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Roma VII Municipio: intorno all’educazione diffusa.

 

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Un bell’incontro di autoformazione sul tema della comunità per l’educazione diffusa  il 30 Maggio scorso a Roma presso il centro di aggregazione giovanile Scholè del VII Municipio di Roma nell’ambito dell’iniziativa Comunità educante diffusa promossa dall’assessore Elena De Santis.

L’dea di città educante per oltrepassare la scuola di oggi è stata illustrata presentando i contenuti del Manifesto della educazione diffusa, nato ormai tre anni fa e concretizzato in un appello pubblicato nel Luglio 2018 e sottoscritto da oltre 400 persone della scuola e della società civile. Gli interventi teorici del pedagogista Vincenzo Piccione e dello psicologo Filippo Pergola oltre a quelli esperienziali di esponenti di istituzioni e associazioni che si occupano di educazione nel territorio del municipio, hanno fatto da corollario all’essenza dell’incontro, tutta incentrata sul concetto di città educante, chiave di volta della trasformazione dell’attuale paradigma scolastico in un’accezione libertaria, aperta ed in una comunione progressivamente integrata con la città, per contribuire alla sua trasformazione in un luogo accogliente e vivibile, inclusivo e tollerante, occasione di apprendimento, crescita e formazione in ogni suo spazio e attività e in ogni momento della vita.

Personalmente ho potuto apprezzare la varietà di idee presenti nei contesti amministrativi locali che si declinano a volte in modo anche opposto in relazione al territorio in cui operano, contraddicendo, in positivo e inaspettatamente, certi luoghi comuni sulla monoliticità ideologica di certi movimenti del cosiddetto “nuovo che avanza”. Provenendo da un piccolo comune amministrato dalla stessa compagine politica ho constatato come profondamente differenti e piacevolmente contraddittorie possano essere le azioni e le iniziative in campo educativo  in luoghi e situazioni diverse. Le persone e la loro esperienza spesso fanno un’ enorme  differenza nell’approccio con la realtà e la volontà di rivoluzionarla, tanto da non riconoscere a volte la comune origine politica di chi opera e amministra.

1270136e-0839-4d5e-bc80-10eba06dfb01-1.jpgFoto  tratta dalla pagina  della Comunità educante del VII Municipio

Dall’incontro sono emersi punti di vista comuni sul concetto di educazione diffusa che non è uno slogan o un titolo per troppi racconti apparentemente simili ma profondamente diversi. E’ piuttosto una modalità di lento ma forte  ribaltamento dell’istituzione scuola e del concetto di educazione, di istruzione, di formazione decisamente opposti a quelli attuali, ancorché tendenti ad una specie di timida riforma o ad innovazioni che tali in fondo non sono anche per la loro natura teorica e metodologica troppo legata ai paradigmi della società post industriale e mercantilmente tecnologica. Per non dilungarmi vorrei lasciare spazio ad una specie di sintetico report testuale ed audiovisivo del bel pomeriggio dedicato alla diffusione della educazione in una città da trasformare partendo da una prima declinazione sperimentale dell’educazione diffusa.

I principi «attivi», concreti e  fondanti del Manifesto della educazione diffusa si possono   condensare in qualche riga essenziale:

  • L’educazione diffusa è un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale. È tempo di rimettere bambini e bambine, ragazzi e ragazze in circolazione nella società che, a sua volta, deve assumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo e formativo.
  • L’educazione diffusa pone al centro della vita educativa l’esperienza autentica, quella che mobilita tutti i sensi ma soprattutto la forza che li accende, la passione.
  • L’educazione diffusa libera i bambini e i ragazzi, le bambine e le ragazze, dal giogo della prigionia scolastica: li aiuta a trovare nel quartiere, nel territorio e nella città i luoghi, le opportunità, le attività nelle quali partecipare attivamente per offrire il proprio contributo alla società.
  • L’educazione diffusa trasforma il territorio in una grande risorsa di apprendimento, di scambio, di legame, di cimento, di invenzione societaria, di sperimentazione, al di fuori di ogni logica di mercato, di adattamento passivo, di competizione o di guadagno monetario.
  • Per iniziare a sperimentare l’educazione diffusa occorrono un gruppo di genitori motivati, di insegnanti appassionati e possibilmente un dirigente didattico coraggioso che abbiano voglia di vedere di nuovo allievi vivi che gioiscono dell’imparare e di essere riconosciuti come soggetti a pieno titolo nel mondo.

