Comunque sia non hai per nulla detto come faresti concretamente se non ti consentissero  di fare una beneamata cippa, se non sperare che non accada nulla di irreparabile aspettando con ansia la fine dell’ora. Anche in una relazione non di potere possono accadere certe cose se manca del tutto, per consuetudine consolidata, il rispetto reciproco e quando questo è impossibile da ricostruire. La mia conclusione è comunque sempre la stessa: questa “scuola” che obbliga tutti a stare per ore chiusi in una stanza a fare cose che non interessano punto, con pochissime palliative vie d’uscita va chiusa. Solo poche eccezioni confermano questa orribile regola. Oggi poi ancor di più.”

Sarebbe forse tutto diverso se ci fosse continuità tra un percorso precedente (infanzia, primaria e secondaria di primo grado) improntato anche solo ad una sperimentazione di educazione diffusa che aiutasse, insieme ad iniziative di formazione ad hoc degli insegnanti , a ridefinire in senso decisamente innovativo il concetto di educazione, per il momento in modalità sperimentale, anche nell’ultimo tratto del percorso educativo tradizionale. Importante sottolineare il fatto che comunque, anche nel tratto di vita prossimo alla fine del percorso educativo canonico, quando determinate conoscenze siano di fatto indispensabili e fondamentali indipendentemente dalla motivazione, la modalità esperienziale induttiva debba essere considerata imprescindibile. Non è un caso che proprio poco tempo fa, estendendo il campo a tutto il sapere e non solo a quello scientifico, il nostro fisico Giorgio Parisi abbia voluto sottolineare l’importanza di far precedere l’esperienza all’astrazione.

In una possibile ipotesi di riconfigurazione del percorso educativo complessivo si potrebbe cambiare finalmente strada e contemperare in modo decisamente rivoluzionario le esigenze di preparazione che definiamo universitaria o professionale con la consapevolezza delle scelte fatte e quindi l’induzione di interesse e partecipazione certamente in un ambiente (o una serie di ambienti) fisico e relazionale decisamente opposto a quello attuale, con la costante di una integrazione virtuosa attraverso le esperienze vive, dell’accezione naturale, sociale, familiare, urbana. Si comprenderebbe allora a pieno, non considerandola più noiosa e inutile, perfino l’esigenza, come nella musica, in determinati momenti, del classico “solfeggio” accanto all’esecuzione creativa ed appassionata frutto di improvvisazioni e incidentalità.

Una strada che ritengo però al momento improponibile, per il segmento di età tra i 14 e i 18 anni, visto il contesto attuale che comprende l’organizzazione degli istituti e il modo di lavorare di dirigenti e docenti oltre all’humus studentesco, è quella di una sperimentazione del tutto improvvisata e avulsa dal percorso precedente perché resterebbe un’isola estemporanea e condizionata dai pregiudizi e dai tabù propri di gran parte del corpo docente della secondaria di secondo grado formata e reclutata anche oggi più da addestratore disciplinare che da educatore. Sarebbe utile invece e indispensabile concentrarsi su una preventiva solida formazione degli insegnanti e dei dirigenti per affrontare successivamente percorsi sperimentali in gruppi o classi a partire dal primo anno avendo assunto informazioni e testimonianze sulle caratteristiche del loro percorso negli anni precedenti.

In vista di auspicabili radicali cambiamenti che oltrepassino e sostituiscano l’intero sistema educativo attuale , come ipotizzato nell’articolo La scuola pubblica si chiude ancor di più su sé stessa, si può pensare, nel frattempo, ad un sistema cooperativo in rete di esperienze e progetti di educazione diffusa per cicli completi accanto agli esperimenti possibili (oggi ahinoi sempre meno) nella scuola pubblica promossi e gestiti dai docenti e dalle associazioni che si sono o si saranno già formati in diverse occasioni.

Non è di conforto comunque l’osservazione dei progetti di svendita della scuola pubblica al privato ed all’aziendalismo governativi, accanto alle risibili proposte della cosiddetta “sinistra” avanzata o timida, che auspica nient’altro che più risorse per il personale, l’abolizione delle classi pollaio, il tempo pieno e prolungato, il potenziamento delle scuole nelle realtà più fragili… E tutto ciò viene definitocome una controffensiva valida per riformare la scuola pubblica. Ricordo ancora una volta come non si possa rimodellare nessuna forma con una materia prima da buttare.

Giuseppe Campagnoli Gennaio 2023




Dissertazioni di architettura ed educazione. Oltre i muri, le aule e l’edilizia scolastica.

Dopo un decennio di impegni e studi, oltre che prove sul campo, dell’educazione diffusa, passando per l’esordio nel 2018 dell’omonimo Manifesto anticipato dalla pubblicazione nel 2017 per i tipi di Asterios editore di Trieste del volume “La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa”, risultati dell’incontro e degli studi congiunti di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli e della collaborazione attiva di tanti amici pedagogisti, insegnanti, associazioni dedicate all’educazione e gente di scuola, propongo una selezione di articoli e saggi sullo specifico argomento dell’architettura declinata come idea dei luoghi dell’educazione, un messaggio  ancora difficile da far passare e che ancora si presta a tanti equivoci e a tanti atteggiamenti conservatori o falsamente innovatori. Pensiamo a come da tempo si parli anche di museo diffuso, albergo diffuso, biblioteca diffusa o ancora meglio “ospedale diffuso”. 

Finisce il tempo dei monumenti da “bianche galere” simboli più spesso di potere e controllo che di uso collettivo o cura. I due ambiti culturali di riferimento sono quelli della contro-educazione di cui tanto ha trattato il mio amico Paolo Mottana e dell’ultra-architettura da me coniato ed esplicato in seno all’articolo recente sulla rivista di filosofia dell’educazione Le Télémaque: 

Ogni luogo è atto all’educazione purché se ne esalti il significato didascalico e di formazione collettiva seguendo un filo rosso tra interessi individuali e necessità collettive. L’ultrarchitettura e la scuola diffusa è andare oltre la funzione codificata dei manufatti – scuole, musei, botteghe, teatri… – e dei luoghi – piazze, strade, radure, boschi… – per renderli virtuosamente eclettici, sottratti al mercato e restituiti alla collettività anche in funzione educante.

L’ e-book e il cartaceo sono già disponibili in rete.

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Una divisa per nascondere le diseguaglianze.

«C’est l’idée qu’on va gommer Mai 68»

Pour le sociologue François Dubet, Brigitte Macron est «en train d’inventer une tradition» qui ne saurait régler le problème des inégalités à l’école. Libération. Intervista raccolta da Romain Boulho.

Traduzione di Giuseppe Campagnoli

Tutto il mondo è paese. E i nostri cugini pare abbiano un concetto di educazione ancora molto conservatore.

“È l’idea che cancellerebbe il ’68”

 Per il sociologo François Dubet, Brigitte Macron sta “reinventando una tradizione” che non può risolvere il problema delle disuguaglianze a scuola.

 RACCOLTA DA ROMAIN BOULHO

 Un ritornello a destra e all’estrema destra, la divisa scolastica, che sarebbe l’antidoto a tutti i mali della scuola, ha un nuovo megafono.  Brigitte Macron, ex insegnante privata di francese, ha appena inserito un nuovo tassello. Mercoledì, alla vigilia della proposta di legge in materia del Rassemblement National di Marine Lepen, la first lady si è detta favorevole: “Cancella le differenze, e fa risparmiare tempo. Scegliere come vestirsi al mattino è dispendioso in termini di tempo e denaro “.  Per François Dubet, sociologo specializzato in scuola e disuguaglianze, già direttore degli studi presso la School of Advanced Studies in Social Sciences, l’idea è un “pensiero illusorio”.

 L’uniforme scolastica suscita molte fantasie, la prima è la sua stessa esistenza…

 Infatti non ce n’è mai stata una in Francia di uniforme.  Nella scuola repubblicana è una leggenda metropolitana.  C’erano camiciotti per ragazze e ragazzi, ma nessuna uniforme.  Era, come dice Brigitte Macron, gonne blu a pieghe e simili, ma nelle scuole private chic, non nella scuola di Jules Ferry.  Ai genitori è stato detto di comprare un camice in modo che i loro figli non si sporcassero, ma non per amore dell’anonimato.  Viviamo oggi in un immaginario scolastico che è in gran parte una ricostituzione.  Sono entrato nella scuola elementare nel 1950 e non ho mai visto una divisa.  È assurdo. Brigitte Macron parla di un modo per “cancellare le differenze”.  Ma cosa viene preso di mira?  La differenza tra ricchi e poveri o è piuttosto un modo indiretto di prendere di mira i segni della differenza religiosa?  Non lo so.  In ogni caso, l’idea che la divisa possa cancellare le differenze è, a mio avviso, puramente immaginaria.  Gli adolescenti sono ossessionati dal loro stile, dal loro aspetto, dai loro capelli, tinti o meno, dalla loro marca di basket… Per quanto riguarda le differenze scolastiche, abbiamo recentemente avuto dati dal Ministero dell’Istruzione sulla composizione sociale degli istituti e non vedo come questo ridurrà le disparità che sono notevoli tra stabilimenti chic, non chic o popolari da cui tutti rifuggono.  È un pensiero magico.

 È una manovra diversiva.  Intanto non riusciamo ad assumere docenti, i risultati scolastici misurati dallo stesso ministero sono un po’ preoccupanti, le classi medio-alte sono a sé stanti, come le classi lavoratrici… Di fronte a disuguaglianze, difficoltà di apprendimento, agli orientamenti che sono un vero e proprio smistamento sociale tra gli alunni, questa idea della divisa mi sembra ridicola.

 Insomma, è solo nostalgia conservatrice, che, peraltro, non può vantare un ritorno a un vecchio sistema, visto che non è mai esistito.  Questa è l’idea che cancellerebbe il maggio del ’68, per standardizzare l’adolescenza.  Alcuni istituti privati ​​estremamente chic adottarono l’uniforme.  Non per creare uniformità, appunto, ma piuttosto per distinguersi, come segno di appartenenza a una casta.  Anche alcuni paesi hanno questa tradizione.  Ho lavorato in Cile e la gente ci è molto affezionata.  Ma ce n’è sempre stato uno!  In Francia stiamo inventando una tradizione, una storia che non c’è. È strano.  Credo sia solo per accontentare le correnti più conservatrici.  Questo tema, che era minoritario perfino nell’estrema destra, viene ripreso oggi senza che nessuno sembri sorpreso.  Zemmour l’aveva messa al centro del suo programma per le presidenziali sulla scuola.  Stiamo solo aspettando il ritorno delle punizioni corporali…

 Tra le ragioni spesso citate, la laicità sta tornando sempre più…

 È un concetto molto strano.  Laicità è il diritto degli individui ad essere tutelati nella loro singolarità. Si dice che tutti sono uguali e che si separa la scuola dalla società.  È un laicismo autoritario, non la tradizione laica.  Il secolarismo visto da Zemmour.  Stupisce che la first lady, ex insegnante in un liceo privato chic, faccia sua questa idea, proprio come aveva avanzato qualche settimana fa quella del dettato quotidiano.  Sappiamo che ci sono problemi con i bambini e i ragazzi – e soprattutto con le ragazze – che reintroducono tranquillamente i simboli religiosi a scuola, i veli, i vestiti lunghi, ecc.  Ma spetta alle istituzioni avere una politica in merito.  Qualche settimana fa, Pap Ndiaye ha assicurato che non spetta allo stato legiferare sugli abiti degli studenti, ma semmai agli istituti stabilire regole….”

Insomma i dibattiti sono sui meriti, sulle divise, sui cellulari in classe! Non solo da noi.




La scuola pubblica si chiude ancor di più su sé stessa.

Non tutti i mali vengono per nuocere.

Sappiamo sicuramente cosa fare.

I segnali non sono affatto confortanti. La scuola pubblica, ora non più pubblica pare, ma solo meritocratica, in mano alla reazione di estrema destra (il peggio infatti non è mai morto) oltre a mettere paletti antidemocratici su diritti e libertà di insegnamento, potrebbe anche precludere più di oggi l’autonomia e la libertà di sperimentare in campo educativo e rafforzare i legami con la vita reale, i territori e la politica che è anch’essa un diritto in educazione. In tempo reale giunge la notizia terrifica dell’istituzione del Ministero dell’Istruzione e del Merito: addestrare e classificare, dividere per censo, fortuna e dispari opportunità. Il timore si fa grottesca e pericolosa realtà.

Senza contare le idee mercantili rispetto all’istruzione che diventerebbe una orribile fiera, peggio di oggi, che andrebbe dalle paritarie, alle parentali alle sofistiche, spiritiste e occultiste, alle statali concesse di fatto al privato in una esasperazione di liberalizzazione educativa.

Cosa potremmo fare allora noi dell’educazione diffusa e della città educante per anticipare il colpo se dovesse essere preclusa la strada della sperimentazione? Un’idea, che solo a prima vista parrebbe un po’ utopistica, non potrebbe essere quella di costruire percorsi autonomi, dal basso sia dentro che fuori dalla cosiddetta scuola pubblica (come ad esempio la scuola degli Elfi di Cagliari, o quella dell’Officina del fare e del sapere di Gubbio ) pronti un giorno a rifondare insieme una società educante, in forma di vera cooperazione sociale diffusa e numerosa? Una immensa rete carbonara dell’educazione che farebbe tanti splendidi virtuosi danni pedagogici !!

Tutto ciò che si prefigura nel progetto di educazione diffusa, nell’ipotesi di una involuzione drammatica del pubblico, non potrebbe realizzarsi allora in autonomia nella società senza alcuna iniziale implicazione statale ma con una forte connotazione collettiva? I costi in una accezione di mutuo soccorso non sarebbero poi tanto superiori a quelli che ahinoi le famiglie comunque sopportano nel complesso per la scuola pubblica (trasporti, contributi, libri e sussidi, attrezzature, tasse più o meno dirette…) mentre una rete di luoghi scelti ad hoc, insieme a tempi e modi radicalmente diversi, potrebbe anche distribuire e ridurre i costi che oggi gravano sull’edilizia e l’organizzazione scolastica fatta di ruderi e gabbie dorate.

Non si potrebbe per intanto contestualizzare l’idea di educazione diffusa in questa eventualità avviando quando possibile il percorso di cui ha parlato Paolo Mottana come annuncio di un vero e proprio sistema educativo, nell’ultimo seminario di settembre a Rimini ? Insegnanti, mentori, esperti e risorse materiali sarebbero ben assorbibili in un’ampia accezione cooperativa.

Parallelamente continuerebbe la formazione destinata a docenti, associazioni, amministratori locali, per proseguire comunque e malgrado tutto l’azione di virtuosa infiltrazione con esperimenti estemporanei o sperimentazioni formali negli ambiti educativi pubblici possibili e praticabili. L’educazione diffusa avviata in forma cooperativa non sarebbe così il rimedio ad una eventuale preclusione di fatto della scuola pubblica a qualsiasi radicale innovazione che sappiamo invece quanto mai urgente, da tempo? È la storia ironica e didascalica della Commedia della città educante che potrebbe farsi realtà unendo, integrando e coordinando per affinità anche tutte quelle esperienze impegnate nella stessa direzione ma oggi separate perché autoreferenziali e sparpagliate anche idealmente. Mai come ora non sarebbe indispensabile unire le energie che operano di fatto in una direzione compatibile con l’idea di educazione diffusa? In tempi migliori si potrebbe pensare di far rientrare nel pubblico statale ,ormai svuotato a causa del nuovo classismo , il percorso così sperimentalmente collaudato e provato sul campo da un a nuova rete di esperienze impegnate in questa sottile rivoluzione in campo educativo. Al tempo stesso si potranno mantenere ed aumentare quelle esperienze che dovessero ancora  «passare » nel pubblico disobbediente o distratto. Una strada lunga ma forse per certi aspetti di questi tempi obbligata ma sicuramente più appassionante nella sua caratteristica di sottile sommossa educativa, quasi un 68 in revival per aprire diffusamente occhi e menti non solo di bambini e ragazzi. Chi aderì e continua ad aderire anche con i fatti al Manifesto dell’educazione diffusa non potrebbe coinvolgersi in questa proposta in modo attivo a partire dai propri luoghi?

Si tratta di un’idea forse balzana, forsanche di una provocazione, seppure a mio parere non tanto peregrina, che metto sul tavolo per un dibattito costruttivo tra quanti hanno a cuore una cambiamento radicale in educazione come prodromo per tutto il resto, a partire naturalmente dal Manifesto dell’educazione diffusa e da tutti i capitoli successivi.

Intanto procede il lavoro di costruzione del progetto di un Sistema dell‘educazione diffusa, al di là delle effimere prove parziali di applicazione di una nuova teoria pedagogica tra le tante. Per primavera è programmata, come annunciato sui social, l‘uscita del libro di Paolo Mottana “Il sistema dell‘educazione diffusa“ edito da Dissensi.




Telefono…casa?

Anche con una penna o una matita, il quaderno o il dizionario, la lavagna, la voce e il sussurro si possono scambiare pizzini in classe e non solo, chattare e bullizzare, magari più lentamente e diversamente, fare vignette e disegnini osceni, copiare e disturbare le attività dei profs. e degli altri. Il cellulare è solo uno strumento più moderno, versatile, rapido e globale. Tutto esce di più e continuamente fuori e tutto si mischia. Ma queste modalità d‘uso di certi strumenti da cosa dipendono? E qui c‘è la luna da osservare.

C‘è una moltitudine crescente di ragazzi insofferenti a questo tipo di scuola nel suo complesso.

Perché anche tanti docenti nonostante la loro passione non riescono ad avere relazioni positive ed efficaci con le classi e spesso si vedono ridurre al ruolo di badanti, secondini o dispensatori di ammonimenti e note? Perché dominano ancora regole su regole insensate o incongrue soprattutto in luoghi semireclusori e didattiche fatte di rigidi nozionismi? Perché tantissimi ragazzi e ragazze soffrono a scuola e molti preferiscono anche abbandonarla? Perché, salvo rare e forse uniche eccezioni, resta uno scollamento enorme tra la quotidianità in classe e la vita fuori dal cancello? Gli stessi insegnanti sono in qualche modo condizionati pesantemente dagli stereotipi della loro formazione o meglio non-formazione pregressa di cui non hanno comunque alcuna colpa.

Sono tutti insieme vincolati da una organizzazione rigida e incapace di accogliere e contenere il difficile mondo di quelle età della vita e costretti dalle regole a volte necessarie per sopravvivere in luoghi e contesti semireclusori. Si vedono pertanto diretti ad agire in due direzioni principali: la nozione e la meritocrazia, la rendicontazione e la disciplina da un lato e quella che io chiamo la maledetta progettite dall’altro. Parlo della pletora di progetti ed eventi del bricolage sedicente pedagogico, ma in realtà solo didattico, pensato per una finta innovazione che non fa altro che indorare pillole su pillole (la motivazione, i giochi di ruolo, il team teaching, la peer education, il learning by doing…) con tante parolacce spesso di chiara origine anglosassone nelle teorie e nelle applicazioni.

Tanti docenti rischiano ogni giorno di essere letteralmente sopraffatti, dileggiati, provocati, intimiditi o impegnati ad evitare che lo siano altri ragazzi o gruppi di ragazzi investiti del sempre più crescente fenomeno del bullismo, della emarginazione, della competizione più o meno violenta indotta dalla società, dalla famiglia e dalla scuola stessa. Questa situazione ormai molto diffusa non è sanabile nell’attuale tipo di scuola e neppure nei suoi ingenui tentativi di miglioramento. È inutile e pericoloso pretendere che docenti senza strumenti e alleanze trasversali possano motivare gruppi di studenti che non hanno scelto di essere lì o che sono lì parcheggiati per svariati motivi. Questa situazione dipende da quello che è avvenuto in tutto il percorso educativo, da quello che avviene all’esterno, in famiglia e dallo scollamento totale tra queste realtà; dipende dalla diseguaglianza e dall’emarginazione, dalla mancanza di vero dialogo, dal classismo mai scomparso ma soprattutto da una concezione dell’educazione, declinata in genere solo come istruzione e addestramento, da demolire prima che sia troppo tardi. Gli insegnanti formati per essere solo degli addestratori e classificatori, non per loro responsabilità grazie anche a forme di reclutamento a dir poco kafkiane, si trovano difronte, come già detto, a una scuola ancora ottocentesca e selettiva per merito e censo che si è tentato fino a ieri invano di correggere con un coacervo di giochini parapedagogici e didattici spesso di importazione.

E ci si meraviglia se i ragazzi in gran parte, costretti dal loro sociale, dal caso, dalla famiglia, dall‘obbligo a senso unico o anche dalla noia, ad una istruzione aliena e reclusoria, vorrebbero essere altrove e lo fanno con i loro strumenti di comunicazione o meglio di evasione preferiti? Sempre meglio che la classica marinata! Gli scenari, continuando così, sono quelli di tempi persi per deposizione o sequestri di smartphones ad ogni piè sospinto o di guerre senza fine tra i tanti domatori delle classi (sempre più raro è riuscire a motivare i giovani su cose per le quali non si avrà mai , giammai, alcun trasporto) per imporre, contrattare, blandire, sanzionare, provare a spiegare e convincere in un dialogo sempre più tra sordi.

La soluzione sta nel rimuovere drasticamente le cause non gli ineluttabili e crescenti effetti! Possibile che non lo si capisca? L‘educazione diffusa sarebbe una strada da percorrere per  cambiare radicalmente paradigma. Perché non provarci? Almeno dal 2023 quando dovrebbe uscire per Dissensi editore,  finalmente dopo anni di ricerche e prove sul campo, “Il sistema dell‘educazione diffusa“ di Paolo Mottana.

Giuseppe Campagnoli dicembre 2022




A memoria

Scuola: basta con l’imparare a memoria?

L’apprendimento a memoria ha fatto soffrire intere generazioni e molti educatori sono convinti della sua inutilità. Sarebbe da eliminare questa pratica di insegnamento? Non è poi così sicuro.

