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L’epidemia della Sharia.Istruzione e cultura uniche armi.

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Education, job, freedom and peace against violence of sharia, religions and global markets.

Non sto qui a spiegare che cosa sia la Sharia. Bastano Wikipedia e tutte le conferenze e gli scritti che ne trattano in giro per il mondo. Invece vorrei associarmi ad una idea che, se perseguita e sviluppata, potrebbe disinfestare il mondo dal terrorismo e dalle farneticazioni di tipo islamico. Le armi vincenti saranno l’istruzione, la cultura e il lavoro.

Massicce infusioni di conoscenza ed istruzione faciliteranno la strada verso il lavoro, la salute e la pacifica convivenza attraverso la liberazione totale dalle nefaste credenze e superstizioni ancora legate all’ignoranza delle tribù di pastori del deserto di tanti secoli fa o delle congreghe chiesastiche dell’occidente.

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Le religioni,le parole, l’interpretazione, il dominio che si giova dell’ignoranza.

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Giordano Bruno non sarebbe piaciuto a Daech ai sionisti, agli emiri, agli ulema e agli imam
 così come non piacque alla Chiesa Cristiana.

Ancora una  riflessione che mi fa eco sulle religioni e sulla loro benefica o nefasta influenza nella storia dei popoli. I pensieri sono indotti vieppiù dalle tragedie dell’Europa, del Medio Oriente e del Mondo in nome delle religioni, delle superstizioni e di talune ideologie, non ultima quella del mercato. Il linguaggio dei testi che riportano la voce e le narrazioni di uomini che sostengono (senza prova alcuna) di aver ricevuto messaggi da una divinità o da chi parlasse in suo nome (!!) e rivolte ad altri uomini è importantissimo e spesso non occorre interpretare nulla per quanto è chiaro, senza ricorrere alle metafore. Le frasi composte da soggetto, predicato e complemento che si ripetono come mantra, giaculatorie, cantici, sure o rosari non si prestano a dubbi. Basta leggere e capire la lingua. La lettura dei testi è fondamentale e l’invito ad approfondire commentari chiose  o la scusa di una interpretazione autentica, nascondono spesso profonde ambiguità di comunicazione, ipocrisia e mala fede. Se i testi si dice fossero stati scritti per il popolo  giocoforza dovrebbero essere più che chiari ed immediati. Piuttosto occorre collocare la lingua nei tempi in cui ha avuto origine e in quelli in cui è stata revisionata o trasformata per adattarla ai mutamenti dell’umanità. La questione è solo nella lingua e nei costumi che si evolvono, seppure non dovunque e per chiunque.

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Buonasera.Otium et religio.

La buona scuola. “L’ora di otium”. Ancora una volta Massimo Gramellini “buongiorna” sulla scuola. Noi abbiamo scritto di scuola un articolo si e l’altro pure. Se qualcuno ci leggesse forse ne trarrebbe qualche giovamento, vista la nostra esperienza. La lingua italiana è una materia fondamentale della formazione e dell’istruzione nella nostra scuola. Il fatto che sia stata minimizzata, che sia insegnata malamente, che non si faccia più dettato, riassunto e analisi logica a vantaggio dell’articolo di giornale, del saggio breve, della critica storica e artistica o che non si facciano parlare in pubblico gli studenti “dal muretto”  non vuol dire che si possa usare l’ora di “socialità” per compensare queste carenze né per recuperare la capacità di dialogo e di  sana relazione interpersonale che dovrebbe iniziare dai nuclei o dalle tribù familiari che hanno per Costituzione la responsabilità “in educando”. Non mi stancherò mai di ripetere come noi, generazione anni ’50, prima della malefica riforma della scuola media del 1963 alla fine della terza leggevamo e capivamo senza problemi il “Moby Dick” di Melville tradotto da Cesare Pavese!

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Guerre di religione?