 

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Da qui anche qualche suggerimento immediatamente operativo:

Strutturare percorsi didattici per macroaree tematiche trasversali e integrate nei diversi linguaggi che stimolino la partecipazione in senso creativo attraverso l’esperienza nel tessuto culturale e sociale di riferimento superando progressivamente la fittizia ripartizione in discipline, le misurazioni, la competizione, i tempi rigidi e contingentati. Realizzare passeggiate cognitive alla scoperta di quartieri, strade, luoghi naturali..

Elaborare insieme ad altri soggetti ipotesi di architettura per trasformare gli spazi individuati nella città educante in luoghi di apprendimento. Avviare sperimentazioni che includano una parte sempre crescente di attività come “scuola aperta” trasformando ed aprendo gli spazi scolastici da ridisegnare come “portali” educanti che possano essere cogestiti anche da genitori e realtà sociali.

 

Stimolare e promuovere politiche di cittadinanza per bambine/i e ragazze/i in ogni settore della vita sociale ed istituzionale nella città.

 

Dedicare parte dei percorsi educativi alle emozioni, alle relazioni, all’introspezione ed agli esercizi di dialogo interiore attraverso l’animazione, il teatro, la musica…

Educazione diffusa al VII Municipio

 

 

Giuseppe Campagnoli 2 Giugno 2019

 

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Una risata diffusa

Sarà la risata della gaia educazione e della controeducazione, atto finale di un percorso lungo ma deciso che potrà toglierci di torno quest’aria mefitica che si proclama nè di destra nè di sinistra ma è nelle parole, nei contratti e nei primi atti decisamente di stampo nazional social-liberista. Lentamente occorrerà, dal basso, con lo stillicidio di una disobbedienza lenta e quotidiana, con la pratica di una educazione contro, diffusa in tutto il territorio e tra tutti i cittadini di ogni età recuperare i danni di un neoanalfabetismo culturale, politico, relazionale, affettivo, di natura e di vita,  anch’esso diffuso e cresciuto nelle generazioni tra gli anni ’60 e oggi. La politica tradizionale, mercantile, capitalista ed egoista, quella che ha portato anche gli attuali governanti al potere finirà, eccome se finirà, anche se tra innumerevoli ulteriori sofferenze soprattutto degli incolpevoli, degli ingenui, dei deboli e degli stranieri. Finirà. Ma solo dopo un’azione controeducativa “gaiamente” insistente e felicemente ostinata.

Proseguiamo per questo sulla nostra strada di una scuola senza mura e senza muri. Chi ci ama ci segua e non se ne pentirà, come credo non se ne pentiranno le generazioni future. Tra i nostri fans, da noi e anche all’estero giovani ventenni ed ultrasettantenni, insegnanti, presidi, maestri e famiglie. Se non ci faremo fagocitare o strumentalizzare da certa politica che ci gigioneggia ma agisce in modo decisamente  reazionario riusciremo ad incidere in senso rivoluzionario sulla realtà. Una rivoluzione sottile, pervicace, costante: una gioiosa macchina da guerra educativa per ribaltare i domini burocratici, economici e sociali che non mostrano nessun segno di mutamento, come sosteneva anche Antonio Gramsci.

Il manifesto della educazione diffusa

“Mai più aule tra i muri e studenti che volgono lo sguardo teso alla fuga al di là dei vetri chiusi”

(La Città educante. Manifesto della educazione diffusa, Asterios)

 

L’educazione diffusa è un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale. È tempo di rimettere bambini e bambine, ragazzi e ragazze in circolazione nella società che, a sua volta, deve assumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo e formativo.

