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Diffondere l’educazione per cambiare la società

Giuseppe Campagnoli 22 Novembre 2020

« Il gran torto degli educatori è il volere che ai giovani piaccia quello che piace alla vecchiezza o alla maturità, che la vita giovanile non differisca dalla matura, di voler sopprimere la differenza dei gusti e dei desideri; di volere che gli ammaestramenti, i comandi e la forza della necessità suppliscano all’esperienza.. »

Giacomo Leopardi. Zibaldone 1824

«Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudonoo vengono rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme,Manicomi, Scuole chiuse e scuole che sembrano aperte, colorate,suadenti, accattivanti e ruffiane… Ministeri, Conventi, Centri Commerciali,Stadi e Villaggi Outlet, Social Network… Codeste pubbliche e private architetture reali e virtuali son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali. Difesa contro il delitto – contro la morte – contro lo straniero- contro il disordine – contro la solitudine – palliativi contro la povertà a vantaggio del consumo sfrenato – contro tutto ciò che impaurisce l’uomo abbandonato a sé stesso: il vigliacco eterno che fabbrica leggi, società e mercati come bastioni e trincee veri o fittizi alla sua tremebondaggine.Vi sono sinistri magazzini e opifici di uomini cattivi in città e in campagna e sulle rive del mare – davanti a’ quali non si passa senza terrore. Facciamone a meno se possibile».

Giovanni Papini, Chiudiamo le scuole 1914

L’educazione diffusa

“L’educazione diffusa è un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale. È tempo di rimettere bambini e bambine, ragazzi e ragazze in circolazione nella società che, a sua volta, deveassumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo e formativo. La scuola dove ridursi a una base, un portale ove organizzare attivitàche devono poi realizzarsi nei mondi aperti del reale, tramiteun progressivo adeguamento reciproco delle esigenze delle attivitàpubbliche e private interessate, degli insegnanti, dei ragazzie bambini stessi. All’apprendimento chiuso e iperprotettivo della scuola, privo di motivazione e connessione con la realtà, si sostituisce progressivamente un apprendimento realizzato con esperienze concrete da rielaborare e condividere. Non più insegnanti di discipline ma educatori, méntori, guide, conduttori capaci di agevolare i percorsi di interconnessione e indurre sempre maggiore autonomia e autorganizzazione. I ragazzi e i bambini nel mondo costituiranno una nuova linfa da troppo tempo emarginata e costringeranno la società e il lavoro a ripensarsi, a rallentare e a interrogarsi. È un atto politico portare questo modello nella società. È un impegno,una scommessa e una prospettiva di vita sensata che chiediamodi sottoscrivere impegnandosi a divulgare l’idea e il progettoper trasformarlo in esperienze diffuse nel territorio.”

Dal Manifesto dell’educazione diffusa AA.VV. 30/07/2018

L’ educazione diffusa per immagini.

La prima è l’immagine che sta diventando l’emblema internazionale dell’educazione diffusa.

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Il racconto continua: l’educazione diffusa per una città educante

La scuola diffusa: oltre le  aule. Una storia da raccontare.

 

Tutto cominciò negli anni settanta, quando tra la progettazione di scuole materne, medie ed elementari ispirate a principi di apertura e di flessibilità degli spazi verso l’esterno, gli insegnamenti sulla città analoga che si autocostruisce collettivamente e determina il suo stile di Aldo Rossi, le letture di Ivan Illich e Paulo Freire e i ricordi personali della crescita in una scuola rurale con il metodo Freinet iniziò la mia storia di architetto, di insegnante e di direttore di scuole d’arte. Tanta strada da lì in poi fino alla pubblicazione del Manifesto della educazione diffusa, agli appunti di architettura della città educante che presto diventeranno un libro dettagliato e pieno di suggerimenti e consigli per le trasformazioni urbane necessarie ad una città che accoglie ed induce l’educazione diffusa. Non ultimo una specie di manualetto di istruzioni che Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli stanno preparando ad uso di insegnanti, scuola, educatori, famiglie e associazioni.

 

La mia classe en plein air. Giuseppe Campagnoli 2013

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Nel tempo, la ricerca sull’architettura per l’apprendimento e su quella che in Italia si chiama ancora edilizia scolastica e altrove education facilities o school building ha avuto evoluzioni e involuzioniin una specie di andirivieni culturale. Oggi anche nelle avanguardie degli innovativi spazi per la scuola non tutto oro è quel che riluce e per mia esperienza ho constatato, come diceva Manfredo Tafuri, che almeno 9  libri su 10 vanno letti in diagonale. Accade così anche nei progetti e nella ricerca. Non ho visto nella saggistica e negli esperimenti concreti in Europa e nel mondo nulla di veramente nuovo e rivoluzionario. Il cambiamento può nascere da un’idea che era già in nuce nel mio libro “L’architettura della scuola” edito da Franco Angeli, Milano nel 2007. Il volumetto suggeriva, dopo anni di ricerche e progetti, una concezione innovativa degli spazi per l’apprendere. E’ il momento di intraprendere la strada per un dibattito più ampio e, auspicabilmente, una sua sperimentazione concreta.

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Nel capitolo  “I principi stilistici e architettonici per una progettazione non di maniera” del mio libro L’architettura della scuolasi legge, tra l’altro:  “ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”. “La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”  Da qui, dopo quasi tre anni di studi e la partecipazione ad un Concorso Internazionale bandito da Achitecture for Humanity: “The classroom for the future” hanno avuto origine i primi documenti teorici  sulla “Scuola diffusa” pubblicati su Educationdue.0 nel  2011 e nel 2012 cui hanno fatto seguito altri interventi su riviste specializzate e sulla stampa. Due piccoli pamplhetdi architettura autoprodotti hanno completato il quadro. L’incontro cruciale con il professore di filosofia dell’educazione a Milano Bicocca Paolo Mottana e la sua Controeducazione ha chiuso il cerchio magico della mia storia tra educazione ed architettura.

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È tempo di vera educazione diffusa.

Speriamo in un reale cambiamento coraggioso.

Ne sto sentendo un po’ troppe sulla scuola in questi tempi difficili e anche pericolosi. Si sparpagliano qua e là, le parole “educazione diffusa“, “città educante“ “scuola oltre le mura“ “scuola diffusa” spesso a sproposito e senza riferire le fonti o le origini delle idee in una confusa deriva spesso anche esibizionista che spero non nasconda un’ appropriazione selvaggia, distorta o annacquata dell’idea di educazione diffusa, facendo dimenticare la cifra radicale della versione originaria per contrabbandarla con qualche passeggiata in cortile, in piazza o in giardino o con contaminazioni non audaci ma decisamente azzardate in senso conservativo. Il nostro progetto è fuori dal solito recinto che raccoglie, seppure ai suoi margini, delle spinte innovatrici in genere non intenzionate ad oltrepassare l’attuale paradigma educativo. Il panorama di oggi sempre di più contiene o costringe molte esperienze, un tempo d’avanguardia, le digerisce e le omologa attraverso un certo establishment pedagogico, sedicente progressista, che le travasa spesso alla rinfusa in appelli, manifesti, reti, gruppi ed eterei gruppuscoli. Ne avevo già scritto preoccupato in tante occasioni anche prima dell’attuale emergenza. Mai però come ora si è scatenata una bulimia di interventi in campo scolastico, pedagogico, didattico, istruttivo, ludico, addestrativo. Vorrei citare per questo i riferimenti di alcuni articoli che già evocavano qualche pericolo di confusione , come utile promemoria e guida per una specie di autocritica collettiva. Insieme a me ne scriveva in perfetta sintonia anche il mio amico Paolo Mottana, il cuore della filosofia dell’educazione diffusa. I titoli emblematici raccontavano di compiti a casa, di bambini e ragazzi che abitano il mondo, di paure dell’educazione diffusa, di scuola immobile e del fatto che il radicale cambiamento non si riduce ad una semplice ripetuta uscita dall’edificio scolastico per fare sempre le stesse cose come in una specie di ora d’aria.

https://comune-info.net/sui-compiti-a-casa/

https://comune-info.net/che-bambini-e-ragazzi-abitino-il-mondo/

https://comune-info.net/chi-ha-paura-delleducazione-diffusa/

https://comune-info.net/la-gita-non-e-educazione-diffusa/

https://comune-info.net/almanacco-di-una-scuola-immobile/

Per una doverosa puntualizzazione e per rimarcare il concetto originale di “educazione diffusa”riepilogo in breve i capisaldi dell’idea attraverso alcuni passi del recente volume di istruzioni seguite al manifesto che in meno di due anni ha raccolto centinaia di entusiastiche adesioni attive.

E’ appena il caso di osservare come le nostre idee teoriche e soprattutto pratiche potrebbero mirabilmente aiutare nella fase di riapertura in sicurezza delle attività educative proprio scongiurando i pericolosi assembramenti di una scuola reclusa ed obbligata tra le quattro mura dell’obsoleto contenitore scolastico.

La pedagogia. (Paolo Mottana)

Esperienza ed educazione incidentale in un curricolo.

“Un curricolo come si può intuire, un po’ diverso. Parliamoci chiaro, se vogliamo costruire percorsi di apprendimento autentico, dall’esperienza, centrati sulla partecipazione e il coinvolgimento sociale, culturale, affettivo dei bambini e dei ragazzi, dobbiamo lasciarci alle spalle l’idea tutta scolastica delle discipline, almeno così come le abbiamo intese finora e di tutto il bailamme di prove, lezioni e interrogazioni che si trascina dietro. Basta con tutto questo e basta con un sapere fatto a pezzi, mutilato e inutilizzabile.
Il curricolo che vi proponiamo, del tutto riformabile, manipolabile e trasformabile è fondato su alcune grandi aree di esperienza le quali, peraltro, possono intrecciarsi continuamente. Ma è dovuto per amore di stile, e anche per dare risposta a una delle domande amletiche che corrugano le fronti di genitori e insegnanti che si affacciamo su questo nuovo orizzonte. Tenendo conto che ahinoi tutti abbiamo, come già detto, insieme alla storia e alle scienze, interiorizzato quella “scuola interna”, nocivissima, che ci fa percepire come incomprensibile e inutile tutto ciò che non sia ispirato dall’idea illuministica di discipline separate e irrimediabilmente incomponibili tra loro e soprattutto con le esigenze vitali di bambini e adolescenti.