DI RACHID ZERROUKI PROFESSORE ALLA SEGPA A MARSIGLIA E GIORNALISTA. Libération 3 gennaio 2023.

Traduzione e commento di Giuseppe Campagnoli

Ci sono parole che occupano i nostri ricordi con insistenza come macchie di calcare che non vanno via neppure con il bicarbonato. Possono essere frasi, testi di canzoni o slogan pubblicitari. Per Amine sono i versi di una poesia: “Todo Pasa y todo queda” ( «Tutto passa e tutto rimane»). Le recita il giorno del suo matrimonio e alla minima esitazione, il suo testimone, Adil, prosegue. I due trentenni sono cresciuti insieme a Cavaillon, nel Vaucluse. Uno è un infermiere in un ospedale di Nizza, l’altro compra e rivende criptovalute a Dubai. Erano nella stessa classe alle medie quando il loro insegnante di spagnolo ha chiesto loro di imparare a memoria questa poesia di Antonio Machado. È stato 17 anni fa.

Adil è certo che questo esercizio non gli ha permesso di progredire nella lingua straniera ma si rende conto che lo scopo dell’esercizio era un’altro: «Cercava di insegnarci la vita più dello spagnolo», spiega. Conserva l’immagine del sig. Hortelano come un professore romantico, tra coloro che mandano al diavolo le istruzioni ufficiali e che insegnano con il cuore e con le viscere. Faceva l’appello una volta su tre, saliva sui tavoli e preparava le sue lezioni sui post-it, ma le sue mille vite gli permettevano di affascinare il suo pubblico come nessun altro. Era stato marinaio, saltimbanco, poeta, manutentore. Insegnare era per lui un’arte e mai una scienza. Far imparare ai suoi allievi una poesia che gli stava a cuore non obbediva ad alcuna logica pedagogica ma rispondeva ad una volontà umana tutto sommato banale: trasmettere agli altri ciò che si ama.

INGURGITARE A MAN BASSA

Durante la mia formazione universitaria, mi è stato descritto il professore che ricorre al metodo della memoria come, più o meno, una nullità. Bisogna dire che, come il dettato o la lavagna col gesso, l‘imparare a memoria fa parte di quei dibattiti che sono stati padroni nelle sale dei professori. Alcuni reclamano il loro ritorno per idolatria del passato; altri, per reazione, combattono tutto ciò che vi si avvicina. I miei formatori, provenienti da una generazione che questa pratica ha maltrattato facevano parte della seconda categoria: l’apprendere a memoria è stato posto al servizio della loro preparazione diventando lo strumento di quello che il pedagogo Paulo Freire chiamava «la pedagogia bancaria»: una visione dell’insegnamento secondo cui l’unico margine di manovra che si offre agli alunni è quello di ricevere e accumulare, conservare e risputare in cambio di un voto numerico. Risultato: «Ripensando al concorso dei professori delle scuole, avevo l’impressione di scoprire per la prima volta l’età d’oro dei Capetingi o la portata dell’editto di Nantes», racconta Damien, professore in Dordogna. Oggi, alle nozioni che gli sono state fatte «ingerire a man bassa » oppone l’approccio creativo e di ricerca insieme alle elaborazioni libere degli allievi stessi.

La sua collega nella scuola Vaucluse, Hélène, non ha eliminato la memoria ma, nella sua modo di insegnare, ha tenuto a distinguerla da un’altra pratica: «Conoscere a memoria con curiosità, libertà e animo è anche fare proprio un sapere, un testo, un’espressione matematica…Lo psittacismo invece consiste nel ripetere meccanicamente come un pappagallo»

Questo termine, che utilizza in senso figurato, designa un autentico disturbo del linguaggio che spinge chi ne soffre a ripetere le parole altrui in modo meccanico, senza comprenderne il senso. La distinzione che fa Helena allevierà le apparenti contraddizioni di tutte le persone irritate dall’imparare a memoria ma che sono beate di ammirazione nel vedere i loro ottantenni genitori declamare le lunghe tirate del Cid de Corneille apprese decenni prima.

Caroline Boudet, autrice, è una di queste. Racconta che l’imparare a memoria che l’ha disgustata è quello in cui non si percepisce «né la logica, né l’interesse, né la bellezza». C’è infatti un altro apprendimento, né stupido né malvagio, che non si oppone all’apprendimento e alla comprensione ma le nutre. Certo, «sapere a memoria non è sapere» come diceva Montaigne, aggiungendo che è «conservare in memoria ciò che si è ricevuto». Ma è forse, ci dicono le recenti scoperte in neuroscienze, c’è un po’ di più: lungi dall’offuscare l’intelligenza, la memoria la alimenta, la suscita, le fornisce dei materiali.

«UNA PICCOLA IMPRESA CHE NE PREFIGURA DI PIÙ GRANDI»

Si tendeva a credere nel neuromito secondo cui ognuno di noi avrebbe avuto una memoria di apprendimento privilegiata che ci permetterebbe di comprendere meglio e memorizzare le conoscenze: visiva per gli uni, uditiva o cinestetica per gli altri. Nelle sue opere, il ricercatore di psicologia cognitiva Alain Lieury, spazza via questa idea spiegando che le informazioni visive o uditive non fanno che transitare nelle memorie sensoriali, e si ritrovano fuse in una memoria comune, memoria lessicale o memoria delle parole di cui l’apprendimento a memoria è il motore principale. Certo, il significato delle parole è altrove, alloggiato in un’altra memoria detta semantica e che si nutre di esperienza e di manipolazione. Ma la memoria lessicale è la carrozzeria, è quella che i genitori nutrono ripetendo senza fine la parola «automobile» al loro bambino quando quest’ultimo disegna l’oggetto in questione. Senza questo elementare apprendere a memoria, unanimemente incoraggiato, nessuna forma di comprensione potrebbe svilupparsi nel bambino.

Al di là della comprensione, credo che ci sia una memoria che nutre la fiducia in se stessi. È una convinzione personale che non mi ispira alcuno studio ma nella quale la mia esperienza mi conforta. In un piccolo raccoglitore in fondo alla classe, metto insieme poesie, monologhi o estratti di romanzi che mi hanno personalmente colpito. Se uno studente ne impara uno, viene ricompensato; altrimenti, tanto peggio. Ma la stessa musica si ripete ogni anno: giurano che il loro cervello non è capace di trattenere nulla. Provano per orgoglio o per costrizione, lottano e poi riescono. E poi, nel sorriso da vincitore che mostrano dopo aver recitato Prévert o Mahmoud Darwich, nel loro alzare la testa e nella loro palpabile sicurezza, lo vedo: hanno fatto tacere la piaga delle vocine che dicevano loro che non ne erano capaci. L’apprendere a memoria assume allora la definizione di Paul Ricœur: «Una piccola impresa che ne prepara di più grandi.» Perché alla fine è vero, “todo pasa”, ma tre cose di sicuro «quedan»: le parole che abbiamo imparato, la fiducia che abbiamo acquisito e la bellezza che abbiamo coltivato.”

CHE FARE?

La chiave in ogni attività di ricerca, scoperta e apprendimento è la curiosità, l’interesse, la passione anche nel libero e, a volte, faticoso trattenere idee, pensieri, parole, concetti e segni, senza alcuna costrizione ma con la consapevolezza non indotta ma condivisa della loro utilità per la vita.La memoria è una componente naturale che dovrebbe intervenire quando se ne ravvisi l’importanza e la validità che la mente chiede per assimilare in virtù di un profondo interesse senza finalità competitive o classificatorie ma di crescita personale e pure collettiva.

Pensiamo all’apprendimento a volte affrontato con un apparente inutile ripetere, della simbologia e dell’essenza della lingua, della musica, delle arti senza il quale non si potrebbero possedere e praticare anche attraverso l’estrema libera creatività delle combinazioni e dei richiami, questi linguaggi soprattutto con l’esperienza dell’induzione e una serie infinita di “chocs educativi“.

Nell’educazione diffusa c’è anche questo in controluce ma in una modalità opposta rispetto a quella usata e abusata da tempo. Lo vedremo bene nel prossimo scritto in uscita di Paolo Mottana sul “sistema dell’educazione diffusa”, dove ne verrà delineato tutto il percorso pedagogico, ambientale e anche didattico. Il 2023 sarà l’anno cruciale.

Giuseppe Campagnoli Gennaio 2023




Gli amici che “contano”

Prendo le mosse da un’eccezionale riflessione del mio amico e “socio” di studi in campo educativo Paolo Mottana: “Il grande nemico: il pensiero calcolante”, per qualche breve memoria di supporto a questa indiscutibile idea del vivere. Scrive ad un certo punto Paolo:

“Ma cos’è, cosa significa concretamente imperio della ragione strumentale? Meglio ricordarlo: anzitutto e in termini generali commisurare tutto in base all’utile che se ne può ricavare e mai a ciò che qualcosa è o merita intrinsecamente. Applicato alla vita quotidiana ciò significa che si misura il tempo da dedicare a qualunque cosa in base all’utilità, al beneficio, spesso in termini di danaro o successo personale, che se ne può trarre. Anche nei rapporti umani, nell’amicizia e persino nell’amore. Una persona spesso si cerca solo per sfruttarla, o sfruttarne le conoscenze. Un amico o un amore si abbandona quando non ci serve più o quando, con il gergo che ormai abbiamo adottato disinvoltamente, ostacola la nostra realizzazione personale. O quando addirittura, peccato mortale per lui o lei, lo appesantisce con le sue richieste in contrasto con le nostre esigenze e urgenze.”

Percorrendo la mia esistenza dagli esordi ai giorni nostri in ambito parentale, studente, professionale, amicale, amorale (da amore o quel che si dice sia) ho purtroppo rilevato molti, troppi conti, numeri e misure. Tanti che facendo la tara è rimasto poco o nulla. Questa contabilità è spesso terribilmente prossima all’aberrante concetto di merito che permea ogni angolo della vita. Posso citare a memoria e brevemente solo alcuni episodi cruciali ma non necessariamente emergenti.

Mi promisero un tempo (quando c’erano gli esami complementari, gli assistenti, le gavette al seguito di baroni e baronetti) una carriera accademica solo che avessi garantito l’apertura e la cura di una succursale di studio di progettazione completamente gratis e con un gravosissimo impegno di procura di clienti. Il mio senso della misura (appunto) e le risorse familiari inesistenti mi preclusero questa strada già mercantilizzata in partenza.

Quasi nello stesso periodo mi ingannarono prospettandomi subliminalmente, facendo i conti su di un finto innamoramento effimero e fallace, una vita piuttosto agiata in cambio di un matrimonio da principe consorte di una famiglia di bottegai, non proprio intellettuali, cui avrei dovuto fare da vassallo rinunciando anche ai miei ideali artistici, professionali e pure politici. Anche qui resistetti, mollai nel breve lasso di poco più di un anno e ne ricevetti dopo poco un lutto tragico oltre all’eredità di una prole già fagocitata dalla stessa genìa e in seguito poco e male frequentata con uno strascico mai finito di danni e sofferenze.

Ci furono amici provvidenziali a quel tempo, amici che non smetterò mai di ringraziare ma che alla fine, sempre per motivi conclamati di contabilità e opportunità, sono scomparsi all’improvviso dal mio orizzonte insalutati ospiti.

Un giro di boa apparentemente radicale avvia un periodo decisamente positivo su tutti i fronti ma non su quello delle relazioni e delle amicizie. Una frotta di amicizie che si tengono ben salde in costanza del mio successo professionale e dell’apparato scolastico per sfumare invece poi lentamente ma inesorabilmente alle soglie del pensionamento e dell’abbandono degli impegni amministrativi e professionali.

L’ esordio in una nuova attività piena di voglia di rinnovare e rivoluzionale le idee di quegli spazi che mi avevano deluso in precedenza, la scuola e l’architettura, mi fanno incontrare, per estrema affinità, persone eccezionali e disinteressate con cui prosegue un sodalizio tuttora proficuo, appassionante e coinvolgente anche alla mia ormai avanzata anagrafe. Parallelamente appaiono amicizie collegate all’ambito famigliare e filiale che dopo un periodo apparentemente sano e condiviso subiscono invece la medesima triste sorte di altri labili rapporti. Anche i figli nel frattempo raccontano sequele di esperienze negative in questo campo di relazioni avvelenate da opportunismi strumentali ben mascherati da questa cultura del pensiero calcolante. Scrive infatti anche Paolo Mottana: “Temo che non sia più recuperabile perché la vedo sempre più diffusa nei giovani, nel loro modo di gestire le relazioni, gli amori, i programmi di vita, il tempo. Anche in loro avverto la fine della gratuità, della passione, del piacere, a favore del calcolo, del cinismo, del discincanto, dell’ironia e del sarcasmo.

Una ultima perla in ordine di tempo di questa cultura ce la offre proprio una amicizia che mi era parsa tanto solida, in momenti in cui le nostre qualità potevano essere ben utili, quanto invece si è rivelata progressivamente e subdolamente labile, effimera e caduca quando il tornaconto è venuto meno e parallelamente sono comparse strane diffidenze, piccoli e banali contrasti, presunte invidie mai rilevate prima neppure sottotraccia. Anche questa esperienza è finita malamente e forse in parte senza altra motivazione che quella appunto del pensiero calcolante. Un vero peccato.

La relazione o l’amicizia dovrebbero invece volare, credo , sopra ogni difficoltà anche di caratteri e intemperanze per capirli invece di misurarli, giudicarli e condannarli, a volte perfino in contumacia! Non riesco e non voglio entrare nelle vicende di studio e di esordio nel mondo del lavoro dei giovani in un mondo che mi è parso sempre più dominato da questo pensiero in chi offre posizioni, attività, opportunità, in chi si pone come mentore o collega e complice di insegnamento o ricerca, spesso ad usum delphini nonostante e forse a dispetto di vere passioni, saperi, abilità dimostrati più nel dire, nello scrivere e nel fare che nell’essere misurati o classificati.

Mi piace chiudere questa teoria di pochi ma per me emblematici esempi con la chiusa di Paolo Mottana:

Non mi illudo ma non posso fare a meno di denunciare ancora e ancora, insieme ai tanti che mi hanno preceduto e che combattono con me, questa egemonia distruttiva. Un dominio che sta facendo a pezzi la nostra vita, le sue zone più amabili, quelle dell’amore, della passione, della gratuità, dell’utopia e dell’immaginazione, del piacere di esserci oltre ogni ricatto economico. Ovvio, il calcolo non è il male assoluto in sé ma lo diventa nella misura in cui assume la guida totalitaria del nostro comportamento. Mi dimenticavo di dire che al fondo, o al termine della ragione calcolante ovviamente ci sono il vuoto, il gelo sentimentale, l’estinzione della vita, lo sterminio.”

Giuseppe Campagnoli dicembre 2022




Schiaffi al merito

La cooperazione è meglio della competizione

AIDA N’DIAYE su Libération

Traduzione di GCampagnoli

La farfalla Monarca

Dopo il dituttodipiù dei soliti ed insoliti italici pontificatori in fatto di scuola e di società di cui ormai non se ne può più, leggiamo un parere d’oltralpe apparso oggi su Libération, un giornale un tempo sovversivo oggi soltanto cautamente liberaleggiante.

A voi!

“Competizione piuttosto che cooperazione: schiaffi alla meritocrazia.

Quale soluzione migliore del merito potremmo sognare in una società che si pretende a tutti i costi meritocratica? Chi non vorrebbe dare agli studenti il senso dell’impegno e il gusto del lavoro valorizzando e premiando i più meritevoli? Eppure…Nelle grandi città francesi, più di un terzo degli alunni della scuola secondaria frequentano istituti privati. Queste cifre sono tanto più allarmanti in quanto, in modo più o meno condiviso, la scuola resta l’istituzione da cui ci aspettiamo collettivamente che mantenga o rafforzi il legame sociale. Come ridare allora tutto il suo senso e il suo posto alla scuola e, più in particolare, alla scuola pubblica? Come restituire agli studenti e agli insegnanti il gusto della scuola? Tale questione emerge periodicamente nel dibattito pubblico e politico. A destra come a sinistra, una stessa risposta, uno stesso valore sembrano imporsi come un’evidenza per offrire una soluzione alle difficoltà che il nostro sistema scolastico incontra: il merito.

Ma è poi un principio buono per pensare e organizzare la società in generale e la scuola in particolare? Non avremmo tutto da guadagnare se smettessimo di vedervi l’alfa e l’omega di una società giusta? L’idea di merito presuppone innanzitutto che basti volere per potere (in altre parole, che «quando si vuole si può») e poi che il lavoro paghi (in altre parole, che gli sforzi compiuti siano sistematicamente coronati da successo). Ma questo non è affatto scontato. Infatti se tutto è solo una questione di volontà, bisognerebbe che questa volontà sia alimentata da una motivazione solida: incoraggiamenti, un contesto favorevole, un incontro che ci aprirà delle porte, ecc., sono alcuni degli elementi che possono fornirci le condizioni favorevoli a giustificare impegno e lavoro. Chiediamoci anche perché questi sforzi si potranno rivelare proficui: quali condizioni devono essere soddisfatte affinché il lavoro che svolgo sia sinonimo di successo nel senso economico o sociale del termine? Anche qui il contesto storico, culturale, sociale, ecc., svolge un ruolo determinante.

Tutte queste ragioni fanno sì che non ci si possa accontentare di dire che chi riesce lo deve al suo solo merito, con il corollario che chi non ci riesce avrebbe fallito. È proprio per questo motivo che l’ambiente sociale di origine resta una variabile che influenza fortemente e in modo determinante i percorsi scolastici Siamo dunque lontani da una meritocrazia, cioè da una società in cui gli unici sforzi compiuti determinerebbero il successo degli individui. Ma si può andare ancora oltre nel rimettere in questione la meritocrazia. La critichiamo perché riteniamo che non sia efficace. Dicendo questo, riconosciamo che si potrebbe aspirare ad un’autentica meritocrazia, cioè ad una ripartizione dei beni materiali o simbolici che siano legittimati da ciò che sarebbe dovuto a ciascuno ( “a ciascuno secondo il suo merito”) e non secondo censo o ricchezza. Sarebbe innegabilmente un sistema cui aspirare. Ma sarebbe un sistema il cui principio di fondo sarebbe di ricompensare gli individui mettendoli in competizione gli uni con gli altri.

Il sistema scolastico è così amante delle procedure che, classifica gli studenti, organizzando così una sorta di grande mercato della scuola in cui gli studenti si confrontano e in cui il successo degli uni avviene a scapito di quello degli altri. In questo sistema non si tiene assolutamente conto del fatto che i percorsi non sono mai strettamente individuali. Ciò che una meritocrazia, anche possibile, dimentica dunque fondamentalmente, è questo dato ineluttabile, che il successo non è mai realizzato da un solo uomo o da una sola donna. Ciò a cui dobbiamo aspirare per rendere gli studenti esseri completi per partecipare di una società complessa è un sistema scolastico che valorizzi la cooperazione al posto della concorrenza e della competizione. Mi sembra imperativo che la scuola si occupi di questo argomento lasciando il posto, fin dalla più tenera età, alla collaborazione. Perché non prevedere, a tutti i livelli, spazi di tempo dedicati al volontariato, ad altre attività o ad un impegno associativo? Sarebbe così facile prevedere la partecipazione di tutti i bambini e ragazzi a un lavoro ecologico o sociale, radicato localmente. Sarebbe un primo passo per rendere la scuola un luogo in cui i bambini e i ragazzi crescono insieme e non l’uno contro l’altro. In altro modo stento a vedere come la società verso cui tendiamo potrebbe essere qualcosa di diverso da uno spazio di competizione generalizzata, in cui – come il sociologo Michael Young ha disegnato quando ha configurato l’idea di meritocrazia nel 1968 – le disuguaglianze sono giustificate dal presunto merito di pochi e la rivolta di fronte a questo dominio legittimato dal presunto merito finirà necessariamente e giustamente per esplodere.”

Piccoli passi verso un’idea diversa di educazione? Forse da noi, scongiurando ulteriori terribili retrocessioni dell’attuale contingenza politica, si è un po’ più avanti con tante proposte di innovazione o vera e propria rivoluzione come la nostra educazione diffusa. Perfino il nostro articolo su Le Télémaque pare sia apparso come all’avanguardia nel panorama pedagogico francese!

Ma già trattare il merito come un paradigma da eliminare è un grande avanzamento, visto che il nostro establishment dell’istruzione ha voluto mettersi un distintivo che perfino i più tiepidi in fatto di educazione innovativa stanno contestando.

Giuseppe Campagnoli 30 Novembre 2022




Dialogo tra un viaggiatore scolastico stressato e un venditore di almanacchi educativi

Commentario tratto pari pari dalla rete social tra un viaggiatore scolastico terrorizzato, bullizzato, mobbizzato e un provocatorio o ingenuo venditore di almanacchi educativi. Ai lettori l’ardua sentenza.

Venditore di almanacchi educativi:

«Ci sono queste studentesse cui non fotte un cazzo della scuola. Hanno altro per la testa: famiglie difficili, amicizie turbolente, amori travagliati. Il libro non lo aprono. Una di loro dice che a casa è impossibile: non saprebbe dove studiare. Ma c’è di peggio. In classe non stanno composte nel banco. Non escono chiedendo il permesso. E poi si truccano. Di continuo. Passano la mattina a truccarsi ossessivamente.

Io sono pagato – diciamo le cose come stanno – per raddrizzarle. Per far sì che la smettano di truccarsi, che stiano composte nel banco, che escano solo dopo averne ottenuto il permesso; e che aprano il libro. Se non per imparare, almeno perché è così che si fa. Facciano finta di aver imparato, come tutti. E saremo tutti felici.

E se non lo fanno? Se non lo fanno mi si chiede di espellerle. Vadano altrove a truccarsi. Magari in un professionale. Si chiama riorientamento.