La scuola dove ridursi a una base, un portale ove organizzare attività che devono poi realizzarsi nei mondi aperti del reale, tramite un progressivo adeguamento reciproco delle esigenze delle attività pubbliche e private interessate, degli insegnanti e dei ragazzi e bambini stessi.

All’apprendimento chiuso e iperprotettivo della scuola, privo di motivazione e connessione con le realtà si sostituisce progressivamente un apprendimento realizzato con esperienze concrete da rielaborare e condividere. Non più insegnanti di discipline ma educatori, méntori, guide, conduttori capaci di agevolare i percorsi di interconnessione e indurre sempre maggior autonomia e autorganizzazione. I ragazzi e i bambini nel mondo costituiranno una nuova linfa da troppo tempo emarginata e costringeranno la società e il lavoro a ripensarsi, a rallentare e a interrogarsi.

È un atto politico portare questo modello nella società. È un impegno, una scommessa e una prospettiva di vita sensata che chiediamo di sottoscrivere impegnandosi a divulgare l’idea e il progetto per trasformarlo in esperienze diffuse nel territorio.

L’educazione diffusa pone al centro della vita educativa l’esperienza autentica, quella che mobilita tutti i sensi ma soprattutto la forza che li accende, la passione.

L’educazione diffusa ribalta l’idea che la mente possa imparare separatamente dal corpo, è attraverso il corpo, i suoi sensi, il suo impegno, che si verifica un vero apprendimento duraturo.

L’educazione diffusa libera i bambini e i ragazzi, le bambine e le ragazze, dal giogo della prigionia scolastica: li aiuta a trovare nel quartiere, nel territorio e nella città i luoghi, le opportunità, le attività nelle quali partecipare attivamente per offrire il proprio contributo alla società.

L’educazione diffusa è un reticolo in continua espansione di focolai di attività reali nelle quali i più giovani, al di fuori della scuola, esplorano, osservano, contribuiscono, si cimentano, danno vita a situazioni inedite, aiutano, si esprimono e imparano da tutti e da tutte, così come insegnano a tutti e a tutte.

L’educazione diffusa sradica la malapianta delle valutazioni insensate per mezzo di attività reali delle quali correggere sul campo eventuali cadute, imperfezioni, fallimenti e delle quali solo il raggiungimento e il processo valgono come documenti vivi per poter stabilire se ciò che si è fatto è valido e ripetibile o da rivedere e correggibile

L’educazione diffusa vede gli insegnanti mutare in mèntori, educatori, accompagnatori, guide indiane, sostenitori, trainer, organizzatori di campi d’esperienza nel mondo reale e non nel chiuso di aule panottiche dove l’apprendimento marcisce e i corpi avvizziscono.

L’educazione diffusa chiama tutto il corpo sociale a rendersi disponibile per insegnare qualcosa ai suoi più piccoli e giovani: ognuno dovrebbe poter regalare con piacere un poco della sua esperienza, condividendo finalmente la vita con chi sta crescendo e imparando da loro a riguardare il mondo come non è più capace di fare.

L’educazione diffusa trasforma il territorio in una grande risorsa di apprendimento, di scambio, di legame, di cimento, di invenzione societaria, di sperimentazione, al di fuori di ogni logica di mercato, di adattamento passivo, di competizione o di guadagno monetario.

Nell’educazione diffusa si assiste alla costruzione di un tessuto sociale solidale, responsabile, finalmente attento a ciò che vi accade a partire dal ruolo inedito che bambini e adolescenti tornano a svolgervi come attori a pieno titolo, come soggetti portatori di un’inconfondibile identità planetaria.

Per iniziare a sperimentare l’educazione diffusa occorrono un gruppo di genitori motivati, di insegnanti appassionati e possibilmente un dirigente didattico coraggioso che abbiano voglia di vedere di nuovo allievi vivi che gioiscono dell’imparare e di essere riconosciuti come soggetti a pieno titolo nel mondo.

