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Politicamente scorretto.

LA RABBIA, QUELLA CHE RESISTE AL TERRIBILE DEUS EX MACHINA E A CHI LO HA SPINTO SULLE NOSTRE STRADE CHE NON ERANO PROPRIO PLACIDE. QUESTO MALE È UNO DI QUELLI CHE NUOCE E BASTA SE NON PRELUDE A RADICALI MUTAZIONI SOCIALI.

Sono arrabbiato più che preoccupato, più che addolorato, più che terrificato, più che ottimista, più che pessimista, più che dogmatico.

Arrabbiato con chi ha ridotto la salute pubblica italiana, la scuola pubblica italiana, la società italiana  e non solo, a questo livello. 

Arrabbiato con chi ha sfruttato e continua a farlo.

Arrabbiato con chi tiene in piedi il capitalismo e pretende di farlo vivere anche dopo questa emergenza, anzi, approfittando proprio di questa emergenza, in guisa di famelici stormi di zamuri.

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Briganti. Da Charlie Hebdo
  • Arrabbiato con chi non parla più di migranti, di senza tetto, di disoccupati ,di poveri  di altri malati.
  • Arrabbiato con chi crede che tutto continuerà come prima.
  • Arrabbiato con i ricchi e sfacciati elemosinieri che danno milioni in carità per farsi applaudire ora quando avrebbero potuto e dovuto dare migliaia di miliardi da tanto tempo.
  • Arrabbiato con chi dice #tuttoandrabene quando non sarà così e non sarà per tutti.
  • Arrabbiato con una parte criminale di questo mondo che ha preparato autostrade per guerre, cataclismi, fame, sconvolgimenti climatici, inquinamento, carestie e quindi anche per piaghe come i virus e le pandemie.
  • Arrabbiato con chi piange e con chi ride, con chi scrive, fa lo snob, fa video, posta convulsamente, fa battute e sciorina idiozie, canta, balla sul balcone, passeggia, porta a spasso il cane 5 volte al giorno, saccheggia i negozi, fa ancora selfie e dirette video e va ai raduni dei Puffi. Sono arrabbiato con i vips, i politici e i media sciacalli…
  • Arrabbiato per chi è costretto da solo in un monolocale senza luce e poca aria, per chi casa non ce l’ha proprio, per chi vive in 5 o 6 persone, anziani e bambini compresi tra quattro mura anguste, per chi non uscirebbe per sfizio ma per respirare e vivere, per chi è in carcere o in un centro profughi, come per chi soprattutto viene gettato senza difese nelle trincee della resistenza ad un nemico che hanno contribuito i poteri economici e sociali  a spingere inesorabilmente contro di noi, soprattutto contro di noi.

Sono tremendamente arrabbiato con chi loda la scuola a distanza dentro nuovi muri, con chi vuole riaprire e richiudere le carceri scolastiche o renderle gabbie dorate di spazi da fantascienza  e non pensa invece ad un provvidenziale anno sabbatico globale per ricominciare, quando sarà, ad educarsi in modo nuovo, diffusamente e liberamente. Una occasione per  non addestrarsi più a conoscenze competenze e capacità ad usum delphini ma per aprire le menti alla scoperta del mondo ed a scelte consapevoli e naturali per la vita e per la natura. Sono arrabbiato con chi dice che la scienza non è democratica. La scienza può e deve essere democratica e collettiva perché deve risolvere i problemi  di tutti, nessuno escluso o emarginato e migliorare la vita senza altri fini se non quello di preservare e rendere più accogliente il mondo in cui viviamo. 