Io non sono pagato per pensare che non è colpa loro se si trovano in un ambiente che non soddisfa nessuno dei loro bisogni attuali, che non risponde a nessuna delle loro domande, che non dà loro nulla del calore umano di cui hanno bisogno. E che le ha giudicate fin dal primo giorno. Io non sono pagato per sorridere affettuosamente – dentro, non sia mai – della loro ribellione all’istituzione. Non sono pagato nemmeno per voler loro bene e per dar loro la mano. Sono pagato per dir loro che lo studio è importante e l’educazione pure, e che se non studieranno e non si comporteranno come vogliamo noi non potremo considerarle persone a posto. E ci arrabbieremo molto e scriveremo ogni santo giorno sul registro che siamo molto arrabbiati perché loro non sono come vogliamo noi. Perché non hanno, porco cazzo, nessun merito. Noi offriamo loro il sapere su un piatto d’argento e loro, incredibile e scandaloso a dirsi, lo rifiutano: queste ingrate. »

Viaggiatore stressato della scuola:

“Suggerisca il prof. filosofo, al di là della sua facile storiella ironica e senza scrufugliamenti assistenziali, a noi buttati in situazioni veramente insostenibili, che tremano ogni volta che debbono entrare in certe classi, che cosa concretamente suggerisce di mettere in campo per un gruppo in cui una maggiore parte  dei giovani non vorrebbe assolutamente essere  lì perché ha tutt’altri interessi e in qualche modo è stato costretto e “parcheggiato” da altri. Ci dica cosa farebbe in una baraonda incontenibile anche usando ogni escamotage didattico o parapedagogico. 

Non è forse che questa scuola va solo abolita prima possibile?

Tanti rischiano ogni giorno di essere letteralmente sopraffatti, dileggiati, provocati, intimiditi o impegnati ad evitare che lo siano altri ragazzi o gruppi di ragazzi investiti del sempre più crescente fenomeno del bullismo, della emarginazione, della competizione più o meno violenta indotta dalla società, dalla famiglia e dalla scuola stessa. Questa situazione ormai molto diffusa non è sanabile nell’attuale tipo di scuola e neppure nei suoi ingenui tentativi di miglioramento. È inutile e pericoloso pretendere che docenti senza strumenti e alleanze trasversali possano motivare gruppi di studenti che non hanno scelto di essere lì o che sono lì parcheggiati per svariati motivi.Questa situazione dipende da quello che è avvenuto prima in campo educativo, da quello che avviene all’esterno, in famiglia e dallo scollamento totale tra queste realtà; dipende dalla diseguaglianza e dall’emarginazione, dalla mancanza di vero dialogo, dal classismo mai scomparso ma soprattutto da una concezione dell’educazione, declinata in genere solo come istruzione e addestramento, da demolire prima che sia troppo tardi. Gli insegnanti formati per essere solo degli addestratori e classificatori, non per loro colpa, si trovano difronte, come già detto, a una scuola ancora ottocentesca e selettiva per merito e censo che si tenta invano di correggere con un coacervo di giochini parapedagogici e didattici spesso di importazione.”

Venditore di almanacchi  educativi:

“Rispondo volentieri, però se ti sto sul cazzo non dovresti stare sulla mia bacheca.

Il diritto di educare non è scontato. Non l’ho per aver superato un concorso. L’educazione è nella relazione; e nessuno ha il diritto di educare nessuno se non è disposto a costruire una relazione vera. Una relazione di potere non è una relazione vera. Non hai diritto di lamentarti di nessuno studente se non sei sceso dalla cattedra e non lo hai guardato negli occhi.”

Viaggiatore stressato:

 “Assolutamente. Sono un po’ impulsivo ma non mi stai assolutamente dove dici tu. Del resto non mi pseudonominerei Pasquino.. 

Volevo solo un consiglio da chi mi pare davvero ne sappia più di me (senza ironia!)visto che scrivi molto di educazione e scuola. 

Sono tante volte sceso dalla cattedra e ho provato a guardare negli occhi come dici tu ricevendo solo sputi e sberleffi non solo metaforici. Ma forse non sei mai stato in una classe-riformatorio di una periferia metropolitana dove nessuna, nessuna, dico nessuna strategia è possibile se non il laissez faire, tacere e lasciar trascorrere il tempo sperando che non succeda nulla mentre escono a frotte,flirtano,si menano, urlano, insultano, chattano e non ti permettono neppure di dire una parola. Forse sei in una scuolina di provincia dove certe cose non accadono quasi mai? Comunque sia non hai per nulla detto come faresti concretamente se non ti consentissero  di fare una beneamata cippa,se non sperare che non accada nulla di irreparabile.

Anche in una relazione non di potere possono accadere certe cose se manca del tutto per consuetudine consolidata  il rispetto reciproco e quando questo è impossibile da ricostruire. La mia conclusione è comunque sempre la stessa: questa “scuola” che obbliga tutti a stare per ore chiusi in una stanza a fare  cose che non interessano punto,con pochissime palliative vie d’uscita va chiusa. Oggi poi ancor di più.

Dall’educazione infatti vanno tolti  tutti i codici degli obblighi e del disciplinamento  mai mutati da decenni. Ma le relazioni umane non esimono  comunque gli educatori dall’intervenire costruttivamente in presenza  dei sempre più diffusi atteggiamenti prevaricatori, irrispettosi delle persone e del gruppo,  violenti e  delle provocazioni sempre crescenti anche in ambiti di dialogo e giusto coinvolgimento”

Venditore di almanacchi educativi:

Nessuna risposta. Nessuna.

E allora? Chi ha ragione? Il prof. missionario e pedagogico alla moda, alla fine reticente o il prof. dubbioso, comico e spaventato guerriero? Gli studenti arrabbiati, annoiati, ingannati, allenati subdolamente alle mille gare del successo subdolo e finto ? I giovani mollati fin da bimbi ai perfidi social e ad una scuola qualsiasi fuori tempo e fuori senno da una famiglia, una non famiglia, una tribù, una società, una politica che non hanno a cuore il futuro ma solo il profittevole presente infingardo? Non hanno ragione forse quei rivoluzionari contro tutti gli stereotipi precedenti, per motivi diversi ma convergenti? Credo che abbiano in qualche modo ragione tutti nel testimoniare con forza, solo con il loro essere e fare, che questa scuola non è più tollerabile neppure un po’ e va precipitosamente oltrepassata. Come? Oggi credo come qui si suggerisce: E se la scuola chiudesse ancora di più? Forse non tutti i mali verrebbero per nuocere.




Basta scuola!

La scuola non basta

In questi tempi bui per l’Italia e per il mondo ripropongo un articolo di qualche tempo fa assai attuale. 

La scuola non basta, non è mai bastata. Violenza, intolleranza, egoismo, sfruttamento, emergenze climatiche e ambientali, dipendenze, criminalità piccola e grande, degrado urbano e territoriale, diseguaglianze. La scuola non basta per uscire dal recinto che contiene ed alimenta tutto questo. Diffondere capillarmente l’educazione potrebbe avviare una rivoluzione persistente e alla fine in qualche modo risolutiva. I dialoghi e i discorsi nei bar, nelle piazze, nei centri commerciali, sul bus, a tavola, al lavoro, dal dottore segnalano una drammatica emergenza libertaria ed educativa dentro e fuori , in ogni luogo, anche culturale, se e quando la cultura è solo moda, intrattenimento, mercato. I luoghi si degradano e con essi le persone che li frequentano ma non li vivono nè li trasformano. Non basta fare convegni, raduni, gruppi, eventi e kermesses spuri e variegati sul clima, sulle migrazioni, sulla sicurezza, il lavoro, la salute. Non basta più e sovente resta solo  un coacervo di lamenti collettivi, promesse, slogans, piccoli angoli di autocompiacimento, buone intenzioni di cui si lastricano ogni giorno  pericolosi e infernali sentieri, viottoli, strade e stradelle. Non è pessimismo  ma sano realismo e ottima spinta  verso una convergenza, di coloro che resistono e vogliono un cambiamento radicale e salvifico, in un unico sforzo che tragga linfa dalla rifondazione della società in un progetto educativo da cui può nascere una vera rivoluzione. Si mettano insieme le buone idee e le buone pratiche senza etichette e bollini, senza sponsor ma con risorse vere e consistenti, umane e materiali. Tante storie ho letto e vissuto che poi restano lì dove sono nate e spesso finiscono senza contaminare e contaminarsi felicemente altrove. Tante belle esperienze non si conoscono o se ne avverte qualcosa troppo tardi. Tantissime scuole. tantissimi insegnanti e studenti, tantissime genti disorientate e irretite vorrebbero trovare la strada insieme per uscire da questo labirinto senza fine in cui ci tiene chiusi un mondo irreale e artefatto gestito e ordinato altrove.

Rieducazione diffusa

Come si recupera più di mezzo secolo di mala educazione  che ha ridotto le persone schiave di chi le vuole sottomesse e senza pensiero? Come si fonda un futuro di buona educazione diffusa per una nuova vita di persone libere, solidali, eque e appassionate ?

Partendo dai luoghi del vivere. Tutti, nessuno escluso e nessuno privilegiato. Partendo da mentori e maestri, tanti, diversi appassionati, bravi e diffusi, o meglio, sparpagliati in ogni angolo, in ogni tempo del giorno e della notte.

Partendo da quei mentori e maestri che già sono in tanti di noi e che solo uscendo da gusci e recinti istituzionali o ingannevolmente innovativi potranno mettersi a disposizione di una collettività disorientata e disillusa , arrabbiata e violenta, preda di tanti pifferai incantatori. Mettersi a disposizione anche quotidianamente, informalente, magari accanto alla scuola che si trasforma e si libera, nel loro piccolo e  intorno bisognoso di tanta controeducazione.

Partendo infine dal mondo per esplorarlo, farvi esperienze e da queste apprendere ciò che piace e ciò che serve, a noi e alla comunità. Non ad altri o per altri. Soprattutto non per chi vorrebbe dominare su tutto e su tutti con il potere, il denaro e i falsi miti.

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Una risata  seppellirà questo mondo morente?

“Sarà la risata della gaia educazione e della controeducazione, atto finale di un percorso lungo ma deciso che potrà toglierci di torno quest’aria mefitica e soffocante. Lentamente occorrerà, dal basso, con lo stillicidio di una disobbedienza lenta e quotidiana, con la pratica di una educazione contro, diffusa in tutto il territorio e tra tutti i cittadini di ogni età recuperare i danni di un neoanalfabetismo culturale, politico, relazionale, affettivo, di natura e di vita, anch’esso diffuso e cresciuto nelle penultime generazioni . La politica tradizionale, mercantile, capitalista ed egoista, quella che ha portato tanti governanti al potere e che forse porterà anche i prossimi, i peggiori in assoluto, finirà, eccome se finirà, anche se tra innumerevoli ulteriori sofferenze soprattutto degli incolpevoli, degli ingenui, degli sfruttati, dei deboli e degli stranieri. Finirà. Ma solo dopo un’azione controeducativa “gaiamente” insistente e felicemente ostinata.”

“Proseguiamo per questo sulla  strada di una scuola senza mura e senza muri. Chi ci ama ci segua e non se ne pentirà, come credo non se ne pentiranno le generazioni future. Tra i nostri fans, da noi e anche all’estero, giovani ventenni ed ultrasettantenni, insegnanti, presidi, maestri e famiglie. Se non ci faremo fagocitare o strumentalizzare da certa politica che gigioneggia ma agisce in modo decisamente reazionario riusciremo ad incidere in senso rivoluzionario sulla realtà. Una rivoluzione sottile, pervicace, costante: una gioiosa macchina da guerra educativa per ribaltare i domini burocratici, economici e sociali che non mostrano nessun segno di mutamento. Solo cosi molti riapriranno gli occhi e le menti liberandosi dall’influenza nefasta dei bravi suonatori di Hamelin nelle istituzioni, nella “cultura”” e nella politica. Tanti mentori “condotti” e riconosciuti potranno guidare e supportare uno spontaneo e collettivo, a volte inconscio, desiderio di educarsi magari disobbedendo e resistendo, cercando nuove vie di conoscenza e nuovi modi di vivere più liberi ed eguali.” Dall’educazione è sempre nato tutto il resto. Nel bene e nel male.

Giuseppe Campagnoli in varie date e in vari luoghi.




Tra guardianìa, rigido nozionismo e bricolage pedagogico-didattico

Abbiamo avuto nel corso dell’evoluzione dell’idea di educazione diffusa molti contatti e coinvolgimenti nel primo segmento della cosiddetta “scuola pubblica”, per intenderci quello dalla scuola dell’infanzia alla scuola media. Le sperimentazioni avviate e le ricerche per mettere in campo progetti e proposte hanno interessato associazioni, famiglie, insegnanti e direttori di questa prima fase dell’educazione del bambino e del ragazzo. La stessa attività di formazione, non ultima quella di Rimini del settembre scorso, ha visto una sempre più diffusa presenza di maestre e maestri, insegnanti e dirigenti dedicati all’educazione dai 3 anni ai 14 con netta prevalenza del periodo 3-11 anni. Il fantasma è sempre stata invece la scuola secondaria di secondo grado, quella che Paolo Mottana chiama nella sua proposta di rivoluzione del “curricolo” educativo “della differenziazione”. L’ultimo articolo di questo blog intitolato Odi et amo ci da una qualche idea di che cosa intendiamo. L’esperienza, gli studi e l’autobiografia anche familiare mi fanno avere un chiaro quadro della situazione. La cronaca e la quotidianità scolastica non fanno che confermare l’idea che proprio quella destinata agli adolescenti sia la peggiore faccia di una scuola da oltrepassare radicalmente prima possibile. Gli stessi insegnanti di questo segmento finale dell’istruzione sono in qualche modo condizionati pesantemente dagli stereotipi, dalla loro formazione o meglio non-formazione pregressa di cui non hanno comunque alcuna colpa.Sono vincolati da una organizzazione rigida e incapace di accogliere e contenere il difficile mondo di quelle età della vita e costretti dalle regole a volte necessarie in luoghi e contesti semireclusori. Si vedono pertanto diretti ad agire in due direzioni principali: la nozione e la meritocrazia, la rendicontazione e la disciplina da un lato e quella che io chiamo la maledetta progettite dall’altro. Parlo della pletora di progetti ed eventi del bricolage sedicente pedagogico ma in realtà solo didattico pensato per una finta innovazione che non fa altro che indorare pillole su pillole (la motivazione, i giuochi di ruolo, il team teaching, la peer education, il learning by doing..) con tante parolacce spesso di chiara origine anglosassone nelle teorie e nelle applicazioni. La didattica cosiddetta alternativa è solo un altro strumento ipocrita per migliorare un modello di scuola che mantiene comunque i suoi parametri fondamentali e si esplica prevalentemente nella gestione spesso obbligata da realtà difficili e complicate, come se si fosse dei secondini che controllano gruppi in gran parte affatto interessati (per diversi motivi: familiari, sociali, di moda del momento) all’indirizzo di studi o alle cosiddette discipline che niente e nessuno potrà mai indurre ad amare in quei luoghi e in quel sistema complessivo. Il fatto che scuole ad indirizzo artistico fossero in qualche modo un’eccezione anche se timida a questa diffusa regola (ma solo per metà delle cosiddette materie, non a caso) è perché erano (prima di essere omologate ai percorsi liceali) un insieme di esperienze e indirizzi di studio, per la maggior parte dei casi scelte per forte vocazione che coinvolgevano le città, la vita, i territori mentre il luogo denominato scuola era una specie di portale ante litteram per muoversi verso le attività molto spesso spostate fuori e non solo in prossimità.

Le Bandar Log?

Perché tanti docenti nonostante la loro passione e preparazione non riescono più ad avere relazioni positive ed efficaci con le classi e spesso si vedono ridurre il ruolo a badanti e dispensatori di ammonimenti e note? Perché rischiano ogni giorno di essere letteralmente sopraffatti, dileggiati, provocati, intimiditi o impegnati ad evitare che lo siano altri ragazzi o gruppi di ragazzi investiti del sempre più crescente fenomeno del bullismo, della emarginazione, della competizione più o meno violenta indotta dalla società, dalla famiglia e dalla scuola stessa? Questa situazione ormai molto diffusa non è sanabile nell’attuale tipo di scuola e neppure nei suoi ingenui tentativi di miglioramento. È inutile e pericoloso pretendere che docenti senza strumenti e alleanze trasversali possano motivare gruppi di studenti che non hanno scelto di essere lì o che sono lì parcheggiati per svariati motivi. Tanto meno se le parole chiave per motivare diventano l’onore, il dovere e la disciplina come bofonchia qualche grottesco direttore generale del MIUR. Questa situazione dipende da quello che è avvenuto prima in campo educativo, da quello che avviene all’esterno, in famiglia e dallo scollamento totale tra queste realtà; dipende dalla diseguaglianza e dall’emarginazione, dalla mancanza di vero dialogo, dal classismo mai scomparso ma soprattutto da una concezione dell’ educazione, declinata in genere solo come istruzione e addestramento, da demolire prima che sia troppo tardi. Gli insegnanti formati per essere solo degli addestratori e classificatori, non per loro colpa, si trovano difronte, come già detto, ad una scuola ancora ottocentesca e selettiva per merito e censo che si tenta invano di correggere con un coacervo di giochini parapedagogici e didattici spesso di importazione, infarciti di tanti di quei tabù di cui scrive Paolo Mottana nel suo ultimo libro “I tabù dell’educazione”.

Purtroppo a mio avviso la scuola ”superiore” è rimasto lo zoccolo duro dei dogmi e dei sistemi ottocenteshi coniugati con l’idea mercantile e liberisticamente meritocratica della scuola che mantiene rigidamente la sua organizzazione in discipline, orari, classi, aule e tutto l’armamentario che si conosce e si osserva anche oggi seppure in mezzo a tanto sfrucugliare pedagogico e pararicreativo. Si parla spesso di “ragazzi da educare” con la responsabilità della fatica e la giusta e selettiva valutazione: in poche parole un ammodernamento di quella scuola di cui anche Papini era schifato ai suoi tempi. Sono d’accordo su taluni assunti e critiche sul percorso che la scuola ha preso negli anni ma contesto radicalmente le soluzioni che nascondono proposte palesemente neo conservatrici.

La scuola non era e non è “minacciata da innovazioni subdole e infauste” per la verità in gran parte innocue e inconcludenti, ma solo il prodotto della prosecuzione in chiave moderna dello stesso paradigma ottocentesco oggi massificato, edulcorato e reso gregario del sistema economico e intellettuale dominante come e forse più di allora. Il punto di vista è sempre quello dell’insegnante che addestra principalmente con saperi e nozioni : dresser direbbero i francesi) – mentre osserva sè stesso e il suo orticello senza considerare affatto la potenza e l’incidenza essenziale di ciò che viene prima e di ciò che ci circonda e continua a vivere incidendo non poco nell’apprendimento, magari in senso negativo senza una guida che integri luoghi, tempi, modi dell’apprendere. Oggi si assiste allo scontro improduttivo tra la scuola dei saperi e delle discipline e quella del bricolage misto, due idee terribilmente perniciose perché non hanno nulla di educazione ma tanto e troppo di istruzione pratica o intellettuale. Ma c’è fortunatamente una terza via. La via del distillare insieme esperienza, saperi, creatività, fisicità e vita reale in una specie di percorso che non esclude i momenti magari noiosi come si direbbe in musica “del solfeggio” ma li usa al momento opportuno insieme all’apprendere vitale delle tante esperienze nei tanti luoghi e tempi che le possono offrire e rendere indispensabili alla crescita. Riflessioni su questi temi hanno aiutato a maturare e consolidare l’idea di oltrepassare la scuola fino all’attuale impegno contro tutte le correnti, nell’educazione diffusa.

La nostra idea di educazione-bisogna averne una come della vita e della politica che è vita- è decisamente l’opposto della “paccottiglia pseudopedagogica di area anglosassone o di matrice aziendalistica “come pure di quella nostalgica in chiave moderna ma con juicio” Il rapporto tra i saperi , le conoscenze e l’esperienza come meravigliosa teoria di chocs educativi (vedi anche Didier Moreau Le Télémaque n.49/2016) è ben riassunto in questo brani, da me chiosati, del mio amico Paolo Mottana della Bicocca di Milano :

“L’educazione diffusa e le cosiddette materie tradizionali

L’educazione diffusa, a differenza di quanto alcuni ritengono, non vuole sopprimere le discipline tradizionalmente considerate come scolastiche, con buona pace dei sacerdoti del culto scolastico. Intende invece valorizzarle ma con una mutazione fondamentale. Esse devono essere apprese secondo l’interesse e la motivazione e quindi somministrate come e quando l’esperienza o la curiosità individuale o gruppale sorge per esse.

Importante per la scuola secondaria è la vocazione e l’interesse che dovrebbero essere emersi nel percorso precedente per non creare impliciti obblighi,nevrastenie e dissenso nei gruppi e nelle classi, mobbing e stalking verso i docenti e i pari, ribellioni di massa di parti intere di classi fino a sfociare in terribili fatti di cronaca.

“L’obbligo in determinate fasi, secondo pretestuose tabelle desunte in gran parte ancora dalla scansione delle intelligenze piagetiana, va dimenticato. Si impara quando di è motivati, questo è il nostro assunto di base, e molto più in fretta. Se in un allievo l’interesse per la matematica non sorge fino a 13 anni, non c’è alcun motivo di obbligarlo prima a cimentarvisi. E lo stesso vale per tutte le cosiddette materie. Naturalmente si tratterà comunque di assegnare della priorità, tali per cui la lingua italiana, la storia, la geografia e la stessa matematica e le loingue straniere, dovranno comunque essere incluse in alcune esperienze progressivamente, sotto forma di strumento per poter realizzare quelle esperienze, come scrivere messaggi corretti, leggere determinate pubblicazioni o letteratura, eseguire alcune operazioni matematiche e geometriche che consentano di costruire determinati oggetti o progettare spazi ecc.