  1. Area della natura: bambini e adolescenti necessitano, specie dopo l’avvento della civiltà industriale e del suo vessillo congestionato, la città contemporanea, di vivere esperienze in natura, o almeno di quella che è rimasta e che ogni giorno soffre di nuovi attacchi e distruzioni…
  2. Area del servizio civile: come noto, noi abbiamo messo fuori gioco i minori dal poter offrire il loro contributo alla vita e ai problemi sociali, trasformandoli così, invece che in ricchezza (so di far godere con questa frase qualche businessman dell’educazione) in pesi e in costi poco ammortizzabili (tranne ovviamente per il loro ruolo precipuo di consumatori). Ebbene invece noi siamo convinti che i ragazzi possano fare molto, in termini di aiuto, servizio e collaborazione in tante iniziative di cura e solidarietà…
  3. Area del lavoro: messi fuori dal mondo del lavoro per motivi anche nobili, oggi però i ragazzi hanno una possibilità e noi crediamo una gran voglia di fare cose proprio in quel mondo: il lavoro può essere anche un campo di esperienza straordinario, oltre che un luogo dove si subisce sfruttamento e oppressione. Noi vogliamo propiziare esperienze e quindi trovare soggetti che aiutino i ragazzi non solo a guardare ma anche a fare in modo istruttivo e gratificante vere e proprie attività di lavoro: ancora una volta nelle botteghe, nei ristoranti, nelle cucine, nelle aziende artigiane, nelle officine, negli alberghi, nelle attività creative (design, grafica, illustrazione, fotografia, video, ecc.), in aziende eticamente accettabili (lo sappiamo, argomento spinoso ma a nostro giudizio fondamentale, non si può sperimentare il lavoro dove si sfrutta o si produce merce che uccide o opprime o inquina il mondo, sorry)…
  4. Area della cultura simbolica: defraudati da secoli di dispregio e emarginazione della grande cultura simbolica e del suo patrimonio di esperienza vitale a favore di un apprendimento astratto e disciplinare, bambini e ragazzi devono anzitutto ripartire da lì: dunque musica, teatro, arte, letteratura, cinema, danza, fotografia, dove si possa esprimere il grande serbatoio della loro creatività, della loro voglia di comunicare simbolicamente, di mettere in scena il proprio corpo vivente ma anche e soprattutto di entrarvi in contatto, per godere e nutrirsi appieno dell’immenso patrimonio immaginario della cultura umana. E non si tratta tanto di imparare storie e manuali di cinema, arte o letteratura ma di viverla, conoscendo autori, visitando le camere e i luoghi dei poeti, imparando a leggerli e a costruire spettacoli sulle loro opere, si tratta di organizzare eventi teatrali, di danza, di incontrare maestri e fare stage, di scrivere e creare film, di fare reportage, di arricchire zone e quartieri con opere d’arte, con la musica, con il teatro…
  5. Area del corpo: negletta e neglettissima, la regione delle esperienze corporee va assolutamente posta tra quelle da curare con maggior impegno nell’educazione gaia e diffusa, anche perché, per dire una ovvietà, bambini e ragazzi sono soprattutto corpo e i loro corpi vanno accuditi, lavorati, curati, formati, affinati: quindi, oltre allo sport, unica attività pagana concessa nei nostri istituti penitenziali, largo a tutto il resto: arti marziali (molto importanti per dare forma all’aggressività e all’eros, specie se arti effettuate in gruppi misti per genere), bioenergetica, massaggio, cultura e pratica dell’autoguarigione, yoga, meditazione, un’educazione sessuale all’altezza della loro età e delle loro giuste e focose esigenze, laicissima e articolatissima, esperienze acquatiche, boschive, aeree e terrestri (dall’arrampicata sugli alberi alla lotta nel fango). Dalle saune agli idromassaggi e così via, cercando tutte le risorse disponibili in zona…
    “Se poi nel programmare si valuterà che certi saperi giudicati indispensabili sono troppo sacrificati si potranno sempre predisporre laboratori o seminari specifici: che siano però giustificati fondatamente, non per far rientrare dalla finestra la “scuola tradizionale” giustamente cacciata dalla porta…

  • Organizzazione discreta

    Non ci si fasci la testa con l’ansia da programmazione. Qui, cioè nella gaia educazione diffusa, entriamo in un altro mondo. Si programma non per ore ma per esperienze. Voi direte, sì bravo però le ore sono ore… Ok, però attenzione: avendo a disposizione insegnanti con il doppio d’ore (sempre nel pubblico, ovviamente…
    “Comunque vanno progettate ampie attività o esperienze, tipo: per due mesi allestimento spettacolo teatrale tutti i lunedì e venerdì mattina. Oppure: lavori di manutenzione al giardino tutti i mercoledì pomeriggio. Oppure frequenza al corso di danza per due ore il giovedì nella seconda mattinata. E così via. La programmazione dovrebbe essere per unità macro anche per evitare le corse da un punto all’altro del territorio. Sapere che per una giornata si sta nello stesso posto è più rassicurante che doversi spostare in più luoghi diversi. Se questo accade occorre sempre lasciare ampi margini tra la fine di un’attività e l’altra.”

L’architettura (Giuseppe Campagnoli)

La città diventa educante

«Coraggio (o temerarietà), danari (poi non tanti…) e buon (o cattivo) senso

1. In una prima fase i centri storici e l’immediata periferia dovranno diventare totalmente pedonali e ciclabili disegnando una rete di linee sicure per bambini, ragazzi, anziani, disabili e comunque per tutti, guidate da colori e indicazioni chiare e stimolanti. Basta una delibera e un’ordinanza.

2. Accordi e convenzioni con vari luoghi (botteghe, orti urbani, agricoltori, musei, teatri, laboratori, centri sociali e di quartiere, residences di accoglienza di migranti ) che fanno da tappe durante i percorsi in città e campagna. Bastano accordi di programma, protocolli e intese promosse dai presidi e dai sindaci o da uno di questi.

3. Dovrà essere costruita nel tempo una rete di piste ciclabili e pedonali o ampliata dove già esistesse purché protetta dal traffico veicolare (con quinte di verde, paraventi mobili e strutture disegnata e costruita in modo partecipato. Il traffico veicolare va contenuto e ridotto drasticamente e progressivamente con ordinanze e determine per fermarlo ai limiti urbani e rurali magari costruendo degli hot spots di raccordo con terminal di bus elettrici, cicli e monopattini e piccoli tram urbani, nell’intento di rallentare i tempi e ricondurre la vita ad una forma sostenibile per tutti. Alla faccia della stupida corsa al profitto!

Molte città e molte associazioni hanno provato con convegni, progetti, iniziative a rendere autonomi i bambini e ragazzi nella città. L’unico grave difetto è averlo voluto fare dentro il recinto di spazi, di regole, di orari e programmi della scuola attuale senza pensare ad un suo ribaltamento seppure possibile anche dentro le norme attuali, con sperimentazioni e spazi dell’autonomia, con accordi e sinergie con chi gestisce e chi vive la città. Credo che solo dentro un progetto come quello dell’educazione diffusa si possa veramente liberare l’uso della città in funzione educante e fare sempre di più a meno di reclusori scolastici più o meno mitigati.

Quali sono allora i passi minimi da fare?

• Una o più scuole insieme a genitori, insegnanti, associazioni fanno un accordo con il sindaco, (o con il sindaco e il capo della moribonda provincia nel caso di una scuola secondaria di secondo grado) con associazioni di artigiani e mercanti, con i capi di musei, teatri etc. e preparano la rete delle “vie” e la mappa dei luoghi da connettere alla base (l’ex edificio scolastico, il nuovo portale, l’edificio pubblico o privato trasformato ad hoc…) ed eventualmente da modificare e riadattare con un piano a breve, medio o lungo termine.

• Le scuole , i docenti, le famiglie le associazioni, anche in seguito agli accordi col territorio trasformano, nel caso non vi fosse altra soluzione per un portale ad hoc, il reclusorio scolastico in una base aperta, senza aule e corridoi, senza uffici (espulsi altrove) ma con spazi comuni, aperti, biblioteche, auditorium etc.

• si rivoluzionerà il tempo scuola e il cosa-scuola applicando l’educazione diffusa, le aree di esperienza, i mentori e gli esperti, la libertà e la curiosità, la gaia ricerca e l’apertura delle menti di tutti, nessuno escluso, in un progetto-canovaccio da condividere e far partire per un anno intero di prova.

• la scuola, le famiglie, le associazioni, i municipi, i privati coraggiosi e non mercantili aiutano con oboli, tempo libero e contributi in natura, a sostenere l’iniziativa.

• In definitiva, per cominciare, ma solo per cominciare, si potrà costituire modularmente una splendida alleanza per organizzare e realizzare anche in piccolo una bella città educante”

Ben venga chi è desideroso di contribuire a questo progetto per migliorarlo, per integrarlo, per diffonderlo, per programmarne sperimentazioni e “prove generali” in diverse realtà territoriali magari approfittando della svolta che comunque la società dovrebbe virtuosamente avere nella fase di transizione dall’emergenza a quello che sarà il “dopo” e che tutti dovremmo contribuire a costruire diversamente, molto diversamente dal “prima”.

Giuseppe Campagnoli 1 Maggio 2020

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Diario diffuso

19 Marzo 2020. Mi sono unito al coro spesso dissonante di questi giorni. Non mi sento di scrivere nulla di nuovo né di eclatante e neppure di pontificare, moralizzare o scrufugliare in questo difficile tempo dove l’impegno e il silenzio forse sono gli unici valori possibili. Mi limito ad esplorare tra le righe di un nuovo racconto sull’educazione diffusa che può sopravvivere in presenza come a distanza, nell’aere come nei territori fisici della città e della natura che non si pone confini con tutte le forze visibili e invisibili che l’uomo usa a volte bene a volte male. Nelle nostre riflessioni  ci sono tante risposte implicite ed esplicite a tante domande che girano vorticosamente in queste ore o che ci sono state ripetute nelle nostre peregrinazioni lunghe tre anni in tutta Italia, quasi sempre da evangelizzatori piuttosto che imbonitori.

