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Il mercato non ama l’educazione.

I mercanti e gli accumulatori non amano l’educazione. Amano solo il danaro, il mercato e il possesso.Si servono dell’istruzione per addestrare tanti sudditi obbedienti e spesso inconsapevoli.

Sono pochi quelli che parlano di cambiamento fuori dal recinto del mercato e del capitalismo. Quelli che si definiscono o definiamo populisti, liberisti, liberali, dem, sovranisti, cittadinisti e via cantando si muovono dentro lo stesso recinto e alla fine pare una specie di guerra tra bande per spartirsi lo stesso bottino da trincee diverse. La lotta alla povertà viene intesa quasi sempre come ripristino del meritocratico e quindi mercantile ascensore sociale per lasciare fermo il diritto alla ricchezza trascurando come sia sempre frutto di violenza, sopraffazione, furbizia, crimine più o meno legale, accumulo forsennato. Lo stesso Jean Jacques Rousseau, il cui nome è stato abusivamente e scandalosamente preso in prestito dai sedicenti libertari neocitoyens in combutta con i neo poteri capitalisti del web e le scientologies nostrane, stigmatizzava la proprietà privata come l’origine di tutti i mali, un attentato continuo al diritto originario alla comunione della natura e delle sue risorse e auspicava una rivolta globale contro la proprietà per liberare veramente l’umanità dalla povertà e dalle varie schiavitù.

« Le premier qui ayant enclos un terrain s’avisa de dire : Ceci est à moi, et trouva des gens assez simples pour le croire, fut le vrai fondateur de la société civile. Que de crimes, de guerres, de meurtres, que de misères et d’horreurs n’eût point épargnés au genre humain celui qui, arrachant les pieux ou comblant le fossé, eût crié à ses semblables : “Gardez-vous d’écouter cet imposteur ; vous êtes perdus si vous oubliez que les fruits sont à tous et que la terre n’est à personne!” Mais il y a grande apparence qu’alors les choses en étaient déjà venues au point de ne plus pouvoir durer comme elles étaient : car cette idée de propriété, dépendant de beaucoup d’idées antérieures qui n’ont pu naître que successivement, ne se forma pas tout d’un coup dans l’esprit humain : il fallut faire bien des progrès, acquérir bien de l’industrie et des lumières, les transmettre et les augmenter d’âge en âge, avant que d’arriver à ce dernier terme de l’état de nature. […] La métallurgie et l’agriculture furent les deux arts dont l’invention produisit cette grande révolution. Pour le poète, c’est l’or et l’argent, mais pour le philosophe ce sont le fer et le blé qui ont civilisé les hommes, et perdu le genre humain. »

“Tant que les hommes se contentèrent de leurs cabanes rustiques, tant qu’ils se bornèrent à coudre leurs habits de peaux avec des épines ou des arêtes, à separer de plumes et de coquillages, à se peindre le corps de diverses couleurs, à perfectionner ou embellir leurs arcs et leurs flèches, à tailler avec des pierres tranchantes quelques canots de pêcheurs ou quelques grossiers instruments de musique, en un mot tant qu’ils ne s’appliquèrent qu’à des ouvrages qu’un seul pouvait faire, et qu’à des arts qui n’avaient pas besoin du concours de plusieurs mains, ils vécurent libres, sains, bons et heureux autant qu’ils pouvaient l’être par leur nature, et continuèrent à jouir entre eux des douceurs d’un commerce indépendant: mais dès l’instant qu’un homme eut besoin du secours d’un autre; dès qu’on s’aperçut qu’il était utile à un seul d’avoir des provisions pour deux, l’égalité disparut, la propriété s’introduisit, le travail devint nécessaire et les vastes forêts se changèrent en des campagnes riantes qu’il fallut arroser de la sueur des hommes, et dans lesquelles on vit bientôt l’esclavage et la misère germer et croître avec les moissons.”

Discours sur l’inégalité. J.J. Rousseau 1754

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Note: “C’est donc la propriété, l’usurpation qui a crée et institutionnalisé l’inégalité entre les hommes. Le travail, et l’oppression qui en découle, est la conséquence de la propriété. L’institution de la propriété est le début de l’inégalité morale, parce que si les hommes peuvent “posséder” les choses, alors les différences de « patrimoine» sont sans rapport avec les différences physiques. Cependant, Rousseau ne dénonce pas en soi la propriété (comme le fera l’anarchiste Bakounine), il dénonce les inégalités de propriété.” 