Naturalmente in tutto questo la fase di esplicazione e di esercizio alternata all’esperienza non va dimenticata ma affrontata diversamente. Ripeto che non si riesce a leggere e suonare musica se non applicandosi in ripetizioni a volte noiosissime e apparentemente inconcludenti.

Ora, il punto però rimane, queste discipline si imparano rapidamente quando la loro immediata fruibilità è percepita dai ragazzi. Non serve a nulla far calcolare a un bambino quanti litri d’acqua e quanto tempo occorrono per riempire una vasca se davvero non c’è un progetto di costruzione di una vasca o di una piscina in un determinato spazio concreto di cui sia chiaro l’uso. Sta anche alla capacità dell’educatore immaginare esperienze in cui l’ausilio dei saperi abbia un ruolo più o meno significativo e in che momento e chi includere in quelle esperienze. In ogni caso, anche laddove a un certo punto, si debba decidere che determinate conoscenze diventino indispensabili a prescindere dalla motivazione personale o dalle esperienze programmate, anche lì sarà necessario rispettare la logica induttiva che mobilita a comprendere e acquisire conoscenze piuttosto che la vecchia logica deduttiva che non funzione o comunque richiede molto tempo proprio quando non sostenuta dalla motivazione.

Occorre far sorgere la curiosità prima di proporre regole, informazioni di base o esercizi. E questo dovrebbe avvenire principalmente nel primo percorso di educazione perché sia consolidato nel periodo delle scelte di indirizzi per i quali si ritiene di avere passione e interesse. Non è una caso che chi approda alla secondaria di secondo grado non è affatto appassionato al percorso e ci si ritrova per caso, per decisioni altrui, per mode del momento o per il perfido mercato sempre in agguato.

Ricapitolando quindi, i saperi tradizionali dovranno, nell’educazione diffusa, comparire ma nella maggior parte dei casi inglobati e attivati dalle esperienze vissute dai bambini e dai ragazzi per consentire poi ai giovani di essere il più coscienti possibile delle scelte dei percorsi conclusivi della loro prima formazione. Nel caso di saperi giudicati imprescindibili occorrerà stimolarli in maniera induttiva e accattivante fin dove possibile. Nel caso di saperi o di parti di saperi più specialistici si dovrà saper attendere la motivazione in ogni età del percorso o arrendersi al fatto che durante quel percorso non vengano compresi.”

Ora tocca alle cosiddette “superiori” cimentarsi con l’educazione diffusa! Svegliatevi proffs!!

Giuseppe Campagnoli Ottobre 2022




Breviario dell’educazione diffusa.

Molti continuano a chiedere cosa sia l’educazione diffusa. Oltre ai libri e ai numerosi articoli sull’argomento che suscita sempre più interesse non solo nel mondo scolastico c’è un saggio di cui abbiamo già detto, pubblicato nel 2021 sulla rivista accademica francese Le Télémaque che potrebbe essere considerato una specie di breviario ad uso di chi si avvicinasse per la prima volta all’educazione diffusa. Qui si propone per la prima volta una traduzione integrale che è possibile scaricare qui:




Un manifesto politico

Visti i recenti sviluppi politici italiani che consolidano ahinoi l’idea, già espressa da Giordano Bruno, Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi sullo “stato presente dei costumi degli italiani”, è tempo di rileggere e sottolineare gli aspetti squisitamente politici del “Manifesto dell’educazione diffusa” scritto a quattro mani da Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli nel 2017 e sottoscritto da tanti insegnanti, genitori, pedagogisti, associazioni, che di tanto dibattito e di tanti incontri su e giù per l’ Italia è stato protagonista, provocando anche belle iniziative ed esperimenti suggestivi di controeducazione tuttora in atto. Ad ogni frase c’è un riferimento ad un’ idea di società, di educazione e di città decisamente rivoluzionaria. Mi piace ricordare qui, scorrendo il testo, qualche pensiero che molti hanno condiviso e che aiutano a non equivocare il messaggio profondo del Manifesto stesso.

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“Ma occorre cambiare, capovolgere questo modo carcerario di intendere l’educazione”

“L’energia  che questa popolazione reclusa (i bambini, i ragazzi, gli stranieri, gli anziani..) potrebbe imprimere alla vita sociale è incalcolabile se solo si potesse metterla davvero in moto e non tenerla in scacco, stagnante, incatenata)

“Sulla scia di una discreta organizzazione, in una città, si può cominciare ad immaginare la nuova scuola e la nuova educazione in diverse dimensioni: quella storica e architettonica, quella logistica, quella organizzativa e quella pedagogica e culturale, senza scindere più tra spazi per apprendere, per comunicare,per esibire, per documentare, per vivere.”

“Non si può imparare in luoghi e spazi che incitano alla guerra del competere e alla gerarchia nella forma e nella concezione”

“L’educazione incidentale è il primo riferimento per un nuovo modo di pensare l’educazione”

“La seccante e vana discussione sulla valutazione, sulla verifica, sulle prove, con l’educazione diffusa conoscerà finalmente la sua fine”

“Nessuno sarà inserito in tirocini o apprendistati volti ad essere immessi precocemente in un mercato del lavoro distruttivo e del tutto alieno da ogni finalità di autentico sviluppo e ampliamento delle capacità delle persone..”

“Non c’è bisogno di costruire altre scuole e non c’è neppure bisogno di ricostruire quelle distrutte da eventi naturali o dall’incuria e disonestà dell’uomo. Se la metà delle scuole italiane non si può mettere a norma né ora né mai, l’altra metà è vecchia sia concettualmente che fisicamente. Rincorrere gli adeguamenti e i restauri per tutta la vita di edifici che funzionano solo metà del tempo e sono irrimediabilmente obsoleti anche quando progettati l’altro ieri è folle oltre che antieconomico. Gli spazi dove si fa scuola sono lo specchio di come è il modello di scuola oggi.”

“Ma occorre cambiare, capovolgere questo modo carcerario di intendere l’educazione. Occorre che essi possano tornare ai luoghi da amare, alla città anzitutto, che è un insieme di luoghi per apprendere, cercare, errare (l’errore!) osservare, fare e conservare per condividere, riconoscersi e riconoscere.”

“Fa comodo alle autorità mettere sotto scorta chi si muove in maniera imprevedibile ancora al di fuori del compasso ordinatore dell’ordine del lavoro. Fa comodo a chi li ha messi al mondo sapere che sono sotto protezione, non abbandonati a sé stessi e alle loro pulsioni mobili e variabili, liberandoli dal timore che si avventurino in zone ignote, alla mercé dell’inatteso e del sorprendente. Fa comodo a tutti sapere i bambini e i giovani fuori dal mondo.”

“Basta con l’obbligo, con il sacrificio e con la sottomissione, ogni fatica deve contenere in sé la sua ricompensa, deve essere l’anello di un tracciato di cui si coronano in tempi brevi continue tappe di soddisfacimento.”

“Costringerà a rallentare, a prestare attenzione, a farsi attori di cura, di attenzione, di comunicazione, informazione, orientamento. Interpellerà tutti, mostrando che si può abitare la città come un grande luogo collettivo (e virtuosamente mescolato), di conoscenza, di cultura, di esperienza, di operatività sensata.”

La declinazione fattuale del Manifesto nell'”Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso” consiglia e suggerisce strade per realizzare l’educazione diffusa nei contesti reali considerando prioritaria la dimensione  squisitamente pubblica e non privata e familiare dell’educazione in direzione di una intera società educante.

“Superare l’idea della “scuola” come mondo confinato tra mura, distaccato dal resto della realtà e della società, in modo che il bambino e il ragazzo siano messi nelle condizioni di fare esperienze dirette nel mondo, quello vero, di ogni giorno. È la visione, fortemente innovativa, attorno alla quale Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli hanno formulato la loro proposta di educazione diffusa e di città educante. Che non è solo un concetto astratto, tutt’altro. È una logica, pianificabile e organizzabile, una nuova modalità per aprire ai giovani le porte dell’apprendimento e del sapere.
Si viene accompagnati  (sia come genitore, educatore, insegnante o qualsivoglia vocazione si abbia ) attraverso un percorso chiaro e concreto per capire “come si fa” e “con chi si fa” l’educazione diffusa. Per cambiare veramente paradigma educativo, anche da domani. Basta volerlo.”

In poco tempo si potrebbero educare nuove generazioni  al senso critico ed alla libertà di apprendere e di pensare anche partendo dalla realtà  e coinvolgere tutte le altre  generazioni in tutto il territorio  per una rivoluzione sottile che scongiuri il percorrere le  brutte strade che la società per colpa di certa politica sta pericolosamente intraprendendo.

Giuseppe Campagnoli

28 settembre 2022




Rimini: prove di educazione diffusa

Si è trattato di un bellissimo seminario, realizzato con la collaborazione di Paesaggi educativi e il patrocinio del Comune di Rimini, dedicato a insegnanti, educatori, associazioni, genitori, amministratori e anche cittadini interessati. La partecipazione secondo le aspettative è stata coinvolgente, appassionata e veramente utile. Persino il tempo ci ha regalato di tutto, vento, temporale, sole, caldo e freddo. C’erano educatori ed insegnanti in realtà pubbliche, parentali, paritarie e anche rappresentanti di amministrazioni locali e di associazioni dedicate all’educazione ed alle aree di coinvolgimento esperienziale. Nonostante il boicottaggio meccanico della piattaforma Zoom (zum,zum,zum,zum,zum!! che ci ha fatto uno scherzaccio sul fronte delle registrazioni audio, lasciandoci invece belle immagini da cinema muto, possiamo ricostruire per sommi capi l’accaduto in maniera multimediale.

La mattina del primo giorno Paolo Mottana ha inquadrato le idee dell’educazione diffusa sul campo, prefigurando un diverso sistema educativo in una accezione pubblica rivoluzionata, articolato in una serie di ambiti del percorso, che abbandona all’inizio il concetto di “nido”, per non sottrarre i neonati al gruppo e alla cosiddetta famiglia, mentre affiderà i bambini alla collettività a partire dai 3 anni con il momento dell’infanzia, caratterizzato dal GIOCO. II segmento della cosiddetta primaria si sviluppa per 5 anni dedicati alla SCOPERTA per proseguire con un periodo di 3 anni più 2 destinati all’ESPLORAZIONE ed altri 2 anni da dedicare alla DIFFERENZIAZIONE. Il tutto comincia a svilupparsi nelle cosidette AREE DI ESPERIENZA così declinate:

1-Area del servizio sociale

2-Area del lavoro

3-Area della natura

4-Area dell’espressività simbolica

5-Area della corporeità

6-Area della ricerca e indagine

Ad ogni raggruppamento di esperienze appartengono luoghi della città e del territorio, saperi e competenze trasversali, integrate, occasionali, incidentali o basilari, come strumenti per le conoscenze indispensabili per la vita o anche no, come per le diverse attività ad essa afferenti. Le guide, i mentori, gli esperti occasionali sono sempre presenti e si alternano in varie forme e in tempi diversi.

Nella dissertazione è parte fondamentale la descrizione degli ambiti di conoscenza (strumenti di analisi della realtà, lettura, comunicazione, arti, sport, lingue, teatro, educazione alla corporeità, alla convivenza ed azione sociale…) con esemplificazioni dei percorsi e delle infinite possibilità di interazione con il territorio in funzione anche della evocazione e induzione (absit la perfida e meccanica deduzione!) di innumerevoli choc educativi. (vedi anche “L’éducation diffuse et la ville éducatrice” Le Télémaque N°60 e “I tabù dell’educazione” di Paolo Mottana). Molte le interazioni con gli intervenuti e molti gli spunti per avviare sperimentazioni che possano condurre a prove concrete di educazione diffusa verso un radicale futuro mutamento.

Sempre nella prima giornata, dopo un giro di presentazione dei partecipanti si è parlato di città, architettura ed educazione con la presentazione di una serie di immagini descrittive del rapporto che si intende stabilire tra territorio, realtà urbana ed educazione diffusa, fino a prefigurare, attori, ruoli, scenari e possibilità di reale intervento anche attraverso (superando o aggirando) le norme e le consuetudini esistenti che hanno costituito spesso ostacoli rilevanti sui percorsi di cambiamento inventando sovente delle finte e gattopardesche innovazioni tra neoconservazione e bricolage pedagogico. Qui è riportata la presentazione senza commenti da scaricare.

Successivamente, viene impostata l’esercitazione da svolgersi nella giornata successiva sulla base di alcuni passi per la costruzione di un modello di una settimana che costituisce lo spunto per una progettazione modulata più a lungo termine di un esperimento di educazione diffusa. Qui sotto le indicazioni di base per i 4 gruppi costituiti in modo casuale:

La seconda giornata del seminario si è sviluppata attraverso i lavori dei gruppi sul tema indicato, con idee davvero interessanti e coinvolgenti, molto legate alle diverse realtà territoriali tenendo conto dei contesti di “scuola pubblica” e di città e territori ove operare, dall’Umbria alla Campania, dalle Marche al Veneto alla Romagna, tutte le provenienze dei partecipanti. Cammini e suggestioni tra teatri, radure, piazze, laboratori e officine, genti variegate, mari, boschi greppi e montagne, storie e controstorie borghi, città, campagne e addirittura circoli di camper e roulottes in guisa di tante aule vaganti!

In conclusione dell’incontro la testimonianza di insegnanti, educatori, genitori e ragazzi dell’Officina del fare e del sapere di Gubbio, l’antesignana in assoluto delle prove sul campo dell’educazione diffusa che ha coinvolto nel tempo la secondaria di primo grado (ormai arrivata al passaggio al secondo grado) fino attualmente all’esordio nella primaria. Evidente e significativo nel racconto l’impatto, all’atto delle prove di esame (&%$£!!??) di idoneità con una realtà ancora tremendamente ingessata e rigidamente nozionista di scuola pubblica. È proprio nella scuola pubblica che partiranno altre sperimentazioni per una sottile rivoluzione dall’interno con attività e prove di cambiamento nell’organizzazione, nella didattica, nei luoghi, nella valutazione.

Giuseppe Campagnoli 20 settembre 2022 S.E.&.0@#]!!




Odi et amo

Quando si contesta la scuola non per oltrepassarla ma per restaurarla.

Prendo le mosse da un elegante battibecco social sull’idea di scuola con il Prof. Mazzocchini che esprime fin dalle prime battute nella presentazione e nel titolo del volumetto The dark side of the school . Avevo già intuito dalle prime righe,alla maniera di Bufalino (“certi libri già dopo tre righe mostrano un radiatore che fuma”) l’essenza del libro. Svariati motivi mi invitano a questa mini recensione tra cui non ultimo l’istinto autobiografico ad una reazione critica, visto che il pamphlet è stato presentato in una rubrica del TG3 Marche ( la stessa che presentò il nostro La città educante.Manifesto dell’educazione diffusa qualche anno fa) proprio dal Liceo G.Leopardi di Recanati. Qui avevo presentato l’ultimo volume sull’educazione diffusa appena due anni fa e qui ai miei tempi c’era un’avanguardia assolutamente inedita di presidi e docenti per una tipologia cosi’ conservatrice come i classici. Tante sono state le occasioni preziose per esprimere un’ idea rivoluzionaria di educazione (non di scuola o istruzione o peggio formazione che ne sono dei falsi sinonimi riduttivi ed aberranti) che questa nuova “autobiografia scolastica” mi spinge a ribadire ancora una volta.

Ci sono delle frasi chiave che riporterò nel corso della dissertazione e che danno immediatamente l’impressione di una idea di scuola che non condivido perché la ritengo obsoleta, elitaria, quasi aristocratica. Si tratta dell’ennesimo libretto sulla scuola, questa volta scritto da un uomo di scuola. Il fatto è forse un’aggravante? Forse non tanto visto che l’uomo in questione ha osservato comprensibilmente il suo orticello liceale perdendo di vista tutto il campo, una visione che invece potrebbe avere solo chi ha vissuto una vita intera nella scuola in tutti i ruoli possibili, tutti e durante tutto il percorso della vita di chi è in apprendimento. Da figlio di maestri elementari freinetiani, da scolaro e studente, da insegnante, preside, direttore di un ufficio studi e ricerche di un direzione scolastica regionale, da assessore all’istruzione di un piccolo comune e infine da studioso di spazi e luoghi per l’educazione e la cultura infatti ne ho viste e vissute di cose relative alla scuola, tanto da farmi fuggire dalle istituzioni per come sono.

L’introduzione “Odi et amo” con i suoi richiami al rapporto docente discente come quello tra medico e paziente, al sacro fuoco della passione intellettuale, al ruolo botanico dell’insegnante cui sono state affidate le piante cui strappare (sic!) qualche frutto, è già tutto un programma (le famose righe di Bufalino). Poi c’è l’Autobiografia (A)tipica di un Prof. che tradisce l’anagrafica dell’istruzione secondaria a partire dalla scuola media unificata (1962), quella che a mio avviso introduce il falso e terribile mito dell’ascensore sociale e sacralizza la figura del Maestro (maiuscolo) idea quanto mai diversa dal nostro concetto di méntore, meno aristocratica e precettorale. Come contraltare posso dire che il sottoscritto ha avuto schiere di maestri con la “m” minuscola, tutti realmente incisivi e determinanti per la mia vita, seppure spesso non “di rango”. D’accordo che le macchine, che sono dei meri strumenti non possono sostituire nessuno degli infiniti maestri di cui avremmo bisogno. D’accordo pure sulle considerazioni relative al miserabile e ignobile mondo accademico che non cambierà mai, neppure oggi, senza una profonda rivoluzione culturale: lo stesso dicasi per la cosiddetta scuola dove restano invariati e invariabili i concetti stantii di lezione, disciplina, autore, testo, manuale…

Con l’analisi degli anni ’80 e ’90, periodo in cui già il sottoscritto si avventurava per le strade impervie di una vera rivoluzione educativa, frutto del repertorio di tanti e questa volta veri maestri di pedagogie all’avanguardia e mai realmente e diffusamente praticate nella cosiddetta scuola, il nostro professore si rallegra del fatto che “nonostante gli ammodernamenti” l’istituzione sia ancora fondamentalmente intatta:”i riferimenti educativi erano ancora gli insegnanti e i genitori” cui i ragazzi riconoscevano ancora, “accompagnata dalla dovuta autorevolezza, l’autorità”. La scuola, secondo il nostro, non era più quella dogmatica ottocentesca ma non avrebbe dovuto essere neppure il giardino d’infanzia iperprotetto che sarebbe diventata. Si accusa la figura del docente perché dedita alla cura dei rapporti umani e psicologici declassando il ruolo della specifica disciplina in una accezione di populismo aziendal-socialisteggiante.

Purtroppo a mio avviso è rimasto lo zoccolo duro dei dogmi e dei sistemi ottocenteshi coniugati con l’idea mercantile e liberisticamente meritocratica dela scuola che mantiene rigidamente la sua organizzazione in discipline, orari, classi, aule e tutto l’armamentario che si conosce e si osserva anche oggi seppure in mezzo a tanto bricolage pedagogico e pararicreativo. L’autore parla di “ragazzi da educare” con la responsabilità della fatica e la giusta e selettiva valutazione: in poche parole un ammodernamento di quella scuola di cui anche Papini era schifato ai suoi tempi. Sono d’accordo su taluni assunti e critiche sul percorso che la scuola ha preso negli anni ma contesto radicalmente le soluzioni che nascondono proposte palesemente neo conservatrici. Professore, confronti le sue ricette con la nostra idea di educazione diffusa e magari potremo ridiscuterne e trovare dei punti in comune. Legga per confronto il nostro Manifesto e la sintesi storica che son riuscito a farne in uno studio per il mondo accademico francese anch’esso sensibile a queste tematiche ma in modo meno eclettico che da noi.

La citazione di Requiem per la scuola pubblica e l’accusa di utopia che l’autore esprime su certe proposte pedagogiche rimandano a brani del mio ultimo scritto su Comune-info:

La scuola “pubblica”. Tanti se ne riempiono la bocca. Ma non era pubblica anche la scuola di Gabrio Casati e Giovanni Gentile? Non lo era quella sovietica o non lo sono quelle confessionali degli stati islamici o della Cina neocapitalista? O quella stunitense negletta e ghettizzata a favore dell’istruzione privata costosa ed elitaria? Pubblico non vuol dire di per sé libertà e garanzia di educazione autonoma e non asservita al potere. Non siamo ipocriti.  Una società educante e diffusa è una via per libere scelte anche collettive in assenza di coercizione, controllo, competizione, classificazione, classismo ed esclusione, attraverso il superamento delle istruzioni, delle formazioni, degli addestramenti, del “dressement”, delle cento educazioni, prime tra tutte l’educazione formale, informale e non formale . 

https://comune-info.net/educazione-diffusa-e-societa-educante/embed/#?secret=ZV4hCeUE1g#?secret=w5k5Py8nhu

Il pubblico spesso è un falso mito come la meritocrazia e spesso non è né democratico né fondato sulla libertà di apprendere. Rammento le fatidiche questioni di Giancarlo De Carlo nel lontano 1969: È veramente necessario che nella società contemporanea le attività educative siano organizzate in una stabile e codificata istituzione?  Insomma, le attività educative debbono per forza essere collocate in edifici progettati e costruiti appositamente per quello scopo? Se pubblico significa libertà di insegnamento e apprendimento (cosa, dove, come e con chi) nel rispetto di una Costituzione dove “l’obbedienza non è una virtù” e l’obbligo diventa garanzia di un diritto, allora usiamo pure l’aggettivo pubblico.  Un’alternativa dunque c’è. Una società educante che non è privata e individualista o peggio ispirata al liberalesimo e al liberismo ma che si avvalesse del concorso (anche economico) della collettività e che fosse autonoma rispetto ai governi che passano e ai poteri finanziari.  Esperienze rivoluzionarie tentate nel pubblico sono spesso svilite da avvilenti strascichi burocratici e persecutori cui abbiamo spesso assistito non danno un’immagine edificante del sistema pubblico statale. È non è l’unico esempio. La fuga crescente di cittadini anche verso forme “educative” che sono discutibili, elitarie, ghettizzanti e spurie è un segnale di tutto questo. Ostacolare le sperimentazioni di radicale e necessario cambiamento nella scuola statale o in prospettiva di un superamento di “questa scuola pubblica” è un errore che farà crescere l’evasione verso il privato

L’educazione diffusa ha solidi riferimenti che vanno da Charles Fourier a Maria Montessori, da Célestin Freinet a Ivan Illich, da Paulo Freire a Lorenzo Milani… che nei loro aspetti realisticamente e modernamente rivoluzionari (a parte i mille rivoli di discutibili epigoni) hanno tantissimo in comune e potrebbero costituire un repertorio da sperimentare senza dispersioni e separazioni corporative nella obsoleta scuola delle istituzioni per cambiarla radicalmente.  Per difendere veramente la “scuola pubblica” occorre superarla e rifondarla radicalmente, magari anche dall’interno e tutti insieme con un’idea rivoluzionaria di educazione. Importante è tutto il campo, non tanti orticelli autoreferenziali. Ma i “talebani” dei dogmi pedagogici si moltiplicano anche nella sedicente sinistra e pure, ahinoi, tra molti nostri ex compagni di viaggio che hanno preso altre strade e non perdono occasione per rinnegare, a volte subliminalmente, la strada fatta insieme, pur avendo ben predicato nel sottoscrivere e condividere il nostro Manifesto. Comodità? Tornaconto? Un po’ di viltà? Non saprei. Fatto sta che gruppi e gruppuscoli di aggregano, si alimentano, si alleano in difesa di una scuola che pubblica non è mai stata veramente e che non va migliorata o innovata ma decisamente oltrepassata.  A volte un edificio obsolescente va abbattuto magari con la tecnica del “cuci e scuci” per ricostruire tanti luoghi educanti più accoglienti, liberi e comunque collettivi e patrimonio di tutta la società. Confesso di essere un po’ deluso e amareggiato ma non scoraggiato. No. Darò ancora tutto ciò che posso della mia esperienza per il fine dell’educazione diffusa. Sempre gratis et amore naturae (non solo quella dei boschi!) “Ceux qui pensent que c’est impossible sont priés de ne pas déranger ceux qui essaient…”.