Le strade

Sono arrabbiato perché non  abbiamo ancora  capito. E se l’unico antivirus possibile restasse  l’anarchia? Non certo, ormai l’abbiamo assodato, quella falsa social-democrazia da sempre cavalcata da pochi, non quel comunismo e quel nazionalismo delle dittature “di popolo” provvisorie nei proclami ma che poi restano per sempre e di pochi. Resterebbe solo invece, finalmente la possibilità di una responsabilità dell’autogoverno, costruita lentamente e profondamente con l’educazione incidentale e totale, nel mondo reale, in comunione con gli altri e la natura; di una responsabilità collettiva dell’economia della salute e del sapere  garantiti a tutti, delle risorse circolari. Resta la libertà di un reddito universale e della cooperazione del fare, del produrre e dell’usare e la libertà, infine, della condivisione spontanea, del tempo lento e di tutti. Perché le regole imposte da un gruppo, da una classe, da una casta, da una lobby contengono già in sè il germe della trasgressione, della disobbedienza e del conflitto. Ciò che invece induce la vita compatibile, il rispetto dell’ambiente, del prossimo, dei bisogni e delle priorità umane e naturali attraverso una educazione profonda, comune, estesa e condivisa dalla nascita alla trasformazione finale, non sarà mai una regola da rispettare a priori e quasi sempre a vantaggio di altri.

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È la buona ora adesso di ricominciare da ZERO. Con nuovi e diversi paradigmi. Già molti, dal basso ci stanno provando, nei cortili ancora chiusi, tra le case,  da lontano con i mezzi della tecnica usati con juicio, spontaneamente, con rispetto reciproco, condividendo le regole di buon senso comune e di scienza compresa e assimilata, organizzandosi a vivere in modo nuovo, collettivo e solidale, badando bene a non farsi  organizzare con fare subdolo e strumentale da chi poi se ne gioverà elettoralmente, economicamente o anche pure, come già è successo, accademicamente.Un mio anziano professore giurista e saggio diceva spesso che la legge comincia dove finisce il buon senso e lo Stato dove finisce la libertà e la natura. Era un liberale. 

Non dimentichiamoci di tutto questo. Perché i poveri morti e le sofferenze,  la fatica e la pazienza infinite non siano stati invano e tutto non ricominci a girare come prima e forse anche peggio di prima. Non dimentichiamo che chi tiene in mano il potere definisce utopia ciò che non giova ai suoi interessi.  

Un abbraccio a chi è stato gettato nella mischia senza armi e protezioni. Ci risentiamo alla fine di questo incubo grottesco e drammatico. Forse.

Giuseppe Campagnoli  maledetta estate.

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Non c‘è verde senza il rosso e il nero.

La natura non salta e non viaggia da sola. “Oh natura, oh natura, perché non rendi poi quel che prometti allor?” scriveva il mio sublime concittadino. La natura deve seguire il suo corso senza interferenze dedicate all’ umano egoista e cieco sviluppo. La natura fu violata per primo da chi, come scriveva Rousseau, tracciò quel perfido cerchio sulla terra intorno a sé esclamando: “Questo é mio!” E poi si continuò con mirabili perizia e cinismo fino ai disastri di oggi perpetrati sempre per il profitto e lo sviluppo. Effluvi di veleni nell’aere,nelle foreste, nelle campagne e nelle città, nei monti nei mari e nei fiumi. Stragi di esseri viventi per i mercanti globali, povertà, guerre, devastazioni diffuse per il possesso e il dominio sulle cose e sulle genti da manipolare e degenerare. Non ci può essere verde senza rosso e nero. Il verde da solo ci perde e si confonde, inganna e mette delle piccole toppe alle immani ferite del pianeta. Per di più nell’ipocrisia dell’ossimoro in nuce del “capitalismo etico e sostenibile” dei perfidi di Davos che fanno finte ecologiste usando il treno per radunarsi tra le nevi dorate della Svizzera campione di generosità universale. Intanto il caritatevole Oxfam sciorina regolarmente i dati delle ricchezze e povertà dal suo scranno rigorosamente dichiarato no profit e qualche frangia radical-bobo-green sta assorbendo e fagocitando, con le sue irresistibili sirene,tanti ingenui seguaci. Non sono casuali le incestuose alleanze tra certe destre, certi falsi progressisti e alcuni partiti verdognoli nel mondo. Il verde non potrà mai essere in fondo a destra. Neppure in un centro equilibrista e pusillanime. É incompatibile per ambiente. E allora non c‘é salvezza della natura senza alcuni, pochi ma fermi assunti verbali fondamentali e imprescindibili che sono inequivocabilmente anche libertari e comunitari.