 “E’ dunque la proprietà, l’usurpazione del bene comune che ha creato e istituzionalizzato la disuguaglianza tra gli uomini. La fatica e l’oppressione che ne deriva è la conseguenza della proprietà. L’istituzione della proprietà è l’inizio della diseguaglianza morale perchè se gli uomini possono possedere le cose allora le differenze patrimoniali sono senza relazione con le differenze fisiche. Rousseau non denuncia la proprietà in sé (come l’anarchico Bakunin) la denuncia la diseguaglianza della proprietà.”

Anche tanti giornalisti, tanti saggisti e tanti mezzibusti, seppure si dichiarino progressisti, liberali o “di sinistra”, blaterano dallo stesso pulpito reale o virtuale, dentro il medesimo recinto e considerano un dogma che si continui dentro l’attuale perniciosa economia lottando solo per migliorarla (per chi?) includendo, in posizione decisamente minoritaria e marginale, con regalie, filantropie, elemosine e carità pelose anche in varie forme di sostegno reddituale incontrollabili e aleatorie, (inclusione, cittadinanza, minimo universale…) le fasce deboli  come se fosse possibile con questi ipocriti palliativi garantire l’eguaglianza. Soltanto in un futuro lontanissimo, parte di quella utopia che segue tante altre utopie, un futuro profondamente e radicalmente diverso, si potrà dire di fare a meno del lavoro come è oggi inteso, cioè di schiavitù e obbligo, per procurarsi di che vivere e di che godere, in altre forme, magari anche bene e trarne pure una soddisfazione come in un piacevole gioco abolendo capitalismo e salariato. Oggi tutto quello che si può cominciare a fare, magari anche attraverso una rivoluzione dell’educazione e poi dell’economia e di tutto il resto è uscire idealmente e coraggiosamente fuori da quel recinto e battersi per un cambiamento radicale dei presupposti della vita stessa imposti e governati altrove. Se le leggi ad usum delphini, i poteri e i governi remano contro, come accade sempre di più, ci si serva della disobbedienza civile con la messa in campo di iniziative, esperimenti, moti dal basso, non violenti ma persistenti, insistenti, diffusi e permanenti in una specie di insieme tra mobbing e stalking per la libertà, dal basso verso l’alto per ribaltare e trasformare e dal basso verso il basso per convincere, educare e trasformare in meglio le persone lontano dalle “non conoscenze” indotte, dagli egoismi, dalle violenze e dall’individualismo sfrenato. Si può fare perché in qualche parte già si fa. Ed è ipocrita oltre che fuorviante fingere che sia una cosa complicata, fare disquisizioni filosofiche o politiche di lana caprina, sostenere che per ora bisogna accontentarsi di piccoli minimali passi, per ostacolare il sogno per un cammino dell’eguaglianza, che, con poco, potrebbe essere realtà e trascinare con sé un forte cambiamento nel rapporto con la natura, la materia, la psiche, i nostri simili intendendovi comprese tutte le forme di vita. Ed è proprio l’educazione in una accezione nuova, diffusa, permeante ogni aspetto e ogni età  della vita l’unica che può garantire il cambiamento anche perchè nel tempo induce conoscenze e consapevolezze della realtà tali da consentire scelte politiche più vere perchè corrispondenti a ciò che la natura è e chiede: ricerca, racconto, comunione, accoglienza, rispetto, amore. Quando si nasce, e sicuramente anche prima, scatta il processo educativo istintivo e incidentale. Inizia la vita e inizia l’educazione,ancor prima di uscire all’aperto. È per questo che è la cosa più importante. È per questo che il resto deve venire dopo e di conseguenza. La natura disinteressatamente avvia la sua azione educativa con una relazione reciproca. Comunità e genitori quasi sempre non sono disinteressati e quasi sempre inculcano informazioni, idee, saperi che sono costruiti dalle storie, dalle visioni della vita, dalle tradizioni, dalle convenzioni sociali, dall’economia e dalla politica, non sempre buone, non sempre rispettose della natura e dell’umanità. Ecco perché l’educazione è il motore del vivere singolarmente e in gruppo e deve portare con sè idee virtuose di socialità, di economia, di rapporto con la natura e con gli altri. Deve portare con sè fin dai primi passi umani le parole chiave che oggi ahimè piacciono sempre meno a chi mira al dominio sugli altri e sulle cose del mondo. Queste alcune di quelle parole che spesso cambiano forma ma mai il contenuto: accoglienza, tolleranza, inclusione, equità sociale, dignità, libertà di espressione, rispetto, Come diceva Rousseau tutti i mali vengono dal possesso e dall’accumulo, dallo sfruttamento e dal non porre limiti alla proprietà oltre che ai modi per acquisirla. Forse è ora di finirla nel categorizzare le persone tra primi e ultimi, ricchi e poveri, bisognosi e non bisognosi senza agire affatto sulle cause che determinano queste differenze e a cui i poteri tutti non sono mai stati e non sono ancora estranei