Con l’educazione diffusa ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi: deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno. L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale).

 

Per aderire al Manifesto scrivete nome, cognome, città di residenza, via email: info@comune-info.net

Giuseppe Campagnoli

25 Gennaio 2019

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La scuola senza mura

 

 

D’ora in poi e per tutto il 2018 il materiale che verrà prodotto (articoli,video,resoconti…) sul tema della Città educante e della educazione diffusa verrà pubblicato nel nuovo sito web: http://www.lacittaeducante.com Vi aspettiamo.

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Giuseppe Campagnoli

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La città educante a Didacta 2017.

 

Un reportage provocatorio tra i mercanti scolastici in fiera a Didacta 2017 di Firenze. C’era solo un’isola felice tra le scuole Montessori e Tutta un’altra scuola! Incontro interessante con Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli e la loro “Città educante.Manifesto della educazione diffusa” il 27 Settembre alle 14. Non abbiamo potuto partecipare al workshop “Progettiamo la scuola insieme dell’Indire” per una coincidenza di orari ma dal resoconto trionfalistico e a senso unico, permeato di spunti e metodi mercantili e aziendalistici, sulla pagina FB, abbiamo potuto constatare ancora una volta la pervicacia di alcune teorie imperanti. Dopo aver letto in diagonale il volume “Dall’aula all’ambiente di apprendimento” si conferma il fatto di come non sia nemmeno preso in considerazione, almeno come ipotesi di ricerca, uno scenario di rivoluzione dell’educazione  e di contestuale abbandono della strada estremamente dannosa  del progettare nuovi reclusori scolastici ormai anacronistici, se la realtà e il bisogno della gente  si evolvono, al contrario, verso una intera città educante.

Giuseppe Campagnoli 30 Settembre 2017

 

I “giochini” del progettare le scuole insieme.

 

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Appunti per il disegno della città educante.

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APPUNTI PER IL “DISEGNO DELLA CITTA’ EDUCANTE”

 Nel racconto del viaggio guidato dentro la città educante molti sono i luoghi da disegnare e da ridisegnare. Quasi la città nella sua interezza ed il suo intorno ambientale sono da riconcepire.

E’ tempo di mettere nero su bianco, nel senso del disegno anche solo raccontato e non necessariamente costruito come faceva Aldo Rossi. Ho preso i miei appunti e disegnato scene e luoghi nel viaggio breve con Paolo Mottana seguendo le nostre parole. Ho anche riletto in modo profondo ed attualizzato “La città giardino del domani” di Ebenezer Howard. Di due splendide utopie si può fare una realtà.  Per trasformare la città e la campagna in città educante occorre intervenire anzitutto nei luoghi su cui posare una nuova organizzazione di quella che una volta chiamavamo scuola perché non sia più distinta e separata dalla vita quotidiana e dai suoi personaggi e perché sia quel motore della conoscenza e della crescita che alla città manca da tempo. Il viaggio dell’ultimo capitolo del libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” fa intravvedere come potrebbe essere questa città del futuro che non separa più l’urbanitas dalla campagna ma nemmeno la scuola dalla città e dalla campagna, la vita intera da tutte le sue mirabili varianti.

 

Non sarebbe impossibile già da oggi partire da una piccola città e pianificarne lo sviluppo e la trasformazione virtuosa in città educante utilizzando in chiave moderna anche il modello della città giardino. Delle linee guida sulla evoluzione degli spazi e sul loro uso potrebbero avviare il processo anche dal basso. In un paese a fortissima vocazione agricola, turistica e culturale con un ambiente naturale particolare come l’Italia si dovrebbe in primis rinunciare una volta per tutte all’industria pesante e ad alto impatto ambientale che tanti danni ha provocato in termini sociali, economici ed ecologici con il falso mito del benessere e della crescita che si sono rivelati effimeri e catastrofici. Si sono fatti esperimenti di educazione diversa, a volte anche timidamente diffusa, si è scritto molto e da tempo di controeducazione ma, fino alla “Città educante” poco e raramente di nuova architettura della città e dell’educazione per superare muri, aule e spazi chiusi e concentrati dell’apprendere. Perfino nei tanto osannati paesi del nord Europa non si è ancora superato il concetto di “school building” se non nelle forme variegate ed ipertecnologiche ed ecologiche di una edlizia scolastica d’avanguardia.