Il mondo dell’educazione diffusa come è noto non è e non può essere solo la dimensione fisica ma anche quella ideale dello spirito (vedi il ki orientale) ovvero della città analoga e stratificata tra suolo e mente dove le distanze a qualsiasi causa dovute sono come il ma-ai e il cosiddetto terzo occhio che non dividono ma uniscono a volte assai di più di una toccata e fuga o di una stretta di mano. Ognuno di questi giorni di lazzaretto virtuale e reale ha lasciato un segno immaginario diverso che si può raccontare senza esasperata emotività ma anche senza distacco. La fantasia e la simbologia giocano  un ruolo essenziale in certi momenti critici.

Hanno chiuso le scuole, le chiese, gli stadi, i mercati, i cinema, i musei e i teatri. E ci hanno imposto solo un filo tra noi. Ma la mente è ancora libera e il corpo anche. Le forze dell’aere ci vengono in soccorso. Parliamo, ci vediamo, ascoltiamo ancora. L’ eco e il vento sono con noi. Diffondiamoci e diffondiamo. Sparpagliati ma legati negli spiriti muoviamo passi leggeri da soli ma non soli. Uno verso il bosco, l’altro a qualche metro in radura. E sulla riva del mare, dentro l’anfiteatro, la corte e la via, in mezzo alla piazza vuoti ma visibili dagli altri occhi lontani che la forza ci consente. Questa ci fa parlare, dialogare, vedere, scambiare, suonare insieme anche se un po’ distanti proprio come le danzatrici del tiaso che appena si sfiorano le dita ma riescono a muoversi all’unisono in mosse leggere. Scriviamo pensieri e storie sul foglio lanciato nel prato o sulla vitrea tavoletta moderna mentre osserviamo le case, le selve, le pietre, i numeri e leggiamo i racconti che rimbalzano in aria , le formule, le immagini e i suoni tutti insieme dalla stessa mente non più divisa tra vecchie inutili stanze.

Approfittiamo del fatto che i muri non contengono più a forza frotte di bimbi e giovani, per immaginare un graduale ma deciso e mirabile ritorno tra campi e giardini, piazze, teatri e cortili  non trovando  più aule, corridoi, banchi tondi quadrati, in giro e in quadrato ma tanti altri spazi e tanti altri luoghi sparsi per le stesse città e campagne ripensati dopo questa triste pausa di riflessione indotta da un pericoloso ma forse non del tutto inutile deus ex machina.

Cogliamo l’attimo per cambiare finalmente in educazione, in salute, in mobilità, in cultura, in economia. Il perfido deus ci sta proponendo una forte sveglia. Approfittiamone noi e non permettiamo che ne approfittino, come pare stiano già facendo, i potenti e i devastatori del pianeta e dopo questa introspezione forzata riflettiamo su ciò che non serve o serve a pochi, su ciò che sta distruggendo natura e città, su chi non perde mai tempo per sfruttare, escludere, speculare, dominare. E cominciamo ad agire in comune diffusamente e liberamente. Aprendo e demolendo tutti i recinti reali e virtuali che pretendono di costringerci. Dopo esserci scritti belle lettere e fatti le lontananze da balconi, finestre e da un lato all’altro della strada e della rete ritroviamoci presto  non più segregati e immobili ma in una bella città in mutamento e in una natura in rinascita. Spes dea ultima.

Giuseppe Campagnoli 19 Marzo 2020

 

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L’educazione diffusa si potrà fare solo tutti insieme

Nel panorama delle iniziative e delle condivisioni sul tema della educazione diffusa e della città educante credo si stia facendo ancora un po’ di confusione, muovendosi tra le esperienze in atto delle cento scuole e scuolette private e parentali, del bosco, della campagna, della radura e i filoni storicamente consolidati come le scuole Montessori (con diverse etichette spesso contrapposte), il movimento di cooperazione educativa, le scuole steineriane, quelle ispirate a Don Milani et coetera.

Per il mio punto di vista, che oltre ad essere quello di un uomo che nella scuola ha passato una vita in ruoli diversi è anche quello di un architetto che ha una visone pedagogica e formativa di una possibile evoluzione della città e del territorio, l’educazione diffusa è una specie di repertorio ragionato ed assolutamente integrato di tutte le buone esperienze presenti e passate  in una nuova, rivoluzionaria e complessa visione, di tutto il moderno, il non classista e antimercantile che persiste nelle varie teorie e nelle varie esperienze sparse per il mondo. Una costante tra le nuove e le vecchie idee, seppure ancora innovative, dovrebbe essere quella di proiettare, non occasionalmente, ma definitivamente, l’educazione fuori dai luoghi istituzionalmente e burocraticamente dedicati e a considerarla totalizzante, libera da programmi, discipline, orari, classificazioni, esami e funzioni che non siano quelle della crescita e dello sviluppo della creatività e della curiosità della persona che solo così potrà anche apprendere per sé e per la comunità. Al tempo stesso che l’educazione e la scuola (se vogliamo ancora chiamarla così) siano scevre da etichette, bolllini, sponsors, coacervi settari e imprimatur di vario genere. Tutti i movimenti e le iniziative che si ispirano liberamente, ma condividendone il senso e i principi, al Manifesto della educazione diffusa  fanno dei passi avanti verso la città educante e una educazione veramente rivoluzionaria. E’ allora indispensabile che accanto alla trasformazione dei luoghi della città avvenga, gradualmente ma radicalmente, una trasformazione del concetto di educazione  senza equivoci e possibilmente in modo collettivo anche quando si avviano dall’interno della scuola pubblica o delle istituzioni che rappresentano e governano le città e i territori.

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Mi piace pensare che in campo educativo non sia utile nè serio dividersi in tante teorie, piccole o grandi sette, iniziative spurie, a volte effimere e a volte ridondanti, presuntuose e che spesso presentano caratteri di conservazione, di élite, per esibire le proprie etichette e i propri marchi o bollini nei convegni, nei seminari e nel confronto pubblico, come pure nella realtà scolastica. Come gioveranno tutte queste kermesses al cambiamento dell’educazione e della città che in sostanza mi pare siano ancora le stesse e in qualche caso anche peggiorate? Mi parrebbe più saggio cercare e trovare punti di incontro solidi e reali per rifondare, con il contributo di tutti, un pensiero educativo rivoluzionario, multiforme ma non contraddittorio o decisamente datato o autoreferenziale. L’apporto culturale e teorico ma soprattuto concreto di tante esperienze storicamente emergenti o nascostamente diffuse è fondamentale e indispensabile per ripartire e far nascere  l’educazione del futuro, quella che rispetto a quella tradizionale e istituzionale noi amiamo chiamare Controeducazione.

La strada è lunga, ma occorre almeno imboccarla, tutti insieme. Siamo ancora nella piazzola di partenza dopo due anni dall’uscita del Manifesto della educazione diffusa e dopo tre dalla pubblicazione del libro  che lo ha ispirato e che, con il valore di  fare tesoro di tanti apporti teorici importanti, ha lanciato l’idea dell’educazione diffusa in una città educante.Facciamo tutti uno sforzo di sintesi e di proposta unitaria per non disperdere delle belle idee e delle belle esperienze in cento rivoli facilmente fagocitati o emarginati dalla scuola padronale e governativa che sovente finge di essere o provare a diventare innovativa.

Giuseppe Campagnoli 7 Ottobre 2019

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Tra le righe di Fourier, Freinet, Ward

 

Rilettura di un architetto della città educante tra le righe di Charles Fourier, Celestine Freinet, Colin Ward.

Per questo non c’è bisogno di precettori. Riflessioni e memorie da un interessante articolo apparso tempo fa nel blog di filosofia di Laurence Bouquet e degli allievi del Liceo Xavier Marmier di Pontarlier: “L’enfance du désir, le philosophe Charles Fourier et la question de l’éducation” 

Aldo Rossi la città analoga

L’educazione diffusa e la città educante sono figlie e sorelle di tante maestre e maestri. Quelli a cui mi piace riferirmi di più, anche per esperienza personale, sono proprio Charles Fourier, Celestine Freinet e Colin Ward, per il loro essere sovversivi nella concezione della vita e dell’educazione. La parola chiave sembra essere la “passione” nell’esperienza, nella ricerca, nell’apprendimento e nella crescita. Allora come oggi, mutatis mutandis le persone sono animate dalle medesime passioni: ambizione, invidia, desiderio di ricchezza ed onori, ricerca di piaceri di ogni sorta. La loro indiscriminata repressione, il freno imposto a favore della ragione a tutti i costi impedisce alle passioni di svilupparsi in senso positivo e in direzione dell’umanità e dell’armonia sociale. Il mondo cosiddetto civilizzato cammina “sulla testa” e le passioni vere e sincere potrebbero distruggerlo soprattutto quando sono fondate sull’empatia e sul rispetto delle persone libere e non delle regole e delle ragioni. Costruire una società o una architettura secondo dei paradigmi imposti comporta assenza quasi totale di libertà, di passione, di esperienza e di creatività. Per questo non c’è bisogno di precettori nè di luoghi dei precetti, come non c’è bisogno di regole e tipologie per pensare e costruire i manufatti (manu-fatti!) del nostro vivere. L’educazione e l’architettura debbono essere processi appassionati e collettivi. La società invece ci pone difronte a valori decisamente contrastanti: quelli dei maestri, come la morale e il sapere e quelli della famiglia, come l’ignoranza e il danaro. Anche la città si trasforma e si evolve in queste contraddizioni in una sintesi perversa dell’agire ciascuno contro tutti, dove man mano che si cresce non si è più capaci di uscire dalla società a cui si è condannati dall’economia, dall’educazione, dalla forma e dalla sostanza dell’ambiente in cui si è costretti a vivere. La passione, il disinteresse e la voglia di fare dell’infanzia dovrebbero permeare tutte le età e diventare il carattere essenziale di una educazione diffusa ed esperienziale così come l’impeto e il sapere indotto dal fare che ispirava i costruttori delle cattedrali gotiche e delle città medievali come delle architetture collettive aborigene di ogni parte del mondo. Al contempo diventa essenziale il legame tra generazioni, un legame non di tradizioni e ricordi ma di esperienze comuni, di mentori reciproci.