Tante parole e frasi nel prosieguo della lettura, che non sto a declinare capitolo per capitolo, fanno capire bene l’idea di scuola sottesa, una scuola che dovrebbe restare comunque meritocratica e classificatoria, che rimpiange gli esami di riparazione, parla di alunni scansafatiche, di superamento del liberismo con un rapporto non più tra produttore e venditore di metodi e saperi e acquirente che impara ma, forse peggio ancora, tra artista dell’imponderabile insegnare e giovane appassionato e tuttosommato obbediente apprendista di bottega. Una scuola ancora per pochi, bravi e presi dal furore dello studio?

La scuola non era e non è “minacciata da innovazioni subdole e infauste” ma solo il prodotto della prosecuzione in chiave moderna dello stesso paradigma ottocentesco oggi massificato, edulcorato e reso gregario del sistema economico e intellettuale dominante come e forse più di allora. Nel testo leggo la critica intensa delle pur criticabili grottesche e false innovazioni delle mille riforme post anni ’60 per sostenere per contro un ritorno ai cosiddetti, non meglio declinati “pilastri fondamentali” : “la responsabilità, la giustizia retributiva, la serietà culturale, la qualità dell’insegnamento e del rapporto educativo”. Un triste déjà vu. Non casuale l’elogio profetico del vecchio preside all’antica. Il punto di vista è sempre quello dell’insegnante liceale ( il quale addestra principalmente con saperi e nozioni : dresser direbbero i francesi) – mentre osserva sè stesso e il suo orticello senza considerare affatto la potenza e l’incidenza essenziale di ciò che viene prima e di ciò che ci circonda e continua a vivere incidendo non poco nell’apprendimento, magari in senso negativo senza una guida che integri luoghi, tempi, modi dell’apprendere. Oggi si assite allo scontro improduttivo tra la scuola dei saperi e delle discipline e quella del bricolage misto, due idee terribilmente perniciose perché non hanno nulla di educazione ma tanto e troppo di istruzione pratica o intellettuale. Ma c’è fortunatamente una terza via. Le assicuro che la mia vicenda autobiografica cui accennavo (tra l’altro caratterizzata dal piazzamento tra i primi posti di un concorso internazionale di latino a metà degli anni ’60 che faceva giurare su una mia carriera nelle lingue e letterature classiche) ha aiutato molto a maturare e consolidare l’idea di oltrepassare la scuola fino all’attuale impegno contro tutte le correnti, nell’educazione diffusa.

Non me la son sentita di proseguire in una lettura puntuale, prefigurando epiloghi già visti a vario titolo nei vari pontificatori, da Mastrocola e Ricolfi, Crepet, Severgnini, Galimberti … Comunque sono andato ben oltre quello che scriveva Bufalino, ben oltre le tre righe: ho sicuramente superato le cento seppure in diagonale come sosteneva che dovessero essere letti molti libri uno dei miei maestri di architettura e di arte, Manfredo Tafuri. Tra queste righe ho trovato molti spunti di dissenso e alcuni di condivisione.

La nostra idea di educazione-bisogna averne una come della vita e della politica che è vita- comunque, caro professore è decisamente l’opposto della “paccottiglia pseudopedagogica di area anglosassone o di matrice aziendalistica “come pure di quella nostalgica in chiave moderna ma con juicio. Il rapporto tra i saperi , le conoscenze e l’esperienza come meravigliosa teoria di chocs educativi (vedi anche Didier Moreau Le Télémaque n.49/2016) è ben riassunto in questo scritto del mio amico Paolo Mottana della Bicocca di Milano :

“L’educazione diffusa e le cosiddette materie tradizionali

L’educazione diffusa, a differenza di quanto alcuni ritengono, non vuole sopprimere le discipline tradizionalmente considerate come scolastiche, con buona pace dei sacerdoti del culto scolastico. Intende invece valorizzarle ma con una mutazione fondamentale. Esse devono essere apprese secondo l’interesse e la motivazione e quindi somministrate quando l’esperienza o la curiosità individuale o gruppale sorge per esse.

Che significa? Proviamo a esemplificarlo. Evidentemente significa che l’obbligo in determinate fasi, secondo pretestuose tabelle desunte in gran parte ancora dalla scansione delle intelligenze piagetiana, va dimenticata. Si impara quando di è motivati, questo è il nostro assunto di base, e molto più in fretta. Se in un allievo l’interesse per la matematica non sorge fino a 13 anni, non c’è alcun motivo di obbligarlo prima a cimentarvisi. E lo stesso vale per tutte le cosiddette materie. Naturalmente si tratterà comunque di assegnare della priorità, tali per cui la lingua italiana, la storia, la geografia e la stessa matematica dovranno comunque essere incluse in alcune esperienze progressivamente, sotto forma di strumento per poter realizzare quelle esperienze, come scrivere messaggi corretti, leggere determinate pubblicazioni o letteratura, eseguire alcune operazioni matematiche e geometriche che consentano di costruire determinati oggetti o progettare spazi ecc.

Ora, il punto però rimane, queste discipline si imparano rapidamente quando la loro immediata fruibilità è percepita dai ragazzi. Non serve a nulla far calcolare a un bambino quanti litri d’acqua e quanto tempo occorrono per riempire una vasca se davvero non c’è un progetto di costruzione di una vasca o di una piscina in un determinato spazio concreto di cui sia chiaro l’uso. Sta anche alla capacità dell’educatore immaginare esperienze in cui l’ausilio dei saperi abbia un ruolo più o meno significativo e in che momento e chi includere in quelle esperienze.

In ogni caso, anche laddove a un certo punto, si debba decidere che determinate conoscenze diventino indispensabili a prescindere dalla motivazione personale o dalle esperienze programmate, anche lì sarà necessario rispettare la logica induttiva che mobilita a comprendere e acquisire conscenze piuttosto che la vecchia logica deduttiva che non funzione o comunque richiede molto tempo proprio perché non sostenuta dalla motivazione.

In quei casi occorre far sorgere la curiosità prima di proporre regole, informazioni di base o esercizi. Nel caso della matematica per esempio, mostrare come le conoscenze matematiche abbiano consentito di porre in atto viaggi spaziali, la conoscenza delle biografie di alcuni grandi matematici con documentari o film, far intervenire matematici non stupidi che sappiano far sorgere nello sguardo dei ragazzi la meraviglia per alcuni tipi di calcoli matematici e ancora mostrare come certi calcoli possono rendere operative delle semplici macchine, può essere d’ausilio. Più semplice è il caso delle materie umanistiche dove sempre c’è una buona quantità di documentari accattivanti, di conferenze o di storie, di biografie, di eventi che possono essere ricostruiti con l’aiuto di plastici, di programmi digitali, con giochi e così via. Ricostruire le grandi battaglie in questo modo può essere utile ma anche la conoscenza della vita quotidiana in certe epoche, anche con l’ausilio di film, nel caso della storia, può funzionare. Probabilmente non per tutti ma occorre aver pazienza. Inoltre, sempre nel caso della storia, partire dal contemporaneo per poi cogliere le ramificazioni nel passato pure può essere un buon espediente.

Nel caso delle scienze poi l’archivio di immagini, di documentari, di esperimenti che possono essere fatti ma anche tutte le attività con la natura e gli elementi possono aiutare grandemente a facilitare l’accesso a quelle conoscenze. In quello della geografia i viaggi, le vacanze, i week-end passati in varie località può stimolare alla conoscenza dei territori, delle storie, delle condizioni socio-culturali di popoli e paesi. Anche solo la progettazione di viaggi o i viaggi immaginari possono diventare un ottimo modo per incrociare geografia e storia. Per la letteratura poi come dicevo ci possono essere mille inneschi ma l’uso ancora una volta dell’audiovisivo e dei viaggi nei luoghi degli autori, la lettura in loco e così via può aiutare, oltre che invitare autori contemporanei naturalmente, non necessariamente con la puzza sotto il naso come Baricco. Per le lingue poi l’esperienza saprà essere davvero foriera di continue occasioni, specie in un mondo dove l’inglese ormai è la seconda lingua di impiego comune ovunque e le altre lingue possono essere intercettate in molte occasioni.

Ogni ambito del sapere può essere incrociato con l’esperienza e ogni curiosità per tali saperi può nascere mediante esperienze soprattutto se non vengono corredate da prove e compiti. La voglia di conoscere nasce spontaneamente in un bambino o in un ragazzo non sabotato dal trattamento scolastico. Ricordiamocene sempre. Se non nasce quando pensiamo che dovrebbe nascere con le nostre presupposizioni fallaci, forse nascerà più tardi e quando nascerà sarà sorretta, oltre che da una mente più esercitata, dal desiderio di sapere e quindi sarà enormemente facilitata e verrà immagazzinata in molto meno tempo. Se poi non dovesse nascere, si valuterà caso per caso se si debba insistere o meno, a seconda del grado di centralità formativa che si assegna a quel tipo di conoscenza o anche semplicemente al percorso del ragazzo che magari sta evolvendo in tutt’altra direzione e che, al momento finirebbe solo per ostacolarlo in quel percorso. Non esiste una conoscenza valida per tutti ma solo percorsi di conoscenza diversi per ognuno, specie in un’epoca in cui i saperi sono inesauribili e ogni persona ha il diritto di divenire ciò che si sente di essere senza necessariamente aspirare a una sorta di umanità universale che è il portato di antiche civiltà nelle quali ben pochi potevano accedere a quel tipo di sapere ed esso, all’epoca, era molto più limitato oggettivamente. Fine dalla paideia, fine della Bildung, ci spiace ma essa è finita nell’ordine delle cose. Può darsi che qualcuno ancora voglia arrivarci ma quel percorso per lui, nell’epoca del sapere polverizzato e iperaccessibile, della multicultura, non più solo eurocentrica, sarà un’impresa impossibile, non certo come all’epoca di Platone o dello stesso Hegel. Ricapitolando quindi, i saperi tradizionali dovranno, nell’educazione diffusa, comparire ma nella maggior parte dei casi inglobati e attivati dalle esperienze vissute dai bambini e dai ragazzi. Nel caso di saperi giudicati imprescindibili occorrerà stimolarli in maniera induttiva e accattivante fin dove possibile. Nel caso di saperi o di parti di saperi più specialistici si dovrà saper attendere la motivazione in ogni età del percorso o arrendersi al fatto che durante quel percorso non vengano compresi.”

Comunque non si preoccupi professore: chi ci governerà dal prossimo settembre metterà sicuramente le cose al loro posto con buona pace anche di Socrate, forse (?) assecondando molti tra i suoi desideri. Solo nozioni e saperi, quelli giusti e nessuna esperienza nella vita reale o nella natura, con le loro contraddizioni per apprendere ed educarsi. Questa volta non solo per il mercato sempre più libero, non solo per la meritocrazia indistinta ma soprattutto per la divinità, la patria e la famiglia.

Per finire, ricordo che Eduardo de Filippo nel suo “Gli esami non finiscono mai” auspicava proprio che finissero una volta e per sempre. Non è ancora accaduto ahinoi. Ho mollato anzitempo la scuola pubblica prima odiando la funzione meramente amministrativa e burocratica, da controllore, del dirigente scolastico e poi anche quella di funzionario gregario, seppure con qualche grado di libertà, dell’amministrazione scolastica regionale. Credo di aver dato di più all’educazione nei 16 anni successivi: molto di più.

Noi continueremo sulla nostra strada, inflitrandoci nella scuola pubblica, come in parte stiamo facendo, con pillole di educazione diffusa che stanno dando lento pede frutti e speranze di radicale cambiamento finché troveremo “adepti” e sufficienti varchi praticabili come quello dell’autonomia scolastica, uno dei mali che spesso non vengono del tutto per nuocere, a saperli sfruttare. non dimenticando che spesso a fare la differenza non è il cosa si fa ma il come,il dove e con chi. Nella scuola primaria e secondaria di primo grado le cose stanno avanzando e bambini, ragazzi, docenti, famiglie sono generalmente entusiasti delle nostre proposte (vedi le centinaia di adesioni al nostro Manifesto pubblicato nel 2018). Lo zoccolo duro della conservazione ( ci avrei giurato) o del voler cambiare poco o nulla e quasi sempre in una direzione mercantile, professionale o meritocratica, è proprio la scuola secondaria di secondo grado, soprattutto nelle roccaforti liceali classiche.

Giuseppe Campagnoli 9 Settembre 2022




L’educazione diffusa potrebbe cambiare la società e le persone?

Di questi tempi parlare di educazione potrebbe contribuire ad una riflessione sull’origine dei mali che affliggono questo mondo che non ha mai pensato a quello che scrivevano Rousseau e tanti altri pensatori prima e dopo di lui sul possesso, il dominio, i confini, le disuguaglianze, la competizione, la meritocrazia, il mercato, la guerra, i disastri ambientali, la fame. L’educazione potrebbe suggerire strade per uscire dalle paranoie e dai conflitti anche ideali indotti dalla pervicacia cinica e criminale dei poteri economici e politici oggi imperanti a dispetto di popoli ingannati, oppressi, sfruttati, bombardati e costretti spesso ad una fuga perpetua. Potrebbe altresì far superare le artificiose divisioni dettate da ignoranze costruite nel tempo e interessi pervasivi che stanno aggravando gli effetti dei conflitti, delle malattie, dell’abuso della natura, delle iniquità quotidiane e globali.

L’educazione autonoma e diffusa, collettiva, autogestita non sicuramente la scuola asservita ai governi, alle istituzioni e quindi al mercato ed al profitto, potrebbe aiutare nel tempo a cambiare radicalmente le cose. Basterebbe provarci anche mettendo insieme e deviando le risorse che vanno oggi invece disperse in tassazioni e contribuzioni che preferiscono essere utilizzate per aumentare le spese in armi e investimenti tesi al profitto di pochi invece che per la salute, i territori, l’educazione, l’ambiente.

Chissà che quella che alcuni considerano pavidamente o in mala fede una utopia non possa invece diventare realtà (trajet virtuel et trajet reél) e contribuire a far crescere menti e corpi liberi, autonomi e amanti della pace, quella vera e dell’eguaglianza, quella vera.

Il pericolo che si sta delineando sempre di più in questo periodo di una involuzione estremamente conservatrice in ogni campo comporta non solo l’ennesima riflessione sull’educazione ma uno sforzo per accelerare i progetti di intervento diretto e dal basso tesi a liberare le menti e affinare il senso critico nei giovani e non solo affinché siano in grado di capire e giudicare la realtà al di là della propaganda e delle intenzioni di chi vorrebbe continuare a dominare limitando libertà, giustizia e diritti.

Se i parlamenti potranno poco o nulla sarà il tempo ad agire e la collettività stessa, finalmente in condizione di leggere il reale e agire di conseguenza. Non è ancora troppo tardi e anche se prendessero il potere forze retrive e illiberali sarà l’educazione a darci una formidabile spinta per resistere e disobbedire civilmente fino a vanificare qualsiasi intenzione di negazione di diritti e libertà. Le resistenze per la libertà nella storia sono state sempre appannaggio di pochi a favore di molti, soprattutto attraverso l’educazione.

Nulla di meglio per far questo dell’educazione diffusa, sia fuori dalle istituzioni che dentro. Lentamente ma in modo deciso ci saranno mentori e insegnanti pronti a trasformare radicalmente e sostituire la scuola del mercato, del dominio culturale e dei suoi gregari: i partiti, i governi, i padroni delle risorse e del lavoro.

“La scuola può diventare una speranza di soluzione. Ma è ancora chiusa fisicamente e idealmente controllata da programmi, burocrazie e indirizzi.

Di fatto è così. È da lì che proviene la comprensione delle cose e la capacità di discernere e di decidere. Un nuovo fallimento nel rifondare la scuola sarà il fallimento per tutto il resto. Pensiamoci bene ed evitiamo di fare demagogia o populismo. Abbiamo già affrontato il problema scuola e proposto alcune soluzioni tanto per partire con il piede giusto già nel Manifesto dell’educazione diffusa.

Non si esaurisce qui il problema ma i capisaldi imprescindibili sono quelli indicati nel Manifesto e se non si affronterà la situazione in questo modo l’Italia e forse il mondo intero non si riprenderanno mai dalla perniciosa malattia del mercato e del dominio. Cerchiamo di riscattare l’abbecedario dalle lusinghe di Lucignolo e dalla furbesca perfidia del Gatto e della Volpe mercanti, ladri e truffatori che poi, anche per i classici, coincidevano in Mercurio dio di entrambi.

L’istruzione di massa della seconda rivoluzione industriale ha costruito la scuola come “fabbrica” dell’istruzione, con un modello sostanzialmente tayloristico: pensate alla nostre aule in fila, alle scansioni temporali, alle sequenze disciplinari, alle tassonomie che regolano l’attività ed il lavoro scolastico. Non pensate a Taylor come un esperto di produzione industriale: si fece le ossa invece nel settore trasporti. Era un esperto in “logistica” diremmo oggi. Molto più vicino a Max Weber che a Ford… E noi abbiamo trasferito il paradigma amministrativo nell’organizzazzione specializzata della riproduzione del sapere. Abbiamo mandato a scuola “tutti” (almeno come intenzione) per buttarli nel mercato del lavoro da moderni schiavi ammaliati anche dai falsi mitoidel successo e del merito.

Quello dell’educazione diffusa è un progetto di contro educazione e insieme di contro architettura che si fondono per aprire i luoghi e i protagonisti (giovani, adulti, anziani, mentori, maestri e cittadini) dell’educazione a tutta la città ed al territorio in una accezione di libertà del tutto nuova ma irrinunciabile per scongiurare gli effetti nefasti, già ammessi, in una sorta di autocritica ipocrita, anche dalle rilevazioni dei mercanti globali, dell’abisso utilitaristico in cui è sprofondata la scuola italiana e non solo.

 “L’educazione diffusa: la nostra idea e pratica di educazione diffusa trae origine dall’idea di controeducazione che interpolata con l’esigenza di non lasciare tutto al caso si traduce nel concetto di educazione diffusa “guidata” da mentori e maestri ad hoc, magari anche in una istituzione autonoma e libera. La rivoluzione contempla la destrutturazione del sistema di istruzione verso un sistema educativo che contempla aree di esperienza, diversi luoghi educativi nella città e nel territorio, tanti insegnanti ed esperti diffusi e il superamento delle materie, dei voti, dei compiti, degli esami, delle “didattiche”, della misurazione, classificazione e selezione così come la conosciamo. La controeducazione appunto è la linea guida. 

Avec l’éducation diffuse chacun est reconnu comme une personne humaine dans ses caractéristiques constitutives d’unicité, d’irrépétibilité, d’inépuisabilité et de réciprocité. L’éducation ne doit pas fabriquer des individus conformistes, mais réveiller des personnes capables de vivre et de s’engager: elle doit être totale, non totalitaire, gagnant une fausse idée de neutralité scolaire, d’indifférence éducative, de désengagement.

Con l’educazione diffusa ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi: deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno. ” (Revue LeTélémaque N°60/2021)

Proseguono intanto gli incontri di formazione dei nostri virtuosi infiltrati nella società e nella scuola pubblica. Tra un po’ si accorgeranno in tanti dei cambiamenti. Sarebbe bello che tutti coloro che si stanno impegnando, anche per strade diverse ma spesso convergenti ,per cambiamenti radicali in educazione si mettessero insieme anche per non disperdere energie e risultati. Prossimamente a Rimini il 17 e 18 Settembre. Qui tutte le info: www.researt.net

Giuseppe Campagnoli Agosto 2022




La commedia delle città educanti: il villaggio del teatro di strada.