Non vi può essere a mio avviso nuova educazione ed una città educante senza rivoluzionare gli spazi e chiudere, finanche troppo tardi, con le tipologie dell’edilizia scolastica. La città nuova non distingue più tra spazi dedicati a qualcosa e luoghi dedicati a qualcos’altro. Essa cerca di integrare significati e funzioni così come in una casa si mangia, si dorme, si apprende, si lavora, si gioca… Come avevamo immaginato nel Manifesto della educazione diffusa si può già trasformare un città di medie dimensioni operando su di essa gradualmente e per parti. Vediamo come una città attuale potrebbe trasformarsi in una città giardino educante. Intanto occorre verificare la capacità di accoglienza a fini educativi dei luoghi urbani allo stato attuale secondo una gerarchia di caratteristiche culturali già insite in alcuni spazi e manufatti. Verifichiamo se il municipio, il teatro, la biblioteca, il museo, il centro culturale, il centro sociale, le strutture di associazioni ed enti pubblici e privati con finalità collettive possono accogliere gruppi di persone in formazione e quanti. Il sopralluogo nelle città candidate a fungere da avanguardie virtuose sarà realizzato da un gruppo di lavoro di esperti e di cittadini allo scopo di individuare le tracce di possibili portali, reti, luoghi per educare ed essere educati in mezzo agli spazi già esistenti di lavoro, di svago, di cultura, di contemplazione.

Seguendo il racconto finale del Manifesto della Educazione diffusa possiamo descrivere i particolari di questo nuovo intorno urbano. Insieme ai suggerimenti legati ad una discreta organizzazione e  ad una idea di gestione collettiva e coordinata degli sciami di giovani e adulti che si diffondono con le loro guide nella città e nel territorio, l’architettura costruisce un modello che viene indotto dal racconto della città e dalle sue aspettative per il futuro già scritte nella storia e nelle storie dei luoghi e degli spazi, dei manufatti vivi e ancora pronti ad accogliere e ad insegnare. Nell’antica battaglia per una nuova scuola anche dal punto di vista dei luoghi dell’apprendere non si poteva prescindere da una specie di rivoluzione logistica, organizzativa e di “organico”. Le cose da apprendere, l’educazione e la crescita non sono indifferenti ai luoghi in cui avvengono. La marcia di avvicinamento ad un nuovo modello di scuola potrebbe integrare mirabilmente, in una sperimentazione breve che facesse tesoro delle eventuali buone pratiche nel territorio, l’insieme dei progetti-scuola, dei tempi-scuola e dei luoghi-scuola sfruttando, in una fase transitoria, anche quel poco che offre anche attualmente l’organico potenziato.  Se si trasformassero, riducendoli anche di numero, gli edifici scolastici per un uso misto e flessibile (museo e scuola, biblioteca e scuola, terziario e scuola…) e si usassero gli spazi di cultura e non solo, pubblici e privati della città per “fare scuola”, persino bar, negozi e centri commerciali; se si abolissero le materie e si apprendesse per mappe concettuali, per argomenti e temi trasversali (gestiti dai docenti disponibili, competenti e possibilmente ri-formati), il quadro potrebbe cominciare a cambiare radicalmente e allora un organico sarebbe veramente “funzionale” e in un prossimo futuro se ne potrebbe anche fare a meno.