La città sostenibile

Le cose umane passano attraverso il tempo e si interpolano mirabilmente per ingenerare attraverso l’armonia continue novità generate da passione e curiosità da ricerca indietro e vanti nel tempo.

“A l’inverse l’harmonie engendre la nouveauté, elle met les institutions au service du désir ou plutôt des passions multiples, elle ne soumet pas le désir aux institutions. Elle n’impose pas à l’homme une seconde nature qui tout au plus dissimule les penchants qu’elle prétend combattre. L’éducation sociétaire ne contraint pas la nature, elle l’accompagne. Il s’agit non de transformer l’individu, mais de tout faire pour empêcher l’arrêt de son développement naturel. La nature chez n’est pas une essence fixe permettant de définir l’homme ; il la conçoit plutôt comme un principe de production du divers à partir des  passions fondamentales qui nous habitent.”

Non bisogna sottomettere il desiderio, la passione e la curiosità alle istituzioni perchè l’educazione non deve coartare la natura ma assecondarla e consentire all’uomo di svilupparsi non di trasformarsi ad uso e consumo di qualcun altro. L’educazione non può imporre un fine prestabilito e preordinato ma scoprire e attualizzare le infinite possibilità dell’essere umano senza selezioni e senza costrizioni. Perfino la suddivisione classificatoria tra infanzia adolescenza ed età adulta è una povertà semantica che maschera realtà ben più complesse e intrecciate.       « Nourrissons et nourrissonnes 0 à 9 mois, poupons et pouponnes 9 à 21 mois, lutins et lutines 21 à 36 mois, bambins et bambines 36 à 4 ½ ans, chérubins et chérubines 4 ½ à 6 ½ ans, séraphins et séraphines 6 ½ à 9 ans, lycéens et lycéennes 9 à 12 ans, gymnasiens et gymnasiennes 12 à 15 ans, jouvenceaux et jouvencelles 15 à 19 ans »

Marciapiedi diffusi

Celestine Freinet propaga, espande ed applica tutto questo nella sua “pedagogia sovversiva” per non svilire il gusto innato di apprendere dentro schemi preordinati e muri fisici e mentali. E allora esperienza,studio e ricerca fuori dalle mura scolastiche, apprendimento condiviso e reciproco,autoorganizzazione della vita collettiva con attenzione alla singolarità di ciascuno (per inciso la mia formazione elementare con i miei maestri di casa, di bottega e di vita) cercando di non separare l’educazione dalla vita e quindi la scuola dalla vita. In una frase tutta un’ idea di educazione: «Come interessare Giuseppe alla lettura e alla scrittura che lo lasciano indifferente, mentre era interessantissimo, secondo le stagioni, alle lumache che custodiva vive nelle sue scatole mal chiuse, ai suoi insetti e alle sue cicale che cantavano nel momento meno opportuno?»

La classe. Celestine Freinet

Le stesse domande e pressappoco le stesse risposte in Colin Ward che singolarmente era un architetto, un amante del fare arte, un insegnante, un direttore di scuola, un figlio di maestri proprio come colui che scrive. L’incidentalità dell’educazione oltrepassa le barriere delle istituzioni “famiglia” e “scuola”. per le strade, nei boschi,negli spazi di gioco, sui bus, nei negozi e nelle botteghe, nelle campagne e e nelle officine si trovano i luoghi vitali pieni di opportuinità educative straordinarie.La creatività, l’intraprendenza, la passione sono i motori dell’apprendere non strutturato e non programmato “sulle” persone per gli scopi spesso venali delle istituzioni. “I moderni sistemi scolastici hanno isolato ogni forma di sapere esperienziale, hanno standardizzato e unificato i profili di uscita degli studenti, hanno omologato criteri e metodi di valutazione che pesano fortemente sull’insegnare e sull’apprendere” (Francesco Codello in “L’educazione incidentale Eleuthera Milano 2018)

Da tutto questo e tanto altro nel 2017  l’educazione diffusa per una città educante 

Giuseppe Campagnoli 23 Settembre 2019

 

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Roma VII Municipio: intorno all’educazione diffusa.

 

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Un bell’incontro di autoformazione sul tema della comunità per l’educazione diffusa  il 30 Maggio scorso a Roma presso il centro di aggregazione giovanile Scholè del VII Municipio di Roma nell’ambito dell’iniziativa Comunità educante diffusa promossa dall’assessore Elena De Santis.

L’dea di città educante per oltrepassare la scuola di oggi è stata illustrata presentando i contenuti del Manifesto della educazione diffusa, nato ormai tre anni fa e concretizzato in un appello pubblicato nel Luglio 2018 e sottoscritto da oltre 400 persone della scuola e della società civile. Gli interventi teorici del pedagogista Vincenzo Piccione e dello psicologo Filippo Pergola oltre a quelli esperienziali di esponenti di istituzioni e associazioni che si occupano di educazione nel territorio del municipio, hanno fatto da corollario all’essenza dell’incontro, tutta incentrata sul concetto di città educante, chiave di volta della trasformazione dell’attuale paradigma scolastico in un’accezione libertaria, aperta ed in una comunione progressivamente integrata con la città, per contribuire alla sua trasformazione in un luogo accogliente e vivibile, inclusivo e tollerante, occasione di apprendimento, crescita e formazione in ogni suo spazio e attività e in ogni momento della vita.

Personalmente ho potuto apprezzare la varietà di idee presenti nei contesti amministrativi locali che si declinano a volte in modo anche opposto in relazione al territorio in cui operano, contraddicendo, in positivo e inaspettatamente, certi luoghi comuni sulla monoliticità ideologica di certi movimenti del cosiddetto “nuovo che avanza”. Provenendo da un piccolo comune amministrato dalla stessa compagine politica ho constatato come profondamente differenti e piacevolmente contraddittorie possano essere le azioni e le iniziative in campo educativo  in luoghi e situazioni diverse. Le persone e la loro esperienza spesso fanno un’ enorme  differenza nell’approccio con la realtà e la volontà di rivoluzionarla, tanto da non riconoscere a volte la comune origine politica di chi opera e amministra.

1270136e-0839-4d5e-bc80-10eba06dfb01-1.jpgFoto  tratta dalla pagina  della Comunità educante del VII Municipio

Dall’incontro sono emersi punti di vista comuni sul concetto di educazione diffusa che non è uno slogan o un titolo per troppi racconti apparentemente simili ma profondamente diversi. E’ piuttosto una modalità di lento ma forte  ribaltamento dell’istituzione scuola e del concetto di educazione, di istruzione, di formazione decisamente opposti a quelli attuali, ancorché tendenti ad una specie di timida riforma o ad innovazioni che tali in fondo non sono anche per la loro natura teorica e metodologica troppo legata ai paradigmi della società post industriale e mercantilmente tecnologica. Per non dilungarmi vorrei lasciare spazio ad una specie di sintetico report testuale ed audiovisivo del bel pomeriggio dedicato alla diffusione della educazione in una città da trasformare partendo da una prima declinazione sperimentale dell’educazione diffusa.

I principi «attivi», concreti e  fondanti del Manifesto della educazione diffusa si possono   condensare in qualche riga essenziale:

  • L’educazione diffusa è un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale. È tempo di rimettere bambini e bambine, ragazzi e ragazze in circolazione nella società che, a sua volta, deve assumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo e formativo.
  • L’educazione diffusa pone al centro della vita educativa l’esperienza autentica, quella che mobilita tutti i sensi ma soprattutto la forza che li accende, la passione.
  • L’educazione diffusa libera i bambini e i ragazzi, le bambine e le ragazze, dal giogo della prigionia scolastica: li aiuta a trovare nel quartiere, nel territorio e nella città i luoghi, le opportunità, le attività nelle quali partecipare attivamente per offrire il proprio contributo alla società.
  • L’educazione diffusa trasforma il territorio in una grande risorsa di apprendimento, di scambio, di legame, di cimento, di invenzione societaria, di sperimentazione, al di fuori di ogni logica di mercato, di adattamento passivo, di competizione o di guadagno monetario.
  • Per iniziare a sperimentare l’educazione diffusa occorrono un gruppo di genitori motivati, di insegnanti appassionati e possibilmente un dirigente didattico coraggioso che abbiano voglia di vedere di nuovo allievi vivi che gioiscono dell’imparare e di essere riconosciuti come soggetti a pieno titolo nel mondo.

 

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Da qui anche qualche suggerimento immediatamente operativo:

Strutturare percorsi didattici per macroaree tematiche trasversali e integrate nei diversi linguaggi che stimolino la partecipazione in senso creativo attraverso l’esperienza nel tessuto culturale e sociale di riferimento superando progressivamente la fittizia ripartizione in discipline, le misurazioni, la competizione, i tempi rigidi e contingentati. Realizzare passeggiate cognitive alla scoperta di quartieri, strade, luoghi naturali..

Elaborare insieme ad altri soggetti ipotesi di architettura per trasformare gli spazi individuati nella città educante in luoghi di apprendimento. Avviare sperimentazioni che includano una parte sempre crescente di attività come “scuola aperta” trasformando ed aprendo gli spazi scolastici da ridisegnare come “portali” educanti che possano essere cogestiti anche da genitori e realtà sociali.

 

Stimolare e promuovere politiche di cittadinanza per bambine/i e ragazze/i in ogni settore della vita sociale ed istituzionale nella città.

 

Dedicare parte dei percorsi educativi alle emozioni, alle relazioni, all’introspezione ed agli esercizi di dialogo interiore attraverso l’animazione, il teatro, la musica…

Educazione diffusa al VII Municipio

 

 

Giuseppe Campagnoli 2 Giugno 2019

 

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Cosa vuol dire educazione diffusa?