Mi sarebbe piaciuto veramente scrivere un articolo per smentire platealmente l’essenza del recente canovaccio della Commedia della città educante e il racconto non proprio edificante dell’articolo di qualche tempo fa intitolato “Buona educazione”. Debbo invece ribadire la sensazione che in Italia non si voglia affatto cambiare nulla in materia di educazione e anzi spesso si spaccino per innovazione, riforme e perfino annunciate rivoluzioni. Tutto ciò è invece solo un fare gattopardesco e tristemente conservatore che vede complici i mainstream politici, culturali, amministrativi e del variegato mondo mediatico, scrittorico, giornalaico e saggistico che si occupa di “scuola”. Ho avuto prove ad ogni angolo del nostro girovagare divulgativo reale o virtuale.Abbiamo subito spesso boicottaggi e ostacoli burocratici inventati o ingigantiti, dall’amministrazione scolastica e non solo. Virtuosi ed entusiasmanti esperimenti sono stati costretti ad interrompersi o a minimizzarsi con mille scuse istituzionali che vanno dalle paranoie sicuritarie ai cavilli di burocrazie d’altri tempi.Una grande consolazione resta comunque quella che gran parte del mondo degli studenti, degli insegnanti, dei genitori e di qualche illuminato consesso accademico stanno mostrando grande interesse e voglia di contribuire a propagare e avviare pratiche dell’educazione diffusa, malgrè tout, perfino passando dalle esperienze parentali o avviando sperimentazioni sottotraccia per infiltrarsi pro bono nel sistema istituzionale. Nonostante la pervicacia dei poteri, piccoli e grandi.

L’ultima perla, che tradisce tante affinità con una tragicomica commedia è il recente approccio con la realtà amministrativa di un comune vicino a dove risiedo che si era reso inopinatamente e fortemente disponibile ad accogliere una proposta di formazione e di presentazione dell’idea spingendosi anche a prefigurare delle prove suo campo, considerando nella fattispecie la vocazione culturale, storicamente consolidata, del municipio in questione anche con un prestigioso storico festival dedicato al teatro in piazza.

Sulla scia di città, per fortuna poche, che hanno dato in precedenza tristi prove di scorrettezza istituzionale oltre che di pressappochismo culturale, tra cui posso ahimè annoverare anche luoghi e capoluoghi della mia regione le cui prodezze fanno parte delle storie raccontate nell’articolo citato in precedenza, o di gruppi e associazioni legati a città e contesti i più vari che ci hanno coinvolto in iniziative promettenti e poi sono invece sono sparite alla nostra vista, a dispetto delle più elementari regole di buona educazione, insalutate e inspiegate ospiti anche questa bella (forse solo per i muri e la natura) città ci ha mollato di fatto senza alcuna spiegazione e motivazione. La sequenza dei fatti è indicativa. Su invito di una nostra amica appassionata e veramente impegnata nel cambiamento radicale in ambito educativo abbiamo avuto un incontro con un’ assessora (oggi si scrive così) cui abbiamo, nel dicembre scorso, descritto l’idea e il progetto (tra l’altro asseriva di conoscerlo già) ricevendo un riscontro (apparente?) di interesse e l’invito a risentirci non più tardi dell’inizio dell’anno successivo (gennaio 2022). Sed fugit irreparabile tempus. Passano invano ulteriori contatti epistolari con ulteriore documentazione. Nessuna risposta, di nessun tipo in questi ultimi sette mesi. Neppure ad una mia temeraria ma correttissima PEC inviata all’amministrazione qualche tempo fa e ad un messaggio in un social in cui l’ineffabile assessora, nostro contatto iniziale, ha addirittura accettato (improvvidamente?) la mia « amicizia ». Fortuna che nel frattempo si è consolidata ed è in dirittura d’arrivo una iniziativa analoga in un comune vicino che oltre ad ospitare il nostro seminario ci sta concedendo anche il suo patrocinio.

E pensare che proprio un editore di quella città ci ha tante volte invitato ad illustrare la nostra idea pedagogica nella sua rivista dedicata all’istruzione!

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senza parole

E pensare che, come scritto in un recente articolo (https://comune-info.net/scuole-aperte/una-scuola-di-tutti/) e in un saggio pubblicato in Francia su una prestigiosa rivista accademica ( https://www.cairn.info/revue-le-telemaque-2021-2-page-161.htm) si potrebbe avviare realisticamente un cambio radicale e progressivo del paradigma educativo globale a partire dalla cosiddetta scuola pubblica potrebbe modificare le idee su tanti aspetti della vita ed aiutare non poco a scongiurare o mitigare tanti di quelli che siamo soliti chiamare i mali del mondo. Senza passare per una educazione libera e diffusa non credo che le cose del mondo potranno mutare in positivo. Gli eventi di questi tempi ce lo mostrano con terribile evidenza.

APPENDICE: La mail di posta certificata inviata in Aprile senza alcuna risposta:

Al Sig. Sindaco

All’Assessore all’Ambiente e paesaggio

All’Assessore alla Scuola e servizi educativi

A seguito di un colloquio con l’assessore Fussi che doveva preludere ad un contatto per verificare la fattibilità del progetto proposto e dopo diverse mail per conoscere l’esito della proposta che non hanno avuto sorprendentemente alcun riscontro, sperando si sia trattato solo di un disguido postale sono a riproporre l’idea con una sintetica descrizione utilizzando uno strumento più affidabile come la PEC.

Il progetto di Educazione diffusa è nato nel 2017 con la pubblicazione del primo dei diversi testi sull’argomento e l’omonimo Manifesto sottoscritto da oltre 500 tra operatori, associazioni, docenti universitari ed esperti. Negli anni successivi si sono sviluppate esperienze e prove in varie parti d’Italia tra il pubblico e il privato sociale (Milano, Roma, Asti,Gubbio, Recanati, Urbino…) e sono state pubblicati diversi saggi e articoli tra cui l’ultimo nella rivista accademica francese Le Télémaque . Dopo una sessione di grande ascolto di formazione a distanza realizzata nel febbraio scorso con sede a Roma, si pensava di realizzare iniziative analoghe (anche con la presentazione contestuale dei libri e degli scritti sull’argomento) in altre città, prefigurando la possibilità con la partecipazione di enti locali, scuole e associazioni no profit, di sviluppare progetti territoriali di sperimentazione nella scuola pubblica che da sondaggi effettuati presso i docenti chg hanno partecipato agli eventi di formazione avrebbero un grande seguito. »

Giuseppe Campagnoli 8 Agosto 2022

Foto di copertina ”La scuola del mare” Titti Tarabella.




Turismo sostenibile e non solo.

Il turismo mercantile e la questione delle abitazioni. Un racconto.

Un’altra tappa, questa volta italica, della serie di come trasformare un viaggio che aveva buoni propositi di sostenibilità e moderazione in una ennesima prova dei soliti speculatori anche improvvisati di cui le zone diventate appetibili per gli invasori delle spiagge, dei luoghi storici e culturali, delle montagne e della natura in genere, sono un campo di battaglia privilegiato oltre che la dimostrazione di come sia degenerata pesantemente la questione delle abitazioni. Dico il peccato ma non il peccatore. Uno dei tanti luoghi in corso di massacro e di privazione delle disponibilità per chi non ha casa, sparsi in Italia ma anche altrove.(abbiamo avuto esperienze simili in Spagna, Grecia, Normandia, Costa Azzurra…)

Questo articolo è il sunto di una valutazione del gruppo di viaggiatori incappati in questo soggiorno-tipo e di alcuni occasionali ospiti oltre che delle riflessioni ad ampio spettro che ne sono scaturite.

Nei siti di propaganda e attiramento dei gonzi per le dimore turistiche e le case vacanza in genere ci sono gallerie di foto delle offerte, spesso senza distinzioni tra le diverse soluzioni e immagini ben studiate per non mostrare la realtà.

Al primo colpo il bene venduto in locazione non appare assolutamente come si potrebbe intuire dall’offerta nonostante la bella mostra di frutta, tarallucci e vino (un presagio?). Ma non è questo l’unico problema. Le riflessioni travalicano ben presto il campo turistico e ricreativo e la sua qualità per approdare alle tematiche abitative e sociali.

Nonostante la declamazione esaltante del luogo e dei servizi, compresa la bella e accattivante gita in barchetta offerta forse per un anticipato perdono, appena in possesso dell’alloggio è facile di primo acchitto fare una descrizione sommaria di problemi che anche altre volte abbiamo incontrato ma mai,veramente come in questo caso.

◦ prenotato per quattro persone ma dove mettere la roba di 4 persone senza alcun vero armadio se non un appendiabiti risicato in coabitazione col ripostiglio?

◦ due spazi per dormire impraticabili con dimensioni al di sotto delle norme e un solo comodino per letto doppio, unico arredo disponibile. Gli spazi sono ricavati da un unico tramezzo in cartongesso e cielo in vista (rumori, luci, odori…). Si poteva definire meglio un dormitorio comune.

◦ scala a chiocciola impossibile forse adatta a sommergibilisti o pompieri e pericolosa pure per loro.

◦ nessun piano di appoggio mensole o simili se non le sedie della cucina e dei terrazzini.

◦ non avvistati divani o poltrone da interno per fare una pausa tra l’inferno di calore del primo piano e il condizionatore degli spazi letto e ingresso privi di qualsiasi seduta che non fossero i letti.

Da apprezzare la sola cucina (seppure da punte di 35 gradi centigradi fisse, nonostante ventilatore) e la bella terrazza (con geco) utilizzabile solo (per le alte temperature) in ore notturne.

Unica consolazione, l’andare in giro, al mare, all’aperto, nei dintorni, in tutta la regione e nella limitrofa Lucania seppure invasa da un turismo ferocemente ridondante bei luoghi storici, artistici e naturali. Le foto sono testimoni nel bene e nel male. So già che gli ospitanti ne trarranno prima o poi un qualche insegnamento o almeno lo spero. L’accoglienza dei viaggiatori dovrebbe essere prima un servizio alla collettività e poi un mezzo di lucro.

Speriamo che la politica si renda conto, soprattutto quella che si dichiara per il sociale e l’equità, che risolvere la questione annosa delle abitazioni non si fa agevolando il mercimonio e la speculazione sulle seconde terze e quarte case e che occorrerebbe una legislazione che limitasse il possesso e lo sfruttamento immobiliare trattandosi di bene primario al pari della salute, del cibo, dell’istruzione. Si sappia che immobili come quelli descritti e venduti per il turismo rendono quasi quattro volte più di locazioni destinate agli affitti ad un canone sostenibile per chi cerca casa. Credo che solo una volta assicurato l’uso calmierato degli immobili destinati a coprire prioritariamente e per intero il fabbisogno abitativo a prezzi accessibili per locazioni ed acquisti, se ne potrebbe fare uso mercantile e turistico comunque calmierato. Ricordo con sgomento che già negli anni settanta si parlava di milioni di vani sfitti o gettati alla speculazione a fronte di milioni di persone senza casa o costretti a contratti di locazione vessatori e capestro. Tutto è peggiorato e addirittura oggi con la criminale norma che consente gli affitti a breve periodo praticamente a tasse zero e guadagni alle stelle, ha fatto il deserto della disponibilità di alloggi per uso sociale (famiglie, lavoratori, studenti). E per di più i turisti spesso, checchè ne dicano gli astuti imprenditori, vengono allegramente anche gabbati!

Una strada potrebbe essere quella di boicottare certe pratiche speculative dal basso e diffusamente. Non dimentichiamo che la Costituzione recita all’Art. 41: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali.”

Giuseppe Campagnoli.

Di ritorno da un bel giro turistico ma da una meno bella esperienza residenziale. Ho detto il peccato ma non i peccatori. Di costoro parlerò in privato ai miei amici e colleghi facendo la giusta pubblicità nel descrivere la realtà cosi come è apparsa.

Luglio 2022




“Progettare, costruire e abitare la scuola”. Come perseverare sia peggio che diabolico!

Mi viene spontaneo di ripetere come un mantra le frasi inascoltate di Giovanni Papini, Giancarlo Decarlo e Colin Ward:

1914Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme, Manicomi, Scuole, Ministeri, Conventi. Codeste pubbliche architetture son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali.Ma cosa hanno mai fatto i ragazzi, gli adolescenti, i giovanotti che dai sei fino ai dieci, ai quindici, ai ven ti, ai ventiquattro anni chiudete tante ore del giorno nelle vostre bianche galere per far patire il loro corpo e magagnare il loro cervello? 

1969 – È veramente necessario che nella società contemporanea le attività educative siano organizzate in una stabile e codificata istituzione?Le attività educative debbono per forza essere collocate in edifici progettati e costruiti appositamente per quello scopo?

2018- La libertà della strada:“la scuola decentrata ordinariamente in una pluralità di luoghi, spazi e tempi adatti all’apprendimento più incidentale”.

La città come risorsa:“rivisitandola dal punto di vista del disegno urbano,della storia, dell’arte, dell’edilizia, in funzione socializzante”.

Adattare l’ambiente imposto:“superare la convinzione degli adulti a controllare, dirigere e limitare il libero fluire della vita” organizzando spazi ad hoc e a senso unico senza alcun grado di libertà.

Il gioco come protesta ed esplorazione:“ Il fatto che i bambini scelgano ostinatamente come spazi per il gioco proprio i luoghi che ci appaiono più provocatori…” è un segno che il gioco è spesso protesta ed esplorazione insieme.

Luoghi di apprendimento:”Il bisogno naturale ad imparare va scemando man mano che viene organizzato e rinchiuso in luoghi strutturati e delimitati”.

Tutto questo perché, con sgomento mi ritrovo nel 2022 a leggere le ennesime linee guida sull’edilizia scolastica (sic!) che esordiscono con una frase emblematica e sintomatica: “Progettare nuove scuole è un’azione che guarda al futuro”. Niente di più conservatore e di retroguardia! Ma poi quando leggo i nomi del gruppo di lavoro ministeriale comprendo molte cose. C’è il mercato delle archistars e degli epigoni, c’è la nuova/vecchia pedagogia e c’è anche l’alito della burocrazia ministeriale mai defunta. Comprendo che non sono affatto servite le domande che si ponevano anni fa Aldo Rossi, Giancarlo de Carlo, Colin Ward sull’architettura delle città e sul pericolo di perseverare sulla strada del “funzionalismo ingenuo” (ma non tanto). Vedo che non si capisce ancora come occorra superare l’idea dei monumenti all’istruzione, alla cura, alla riabilitazione carceraria, alle detenzioni varie più o meno edulcorate o modernizzate. Mi viene in mente un mio articolo su Education2.0, la prima rivista che ospitò tempo fa idee rivoluzionarie in fatto di architettura ed educazione.

In occasione dell’uscita delle “Linee Guida sull’edilizia scolastica” nel 2013 scrivevo tra l’altro: “Avrei voluto chiosare capitolo per capitolo il documento ricorrendo alle idee da me più volte esposte e pubblicate, oltre che condivise da esperti e pedagogisti. Mi sono accorto che seguendo lo stesso percorso sarei di nuovo caduto nella gerarchizzazione di un luogo che, per sua intrinseca natura, non potrebbe essere nemmeno descritto “per parti” . Riproporrò allora la mia lettura e la mia “linea guida”. Non ho mai avuto il piacere di essere coinvolto, pur avendo offerto la mia disponibilità, nella ricerca istituzionale sul tema, e questo è un peccato, non per me, ma per il contributo che si sarebbe potuto trarre dalla mia trentennale esperienza sul campo, come architetto e ricercatore, docente, amministratore locale e dirigente scolastico, per il dibattito sulla costruzione delle Linee Guida veramente innovative per quella che mi ostino a voler chiamare “architettura” scolastica.”

Nell’anticipare l’idea di una intera città educante al posto di tanti reclusori scolastici scrivevo ancora in una sorta di antesignana educazione diffusa: “La scuola si dilata nel tempo e nello spazio, aderisce al concetto di lifelong learning e trova luogo in ogni angolo a vocazione culturale della città ma anche del web, come sta avvenendo di fatto senza che gli ambiti fisici si siano adeguati rimanendo pervicacemente statici e gerarchizzati come alla fine dell’800. 
La “scuola diffusa” sarebbe economica, sostenibile, innovativa, efficiente ed efficace.  
Trasformiamo ove possibile tutta l’edilizia scolastica esistente in altrettanti poli di questa rete integrata da musei, teatri, biblioteche, parchi, attrezzature sportive, monumenti, municipi. “

Dal 2013 ad oggi tanti i saggi, gli articoli, i seminari e perfino i racconti dell’idea di educazione diffusa e città educante tra architettura ed educazione ospitati con interesse all’estero. Ma il mondo dell’establishment pedagogico e architettonico pare non voglia cambiare nulla o peggio, fa finta di voler innovare e progettare per un futuro che è ancora passato, brutto passato.

Farò lo stesso spelling delle “nuove linee guida” dettate dai pontificatori “pedarchitettonici” ripensando ad ogni passo alla nostra esperienza lunga e consolidata, apprezzata abbastanza presso il popolo dell’educazione ma boicottata ed osteggiata presso il potere dell’educazione e delle accademie:

Il PNRR ordina, come altro, queste linee guida. I soldi quindi. Pochi, ma come si immagina, pecunia non olet, e le consegne tengono conto quasi solo di questo o poco più.

La forma architettonica ospita una funzione.

Il funzionalismo ingenuo che aborriva anche il mio compianto maestro Aldo Rossi impera ancora.

La linea tracciata potrebbe anche costituire un primo orizzonte per la necessaria, e da più parti evocata, revisione delle norme tecniche del 1975.

E le linee del 2013? Non lette?

Tutte le giaculatorie dell‘introduzione sono dei brutti e poco incoraggianti déjà vu sciorinati dai personaggi di gran moda della médiocratie scolar-architettonica.

Nell’espansione urbana del secolo scorso gli edifici scolastici apparivano come puro “standard” o “servizio” necessario ai nuovi quartieri satellite. Oggi, invece, dobbiamo guardare a loro come veri e propri catalizzatori di vita urbana, come importanti centri di socialità e come luoghi capaci di promuovere valori importanti attraverso una “pedagogia implicita”: sensibilità di fronte all’ambiente, pari opportunità, inclusione sociale…

La città dis-educante dei monumenti alla tecnologia e ai valori indotti da un neocolonialismo pedagogico e urbanistico?

I nuovi edifici scolastici, attraverso i progettisti sapranno trasformare questi elementi in un valore unico che li comprenda e a loro perfino sopravviva: quello della qualità, della solidità e della bellezza del paesaggio, dello spazio e degli edifici. In breve, tutto ciò che rappresenta il lascito principale della cultura urbana italiana degli ultimi venti secoli.

Nuovi ma concettualmente retrò. Timidissimi passetti, solo teorici e poco coraggiosi verso un‘idea diversa e non più ottocentesca dei luoghi per l‘apprendimento (memento Papini). Una nuova scuola non è soltanto un luogo costruito per apprendere meglio. ☹️☹️

Fare scuola all’aperto, all’esterno, uscendo non solo dalle aule ma da tutti gli ambienti coperti, è una stra- da ancora troppo poco esplorata dalla scuola italiana. Corti e cortili di molte scuole sono oggi sottouti- lizzati, pur costituendo una grande risorsa per l’azione educativa. La pandemia, con la ricerca di maggiori spazi – anche esterni – per le attività scolastiche, ha reso ancora più ur- gente il loro inserimento fra gli am- bienti di apprendimento. L’ambiente esterno è il luogo di elezione per fare esperienza non solo legata al conte- sto naturale (il contatto con la terra, l’osservazione dei fenomeni meteo, la coltivazione), ma anche come prolungamento degli ambienti inter- ni. Spazi all’aperto dovrebbero esse- re facilmente accessibili dalle aule, ma anche da laboratori, biblioteche, spazi comuni e di ristorazione, in una sorta di continuità d’uso che ne faciliti l’appropriazione. Corti interne, terrazze, patio, giardini pensili, logge, verande, pergole, padiglioni, ecc. sono luoghi articolati per mediare la distinzione che separa l’involucro edificato dal contesto circostante. Le coperture esterne possono essere preziose in prossimità degli ingressi o per ospitare attività didattiche riparandosi dal sole o dalla pioggia. Condizione necessaria perché questi spazi diventino veri e propri ambienti di apprendimento è che siano progettati all’interno del piano della scuola, dotati di strutture, arredi, pavimentazioni diversificate, zone ombreggiate, semichiuse, depositi, sedute. Solo in questo modo si offrono alle scuole spazi diversificati che invitano a usi plurali, ad esempio adottando nello stesso sistema edificio più soluzioni che possono anda- re dall’uso della copertura, a diverse corti interne semi coperte, alle zone in piena terra dedicate al giardino e all’orto, ecc.

Solo propaggini del reclusorio scolastico, “coraggiosamente” spalancato all’esterno, in una concezione anni ’70 sulla quale perfino Giancarlo Decarlo aveva espresso seri dubbi.

Laddove possibile, e con particolare attenzione alla scuola dell’infan- zia e primaria, le classi e gli spazi di apprendimento interni dovrebbero poter avere un’apertura diretta verso l’esterno, così da costituire fuori una sorta di aula ‘simmetrica’ verde.

Della serie: il coraggio uno non se lo può dare. Non si propone il superamento delle norme del 1975 ma neppure quelle un po’ più avanzate del 1996 e del 2013!!

 –Fare scuola in modo più attivo e meno trasmissivo richiede strategie didattiche che trovino declinazione spaziale in ambienti articolati, di- versificati fra di loro e riconfigurabili all’interno grazie all’arredo. Molte sperimentazioni pongono l’accento sulla necessità di impostare l’attività scolastica integrando lavoro individuale, di gruppo, attività frontali, discussioni e momenti di confronto plenario. Questa articolazione spinge a immaginare un paesaggio di apprendimento che non lasci fuori nessuno, con spazi dentro e fuori che possano essere adattabili a modelli di insegnamento differenti e personalizzati.