 

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Giuseppe Campagnoli

17 Dicembre 2018

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Un po’ di coraggio per l’equità

L’Italia è per antonomasia il paese dell’agricoltura,della cultura,dell’arte, del turismo e dei servizi formativi e culturali di qualità. Per far ripartire il paese puntiamo su questo.L’industria e la finanza sono state solo occasioni di sfruttamento e di speculazione. Non erano assolutamente la vocazione di un paese come il nostro.Sono state “inventate” e sappiamo come sono finite.

Ora coraggiosamente si può fare qualcosa:  recuperare, attraverso la confisca immediata, i patrimoni evasi e il surplus patrimoniale accumulato illegalmente e disegualmente ; confiscare ed assegnare con le dovute garanzie di serietà, capacità e merito a disoccupati e giovani in cerca di lavoro fondi agricoli abbandonati,mal gestiti o utilizzati per altri fini (sfruttamento estensivo di pannelli solari,colture ogm e non autoctone e biologiche,falsi agriturismo); fare la stessa cosa con le seconde e terze case non affittate a equo canone o non date in comodato per consegnarle a giovani e famiglie ad affitto bloccato o per avviare attività turistiche e culturali; riassegnare concessioni balneari  a termine controllandone lo sviluppo turistico di qualità e i prezzi; contrattualizzare in public companies giacimenti  di beni culturali (musei,immobili storici,scavi archeologici etc..) con adeguato guadagno per lo Stato e garanzie di qualità per la fruizione e lo sviluppo; pianificare organicamente l’offerta turistica. Infine fissare limiti munimi e massimi per i redditi pubblici e privati in modo che il differenziale non superi mai (dico mai!) il doppio.Tutto ciò con un rigoroso criterio del “più stato efficiente e poco mercato” come sostengono anche (c’è il trucco?) le più avanzate concezioni economiche internazionali, pure dentro il capitalismo! (cfr. “The Entrepreneurial State” e “Government — investor, risk-taker, innovator” M. Mazuccato)

La politica che non segue questa semplice via ci pare decisamente in mala fede.

Giuseppe Campagnoli

6 Dicembre 2013 e 22 Luglio 2018

 

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Educazione Politica Sociale

La bella Costituzione quotidiana

di Giuseppe Campagnoli

Chi governerà lo farà bene e onestamente solo se darà una risposta concreta e rapida agli articoli più vicini ai cittadini e più suscettibili di applicazione immediata per un minimo di equità sociale. Questo è il nodo della nostra Costituzione e ancora valido e da applicare.

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L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Lavoro per tutti secondo la propria preparazione,i propri meriti e la propria capacità,con redditi adeguati a questi meriti e capacità comunque commisurati solo ad una vita dignitosa. Il lavoro come mezzo per soddisfare i propri bisogni materiali e spirituali, non per il profitto e l’accumulo, non per la speculazione e l’arricchimento. Ricordiamo che dietro ogni ricchezza anche piccola c’è sempre un crimine.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. 

Le forme e i limiti della costituzione sono le libere elezioni e il parlamento in una unica Camera  e tutto ciò che vi è connesso. Il popolo esercita la sovranità indirettamente attraverso rappresentanti qualificati e scelti secondo delle regole democratiche. Non è attuabile alcuna forma di democrazia diretta: diventerebbe una pericolosa forma di demagogia e populismo. I cittadini comunque debbono poter scegliere i propri rappresentanti nominalmente. Sarebbe utile limitare tutti i mandati politici ad un quinquennio. L’unico mandante è il cittadino, non il partito o il movimento politico.

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Autoritratto

Dalla storia  metafora del mondo in cui viviamo, un racconto vero che è l’autoritratto di tanti italiani per bene.