 

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Educazione diffusa non vuol dire uscire ogni tanto dalle scuole per fare più o meno le stesse cose che si facevano nelle aule, nelle aule speciali, nei laboratori come non vuol dire spostare banchi e sedie e metterli in circolo, a zig zag, uno sopra l’altro e neppure intensificare la perniciosa “progettite” di una pletora di attività esterne estemporanee e spesso solamente ricreative. Educazione diffusa non significa neppure fare le cose consuete o timidamente innovative nei diversi luoghi della città così come sono, senza trasformazioni significative senza mutamenti progressivamente radicali degli spazi, delle forme, delle loro funzioni e usi, dei loro significati. Educazione diffusa non significa sostituire la lezione frontale o altre forme di didattica più o meno avanzata con altrettante sperimentazioni che si pongono sulla stessa linea delle pedagogie imperanti nel mercato educativo in genere di importazione nordeuropea o anglosassone valutate sempre con entusiasmo dai classificatori ufficiali internazionali che rispondono all’imperante modello economico. Significa invece ribaltare lentamente ma decisamente i paradigmi fondamentali dell’educazione, dell’istruzione, della formazione, dell’ insegnamento e dell’apprendimento verso l’esperienza, la ricerca, l’erranza, l’apprendimento incidentale  istintivo e ricco di emozione verso la creatività, la passione e il coinvolgimento, gli unici che in fin dei conti restano non solo nella memoria ma nel nostro io più profondo e permanente.

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Molti sostengono di aver praticato o di praticare tuttora l’educazione diffusa ma in realtà si tratta solo di timide uscite dal seminato istituzionale, comunque tollerate e digerite ampiamente da tutto il sistema del controllo dell’istruzione che a volte si spinge anche a concedere premi e riconoscimenti perchè  sa bene che comunque tali pratiche (spesso considerate best practices) cambieranno poco o nulla dell’apparato educativo che conviene a questo tipo di società del consumo totale e universale. Altri credono, tra i quali molto frequenti gli esperti e docenti delle discipline scientifiche e matematiche, (che, paradossalmente, sono stati proprio i primi nella scuola italiana, a godere di insegnamenti universitari di didattica specifica) che non si possa, per il successo scolastico e professionale, prescindere assolutamente da un insegnamento basato sulla propedeuticità, sulla rigida progressione delle nozioni, sulla ripetizione e sulla restituzione pedante dei saperi, sull’esercizio matto e disperatissimo, proprio in genere delle sole prestazioni materiali e fisiche.

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Occorre svuotarsi di tantissimi stereotipi e cattivissime abitudini, pensare che la nostra mente non può essere costretta dentro schemi e paratie più o meno stagne perché essa agisce in tutte le direzioni simultaneamente in ogni sua parte e connessione e che tutti i linguaggi hanno eguale dignità ed importanza in questo contesto senza gerarchie o classificazioni. Il resto viene da sé: la passione, il talento, l’apprezzamento e l’uso di ciò che si è appreso interessandosi, agendo, coinvolgendosi, risolvendo problemi e contribuendo a trasformare e far crescere la città e l’ambiente in ogni suo aspetto ritornando a farne parte attiva in ogni età della vita.

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Nel corpus del Manifesto della educazione diffusa, ma soprattutto nelle sue appendici e nei modelli suggeriti o nei racconti di ciò che si sta realmente facendo in questa direzione, c’è la spiegazione di che cosa realmente sia l’educazione diffusa e di come si possa cominciare a praticarla. C’è un primo approccio agli strumenti possibili che dovranno essere approntati e predisposti facendo anche tesoro di tutte le altre esperienze pedagogiche innovative e rivoluzionarie che nel tempo hanno provato a mutare radicalmente i concetti di educazione ed istruzione,  per far sì che, comunque sia, anche se in forme, tempi e luoghi diversi, non vengano meno i saperi indispensabili alla vita ed alle sue diverse forme, soprattuto di relazione e di comunità , immerse in una società. he deve cambiare, in modo attivo e partecipe.  C’è l’indicazione di come non si possa assolutamente fare  meno di un ripensamento globale della città, dei territori e  delle loro architetture, dell’abitarli e viverli.

 

Nell’educazione diffusa c’è l’idea di come, nel tempo ma in modo deciso e senza compromessi, si debba fare a meno dell’edilizia scolastica a favore dell’uso dei portali collettivi ben descritti nel testo e che introdurranno e faranno da basi per il diffondersi nella città educante. Anche per questo sono irrinunciabili il sodalizio culturale e la sintonia politica (quella nobile) tra il mondo della scuola pubblica, quello delle amministrazioni illuminate, dell’associazionismo culturale, sociale e del volontariato, dell’architettura e dell’educazione nonché di tutti i cittadini coraggiosi e consapevoli. Non vi sarà educazione diffusa se non si agisce, senza compromessi, timidezze o ipocrisie,  sull’attuale modo di pensare la scuola, la società e il territorio che li ospita. Tutto questo comporta per forza una serie di atti contrari ma  finalmente positivi. Non è facendo finta di innovare quello che c’è, perché resti alla fine tale e quale, che si potrà oltrepassare questa scuola come è nelle nostre idee.

Giuseppe Campagnoli

13 Marzo 2019

 

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Una città educante.Immaginiamo.

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Una piccola città, una rete di scuole coraggiose e un sindaco anch’esso coraggioso. Associazioni, architetti, cittadini, cooperative, mercanti e artigiani tutti coraggiosi. Queste la sceneggiatura e la scenografia minime per cominciare a costruire una città educante. Non si tratta di uscire dalla scuola di tanto in tanto oppure di perpetuare la famigerata progettite, malattia contagiosa della scuola a caccia di fondi e di medaglie per iniziative e attività spesso inutili.  Si tratta di stare in modo permanente nella città reale e nei suoi luoghi ad educare e ad educarsi mentre si vive. Nel frattempo che le scuole e i loro insegnanti e direttori ripensano tempi e metodi dell’educazione in modo radicale e decisamente incompatibile con lo star fermi, anche solo un’ora, in un banco davanti a un propalatore di nozioni o ad una lavagna d’ardesia o elettronica, la città si organizza e si trasforma per accogliere bambini, ragazzi, adulti ed anziani di ogni provenienza per tutto l’arco della giornata, della settimana, del mese, dell’anno. Il sindaco e la sua amministrazione decidono di investire gran parte delle risorse per l’istruzione, per l’edilizia scolastica e culturale, per la mobilità urbana, il commercio, la cultura e i servizi in genere, in un progetto integrato di educazione diffusa che contemporaneamente preserva, trasforma e rende più bella e viva tutta la città. Le associazioni e i gruppi di cittadini contribuiscono e collaborano in varie forme. Si fa un piano urbano flessibile girando per la città e segnalando in una mappa luoghi e spazi adatti a quella virtuosa trasformazione. In un quartiere c’è un complesso di luoghi contigui che comprende una biblioteca, due scuole, un museo e un parco. Diventerà un portale della educazione diffusa, una tana, una base. Le scuole cambieranno forma e saranno collegate fisicamente con la biblioteca e con il museo oltre che con il giardino. Verranno creati ambienti aperti, comuni e flessibili in ogni manufatto, dove ritrovarsi a gruppi e decidere il programma della giornata o della settimana.

 

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Là dei bambini dai 6 ai 10 anni, laggiù ragazzi dagli 11 ai 14,  nell’auditorium, nella biblioteca e nel bar libreria gruppetti di giovani dai 15 ai 19 anni. Più avanti degli adulti ed anziani che recuperano il tempo perduto, che consigliano, aiutano e supportano, che apprendono e condividono con i più giovani. Mèntori ed esperti fanno da catalizzatori e aiutano ad organizzare le attività per aree  tematiche trasversali guidando i gruppi attraverso la città e i luoghi già individuati e attrezzati in precedenza o riscoperti e riadattati alla bisogna. Si parlerà e giocherà con la matematica presso il museo del calcolo e della scienza o presso quell’azienda informatica; si farà arte nelle sale e negli spazi comuni del museo, nell’atelier e nella bottega; la biblioteca e la libreria ospiteranno chi fa ricerca in tutte le direzioni; l’edicola trasformata ad hoc e la redazione del giornale locale ospiteranno giovani e ragazzi che intendessero approfondire le notizie e l’attualità, discuterne e farne un quotidiano; la fattoria, la bottega artigiana e il mercato guideranno nei loro percorsi e nei loro spazi giovani e adulti desiderosi di capire ed approfondire gli aspetti più vari della vita urbana e rurale. Il tempo verrà speso da una parte all’altra, a seconda degli interessi, del bisogno  o del canovaccio predisposto per un complesso di attività, accostandosi ora a un teatro, a una piazza, a una corte, a un orto, al municipio ad un opificio. Secondo un disegno più ampio e condiviso ogni edificio pubblico e molti edifici privati e collettivi saranno costruiti, recuperati, trasformati o modificati con una azione collettiva di architettura compatibile e rispettosa dei luoghi ed avranno la possibilità di accogliere ed ospitare i gruppi per svolgere diverse attività legate alla funzione, da intendersi comunque del tutto provvisoria e in movimento, del manufatto. A queste trasformazioni partecipano gruppi di cittadini guidati dai mèntori-architetti che saranno gli interpreti delle visioni e delle possibilità di mutazione virtuosa della città e delle sue parti, questa volta obbedendo solo alla leggi del bisogno comune e delle necessità di benessere e di conoscenza e non più a quelle della speculazione, spesso occulta, del mercato o di qualche interessato mecenatismo politico.