Gli spazi distributivi (corridoi, atrii, scale) assumono un ruolo centra le, non solo nei momenti di pausa, ma per lo stesso apprendimento, se messi in grado di accogliere momenti di attività collettive e di grup- po, luoghi dove svolgere attività in autonomia o semplicemente discu- tere, aspettare, incontrarsi: “spazi ri- fugio” per ritrovarsi con sé stessi, ma anche spazi grazie ai quali promu vere un processo di apprendimento che – coerentemente ai traguardi metacognitivi suggeriti dalle Indicazioni nazionali – dia rilevanza al ruolo attivo dello studente nella costruzione e nell’impiego delle diverse strategie di lavoro scolastico. Anche questi sono aspetti rilevanti, che de vono guidare un’azione progettuale capace di interpretare le necessità diverse, a seconda di età e fase evolutiva. Il ripensamento parte dall’aula, che si trasforma da spazio rigido e stere- otipato a fulcro di un sistema in grado di ospitare diverse configurazioni e allargarsi agli spazi limitrofi. 

Resistono come i muri che non crollano le aule, gli arredi, i corridoi, gli atri, i laboratori. Le forme cambiano ma le sostanze decisamente no. Il reclusorio aumenta solo gli spazi per le “ore d’aria”?

Molti dei punti (circa 9 su 10) si riferiscono alle caratteristiche costruttive dei casamenti scolastici considerati implicitamente come imprescindibili.

Consiglierei agli ineffabili redattori del documento e a chi fosse interessato la selezione di articoli sull’argomento elencati in APPENDICE.

La chiave ricorrente e fondamentale per me è concepire una città educante in cui si accede da quelli che noi chiamiamo “i portali” dell’educazione diffusa, gli spazi costruiti o trasformati ad hoc, polifunzionali e aggregativi che sostituiscono almeno 5 o 6 edifici scolastici tradizionali con lo scopo di fare da base e introdurre ad una rete di luoghi della città e del territorio dove ricercare, studiare ed apprendere attraverso esperienze multiformi e flessibili nel tempo e nello spazio.

Nel libro “Educazione diffusa.Istruzioni per l’uso” di P.Mottana e Giuseppe Campagnoli Terra Nuova Edizioni 2021 si legge:
Il portale, la base, la tana libera tutti.

Intanto osserviamo le caratteristiche del cosiddetto portale, sia che sia costruito ex novo, sia che sia il risultato della trasformazione di un edificio scolastico esistente o di un altro edificio per così dire, collettivo. Qualche terribile centro commerciale potrebbe smettere la sua funzione mercantile e diventare con opportuni interventi miracolosi, da spazio-rospo (con tutto il rispetto per lo splendido batrace) mercantile a spazio-principe educante: uno splendido megaportale culturale per una intera città.

Prendiamo però ora il caso di un edificio scolastico o di un cosiddetto campus esistente che abbia assodate certe caratteristiche e sia circondato da bei luoghi come biblioteche, teatri, musei, giardini, botteghe e laboratori. Bisogna aprirlo come una scatoletta e se la pianta lo consente, ridisegnare gli spazi prima gerarchicamente realizzati, eliminare scale e ascensori cercando di mantenere tutto in piano (per correre e saltare meglio già da dentro!), anche utilizzando rampe e piani inclinati.

Tanti ambiti aperti e collegati tra loro, tanto aerati e illuminati da sembrare più fuori che dentro, colorati e arredati fai da te, da voi da noi e da loro, in modo libero ed efficiente, non fisso, con l’apporto diretto di chi li vive e tanto flessibili da poterne mutare la forma e la mimesi cromatica in tempo reale come un vanitoso camaleonte educativo per le necessità del momento anche con l’aiuto di marchingegni e macchinette tecnologiche, aggeggi moderni e materiali naturali. L’uso collettivo del Portale per i momenti di partenza, condivisione e di riflessione a posteriori sulle attività da svolgere durante la giornata, la settimana o il periodo stabilito fa sì che debba prevedere spazi di aggregazione comodi e dotati di strutture adeguate a scrivere, leggere, fare rapide ricerche, raggrupparsi e dividersi per seguire ora un mentore ora l’altro ora un esperto ora l’altro.

Dal portale si diramano percorsi coperti o protetti di pedonali, ciclovie, acquavie, risciò, monopattini e pattini a rotelle, piccoli mezzi collettivi elettrici (come quelli inutili del golf) e stazioncine di bus ecologici o, più avanti nel tempo, piccole metropolitane di superficie connesse con la rete urbana principale, guidate e “segnate” ad esempio dai segni colorati che vedremo più avanti.
Rileggo con ansia fattiva dalle appendici del Manifesto della educazione diffusa: “La gestione e la fruizione dello “spazio fuori” è dunque un tema importante che viene negoziato con enti pubblici e privati per l’individuazione di luoghi di apprendimento ma anche di semplici luoghi-presidio che fungano da punti di riferimento per i ragazzi e ragazze e di percorsi dedicati a forme di viabilità leggera (piste ciclabili, zone pedonali, ecc.), affinché possano muoversi nel loro territorio in sicurezza e raggiungere sempre più autonomia. L’obiettivo è che il confine tra il tempo dentro e quello fuori la cornice scolastica sia sempre meno percepita, configurandosi tutto come tempo di vita piena. Naturalmente per questioni organizzative viene delimitato un tempo scolastico che prevede la presenza degli insegnanti e lo svolgimento di attività programmate e che rispetta la configurazione e la logistica della scuola di appartenenza. L’orario complessivo settimanale o plurisettimanale, nella fase transitoria, viene rispettato ma in situazioni particolari in accordo con le famiglie può essere rivisto in base alle esigenze dei progetti e delle attività.”

Giuseppe Campagnoli 6 Maggio 2022

APPENDICE

Articoli e scritti recenti sull’argomento:

https://www.cairn.info/revue-le-telemaque-2021-2-page-161.htm

https://educazioneaperta.it/fare-fuori-la-scuola-verso-leducazione-diffusa.html




L’educazione è alla base di tutte le idee.

Attraverso l’educazione è possibile costruire o ricostruire anche l’idea della pace e della guerra.

come della salute, dell’economia, della città, della natura, della politica della proprietà, della vita in generale ma la condizione fondamentale è che l’educazione avvenga principalmente attraverso l’esperienza e la vita stessa con una serie infinita di quello che io insieme ad altri prima di me ho chiamato lo choc educativo che avviene durante le tante  esperienze e le osservazioni,le ricerche, le incidentalità, gli studi e le restituzioni e condivisioni in corpore vivi che si esplicano attraverso un’intelligenza unica, multiforme e multisenso.  Il tutto nelle varie scene dell’apprendimento che vanno dal corpo alla natura, all’immaginazione  all’arte, alle storie tratte dalla realtà e dalla fantasia, dalla scienza che cerca e ricerca senza fine e senza dogmi,  dalla lingua che è pensiero e delle relazioni umane che non sono separate fra di loro ma rappresentano una interconnessione continua di contatti molteplici e  multiformi. 

Istruzione, addestramento, formazione sono invece le sovrastrutture parziali e strumentali dell’educazione che non può essere per sua natura codificata e cristallizzata in procedure ,programmi , valutazioni competenze e conoscenze determinate dai vari poteri dominanti più o meno sulla base di consensi discutibili quando non indotti o obbligati palesemente o subliminalmente. Conoscere, sapere  e saper usare liberamente la realtà e le storie, la creatività e l’immaginario in una accezione collettiva e cooperativa può mitigare e orientare in senso positivo gli stimoli naturali ai conflitti e all’aggressività   se il cosiddetto “mutuo appoggio” fondamentale in natura (cfr. Kropotkin)  lo diventasse anche per l’animale della specie umana. L’educazione può, nel tempo salvare il mondo, purché sia libera, diffusa e integrata nei diversi momenti e luoghi della vita, quasi istintiva, sicuramente incidentale. Ricordo un bel passo dell’introduzione  di Silvano Agosti al nostro pamphlet (Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli) : “Educazione diffusa.Istruzioni per l’uso” Lì la nostra città educante diventa società e mondo educanti. E anche ciò che scriveva Rousseau su dominio, proprietà, confini, ricchezza, povertà, sfruttamento e guerre  potrebbe passare sorprendentemente e finalmente dallo stato di utopia a quello di splendida, crescente realtà. Forse è per questo che pochi  audaci e illuminati vorrebbero dovunque mettere semi per rendere una quasi utopia una certa realtà in divenire. 

Ecco il passo conclusivo della lettera-introduzione di Silvano Agosti:

 “Miei cari Paolo e Giuseppe, la vostra richiesta di esprimere un mio pensiero in relazione al nuovo e complesso edificio educativo che insieme avete elaborato Educazione diffusa , fitto di proposte e di pensieri scolpiti nel buon senso e nella certezza che esista davvero la necessità e l’intenzione di “educare” l’Essere Umano, mentre a mio personale parere l’Essere Umano andrebbe nutrito e ospitato gratuitamente dai Governi e gli Stati del mondo. Soprattutto l’Essere Umano andrebbe lasciato in pace nel territorio di crescita che la natura gli offre ovvero il proprio DNA, oppure andrebbe lasciato libero nella pratica completa e totale del Gioco. Sì, sempre a parere strettamente personale, il  solo desiderio di ogni Essere che viene al mondo, per ora dalla nascita fino ai 5 anni di età, è unicamente quello di giocare, giocare e giocare.                                                                                                                                           Naturalmente se nell’infanzia i giochi saranno semplici, già dalla prima adolescenza ogni Essere Umano fruirà dei vari linguaggi creativi che traggono origine dal gioco ovvero la pittura, la danza, la musica, la letteratura, la recitazione, il cinema etc. come voi stessi proponete nel vostro progetto Educazione diffusa. Importante è che ognuno scopra la propria unica, rara e irrepetibile creatività finora completamente estinta da qualsiasi esperienza scolastica. Ovviamente gli adulti, che in genere riservano il loro tempo ad attività ricreative precostituite (poker compreso) o perfino a giochi d’azzardo, quale sia il solo Gioco cioè la creatività da cui l’Essere Umano non dovrebbe separarsi mai, non sanno più neppure che esiste. L’ideale quindi, come è previsto in modo specifico nel mio testo LETTERE DALLA KIRGHISIA, invece di qualsiasi edificio educativo, sarebbe di consentire agli esseri umani di recarsi ogni giorno nei parchi a giocare, più o meno fino alla soglia di età dei 18 anni. Cari Giuseppe e Paolo, un edificio giustamente va protetto nel corso della sua esistenza ed è giusto concepire restauri anche strutturali, come, di fatto, si rivela essere la vostra proposta di un’educazione “diffusa” che lentamente restaurerebbe una educazione “confusa” che dura ovunque da circa due secoli e mezzo. E’ importante, infatti, non dimenticare che l’educazione di massa ha origine nel 1700 e si sviluppa insieme alla nascita della società industriale. Oggi stiamo assistendo all’evidenza spettacolare ormai storica di una decadenza della produzione solo industriale dei beni (le città sommerse dal veleno dell’ossido di carbonio emesso durante la giornata da milioni di automezzi solo industriali, vedi rifornimenti energetici delle grandi industrie a base di carbonio, vedi nocività del cibo industriale etc.) Oggi quindi più che di restauri si dovrebbero progettare degli edifici assolutamente diversi e quindi già previsti dalla Natura. In uno dei miei dialoghi apparentemente surreali con una quercia, stupendamente alta oltre una ventina di metri, mi sono figurato di chiederle da quale processo educativo era nata tanta sua bellezza. E facilmente mi sono figurato che rispondesse “Tutte le istruzioni della mia educazione erano rinchiuse in una minuscola ghianda di qualche manciata di millimetri. La mia educazione fa rima con “inseminazione” ma oltre la minuscola ghianda ho fruito anche di nutrimenti preziosi a base di pioggia e di sole”. Desidero concludere questa mia riflessione epistolare proponendovi di immaginare che, forse, la crescita in libertà di ogni essere umano non dipende dal progettare nuovi e spettacolari edifici educativi, ma finalmente dalla decisione che tutti gli Stati e i Governi facciano ciò che avrebbero da sempre dovuto fare. Cioè? Cioè Stati e Governi fin qui soffocati dai privilegi e barricati dietro montagne di chiacchiere politiche, di leggi, leggine e leggette comunque mai rispettate, decidano di procurare a “tutti gli abitanti della terra, nessuno escluso, casa e cibo gratuiti”. Ma i fondi per tale buona e naturale azione di massa? Semplicemente prelevando il 22 per cento delle spese militari ovvero non una sorta di IVA (Imposta sul Valore Aggiunto) ma una sorta di IVU (Imposta sul Valore   Umano).                                                                                                                          Solo così, cari Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli,sparirebbero immediatamente dal mondo le Guerre, il Denaro, la Prostituzione, le Droghe, il Lavoro obbligatorio e sparirebbero anche tutti i ragionieri, i genitori, gli insegnanti, gli educatori, i mariti, i preti, i medici, gli artisti da un Pianeta ormai e finalmente abitato solo da Esseri Umani. Un abbraccio da Silvano Agosti”

Si tratterebbe, in definitiva, di mettere in campo una sorta di rieducazione globale (non certamente in una accezione” cinese”!) fondata su una serie infinita di libere esperienze con mentori, esperti e maestri di mondo, realizzata permeando istituzioni, città, territori, non necessariamente  riformando con burocrazie e istituzioni  ma “infiltrando” i concetti e gli ambiti di istruzione, formazione, comunicazione con le idee e le pratiche già da tempo proposte e in parte anche “provate”  dell’educazione diffusa. Si attendono altri illuminati “spioni e informatori” della società educante oltre a quelli che sono già meravigliosamente all’opera in non poche realtà, anche sottotraccia.

Chissà che non si riuscisse a distinguere un briciolo di realtà dalle mille verità costruite, contrapposte come strumenti di potere e di controllo economico, politico e sociale. Chissà che lentamente le persone non si rendano conto che le loro convinzioni, a volte anche quelle apparentemente trasgressive o controcorrente, non siano invece indotte dall’ignoranza costruita su mille verità manipolate, sulle bulimie mediatiche e transmediatiche di social, giornali, tv, a senso unico (il mercato che li gestisce) dai pontificatori, frullatori di pensieri e di idee, sublimi confezionatori di brodi di notizie-fiction, filosofi, scrittori, reporter pro domo sua e mezzi busti d’assalto? Verità e dogmi di tutte le risme sono passati e si sono sedimentati per generazioni e vi passano ancora, attraverso la cosiddetta “istruzione”, pubblica o privata che sia, con i loro strumenti di controllo, classificazione , selezione e infine reclutamento tra le fila di chi ha o avrà potere sulla comunità e di chi obbedirà senza problemi alle leggi, alle notizie, ai racconti, alle favole terribili o seducenti costruite proprio ad usum delphini.

Probabilmente con una educazione profondamente e radicalmente diversa il pensiero critico e creativo sarebbe prevalente e porterebbe se non altro ad osservare la realtà senza schermi e schemi prefigurati e a farsi più domande ed esprimere dubbi più che certezze indotte e “guidate”. Ci vorrà qualche decennio ma ne varrà senz’altro la pena se si arriverà in tempo.

Giuseppe Campagnoli 20 Aprile 2022




Una città educante. La storia dell’educazione diffusa: 2007-2022

Aggiorno e sintetizzo,una storia pubblicata in diverse puntate. Educazione, architettura, città, pandemia, guerra, libertà, le parole chiave.

Tutto cominciò negli anni settanta, quando tra la progettazione di scuole materne, medie ed elementari ispirate a principi di apertura e di flessibilità degli spazi verso l’esterno, gli insegnamenti sulla città analoga che si autocostruisce collettivamente e determina il suo stile di Aldo Rossi, le letture di Ivan Illich e Paulo Freire e i ricordi personali della crescita in una scuola rurale con il metodo Freinet iniziò la mia storia di architetto, di insegnante e di direttore di scuole d’arte. Tanta strada da lì in poi fino alla pubblicazione del Manifesto della educazione diffusa e a tutto quel che ne è seguito.

La mia classe en plein air. Giuseppe Campagnoli 2013

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Avevo consolidato l’idea di cambiamento che era già in nuce nel libro “L’architettura della scuola” edito da Franco Angeli, Milano nel 2007. Il volumetto suggeriva, dopo anni di ricerche e progetti, una concezione innovativa degli spazi per l’apprendere. Era il momento di intraprendere la strada per un dibattito più ampio e, auspicabilmente, una sua sperimentazione concreta.

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  “ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”.

“La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”

 

 L’ incontro cruciale, dopo qualche anno e tante ricerche sul tema, con il professore di filosofia dell’educazione a Milano Bicocca Paolo Mottana e la sua Controeducazione ha chiuso il cerchio magico della mia storia tra educazione ed architettura aprendo i “portali” dell’educazione diffusa.

 

La scuola: Luogo o non luogo? (2011)

La scuola diffusa: provocazione o utopia? (2012)

 

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Oltre le aule (2014)

Bisogna superare l’edificio scolastico per un territorio complesso dell’apprendimento: la città scuola. Una provocazione che potrebbe diventare un modello di ricerca per la scuola del futuro. Non si tratta di una novità in assoluto, perché, sostanzialmente, allo stesso concetto si ispirava la scuola del Medioevo, quella del palazzo e del monastero, della biblioteca e del chiostro, quella schola come otiumche raramente coincideva con un unico luogo fisico. In realtà, luogo dell’apprendere potrebbe essere realmente la città tutta e il territorio. L’aula sarebbe aperta al mondo e composta da mille stanze diverse e dedicate, dall’universo fisico a quello virtuale del web. Oggi si fatica a tollerare la scuola in un unico edificio. La scuola non è statica ma, quasi per etimologia, dinamica nello spazio, oltre che nel tempo.  L’architettura e l’educazione dovrebbero adeguarsi alle nuove esigenze della conoscenza e della crescita delle persone: non possono essere le stesse nei secoli. Aldo Rossi, con i suoi insegnamenti, mi convinse che l’architettura disgiunge, nel tempo, la forma dalla funzione: non c’è miglior modo di concepire gli spazi per eccellenza, quelli dell’imparare. Da una idea di architettura e di scuola che coincidono, nasce forse una utopia che potrebbe, nel tempo, diventare una splendida realtà.Ogni luogo pubblico della città (municipio, biblioteca, mediateca, laboratori, università) avrebbe spazi dedicati e attrezzati per fare scuola, e consentirebbe a gruppi di discenti di non fossilizzarsi per ore nello stesso ambito, sempre di fronte alla medesima lavagna, allo stesso panorama. Sarebbe sufficiente solo un edificio-base, che fungesse da manufatto simbolico, una specie di portale di ridotte dimensioni, ubicato in una parte significativa e centrale della città, con servizi amministrativi e luoghi di riunione non specializzati; esso potrebbe rappresentare la stazione di partenza verso le aule virtuali e reali sparse nel territorio, un luogo di rendezvous all’inizio della giornata di studio. L’edificio–scuola, così come oggi concepito, lascerebbe il posto a una costruzione che fa da ingresso a una sorta di parco della conoscenza, sostituto innovativo delle aule tradizionali e degli spazi specializzati che, ahimè, ancora oggi altro non sono se non aule diversamente arredate e attrezzate.”

Mentori e maestri

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La scuola senza mura (2014-2016)

L’ errore sta nel pensare per edifici dedicati e separati, nel far coincidere la scuola con un manufatto. Le aule, i laboratori, le palestre sono già nel territorio: basta adattarli, collegarli e usarli. Molti oggi restano ancora aggrappati all’edificio e timidamente si spingono a superare il concetto di aula, arredo, corridoio, cosa già fatta nel 1914 nel saggio «Chiudiamo le scuole» dal discusso Giovanni Papini scrittore e saggista dei primi del novecento. Perché non raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura? Ora si tratta di passare ai fatti. Provare a simulare una scuola senza mura in una vera città coinvolgendo tutti gli attori possibili. La pedagogia, l’urbanistica e l’architettura dovranno essere gli attori principali. Quando Papini scriveva “chiudiamo le scuole” intendeva che dovessero essere riaperte altrove e in altro modo per fare una educazione diversa, a volte “contro” ed una architettura diversa, a volte “ultra”.  L’incontro di affinità elettiva con il Prof. Mottana, mi ha spinto a prefigurare uno scenario condiviso in funzione di una educazione rivoluzionata insieme ai suoi luoghi, una controeducazione in una controarchitettura per nuove concezioni dell’istruzione e la cultura. Cento anni fa condurre tutti all’alfabetizzazione era un’ utopia. Come far giungere il messaggio educativo in tutto il territorio. Spero che anche quella di liberare chi apprende e chi insegna dai muri e dalla staticità, diventi nel tempo una realtà. In quell’ accezione  di scuola che si riferisce più al tempo che allo spazio. L’idea della città educante e del manifesto della educazione diffusa che a breve (Febbraio 2017) sarebbe diventato un libro scritto a quattro mani con Paolo Mottana fu presentata il 12 Settembre 2016 ad un convegno sulla scuola diffusa organizzato dal Centro di documentazione educativa  di Cesena.

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 Immaginiamo che scelgano. Che nelle infinite possibilità di esperienza che il mondo rivela ad ogni passo essi scelgano. Scelgano di fermarsi in un giardino a chiacchierare o giocare. Scelgano di entrare in un supermarket, in un cinema, in una bottega. A vederli in circolazione liberi, senza adulti al seguito, ci sarebbe sconcerto, allarme, qualcuno chiamerebbe la forza pubblica perché dei minori si muovono indipendenti nella città, nella strada, a gruppi, a bande, a coppie, solitari. Noi non siamo più abituati a vedere bambini e bambine, ragazzi e ragazze che solcano lo spazio pubblico, da molto tempo sono stati confinati in luoghi speciali, sotto scorta, sotto vigilanza. Noi non siamo più abituati alla presenza invadente e talora insolente dei giovani e dei giovanissimi. Noi che li abbiamo posti a distanza. Che a suo tempo fummo posti a distanza, al confino, nelle mani di persone che nella maggior parte dei casi non avevano né rispetto né comprensione per noi, per loro. Ma occorre cambiare, capovolgere questo modo carcerario di intendere l’educazione. Occorre che essi possano tornare ai luoghi da amare, alla città anzitutto, che è un insieme di luoghi per apprendere, cercare, errare (l’errore!) osservare, fare e conservare per condividere, riconoscersi  riconoscere.”