È essenziale ridurre e tendenzialmente sostituire l’attuale sistema economico fondato pur sempre sul dilemma padrone e servo, sfruttatore sfruttato, sia che si tratti di persone che di luoghi, di popoli o di territori. La natura dovrebbe essere aiutata ad evolvere virtuosamente lontano dall’assioma “homo homini lupus” seppure riveduto, corretto e aggiornato, quando non reso slogan ideologico.

Nella fase di transizione occorre portare, attraverso le tasse, almeno al fattore 12 la differenza tra redditi e patrimoni minimi e massimi delle persone.

È imperativo usare alcune risorse disponibili per lo stretto bisogno NORMALE, NECESSARIO, NATURALE, al di là di ogni intenzione mercantile e speculativa, anche minima.

Si cominci ad investire il pubblico danaro (frutto dell’equa contribuzione di tutti, ciascuno secondo le proprie disponibilità) per correggere, risanare, minimizzare i danni arrecati alla natura tutta.

Tutti gli organismi internazionali appositamente e finalmente rifondati, si impegnino ad incentivare o anche imporre, l’accoglienza e la permeabilità a fini umanitari dei cosiddetti confini, la mobilità, l’uso del suolo, dei beni pubblici e privati, dell’ambiente in generale, compatibili con un danno pari a zero per la natura, la salute, il futuro della terra.

Si promuova l’educazione diffusa e la controeducazione indispensabili idee di radicale cambiamento dell’istruzione per combattere consapevolmente ignoranza, egoismo e intolleranza e rifondare le città e i territori, preservando e curando la natura, organizzandosi anche dal basso, collettivamente e liberamente.

Non si può certamente pensare che il pianeta possa essere curato e salvato prescindendo da drastici interventi culturali e sociali cui il capitalismo ovviamente si oppone spesso anche subdolamente per la sua pervicace e immutabile natura, ben oltre le ipocrisie e i palliativi di un improbabile mercato eticamente regolato. Non è una ciclabile in più, una differenziata in più, un’isola pedonale e una bella spuria abitudine o iniziativa ecologoca che faranno la differenza. Occorre cambiare il mondo passando in ordine di priorità per l’educazione, l’economia, la politica. Diffusamente e subitaneamente. Partendo dall’educare. L’educazione appunto, perchè il nodo dell’ignoranza è un tema da affrontare come questione essenziale circa il futuro della democrazia. I cittadini dovrebbero essere portati a prendere una quantità maggiore di decisioni in ambienti nei quali abbiano validi incentivi ad educarsi e a diventare bene informati. Occorre seriamente pensare ad una limitazione drastica dei poteri pubblici nazionali ed internazionali e ad un decentramento e diffusione capillari dei poteri, quasi fino ad una virtuosa accezione anarchica. In una fase transitoria l’ educazione diffusa e il decentramento progressivo dei poteri sono obiettivi da perseguire se si vuole salvare la stessa democrazia dalle logiche plebiscitarie e populiste, dall’oclocrazia o da un crescente astensionismo della partecipazione alla vita civile e sociale. Senza meno. Affinché il verde, il nero e il rosso insieme si impegnino a cambiare e salvare il mondo, senza distrazioni e rigorosamente in autonomia e libertà.