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Immaginiamo un teatro pieno di atelier per recitare, danzare, fare animazione, suonare e cantare; immaginiamo un museo pieno di laboratori e spazi per fare, riprodurre, copiare disegnare, dipingere, scolpire, fotografare; immaginiamo una biblioteca  con annessi tanti spazi aperti o chiusi e trasparenti dove riunirsi, studiare, guardare films e video, ascoltare musica e poesia, ricercare, scrivere, dialogare, insegnare, apprendere; immaginiamo una teoria di botteghe dove provare a fare gioielli, piccoli oggetti di artigianato, bricolage, riparare mobili e suppellettili, apprendere un’arte applicata; immaginiamo un opificio e un laboratorio che espanda i suoi spazi con atelier di studio e ricerca, di tirocini aperti e creativi; immaginiamo un municipio che contenga ambiti dedicati di scambio, di conoscenza della vita pubblica e della vera politica della città  con la possibilità di simulazioni dell’amministrare e del condividere, del gestire in modo comune il territorio. Immaginiamo, come nel racconto finale de “La città educante. Il Manifesto della educazione diffusa” il libro maestro di questa rivoluzione in educazione, che le città riescano a trasformarsi tanto da rendere naturale il connubio inscindibile tra l’apprendere e il fare, il muoversi e il fare, l’osservare e il fare, il partecipare e il fare, il giocare e l’apprendere, crescere e formarsi, senza i muri dello spazio, dell’età, della provenienza culturale, delle diversità in modo non occasionale ma permanente.

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Dovremmo cominciare con gli strumenti che già ci sono nella politica, nelle norme ancora aperte e nell’ economia libera,  da usare con giudizio e con equità  per avviare finalmente il cammino verso una società opposta a quella attuale con l’educazione diffusa nella città e nel territorio educanti. Per ora basterebbero delle scuole coraggiose, sindaci coraggiosi, gruppi di cittadini coraggiosi. La mappa e il canovaccio delle azioni ci sono, la strada o le strade da percorrere pure. E’ l’ora di fare.

Giuseppe Campagnoli 11 Febbraio 2019

 

Esempi di aule vaganti

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Gaia educazione diffusa

Presentiamo la versione definitiva del documentario “Gaia educazione diffusa” di Barbara Ferrari e Francesca Pennati. All’interno riprese dal Convegno di Milano del Maggio 2018 “Ma sei fuori?!” dove è stata lanciata l’idea della redazione e pubblicazione del  Manifesto operativo della educazione diffusa per avviare sperimentazioni e iniziative.

https://youtu.be/4nGCIi8gwIk

 

 

volantino adesioni 2019 l manifesto della educazione diffusa

In contemporanea l’avvio del corso di formazione per studenti, docenti ed edcatori progettato e interamente tenuto dal Prof. Paolo Mottana.

PROGRAMMA
Gli incontri consistono in parti seminariali e parti esperienziali.
Possono essere seguiti come percorso o singolarmente.
Il sabato dalle 15.00 alle 18.00 nelle date qui riportate:
  • 02.03.19 – Apprendere per passione (lezione e discussione)
  • 16.03.19 – Apprendere dall’esperienza e insegnare attraverso l’esperienza (lezione e discussione)
  • 30.03.19 – Spazio e tempo nella gaia educazione diffusa (discussione e ricerca d’aula)
  • 13.04.19 – L’imprinting formativo (lezione e esercitazione)
  • 04.05.19 – Il mèntore e il gruppo (lezione e discussione)
  • 18.05.19 – Il curricolo di educazione diffusa (lezione e esercitazione)
Il contributo per il singolo incontro è di 30€ e per l’intero percorso 150€.
Per partecipare occorre essere soci IRIS (contributo annuale associativo 10€)
Gli incontri si terranno presso LA CORTE DEI MIRACOLI, in via Mortara 4 a Milano (vicino alla stazione di P.ta Genova).
I POSTI SONO LIMITATI, VERRA’ DATA PRECEDENZA ALLE ISCRIZIONI PER L’INTERO PERCORSO.
TERMINE ISCRIZIONI AL CORSO IL 20 FEBBRAIO 2019
LE ISCRIZIONI AI SINGOLI INCONTRI VENGONO RACCOLTE FINO A MASSIMO 10 GIORNI PRIMA DELLA DATA
UNA VOLTA AVUTA CONFERMA DELL’ISCRIZIONE VERRA’ CHIESTO IL VERSAMENTO DELLA QUOTA TRAMITE BONIFICO
Iscrizione a questo link
Per info: immaginale.iris@gmail.com
Scarica il volantino a questo volantino ged

 

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Paolo Mottana è professore di filosofia dell’educazione e di Ermeneutica della formazione e pratiche immaginaliall’Università di Milano Bicocca, ha insegnato anche all’Università di Firenze e all’Accademia di Belle Arti di Milano. Ha diretto le due edizioni del Master in Culture simboliche per le professioni dell’arte, dell’educazione e della cura. Nel 2006 insieme al suo gruppo di ricerca ha fondato l’Associazione IRIS (Istituto di Ricerche Immaginalie Simboliche & Controeducazione) che indirizza le sue ricerche da una parte alla riflessione intorno al ruolo dell’immagine simbolica nell’educazione e dall’altra alle prospettive di una controeducazioneradicale e libertaria. Ha collaborato con Riccardo Massa come suo allievo, in seguito ha riorientatoil suo orizzonte di ricerca verso la tradizione della filosofia simbolico-immaginaleche ha tra i suoi esponenti Gilbert Durand, Henry Corbin, Carl Gustav Jung, James Hillmane Jean-Jacques Wunenburger, e ha fondato un approccio di ricerca e di formazione cui ha attribuito il nome di pedagogia immaginale. Recentemente ha promosso, oltre alla controeducazione, la gaia educazione, i sapore niccianoe con precisi riferimenti ad autori della antipedagogia e della contestazione radicale come René Schérer, Raoul Vaneigeme HakimBey (uniti nel riferimento alle visioni eutopistichedi Charles Fourier). 

Le teorie pedagogiche di Paolo Mottana si trovano nei seguenti testi:
P.Mottana, PiccoloManuale di controeducazione(2011, Mimesis)
P.Mottana, Lagaia educazione(2015, Mimesis)
P.Mottana, Caro insegnante. Amichevoli suggestioni per godere (l)a scuola( 2007, Franco Angeli)
G.Campagnoli, P.Mottana, Lacittà educante. Manifesto della educazione diffusa. Come oltrepassare la scuola (2016, Asterios)
L.Gallo, P.Mottana, Educazionediffusa. Per salvare il mondo e i bambini(2017, Dissensi Edizioni)

Per approfondimenti: http://www.paolomottana.it

Paolo Mottana ha messo a punto, insieme a Giuseppe Campagnoli, un approccio all’educazione volto a ripristinare il rapporto sociale tra bambini, adolescenti e adulti compromesso dalla reclusione scolastica, che va sotto il nome di educazione diffusa. Dal 2017 con l’associazione IRIS sta progettando in varie città di Italia classi sperimentali di educazione diffusa, coinvolgendo scuole referenti istituzionali, famiglie, associazioni e cooperative che operano in ambito educativo.

Il quartiere

Giuseppe Campagnoli, architetto ricercatore e saggista operante nel campo dell’educazione e della formazione in campo artistico e dell’architettura dell’educazione.
Già Dirigente Scolastico e responsabile Ufficio Studi Direzione Scolastica Regionale per le Marche del MIURfino al 2006.
Già nella lista degli esperti dell’ Education, Audiovisual and Culture Executive Agency della Commissione Europea e dell’UNESCO nel campo della cultura dell’education e della creatività fino al 2012.
Fondatore e Amministratore del blog multidisciplinare ReseArt.com dove scrive di scuola, architettura, arte, politica e varia umanità.

 Books and essays

“L’architettura della città” Franco Angeli Milano 2007

“I luoghi da amare” Secondo manifesto della scuola marchigiana 2010 USR Marche

Voce edilizia scolastica in “Voci della scuola” Tecnodid 2010

Letters on La Stampa di Torino:

“Costruire scuole” Ottobre 2010

“La scuola oltre le mura” Dicembre 2014

Essays on Educationdue.0 Edizioni RCS:

“La scuola luogo o non luogo?” Aprile 2011

“La scuola diffusa: provocazione o utopia? Gennaio 2012

“Linee guida per l’edilizia scolastica: un passo avanti? Giugno 2013

“Gli spazi della scuola nel territorio” Dicembre 2014

“Quale modello di orario” Marzo 2016

Essays on“La Rivista dell’istruzione” Maggioli editore Rimini

“E se la chiamassimo architettura scolastica?” Dicembre 2011

“Aule senza confini” Agosto 2014

Workshop “La scuola diffusa nella città educante” on “La scuola diffusa: oltre le aule” Cesena (Italy) 12 Settembre

2016

“La scuola senza mura” sul Blog ReseArt (www.researt.comand ebooks:

“Questione di stile” and “Oltre le aule” ReseArt Productions Pesaro (Italy) 2014 e 2015

 2017

Giuseppe Campagnoli e Paolo Mottana “La città educante” Manifesto della educazione diffusa. Come oltrepassare la scuola.”  Asterios Editore Trieste

2018

Articolo vari su ReseArt, Comune-info, Innovatio educativa, La rivista della scuolaIl disegno della città educante. Autoproduzione ReseArt e Youcanprint. Prima edizione

 

 

ReseArt  1 FEBBRAIO 2019

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L’educazione diffusa allo Sponzfest 2018

 

Un’ambasciatrice d’eccezione ha portato il Manifesto della educazione diffusa in seno allo Sponzfest di quest’anno: “Lo Sponz Fest, nella sua edizione del 2018, vuole indagare l’oscurità delle selve, l’emersione del rimosso, insomma, l’ampio versante del selvaggio liberatorio che ci salva tutti, approcciandolo lungo molteplici strade: con gli incontri della Libera Università per Ripetenti, con le istallazioni artistiche e gli scatenamenti musicali e festivi, con l’esplorazione dei territori selvatici e, infine, con l’esperienza di una notte selvaggia che evocherà le paure e i rimpianti più ancestrali per esorcizzarli durante il culmine dell’edizione” 

Nell’ambito dell’intenso programma del festival 2018 dedicato alla “selvatichezza” voluto e diretto da Vinicio Capossela, oltre la musica, lo spettacolo, le arti varie e le performances, l’iniziativa di presentazione del libro  scritto da Ester Manitto sull’esperienza straordinaria vissuta con AG Fronzoni che è sfociata nel progetto di scuola diffusa in seno agli istituti di alta formazione artistica di Milano (NABA ,Marangoni..) ha avuto come corollario una vetrina sull’educazione diffusa e sulla città educante ormai pronte a rendersi concrete con la pubblicazione del Manifesto operativo della educazione diffusa.