 

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“Il nostro italiano, dopo la laurea a soli 23 anni  con un percorso difficile,senza molti soldi e con una carriera universitaria preclusa perché non si poteva essere mantenuti fuori casa per il tempo necessario a partecipare ai concorsi facendo l’assistente volontario; dopo un ingresso nel mondo del lavoro anch’esso pieno di sacrifici e rinunce (c’erano già laureati che dovevano fare altri mestieri per la crisi ricorrente e la disoccupazione ai livelli di oggi!) ha trascorso una parte della vita nella professione libera e una parte nella scuola. Da professionista vòlto al sociale più che al profitto e fondamentalmente educato all’ onestà non si è arricchito convinto di dare anche come dovere civile. Da uomo di scuola e amministratore locale pro-tempore per passione verso la collettività non si è egualmente arricchito. Ha invece conservato il patrimonio più prezioso che è l’orgoglio ( la vita e le numerose testimonianze di ex studenti, di docenti e famiglie me ne hanno dato la conferma) di aver formato bravi professionisti, insegnanti, artigiani e di aver lasciato un segno,spero non effimero,nella società con le sue piccole opere e il suo impegno quotidiano lungo l’arco di quarant’anni.. Ha lavorato prevalentemente come pubblico dipendente e ,come si dice servitore dello Stato (quello Stato vero, fatto da cittadini onesti,che guadagnano il giusto con il loro lavoro, pagano le tasse e partecipano democraticamente alla vita civile contribuendo al progresso e all’equità sociale) insieme a tanti altri che non hanno approfittato del loro ruolo ma hanno dato tutto per la società civile senza voler mirare al profitto o ai facili guadagni. Spesso ha dovuto difendere la publica utilitas e chi vi lavora dagli attacchi sovente incivili e analfabeti di tanta parte della società (oggi scatenata dietro l’anonimato e la provvidenziale deregulation del web) che considera il lavoro esclusivamente come dedicato parossisticamente al proprio profitto anche a discapito degli altri (la cosiddetta concorrenza), all’accumulo di ricchezza senza dare nulla alla collettività (l’evasione fiscale) o,infine, al tendere costantemente ad una vita al di sopra di quelle possibilità che la Costituzione indica come caratteristiche del vivere dignitosamente non avendone né le capacità né il merito.Alla fine del suo lungo lavoro, utilizzando gran parte di quel “salario differito” che si chiama pensione, guadagnata abbondantemente con 40 anni di impegno e di versamenti e considerata quasi un risarcimento per anni di stipendi meno che “europei”, cerca di contribuire alla formazione dei figli che lo meritano perché sono capaci ed onesti e, non secondario, di continuare ad educare anche con la ricerca,la scrittura e i nuovi media, quella gran parte di cittadini disorientati e perniciosamente influenzati dai tribuni e dai miti di successo effimero di turno che in Italia hanno avuto tanto appeal fin dai tempi di Idrione legionario romano e della non troppo realizzata unità d’Italia.

 Questa potrebbe essere la storia minima di tanti vecchi italiani che si sentono “saggi” e mettono la loro esperienza al servizio della collettività e da questa dovrebbero essere accolti e “sfruttati” per quel che hanno fatto e continuano,a dispetto dell’età, a saper fare, come avviene in paesi più civili, invece di essere bersaglio di drammatiche opinioni pubbliche populiste basate su stereotipi di “invidia sociale” e di disinformazione”. mentre in parallelo sono nati e si sono perfidamente evoluti,  il libero mercato e l’imprenditoria, le professioni liberali e liberiste, i mercanti e i mediatori, piccoli e grandi, sempre difesi a spada tratta dai media e dai politici e antipolitici gregari, amanti e servili verso il liberismo e il profitto in nome del meschino “diritto” alla libera impresa, annessi e connessi inclusi. Tanto poi per i poveri e per i veri onesti, che debbono restare poveri, c’è l’elemosina, la religione e l'”ascensore sociale”!

Giuseppe Campagnoli

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Ecomomia Educazione Politica Sociale

Catastrofi naturali e umane.

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di Giuseppe Campagnoli

 

Mi duole dover riproporre pari pari questo scritto. I fatti drammatici provocati dagli eventi di questi giorni dopo i momenti di lutto e di cordoglio, mi fanno immediatamente dopo ricordare due riflessioni fatte tempo fa su “La Stampa” e su “La rivista dell’istruzione” a proposito di educazione alla tutela dell’ambiente, alla prevenzione ed alla protezione civile. Come si dice in campo fisiologico che la “prima digestio fit in ore” anche in campo di prevenzione la “prima prevenzione avviene nei nostri comportamenti quotidiani”. Ma una cosa sono le scelte che i cittadini sono in grado di fare, altro è il danno subito da chi non ha le risorse nemmeno per vivere. Nessuna previsione potrà mai dire con certezza assoluta cosa accadrà dopodomani.

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Pensando alla Grecia…e all’Italia. Crescita contro l’equità sociale.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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La dipendenza dalla crescita: cause e soluzioni alle crisi.