Gli attuali orari della settimana, del mese o del semestre, in una accezione di sperimentazione breve, prima della trasformazione vera e propria, potrebbero essere realmente flessibili e adattati a un canovaccio plurisettimanale di argomenti e tematiche multidisciplinari e interdisciplinari, progetti ed eventi, nel quadro di un sistema di rete territoriale, da sviluppare in diversi luoghi, utilizzando le nuove tecnologie con juicio, docenti esterni ed interni, oltre che tutors negli ambiti di apprendimento, che potranno essere anche un laboratorio artigiano, una fabbrica, un ufficio pubblico, un museo, un laboratorio, una mostra. L’insieme pernicioso di cui si dovrà fare a meno sono gli edifici scolastici, le classi, le materie e le discipline, i programmi e gli orari scolastici. L’insieme virtuoso sarà composto invece dai luoghi educativi della città, dalla libertà e flessibilità dell’apprendere in modo trasversale e anche occasionale attraverso i mentori, gli esperti e gli spazi di per sé maestri di cultura e di vita. I talenti e le vocazioni potranno finalmente emergere al di là delle competizioni e delle classificazioni e il cosiddetto saper fare deriverà da multi esperienze e dalla soddisfazione spontanea delle curiosità e delle necessità insite o evocate nei bambini, nei giovani, negli adulti, spesso tarpate da una scuola e da una società dirigista e preordinata nei contenuti, nei tempi e nei luoghi. Vi sono numerosi esempi e proposte nella direzione dell’innovazione in campo educativo e del disegno delle città. Purtroppo moltissime si muovono pervicacemente nel recinto economico del libero mercato e per questo non saranno mai veramente innovative. Mi sono stati suggeriti articoli, saggi e testi sull’argomento che ahimè, dopo le prime pagine, ho dovuto completare con una rapida lettura in diagonale per aver capito che il quadro di riferimento in cui si muovevano non era affatto rivoluzionario ma pieno di déjà vu e, in sostanza, solo palliativo rispetto all’esistente e forse, a volte, suggerito, forsanche subliminalmente,  come ipocrita salvataggio di una economia del capitale in fase critica. Restavano infatti ipotesi educative meritocratiche e classificatorie, orari e programmi, aule e spazi scolastici, zonizzazioni urbane, solamente “più moderne”. Il nostro disegno è invece teso a ribaltare l’attuale concetto di scuola, di educazione e di architettura per l’educazione. Tempi, luoghi e forme dell’educare non sono indifferenti alla libertà. Non quella del mercato, quella degli uomini.

Un’utopia? Non tanto e non proprio.

Ma ora  immaginiamo e proviamo uno scenario di città educante in una vera realtà urbana. Magari in uno scenario economico e sociale profondamente mutato.

Il gruppo di studio minimo: un architetto, un educatore, un amministratore, un esperto di organizzazione scolastica, un insegnante, genitori. Tutti con la voglia di abbandonare le loro accademiche certezze e le loro professioni codificate sulla via impervia dell’immaginazione e della scoperta. Queste le tappe:

  • La ricerca e il repertorio di buone pratiche dal mondo.
  • La scelta della città campione: tra i 25 mila e i 30 mila abitanti dotata di buone infrastrutture di mobilità e di buoni poli culturali.
  • La rete e i luoghi: musei, biblioteche, botteghe, ateliers, teatri…
  • Il disegno urbano e il disegno del tempo e del modo: ridisegnare la città e i suoi tempi integrando educazione, lavoro, tempo libero.
  • La prova generale: una settimana di scuola diffusa nella città campione tra il 2018 e il 2019. Si può fare!
  • Il disegno di un modello di riferimento flessibile. Un suggerimento più che un progetto.

 

Giuseppe Campagnoli 19  Giugno 2017

 

Questa forse è la città ideale?

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Le belle scuole.