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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Dobbiamo ancora assistere alla violenza, fisica, economica o sociale che siano, in nome e per conto di una o più divinità di cui non è dato sapere. Anche l’arte, accanto alla rappresentazione delle cose degli uomini  ha spesso disegnato (quando fosse concesso dai dogmi e dalle leggi iconoclaste degli uomini) le figurazioni di chi ci eravamo inventati. L’homo sapiens doveva supplire alla  ragione che non poteva trovare spiegazioni plausibili. Queste, nel tempo, sono arrivate dalla scienza e allora, quasi tutte le credenze si sono comodamente e prontamente adattate allo stato mutato delle cose. La fantasia applicata  al mistero ha generato capolavori in tutto il mondo ma la realtà poi è cambiata ancora e oggi la rappresentazione di divinità e profeti obsoleti anche per chi non sia propriamente colto è sempre diminuita se non oggi, quando è diventata invece pericoloso e pretestuoso “casus belli”. L’arte che si occupa di religione oggi, infatti, con grandissimo coraggio è quella della satira scritta e disegnata. I capi delle religioni più potenti però, se da una parte si combattono per vie traverse o per interposte persone, dall’altra si mostrano concordi nel condannare il riso, seppure sempre innocuo, delle cose sacre. Ricordo come un mio zio vescovo, compianta e rara  eccezione nel mondo della chiesa, ridesse con noi delle barzellette sulle cose sacre, credo perché le ritenesse anche profondamente umane e tutto sommato rispettose delle convinzioni altrui, davvero ben poco solide se fossero state colpite da innocue parodie. Sentire parlare non più di arte ma di guerra fa veramente male. Sentire indicare gli uomini come cristiani, ebrei o musulmani come se fosse un insulto fa ancora più male e ci fa rivolgere alla storie delle filosofie per cercare di comprendere le ragioni storiche di questo presente.

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Varia umanità

“Preferirei di no”.

di Angela Guardato Angela-Guardato

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E. Munch, L’urlo, 1893

Forse non tutti conoscono la storia del signor Bartleby.

Bartleby è il personaggio di un breve racconto di H. Melville, quello di Moby Dick, per intenderci. Bartleby viene assunto, un bel giorno, per lavorare in uno studio legale di Wall Street nella New York di fine ‘800. Bartleby fa lo scrivano. Fa il suo lavoro e basta, passivamente, non ha un nome di battesimo, non ha un passato, non mangia quasi nulla, solo focacce allo zenzero, non esce mai dall’ufficio, non accetta denaro, non accetta aiuto da nessuno. Non ha quasi una vita. Bartleby, a qualsiasi richiesta differente dal solito gli venga fatta, risponde perentorio: “Preferirei di no”. Poi, un giorno, comincia a non voler più svolgere neppure le sue precipue mansioni di scrivano e a rispondere: “Preferirei di no”. Il datore di lavoro, uomo fino all’arrivo di Bartleby sereno, mondano, ottimista e fiducioso, finisce spazientito per dover licenziare quell’uomo torvo che ha riempito il suo ufficio di negatività, diversità, asocialità. Ma Bartleby non vuole lasciare lo studio dove ormai vive, senza mai uscirne, da tanto tempo, e così il datore di lavoro è costretto a trasferirsi, cambiando, lui, studio. Anche ai nuovi inquilini, che gli chiedono di andarsene lui risponde “Preferirei di no” e saranno, loro, costretti a far arrestare Bartleby per vagabondaggio. Anche in carcere Bartleby parlerà pochissimo e finirà per decidere di rispondere “Preferirei di no” anche al mangiare, lasciandosi così morire di fame. Lasciando per sempre quel mondo a cui non era mai veramente appartenuto, e a cui non era mai veramente sottostato. Il vecchio datore di lavoro, dopo aver cercato di aiutarlo, e venuto a conoscenza del suo precedente lavoro, cioè occuparsi delle lettere smarrite, finisce per ipotizzare con tristezza che questo possa averlo portato alla depressione ed al suo stranissimo comportamento, che lo ha poi condotto alla morte.

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Non è mai troppo tardi.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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Alcuni esperti, allarmati per il crescente fenomeno dell’analfabetismo funzionale di ritorno nella popolazione italiana, a partire addirittura dagli anni ’60  (come effetto delle riforme della scuola di allora) propongono una soluzione che a me non pare del tutto peregrina. Si tratterebbe di richiamare ciclicamente ( come per il servizio militare!) i cittadini ad un test di competenze linguistiche, scientifiche, artistiche e di cultura generale, a partire dalle classi di oggi retrocedendo negli anni fino a quando il test non dia risultati statisticamente accettabili. Chi non superasse il test (costruito su rigorosi  parametri internazionali) dovrebbe, per riprendere la propria attività nella società civile, frequentare un corso, per così dire, di riabilitazione e conseguire una specie di “patente” valida per un periodo da  stabilire. Quanti sarebbero quelli non idonei? E quanti tra chi si occupa di politica, impresa, comunicazione e cultura? Le sorprese sarebbero infinite. Ma l’investimento in questa operazione sarebbe l’indispensabile avvio del risanamento della scuola e della società italiane. Una provocazione? Forse. Ma non tanto. Credo anch’io fermamente che l’ignoranza sia all’origine di tutti i nostri mali attuali e che debba essere combattuta con coraggio e con ogni mezzo.

Giuseppe Campagnoli