Ogni attività di commercio e di pubblicità consiste nel creare bisogni in un mondo che crolla sotto il meccanismo della produzione. Questo esige un tasso di rinnovo e di consumo dei prodotti sempre più rapido, e,di conseguenza,una produzione dei rifiuti sempre più forte e un’attività di smaltimento sempre più importante.

Bernard Maris

Il destino della nostra società è legato a una organizzazione fondata sull’accumulo illimitato. Questo sistema è condannato alla crescita. Nel momento in cui questa rallenta o si blocca,come sta avvenendo, è la crisi o  persino il panico. Ritroviamo il detto:  “Accumulate, accumulate, questa la legge  dei profeti del capitale” del vecchio Marx. Questa necessità rende la crescita una camicia di forza. Il posto di lavoro, il pagamento delle pensioni, il rinnovo delle spese pubbliche ( educazione, sicurezza, giustizia, cultura, trasporti, sanità, ecc) presuppongono l’aumento costante del prodotto interno lordo (PIL). “L’unico antidoto alla disoccupazione permanente è la crescita”, insiste Nicolas Baverez il  “declinologo” vicino a Sarkozy, supportato in questo,per paradosso, da molti noglobal. Alla fine il circolo virtuoso diventa un circolo infernale.. La vita del lavoratore si riduce sempre più spesso a quella di un “biogisteur” che metabolizza il salario con la merce e la merce con il salario, passando dalla fabbrica al supermercato e dal supermercato alla fabbrica.

Tre sono gli ingredienti necessari perché la società consumistica possa continuare il suo girotondo diabolico: la pubblicità, che suscita il desiderio di consumare, il credito, che ne crea i mezzi e l’obsolescenza accelerata e programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità. Queste tre molle della società della crescita sono delle vere e proprie spinte al crimine ed alla diseguagliaza sociale”

Noi aggiungiamo che gli strumenti a volte inconsapevoli, il più delle volte complici sono la politica asservita al capitale, gli evasori fiscali e gli accumulatori di beni e capitali,la pubblicità,le banche,le imprese,i commercianti e i professionisti dei servizi.

Le prime vittime designate sono l’esistenza dei cittadini, l’educazione, l’istruzione,la salute,la mobilità,la cultura e l’arte. I carnefici sempre gli stessi: imprese, finanza, banche, mercato, governi e politica. È inutile girarci intorno e fare inutili distinguo.

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Prima delle vacanze

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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Queste vacanze 2014  qualcuno le potrà passare divertendosi e spendendo gli ultimi danari o quelli che ancora guadagnerà in abbondanza non si sa come e non si sa perchè. Qualcun’altro invece trascorrerà il tempo rovente  rimpiangendo, dalla poltrona di casa o dalla sdraio sul balcone, le stagioni, in cui bene o male, poteva viaggiare e svagarsi grazie ad una maggiore equità sociale. Io vi ripropongo  una riflessione sulla microteoria economica e sociale che ritengo sempre più valida ed attuale.

L’ efficienza sociale

È il rapporto tra quanto prodotto per il proprio profitto privato e quanto invece come contributo e servizio alla propria collettività, tasse comprese. Per valutare il grado di equità occorrerebbe misurare anche quello che definisco il parametro di efficienza sociale. Partendo dall’assunto costituzionale che recita: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società», questo coefficiente dovrebbe valutare in ogni mestiere, professione, impresa, il rapporto tra quanto prodotto per il proprio profitto privato e quanto invece come contributo e servizio alla collettività, tasse comprese. Quanto più si produce per il bene collettivo piuttosto che per il proprio fabbisogno, sacrosanto ma spesso e per alcune categorie volto anche al superfluo, tanto più ci si avvia a realizzare buona parte del principio di equità. Questo principio è infatti fatto di tre componenti fondamentali: un basso plusvalore (differenziale tra redditi a parità di investimento, lavoro e professionalità) un contributo alla collettività esponenzialmente tarato sul proprio profitto e patrimonio, una garanzia delle pari opportunità da realizzarsi nell’istruzione, nella dotazione di mezzi per raggiungere i più alti gradi di professionalità in base ai meriti ed all’impegno e, infine, anche nelle regole del lavoro, delle professioni e dell’impresa. Un esempio che può chiarire meglio il concetto: un lavoratore pubblico o privato che svolgesse un lavoro socialmente utile (scuola, sanità, trasporti, comunicazione, servizi essenziali…) e pagasse le sue tasse in anticipo potrebbe garantire un tasso di efficienza sociale pari quasi al 70% del suo reddito.

Tutti possono fare altrettanto?

Giuseppe Campagnoli, pubblicato su La Stampa in Luglio 2013