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Non c’è bisogno di costruire altre scuole e non c’è neppure bisogno di ricostruire quelle distrutte da eventi naturali o dall’incuria e disonestà dell’uomo. Se la metà delle scuole italiane non si può mettere a norma né ora né mai, l’altra metà è vecchia sia concettualmente che fisicamente. Rincorrere gli adeguamenti e i restauri per tutta la vita di edifici che funzionano solo metà del tempo e sono irrimediabilmente obsoleti anche quando progettati l’altro ieri è folle oltre che antieconomico. Gli spazi dove si fa scuola sono lo specchio di come è il modello di scuola oggi. Sostanzialmente quello di un secolo fa.Statico, fisso, sclerotico. Papini ripeterebbe ancora il suo appello del 1914:
“Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme, Manicomi, Scuole, Ministeri, Conventi. Codeste pubbliche architetture son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali. Difesa contro il delitto – contro la morte – contro lo straniero – contro il disordine – contro la solitudine – contro tutto ciò che impaurisce l’uomo abbandonato a sé stesso: il vigliacco eterno che fabbrica leggi e società come bastioni e trincee alla sua tremebondaggine.
Vi sono sinistri magazzini di uomini cattivi – in città e in campagna e sulle rive del mare – davanti a’ quali non si passa senza terrore.
Lì son condannati al buio, alla fame, al suicidio, all’immobilità, all’abbrutimento, alla pazzia, migliaia e milioni di uomini che tolsero un po’ di ricchezza a’ fratelli più ricchi o diminuirono d’improvviso il numero di questa non rimpiangibile umanità. Non m’intenerisco sopra questi uomini ma soffro se penso troppo alla loro vita – e alla qualità e al diritto de’ loro giudici e carcerieri. Ma per costoro c’è almeno la ragione della difesa contro la possibilità di ritorni offensivi verso qualcun di noialtri.
Ma cosa hanno mai fatto i ragazzi, gli adolescenti, i giovanotti che dai sei fino ai dieci, ai quindici, ai venti, ai ventiquattro anni chiudete tante ore del giorno nelle vostre bianche galere per far patire il loro corpo e magagnare il loro cervello? Gli altri potete chiamarli – con morali e codici in mano – delinquenti ma quest’altri sono, anche per voi, puri e innocenti come usciron dall’utero delle vostre spose e figliuole. Con quali traditori pretesti vi permettete di scemare il loro piacere e la loro libertà nell’età più bella della vita e di compromettere per sempre la freschezza e la sanità della loro intelligenza?
…Noi sappiamo con assoluta certezza che la civiltà non è venuta fuor dalle scuole e che le scuole intristiscono gli animi invece di sollevarli e che le scoperte decisive della scienza non son nate dall’insegnamento pubblico ma dalla ricerca solitaria disinteressata e magari pazzesca di uomini che spesso non erano stati a scuola o non v’insegnavano…”

Papini è sicuramente discutibile e condannabile per altre  sue idee che rispecchiavano gli umori degli inizi del ‘900 ma non lo è, a mio avviso, quando parla dei luoghi simbolo della nostra società. I luoghi monumento del potere e della costrizione che tarpano le ali piuttosto che dispiegare la creatività e la voglia di apprendere.

A classroom for the future

Iternational competition Open Architecture Network 2009

Nuove scuole per un vecchio modello di scuola

Se è una quasi utopia fare a meno di punto in bianco degli edifici scolastici, brutti e deprimenti, dove si intruppano centinaia di persone a fare le stesse cose giorno per giorno e anno per anno, non lo è quella di costruire un nuovo modello di educazione che nel tempo porti con sé anche una nuova concezione degli spazi per apprendere. Piano piano si faranno uscire di più i bambini e i ragazzi dalle mura in cui sono costretti per apprendere in luoghi diversi e piano piano si ridurranno le scuole fino ad arrivare ad un numero minimo di architetture, diverse, aperte, solo introduttive ad una intera città che invita a ricercare e ad imparare e che diventa essa stessa scuola. Cinquant’anni, cento anni? Forse si o forse no. Comunque già porsi delle domande e prefigurare degli scenari profondamente diversi da quelli di oggi è un grande passo avanti. Non continuiamo, come si dice a Napoli, a scrufugliare sull’esistente ormai morto o sull’ennesima finta riforma epocale attraverso convegni, seminari, pubblici incensi ed autoreferenzialità. Si abbia il coraggio di assecondare la fantasia esperta ed un sogno  per vedere dove ci possono portare.

1 Settembre 2016

Giuseppe Campagnoli