 

 

Scrive Ester  Manitto circa la sua esperienza a Milano:

“Perché “La scuola diffusa”? Spostare i confini e imparare facendo.Gli episodi che mi hanno consentito di sviluppare le riflessioni e quindi le proposte didattiche che da qualche anno sperimento con i miei allievi hanno origine, in parte, da quando, nel 1987 studentessa di A G Fronzoni, ebbi modo di apprezzare il metodo didattico che egli aveva formulato nella sua scuola-bottega.
Fu Albe Steiner che nel 1967 chiamò A G Fronzoni a insegnare all’Umanitaria: da allora Fronzoni si dedicò all’insegnamento per tutta la vita, e nel 1984, quando fondò la sua scuola-bottega mise in pratica il programma che avrebbe voluto applicare già negli istituti dove aveva insegnato fino ad allora, ma che a causa dei rigidi schemi scolastici non poteva applicare pienamente. Diede così vita a una scuola diversa da quelle esistenti. Per fare questo trasse ispirazione dal concetto di “bottega” rinascimentale, il luogo, dove gli allievi si recavano a “imparare facendo” sotto la guida di un Maestro.” 

La mia scuola diffusa

“La scuola diffusa” nella città di Milano è il mio progetto didattico che intende creare percorsi educativi per gli studenti che scelgono di studiare design, comunicazione visiva, arte, moda a Milano. Orientare questi giovani fuori dai perimetri psicofisici degli istituti diventa quasi un’esigenza considerando che Milano è la capitale del design. La scuola diffusa, è un progetto che prende forma per generare connessioni con la realtà della città di Milano (e non solo) anche grazie alle manifestazioni permanenti e periodiche che si susseguono nella vasta offerta metropolitana.
L’idea de “La scuola diffusa” nasce da un ragionamento maturato con l’esperienza. Gli studenti che frequentano le scuole di design a Milano prevalentemente provengono da svariate parti d’Italia, d’Europa e del mondo, pertanto la loro conoscenza di Milano è scarsa se non addirittura nulla. Creare per loro percorsi didattici mirati è un’occasione formativa molteplice che consente sia di approfondire i loro interessi, sia di conoscere meglio la città dove vivono e studiano per sentirsi un po’ meno estranei.
L’intento del mio programma è di suggerire itinerari per imparare a percepire il d’intorno come un sistema educativo, come se fosse la città di Milano medesima, attraverso le sue infinite peculiarità, a diventare università.
Gli itinerari de “La scuola diffusa” generalmente includono luoghi deputati al design, all’arte, alla moda, studi di professionisti, Fondazioni dei maestri del design, show-room, gallerie d’arte, negozi, laboratori, mostre, fornitori, eventi, manifestazioni, ma anche eccellenze relative alla cultura italiana.”

Questa è la prova che l’educazione diffusa può svilupparsi e nascere in qualsiasi contesto di apprendimento e di vita, in grandi città come in piccoli centri, in aree di esperienza che toccano le arti, la scienza, il design, la lettura, la scrittura, la musica e tanto altro e che i luoghi per una città educante ci sono già: basta usarli, trasformarli, ridisegnarli e renderli vivi e stimolanti. Il disegno di una città educante è collettivo, corale, progressivo e continuamente mutante.

Lo scriveva in una accezione di educazione diffusa ante litteram anche l’architetto, anarchico, educatore ed economista Colin Ward di cui, nella presentazione del volume  “L’educazione incidentale”   Elèuthera Milano 2018, si dice: “Famiglia e scuola sono sempre stati considerati i luoghi per eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono un’educazione. Colin Ward decide invece di esplorare un particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste istituzioni: l’incidentalità. Ecco allora che le strade urbane, i prati, i boschi, gli spazi destinati al gioco, gli scuolabus, i bagni scolastici, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative straordinarie. Questa istruzione informale, volta alla creatività e all’intraprendenza, rappresenta pertanto una concreta alternativa a un apprendimento strutturato e programmato che risponde più alle esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso nuovo e antico alla trasmissione delle conoscenze in grado di fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di un’educazione autenticamente libertaria.”

Concludo con le immagini ed alcune frasi emblematiche tratte dai volumi che raccontano insieme, anche a distanza di luoghi e di tempi, ma in una rara sintonia di intenti, un’ idea che parrebbe utopistica ma non lo è affatto perchè ciò che sta accadendo oggi, lentamente ma decisamente, è la sua applicazione reale in vari modi nella città e nel territorio dell’educazione.

Giuseppe Campagnoli

25 Settembre 2018

 

 

“Dalla didattica della progettazione alla didattica di uno stile di vita”

” Mai più aule tra i muri e studenti che volgono lo sguardo teso alla fuga al di là dei vetri chiusi”

” Ora entriamo in quella che lei definisce la “Casa Matta” , una delle cinque basi o tane dove si riuniscono le ragazze e i ragazzi e le bambine e i bambini per ritrovarsi con i mentori e per prendere decisioni, discutere, concordare progetti…”

“Ogni angolo della città è un’aula scolastica, ogni strada uno spazio di incontro e di sperimentazione di relazioni vitali, ogni contesto urbano o rurale in cui viviamo è un luogo di apprendimento,ogni occasione è propizia a stimolare l’autonomia e la partecipazione diretta alla vita sociale”

 

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Sperimentare la scuola diffusa nella città

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Trasformare l’educazione e la città dal basso.

Dopo la pubblicazione del Manifesto della educazione diffusa  la campagna di adesioni sta proseguendo ed anche i contatti per avviare iniziative e progetti. Per agevolare la messa in pratica di proposte sperimentali provo a fare una estrema sintesi delle principali ineluttabili azioni concrete da poter mettere in campo fin da ora.

    • Il primo passaggio fondamentale è la costituzione della Rete di coordinamento della educazione diffusa con la fondazione di una associazione, un comitato e una direzione scientifica che garantiscano le competenze nelle aree educative e pedagogiche, amministrative e di pianificazione e progettazione architettonica. Dalla rete nasceranno gruppi formali e informali (alcuni sono già presenti sui socials) per avviare o progettare esperienze di educazione diffusa.

 

    • A livello periferico e locale occorre costruire micro-reti di educazione diffusa e comunità educanti composte da almeno un istituto scolastico, un comitato di genitori, enti pubblici, associazioni, botteghe, teatri, mercati, biblioteche e librerie, musei, professionisti volontari e singoli cittadini. Il tutto potrebbe già operare negli spazi disponibili nelle norme per le sperimentazioni e l’autonomia scolastica.

 

    • I primi firmatari del Manifesto supporteranno le iniziative in nuce proponendo incontri formativi e di progettazione nei territori a loro prossimi.

 

    • I gruppi di supporto alla sperimentazione locale, costituiti attraverso la rete di coordinamento, attiveranno la progettazione volontaria di architetture tese a  trasformare gli spazi individuati nella città educante in altrettanti luoghi di apprendimento, ricerca e condivisione e per proporre idee alle amministrazioni locali in sostituzione della obsoleta e superata edilizia scolastica verso il concetto di basi, portali e agorà da dove partire, tornare e sostare per scambiare, condividere, verificare le esperienze vissute nelle peregrinazioni educanti per la città il territorio (cfr. Il disegno della città educante)

 

    • La sperimentazione si avvierà includendo sempre più parti di attività di “scuola aperta” diminuendo gradualmente l’orario rigido al chiuso per sostituirlo con  momenti flessibili di attività per aree tematiche all’esterno e nei luoghi educanti della città, per tutto l’arco dell’anno solare.

 

    • Strumenti come protocolli e convenzioni sono già delle collaudate modalità per coinvolgere ed impegnare enti, associazioni, privati, sponsors. Potranno essere attivate dai gruppi locali apposite campagne di donazione e di contribuzione o attivare la partecipazione a bandi nazionali o europei.

Importantissima è infine l’azione di sensibilizzazione nei territori con incontri e seminari divulgativi, performances, mostre, street socials, concerti, spettacoli teatrali e ogni altra iniziativa pubblica utile a far conoscere l’idea e promuovere le esperienze di educazione diffusa. 

Pesaro 18 Settembre 2018

Giuseppe Campagnoli

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Il cammino dell’educazione diffusa.

Partendo dai prodromi insiti nei libri “Piccolo manuale di controeducazione” di Paolo Mottana e “L’architettura della scuola” di Giuseppe Campagnoli, datati rispettivamente 2011 e 2007,e dalla teoria di altri scritti sulle nuove idee di educazione e di luoghi dell’educazione la strada è stata lunga ma proficua. Nel 2017 è uscito il libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” scritto a quattro mani da Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli, mentre immediatamente dopo appare “Educazione diffusa. Per salvare il mondo e i bambini” dello stesso Paolo Mottana e di Luigi Gallo, che riprende ed amplia alcuni concetti riferiti all’educazione presenti nella “Città educante…”

L’anno 2017 è stato un periodo pieno di incontri, seminari, presentazioni dedicati all’idea, al libro ed al progetto che ne frattempo si stava costruendo in diverse realtà per provare a sperimentare nel reale. Da Cattolica a Recanati, da Roma a Milano e Monza, da Macerata, Urbino, Pesaro, Fano e Senigallia, Genova, Riccione e tante altre città e regioni, con echi fino in Francia e Brasile.

L’accelerazione nel 2018, dopo il convegno nazionale “Ma sei…fuori?!” in Maggio a Milano ha portato a scrivere e pubblicare, con il prezioso aiuto della redazione di Comune-info il “Manifesto della educazione diffusa” in forma operativa, con appunti indispensabili e utili a chi, tra scuole, comuni, associazioni, genitori, insegnanti, volesse sperimentare l’idea nei luoghi della città e sempre più fuori dai reclusori scolastici per trasformarla finalmente in educante. Anche l’anteprima di un manualetto su come trasformare con l’architettura la città in educante (Il disegno della città educante) ha spinto in avanti la realizzazione concreta dell’idea. Ora dovremo calare nella realtà quante più “prove” di educazione diffusa. E nuovi strumenti nasceranno: gruppi, spazi di condivisione in diretta, seminari e incontri.Stanno per uscire due articoli su Innovatioeducativa e  La rivista dell’istruzione:

Brecce nell’establishment scolastico e anche nel “finto nuovo che avanza”.