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Perché non raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura? Come quando, un tempo, forse più di oggi, le vere aule erano il campo, il ruscello, il cortile, la strada, la piazzetta e i nostri mèntori erano tanti altri maestri oltre a quello ufficiale, formale, non scelto. Realisticamente l’edificio scolastico attuale potrebbe divenire la porta di accesso a tanti e diversi luoghi dove apprendere per ogni cittadino in fase di educazione formale o informale che sia. Ogni città potrebbe avere un “monumento” che conduce a di- versi spazi culturali del territorio urbano, rurale, montano, marino, reale o virtuale, in un sistema complesso dove si applichi il motto mai superato “non scholae sed vitae discimus” . Sgombriamo il campo dall’equivoco secondo cui esistono solo spazi specializzati e funzionalmente dedicati all’apprendimento e alla cultura anche istituzionali. 

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I luoghi da ridisegnare

“Ora entriamo in quella che lei definisce la “Casa Matta”, ci specifica che si scrive con la C e la M maiuscole, una delle cinque basi o tane dove si riuniscono le ragazze e i ragazzi e le bambine e i bambini per ritrovarsi con i mèntori e per prendere decisioni, discutere, concordare progetti…”

Il viaggio dell’ultimo capitolo del libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” fa intravvedere come potrebbe essere questa città del futuro che non separa più l’urbanitas dalla campagna ma nemmeno la scuola dalla città e dalla campagna, la vita intera da tutte le sue mirabili varianti. Per poter prefigurare la vera città educante sarebbe necessario non separare più la città da una campagna abbandonata a sé stessa o allo sfruttamento selvaggio dei latifondi o lasciata alle disforie degli improvvisati borghesi agricoltori radical chic o dei falsi agriturismo. L’educazione si gioverebbe del fatto di avere a disposizione spazi urbani qualificati insieme a spazi rurali e selvatici tornati alla sostenibilità delle colture e della vita agreste. Sarebbe un male riprendere in mano l’utopia della città giardino del futuro e usarla per costruire un modello di città educante del futuro con tutti gli adattamenti e aggiornamenti necessari?

 Prendiamo le mosse dalla città “per parti” o da un piccolo borgo che è già di per sé una parte e un tutto. Identifichiamo i luoghi, i percorsi e le basi di partenza. Identifichiamo gli edifici e il costruito virtuoso che possano fungere da basi, tane, radure, piazze dell’educazione. In una prima fase i gruppetti (le classi che sperimentano o i gruppi visti orizzontali o verticali) si muoveranno sempre di più nell’arco della giornata e con il loro mèntore dal portale collettivo verso tutte le “aule” diffuse dove troveranno, esperti, sapienti ed amici più grandi che soddisferanno le loro curiosità e la loro ricerca aiutandoli nel contempo a conoscere e apprendere. In una prima fase i portali potranno essere edifici contigui ed integrati composti di vecchie scuole riadattate, biblioteche, auditorium, manufatti che prima erano una cosa e ora ne saranno un’altra.

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 L’educazione diffusa è un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale. È tempo di rimettere bambini e bambine, ragazzi e ragazze in circolazione nella società che, a sua volta, deve assumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo e formativo. La scuola dove ridursi a una base, un portale ove organizzare attività che devono poi realizzarsi nei mondi aperti del reale, tramite un progressivo adeguamento reciproco delle esigenze delle attività pubbliche e private interessate, degli insegnanti e dei ragazzi e bambini stessi. All’apprendimento chiuso e iperprotettivo della scuola, privo di motivazione e connessione con le realtà si sostituisce progressivamente un apprendimento realizzato con esperienze concrete da rielaborare e condividere. Non più insegnanti di discipline ma educatori, méntori, guide, conduttori capaci di agevolare i percorsi di interconnessione e indurre sempre maggior autonomia e autorganizzazione. I ragazzi e i bambini nel mondo costituiranno una nuova linfa da troppo tempo emarginata e costringeranno la società e il lavoro a ripensarsi, a rallentare e a interrogarsi. È un atto politico portare questo modello nella società. È un impegno, una scommessa e una prospettiva di vita sensata che chiediamo di sottoscrivere impegnandosi a divulgare l’idea e il progetto per trasformarlo in esperienze diffuse nel territorio. (Incipit del Manifesto dell’educazione diffusa: primi firmatari, in ordine di apparizione: Paolo Mottana & Giuseppe Campagnoli, Francesca Martino, Dimitris Argiropoulos, Anna Sicilia, Luigi Gallo, Ester Manitto, Mariagrazia Marcarini, Alice Massano, Francesca Pennati, redazione di Comune

L’educazione incidentale e l’educazione diffusa.

La lettura de “L’educazione incidentale “ raccolta di scritti di Colin Ward a cura di Francesco Codello per Elèuthera di Milano (2018) e ancor prima de “L’architettura del dissenso” dello stesso autore e casa editrice (2016) mi conducono a recensirli entrambi o meglio a rileggerli e commentarli con la lente del concetto di città educante. Le intuizioni pedagogiche e architettoniche di due secoli sono state spesso connotate da forti affinità soprattutto nella spinta palesemente o sommessamente libertaria a considerare oppressivi e ipergovernati l’educazione, i suoi luoghi e quelli della città e del territorio, nel mondo occidentale e non solo. Che ogni angolo della città potesse essere un’aula scolastica era noto  fin dal tempo della Grecia classica ma anche della Roma antica e del medioevo più autenticoma con delle connotazioni un po’ elitarie. La pulsione autoritaria a voler costruire tutto e tutti ex cathedra è storicamente nota. In campo pedagogico  e anche architettonico il massimo si è raggiunto con la costituzione degli stati che ha portato con sé le regole e i codici del costruire con gli stili del potere e del mercato come anche quelli dell’educare con i paradigmi ad uso dell’istituzione, del potere e della produzione. Colin Ward rappresenta un po’ una felice coniugazione ricca di spunti e di speranze tra l’architettura  e l’educazione spontanee, libere, entrambe appunto “incidentali”. Sentire insieme i riferimenti di Morris, Howard, Munford, Illich e del più prossimo De Carlo con suggestioni sulla città che si autocostruisce, che ho trovato in forme diverse e forse meno rivoluzionarie pure nel mio maestro Aldo Rossi, mi riappacifica con l’idea  che la pedagogia e l’architettura siano ancora un po’ distanti tra umanità e tecnologia, psicologismi e mercato, materiali  inerti, rigide organizzazioni e vita fluente. Appare invece lampante che si possano riavvicinare e addirittura integrare in un sol corpo per merito di quell’anarchia possibile che libera l’uomo dalla guida imposta e onnipresente di uno stato esterno, opprimente e tuttosommato indifferente allo scorrere spontaneo e naturale della realtà. Ad ogni passo del libro trovo sinestesie con il pensiero della città educante come tra  racconti ci fosse una specie di telepatia nel tempo e ritrovo perfino formulazioni e scenari quasi identici alla narrazione immaginaria che con Paolo Mottana abbiamo “girato” come un film alla fine della descrizione della nostra città educante: un viaggio, come ho già detto altrove, di una coppia da Divina Comoedia alla ricerca dell’educazione perduta. Annota Colin Ward:In quanto osservatore di come i bambini sappiano colonizzare un ambiente, sono stato attratto dalla tesi di Geoffrey Haslam sulle «tane». Egli ricordava le sue tane, i suoi nascondigli e accampamenti, costruiti con qualsiasi materiale fosse a portata di mano.”

Illuminante è la presentazione del volume  di Ward fatta da Elèutheria anche alla luce delle nostre idee di educazione diffusa  :

Famiglia e scuola sono sempre stati considerati i luoghi per eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono un’educazione. Colin Ward decide invece di esplorare un particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste istituzioni: l’incidentalità. Ecco allora che le strade urbane, i prati, i boschi, gli spazi destinati al gioco, gli scuolabus, i bagni scolastici, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative straordinarie. Questa istruzione informale, volta alla creatività e all’intraprendenza, rappresenta pertanto una concreta alternativa a un apprendimento strutturato e programmato che risponde più alle esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso nuovo e antico alla trasmissione delle conoscenze in grado di fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di un’educazione autenticamente libertaria.”

A Marzo del 2020 è uscito il volume “Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso”. Superare l’idea della “scuola” come mondo confinato tra mura, distaccato dal resto della realtà e della società, in modo che il bambino e il ragazzo siano messi nelle condizioni di fare esperienze dirette nel mondo, quello vero, di ogni giorno. È la visione, fortemente innovativa, attorno alla quale Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli hanno formulato la loro proposta di educazione diffusa e di città educante. Che non è solo un concetto astratto, tutt’altro. È una logica, pianificabile e organizzabile, una nuova modalità per aprire ai giovani le porte dell’apprendimento e del sapere.

Questo libro, dopo tre anni di dibattiti, presentazioni, seminari e l’uscita condivisa da tanti nel 2018 del Manifesto della educazione diffusa cui hanno aderito più di 400 personalità del mondo della scuola,  accompagna il lettore (sia egli genitore, educatore, insegnante o qualsivoglia vocazione abbia chi si accinge a leggere queste pagine) attraverso un percorso chiaro e concreto per capire “come si fa” e “con chi si fa” l’educazione diffusa. Per cambiare veramente paradigma educativo, anche da domani. Basta volerlo.

Oggi

Oggi, dopo la sconvolgente pandemia e i venti di guerra che si estendono nel mondo, i paradigmi dell’educazione sembrano sconquassati ancor di più in una bulimia di parole e di proposte che si accavallano, si scontrano, cercano protagonismi o soluzioni ad una crisi che il male ha solo mostrato nella sua evidenza più cruda. E allora didattica a distanza, banchi rotellati, sbanchi, proteste in piazza, appelli a riaprire le scuole per rinchiudere di nuovo da casa nelle aule sottovalutando la perfidia del virus che gode delle veloci e silenti strade aperte attraverso ignari bambini e ragazzi senza sintomi ma perfetti ambasciatori tra le aule chiuse,i cortili angusti, gli scuola bus, i tram, le metropolitane e infine convivi familiari e amicali. Ora si comincia anche a dissertare di storie di guerra nelle aule. Si poteva fare altrimenti? Si può finalmente rivoluzionare il paradigma dell’educazione perchè nel tempo permei la vita collettiva e consenta di guardare in modo diverso la realtà e agire senza condizionamenti e domini?  Credo proprio di si. Alcuni ci stanno provando con diverse modalità in Lombardia, nelle Marche, in Liguria,Campania, in Piemonte, in Umbria e anche…in Francia!

Ma non basta. Nel frattempo  non ci resta che castigare  ridendo certi costumi deleteri per spingere ad una riflessione e speriamo a sperimentare. 

E’ pronto dall’estate 2021  il canovaccio per chi volesse mettere in scena una  commedia dedicata alla città educante, sintesi di alcune storie vere di esperienze di educazione diffusa in potenza o in corso d’opera tra mille difficoltà. E’ una specie di gioco semiserio dedicato a chi vuole cambiare l’educazione, rinunciando intenzionalmente alle polemiche ridondanti ed inutili, ai saggi (spesso non proprio saggi…), agli articoli paludati, alle conferenze e vebbinari ormai pletorici e ridondanti quando non dannosi. Un divertissement offerto a chi volesse cimentarsi nella recitazione, nel costruire scene e nell’adattare alla propria realtà questa pièce breve e fattibile da bambini, ragazzi, adulti insieme per raccontare o sognare l’educazione diffusa. Una voce narrante, dialoghi quanto basta, movimento di corpi e di paesaggi, colori, rumori, luci e nature di una splendida città educante.

 

A febbraio del 2022 si è avviata una fortunata e promettente iniziativa di formazione dedicata a docenti, educatori, amministratori, associazioni, prima di una serie che dovrebbe proseguire.

Prove di Educazione diffusa 2022

Mentre imperversa la guerra delle parole accanto a quella reale e terribile dei fatti non vedo altro modo per perseguire l’equilibrio (da Pak in sanscrito) della pace che insistere sul concetto di educazione nella nostra accezioni pubblica, collettiva e libertaria. Per questo, emblematicamente, rilancio la proposta della “Commedia della città educante” di cui ho già parlato altrove e che rappresenta gli ostacoli da superare per i veri cambiamenti, insieme allo studio sull’educazione diffusa accolto in Francia con interesse e favore. Il 10 Giugno si parlerà di questo in un incontro presso la Biblioteca San Giovanni di Pesaro oltre che dell’educazione in questi tempi difficili.

https://fb.me/e/1FpdC3uUM

Aggiornato in Aprile 2022.




La commedia DELL’ARTE DI EDUCARE

Siamo di nuovo ad un triste déjà vu. Non sono bastati due anni di pene, di detti e contraddetti, di fanatismi, di pontificatori ad ogni angolo, di sette pedagogiche, di “chi più crede di avere più ne metta”. In mezzo insiste la protervia di un sistema scolastico, vecchio, classificatorio, mercantile, a tratti falsamente innovatore, che non perde occasione per boicottare od ostacolare ogni reale spinta di radicale e necessario cambiamento che non è la scuoletta nel bosco, il privato precettariato aristocratico o la misticheggiante paranoia di improbabili pedagogie che non vedevano l’ora di approfittare di paure, ignoranze, potenzialità di profitti.

Ho detto e ridetto quasi tutto sulla mia idea di educazione, condivisa e narrata con slancio insieme a Paolo Mottana, così come sulla mia idea di architettura. Entrambe le idee non sono solo le mie ma poggiano su solide spalle di tanti giganti. Purtroppo come ho già detto tante volte oggi più che mai su questi temi la confusione regna sovrana e la mediocrazia, con il parente stretto della meritocrazia, la fanno da padrone in ogni lido politico, anche degli apparenti (falsi e presenzialisti ad oltranza) progressisti. Non è un mio giudizio presuntuosamente tranchant ma solo un osservazione della realtà e del desolante vastissimo panorama dei troppi che dicono, ridicono, contraddicono e predicono. Non vedo all’orizzonte, in Italia e neanche altrove, tranne quei rari sublimi esperimenti in atto, un deciso orientamento verso una radicale mutazione dell’educazione e della concezione della città e dei territori. L’ ho scritto e detto ormai troppe volte e non intendo ripetermi. Non ho la verità in tasca ma ho una bella antologia ragionata di tante utili e geniali verità. L’ unica cosa che sono riuscito a fare, in parallelo con la mia operosa svolta, è stare a disposizione come volontario e modesto consigliere o meglio riconosciuto come mentore virtuale, e spero anche virtuoso, di chiunque, avendo approfondito il nostro progetto ormai più che esauriente nella sua narrazione, volesse provare l’educazione diffusa e pensare a trasformare territori e città in educanti.

Sono ancora in attesa di conoscere il destino di alcuni sassi lanciati ormai da qualche tempo oltre confine, che per ora constato essere stati accolti con interesse e curiosità, forse molto di più e molto più autorevolmente che in patria. L’ idea dell’educazione diffusa, nella nostra accezione di superamento della scuola-istituzione di oggi e del suo possibile intrinseco legame con la città e la vita reale ha suscitato sinceri moti di coinvolgimento e voglia di dialogo in quei lidi stranieri. Chissà che non fiorisca qualche bella rosa anche in trasferta! Il N° 60 della prestigiosa rivista Le Télémaque con uno studio sull’educazione diffusa, sofferto nella scrittura e nei numerosi “esami” redazionali superati, sta per uscire a giorni e diffonderà anche in Francia la nostra idea di educazione.

Mentre resta per me oggi un punto fermo: il detto “troppi galli a cantare non si fa mai giorno” è più che mai valido di questi tempi e un’idea essenziale come quella dell’educazione che non sia più identificata neppure per sbaglio o convenienza con una scuola come quella di oggi non potrà mai essere realizzata solo con piccole, parziali, velleitarie e a volte elitarie e presunte innovazioni, per quanto piene di volontà e di buoni propositi. Secondo me e secondo quanti hanno aderito alla nostra concezione di educazione, la strada è una sola perché sintesi consolidata e ragionata per tanto tempo di quasi tutte le buone idee e le buone pratiche della storia della pedagogia più coraggiosa e rivoluzionaria.

Balenano emozioni e memorie, trasfigurazioni di fatti e di idee in una specie di elucubrazione teatrale che rappresenti una storia di educazione, di città, di bambini e ragazzi, di adulti e luoghi della memoria e della esperienza vitale. Rileggendo con spirito trasgressivo e mutante una commedia di un noto sovversivo d’altri tempi mi è sorta una specie di ispirazione che potrebbe avere un bel seguito. Ho visioni di scene, di personaggi, di storie, di quinte e di racconti, disegni, musiche e danze che potrebbero rendere amusant e insieme éduquant un breve e plausibile racconto. Ci sono tipi come la Vergara che governa la scuola, il maestro Jean, le bande, il Borgomastro ed il Bidello, l’oste e il libraio, il vasaio e tanti altri ancora. Forse servirà più di tanti saggi e riassaggi dove ormai per quel che mi riguarda ho detto quasi tutto e che sarebbero inutilmente utili solo a chi non avesse avuto orecchie per udire e occhi per vedere. Ne ho contati di quei pamphletti da quando ho riposto il gesso, il compasso e la cattedra, tanti forse troppi, più di un centinaio, decisamente oltre il repetita iuvant. Ora mi taccio per un po’ e mi dedico al recitare e sceneggiare com’era nella mia inevasa passione giovanile. Avrete mie notizie prima o poi.

Ecco l’anteprima di un canovaccio che troverete anche qui: https://www.libreriauniversitaria.it/commedia-citta-educante-canovaccio-messa/libro/9791220353632

Argumento ed ordine della comedia

Son queste le materie principali intessute insieme ne la presente comedia:la protervia, l’insipienza,il dominio, la gaiezza, il sapere, l’erranza, la natura, la città.

In tristitia hilaris,in hilaritate tristis

Antiprologo

C’era forse abbisogna di codesta commedia? A questo punto s’immagina proprio di si. L’ autore e i suoi sodali anelano che le genti si cimentino nell’educarsi e nell’acquisir saperi e poteri andando, sbirciando e facendo, errando e speculando. In tempi di tante pestilenze nom val la pena carcerarsi e attendere ch il male trionfi. Vale allora sortire e muoversi a piccole bande per calli e campielli, per esedre e piazzette, corti e cortili, botteghe e chiostri, per tratturi e sentieri, per cupe e radure. Vale senza alcuna dubitazione aggrupparsi e cercare, dialogare e trovare il senso della vita e dei saperi sperimentando il bello e il brutto la scienza e la coscienza, la gramatica, il corpo e le liberalità. Orsù muoviamoci e partiamo per l’unica avventura plausibile e gaia dell’apprendimento. Alla malora gli accademici e gli scribi, i notabili e i notai o i falsi chierici novizi che imposero o ipocritamente mantennero, fingendo mutazioni virtuose, una schola reclusa e ad usum delphini.

Proprologo

Dove è ito quel furfante, schena da bastonate, che deve far il prologo? Signori, la comedia sarà senza prologo; e non importa, perché non è necessario che vi sii: la materia, il suggetto, il modo ed ordine e circonstanze di quella, vi dico che vi si farran presenti per ordine, e vi sarran poste avanti a gli occhi per ordine: il che è molto meglio che si per ordine vi fussero narrati. Questa è una specie di tela, ch’ha l’ordimento e tessitura insieme: chi la può capir, la capisca; chi la vuol intendere, l’intenda. Ma non lascierò per questo di avertirvi che dovete pensare di essere in una regalissima città indegna di cotali governanti. Questa casa di quinte che vedete cqua formata, guardatevi, pur voi, che non vi faccian vedovi di qualche cosa che portate adosso: — cqua costoro stenderranno le sue rete, e zara a chi tocca. Da questa parte, si va dalla Candelaia e poi dal Mentore Jean e dai sodali, quinci dal podestate che l’urbe governa e dalle bande delle genti honeste. Eccovi avanti gli occhii ociosi principii, debili orditure, vani pensieri, frivole speranze, scoppiamenti dipetto, scoverture di corde, falsi presupposti, alienazion di mente, poetici furori, offuscamento di sensi, turbazion di fantasia, smarrito peregrinaggio d’intelletto, fede sfrenate, cure insensate, studi incerti, somenze intempestive e gloriosi frutti di pazzia. Prosopopeia e maestà, infingarde promesse e coraggiosi aneliti di verità e saggezza. Vedrete come bande, mentori e mentòre addurranno al sapere picciole, piccili e grandi con gaiezza e naturalezza. Eccovi presente in questo nuovo mondo d’esperienza, un’acutezza da far lacrimar gli occhi, gricciar i capelli, stuppefar i denti, petar, rizzar, tussir e starnutare; eccovi un di compositor di libri bene meriti di republica, postillatori, glosatori, construttori, metodici, additori, scoliatori, traduttori, interpreti, compendiarii, dialetticarii novelli, apparitori con una grammatica nova, un dizionario novo, un lexicon, una varia lectio, un approvator d’autori, un approvato autentico, con epigrammi greci, ebrei, latini, italiani, spagnoli, francesi, posti in fronte libri. Ma pure quindi procedeno febbre quartane, cancheri spirituali, pensieri manchi di peso, sciocchezze traboccanti, intoppi baccellieri, granchiate maestre e sdrucciolate da fiaccars’il collo; oltre, il voler che spinge, il saper ch’appressa, il far che frutta, e diligenza madre de gli effetti. In conclusione, vedrete in tutto non esser cosa di sicuro, ma assai di negocio, difetto a bastanza, poco di bello e nulla di buono. Fino a quando non trionfi il sapere e il fare misti insieme in uno splendido florilegio di sensi, verbi e figure.

Per chi si impegnasse in un progetto di messa in scena a scuola, nel quartiere, nel condominio, in una associazione, a teatro c’è la possibilità di richiedere il copione in PDF scrivendo a: researt49@gmail.com

Giuseppe Campagnoli 9 Gennaio 2022