Siate pronti e attivi!

Ecco gli appuntamenti già in calendario per settembre.

https://quartiereeducante.com/2018/08/26/tanti-appuntamenti-per-settembre/

Giuseppe Campagnoli

Il video del convegno di Cesena nel Settembre 2016 dove l’idea fu esposta in anteprima nazionale.

Propongo qui un collage di tutti gli eventi e delle suggestioni di questi due anni di lavoro e di coraggioso entusiasmo.

 

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Un manifesto politico

 

E’ tempo di sottolineare gli aspetti squisitamente politici del “Manifesto dell’educazione diffusa” scritto a quattro mani da Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli che di tanto dibattito e di tanti incontri su e giù per l’ Italia è stato protagonista, provocando anche belle iniziative ed esperimenti suggestivi di controeducazione. Ad ogni frase c’è un riferimento ad un’ idea di società, di educazione e di città decisamente rivoluzionaria. Mi piace ricordare qui, scorrendo il testo, qualche pensiero che molti hanno condiviso e che aiutano a non equivocare il messaggio profondo del Manifesto stesso.

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“Ma occorre cambiare, capovolgere questo modo carcerario di intendere l’educazione”

“L’energia  che questa popolazione reclusa (i bambini, i ragazzi, gli stranieri, gli anziani..) potrebbe imprimere alla vita sociale è incalcolabile se solo si potesse metterla davvero in moto e non tenerla in scacco, stagnante, incatenata)

“Sulla scia di una discreta organizzazione, in una città, si può cominciare ad immaginare la nuova scuola e la nuova educazione in diverse dimensioni: quella storica e architettonica, quella logistica, quella organizzativa e quella pedagogica e culturale, senza scindere più tra spazi per apprendere, per comunicare,per esibire, per documentare, per vivere.”

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“non si può imparare in luoghi e spazi che incitano alla guerra del competere e alla gerarchia nella forma e nella concezione”

“L’educazione incidentale è il primo riferimento per un nuovo modo di pensare l’educazione”

“La seccante e vana discussione sulla valutazione, sulla verifica, sulle prove, con l’educazione diffusa conoscerà finalmente la sua fine”

“Nessuno sarà inserito in tirocini o apprendistati volti ad essere immessi precocemente in un mercato del lavoro distruttivo e del tutto alieno da ogni finalità di autentico sviluppo e ampliamento delle capacità delle persone..”

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“Non c’è bisogno di costruire altre scuole e non c’è neppure bisogno di ricostruire quelle distrutte da eventi naturali o dall’incuria e disonestà dell’uomo. Se la metà delle scuole italiane non si può mettere a norma né ora né mai, l’altra metà è vecchia sia concettualmente che fisicamente. Rincorrere gli adeguamenti e i restauri per tutta la vita di edifici che funzionano solo metà del tempo e sono irrimediabilmente obsoleti anche quando progettati l’altro ieri è folle oltre che antieconomico. Gli spazi dove si fa scuola sono lo specchio di come è il modello di scuola oggi.”

 

“Ma occorre cambiare, capovolgere questo modo carcerario di intendere l’educazione. Occorre che essi possano tornare ai luoghi da amare, alla città anzitutto, che è un insieme di luoghi per apprendere, cercare, errare (l’errore!) osservare, fare e conservare per condividere, riconoscersi e riconoscere.”

“Fa comodo alle autorità mettere sotto scorta chi si muove in maniera imprevedibile ancora al di fuori del compasso ordinatore dell’ordine del lavoro. Fa comodo a chi li ha messi al mondo sapere che sono sotto protezione, non abbandonati a sé stessi e alle loro pulsioni mobili e variabili, liberandoli dal timore che si avventurino in zone ignote, alla mercé dell’inatteso e del sorprendente. Fa comodo a tutti sapere i bambini e i giovani fuori dal mondo.”

 

“Basta con l’obbligo, con il sacrificio e con la sottomissione, ogni fatica deve contenere in sé la sua ricompensa, deve essere l’anello di un tracciato di cui si coronano in tempi brevi continue tappe di soddisfacimento.”

“Costringerà a rallentare, a prestare attenzione, a farsi attori di cura, di attenzione, di comunicazione, informazione, orientamento. Interpellerà tutti, mostrando che si può abitare la città come un grande luogo collettivo (e virtuosamente mescolato), di conoscenza, di cultura, di esperienza, di operatività sensata.”

 

Giuseppe Campagnoli

4 Giugno 2018

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..ma sei fuori!? Il convegno sull’educazione diffusa a Milano

Alcune belle frasi ed immagini dal reportage di Anna Sicilia  al convegno organizzato da Quartiereducante il 26 Maggio a Milano.  Un bel gruppo di appassionati rivoluzionari dell’educazione e della città.

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 “Ci ha incantato coi racconti video del suo approccio all’educazione diffusa , che lo ha portato a lavorare con la sua classe
Al progetto Le pietre che narrano … PAESAGGI FUTURI DEL-LA CITTA’ EDUCANTE, itinerario didattico a molteplici sfaccettature (dalle scienze alle matematiche, dalle scienze all’arte, dalla storia alla filosofia, dalla geografia alla poesia) che vuole stimolare l’immaginazione degli insegnanti coinvolti e dei ragazzi dell’istituto.
Un progetto che è culminato con la realizzazione di una mappa corematica del “Paesaggio Vimercatese”, una “Cartolina Geosofica”, un “quadro”, una “fantastoria”, un video .
Antonio dimostra come anche il singolo docente, pur tra mille difficoltà, può applicare l’educazione diffusa nell’approccio alla sua classe.
” Ho trovato più appoggi fuori che dentro la scuola ” racconta. E infatti Antonio ha creato una comunità unità intorno al suo progetto, che vede anche il coinvolgimento della Banca del Tempo , proiettando i ragazzi in una dimensione dell’ apprendimento appassionata che li ha formati come cittadini attivi , abitanti coscienti del mondo e parte di una comunità educante.”

Antonio Giulio Cosentino,

 

“Chi dicesse che il principio di libertà informa oggi la pedagogia e la scuola farebbe ridere, come un fanciullo che davanti alle farfalle infilate insistesse ch’esse sono vive e che possono volare. Un principio di repressione estesa talora fino quasi alla schiavitù, informando gran parte della pedagogia, ha informato anche lo stesso principio della scuola” (M. Montessori) “Semi di educazione diffusa già esistono .”

Sonia Coluccelli

 

“Come l’ Universitad de la Tierra.
O come Cultura in Movimento.
O Come “E noi che pensavamo fossero palloncini” di Monterotondo.
( e molti altri…)
Tutti hanno elementi in comune.
Prima di tutto il bisogno di comunità, il passo lento, l’essere nel qui e ora nell’azione, in ogni modo.”

Gianluca Carmosino

 

“Ci si lamenta dicendo “Questi ragazzi difficili sono come leoni in gabbia” ma difficilmente si riesce a creare un’ alternativa perché la loro vitalità diventi una risorsa. Bisogna assolutamente ripartire dai bambini per rimettere in crisi i modelli precostituiti , pedagogici , sociali e culturali. Perché i bambini sono tra i pochi soggetti della nostra società non alienati.( Finché non vengono colpiti dal virus dell’adultomorfismo. ) Manca un progetto politico che lavori per cambiare la scuola in sinergia con i dirigenti scolastici e gli insegnanti. Per cui bisogna creare, ora, un manifesto di Educazione diffusa con punti ben chiari ,da far sottoscrivere ad assessori e dirigenti scolastici, monitorati e verificati nel tempo. É di questo che abbiamo bisogno. Che si crei un progetto di comunità. Perché noi abbiamo bisogno di una società educante. É un atto politico portare questo modello nella società. É una sfida che non dobbiamo perdere di vista.”

 

 

“La scuola deve aprirsi al territorio.
Andare oltre le mura.
Ecco la città educante. Nessun reclusorio scolastico , ma una forma di progettazione che riveda la città, che recuperi vari luoghi per farli diventare accoglienti per le varie forme di Educazione diffusa.
Bisogna realizzare sinergie tra scuole, amministrazioni comunali e architetti, sinergie che spingano fuori dall’edificio scolastico i bambini e i ragazzi facendo rinascere anche le città che ora sono vuote della vita dell’infanzia e dell’adolescenza.
“Che i giovani architetti si uniscano a noi per ricominciare a riprogettare la città perché diventi città educante”

 

“I ragazzi che fanno esperienza fuori e dentro la scuola sviluppano comunque competenze .”
( Loredana Leoni, MIUR )

“La scuola deve comunicare con il mondo circostante, non è una monade. ”
( Andrea Fianco , psicologo della Gestalt )

“L’anarchismo e il pensiero libertario hanno sempre avuto ben chiaro il nesso tra rivoluzione ed educazione.”
(Filippo Trasatti )

Gabriella Conte, dirigente scolastico milanese dell’Istituto Capponi, racconta come e perché ha aderito col suo istituto, alla proposta di Gaia Educazione diffusa

Paolo Mottana e Francesca Martino gli anfitrioni del convivio controeducante.

 

Le emozioni teatrali educanti di Remo Rostagno e la moglie Bruna.

 

 

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Il disegno della città educante

E’ appena uscita la prima edizione del volume “Il disegno della città educante” edito da ReseArt per i tipi di Youcanprint. Dopo una campagna di crowdfunding non proprio esaltante e il tergiversare degli editori da noi coinvolti (compreso quello de “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” ) abbiamo deciso, per ora, che chi fa da sé fa per tre. Le cose stanno andando meglio di quanto pensassimo. I libro è il seguito naturale della storia narrata da Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli ormai un anno fa e che tanto interesse ha suscitato ovunque siamo andati a presentarla, da Milano a Pesaro, da Monza a Lecce e, a distanza, da Sao Paulo a Parigi.

Microsoft Word - Volantino e locandina presentzione libro.docx

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