Giuseppe Campagnoli 21 Gennaio 2020

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El obispo rojo

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Avevo qualche remora a raccontare questa storia, vuoi per un senso di pudore familiare vuoi per le mie consolidate convinzioni non proprio inclini alle religioni ed alle evangelizzazioni di qualsiasi genere. Le recenti terribili notizie sull’Amazzonia hanno fatto emergere prepotentemente l’esigenza di una breve narrazione un po’ autobiografica. El obispo rojo veniva chiamato il fratello di mia madre vescovo salesiano missionario nel Territorio Federal Amazonas del Venezuela, a Puerto Ayacucho, tra i confini brasiliano e Colombiano. Andando a trovarlo quando era ancora in vita (ora è “enterrado” in terra amazzonica) e visitando le zone tra Puerto Ayacucho e Manapiare, alla fine degli anni ’80, scoprii tanto, riguardo alle sue idee ed azioni in difesa della natura e degli Indios Yanomami senza peraltro pretendere conversioni o adesioni ma addirittura consentendo una specie di virtuosa quanto singolare commistione tra il loro credo animista e quello cattolico solo quando liberamente accolto. Scoprii dell’ impegno suo personale e dei confratelli (che sembravano più dei rivoluzionari che dei preti, barbudos che fumavano yopo e vivevano per lunghi periodi nei villaggi isolati della selva) teso a salvaguardare dallo sfruttamento, dalle deportazioni e anche dalle uccisioni da parte di banditi legali e illegali, di compagnie minerarie, di latifondisti e di governi, le popolazioni locali, soprattutto di etnia yanomami. Più volte i missionari li accompagnavano tra mille rischi dal Brasile oltre il confine che per loro, naturalmente, non esisteva, con il Venezuela fino ad allora meno pericoloso (si fa per dire) per la loro sopravvivenza anche perchè addirittura venvano fatti oggetto di caccia spietata da parte dei latifondisti con gli elicotteri. Scoprii altresì che aveva fondato un Museo Etnografico in Puerto Ayacucho, prendendolo in giro perchè lo avevano voluto intitolare a lui ancora vivente!

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Museo etnografico di Puerto Ayacucho

Il museo aveva ed ha tuttora l’unico intento da testimone  di raccogliere la storia, le tradizioni e la cultura yanomami allo scopo di farne conoscere l’essenza preziosa assolutamente da preservare senza interferenze o contaminazioni,  con una azione decisa di  difesa e tutela contro un progresso basato sulla distruzione sistematica di natura e persone, per il  profitto di compagnie minerarie e agricole e dell’avanzante turismo globale dissacratore, incolto e devastatore che avrebbe voluto trasformare le belle churuate in altrettanti resorts.

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Lo Shabono. Un villaggio centrale e collettivo

El obispo rojo lo chiamavano perchè spesso soleva dire che se nel combattere per difendere il popolo indio, il suo habitat, la sua cultura veniva tacciato di ideologia comunista, allora sì, poteva essere chiamato “comunista”. In una tesi di dottorato pubblicata nel 2007 a Brasilia dedicata alle popolazioni indios tra Brasile e Venezuela, sono riprese alcune sue posizioni ed  interventi che venivano citati attraverso la stampa venezuelana come  di “estrema sinistra” quando chiedevano di bloccare le concessioni per lo sfruttamento, la contaminazione e la progressiva distruzione di quei luoghi e di quelle popolazioni a scopo minerario, agricolo o turistico.

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L’obispo rojo

“Ci sono sovversivi  nelle Amazzoni” titolava il “Diario di Caracas” nel 1987.

Da questa visita, da questi fatti e da tante riflessioni scaturì negli anni ’90 un progetto partecipato di recupero architettonico di un villaggio indio utilizzando idee, forme, materiali e tecniche tradizionali (legno di alberi da ripiantare subito come è loro costume, adobe, mattoni di terra…) per sostituire le baraccopoli di lamiera costruite dal governo per rendere forzatamente stanziali i gruppi e poter avere mano libera sul territorio con una specie di “villaggio educante nomade” antelitteram. Il progetto, guidato da due architetti (Stohr e Campagnoli) venne ideato e disegnato con la partecipazione di una classe dell’Istituto d’Arte di Pesaro. Una storia questa che dovrebbe far riflettere su quello che certi governi violenti e irresponsabili stanno facendo all’Amazzonia, terra da sempre senza confini e padroni se non la natura e chi ci vive liberamente da secoli e su quanto si potrebbe fare per contrastare attivamente questa terribile tendenza.

Giuseppe Campagnoli

Agosto 2019

Churuate e nuovi villaggi a Manapiare

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ambiente cittadini città Cultura Pesaro ecologia Varia umanità

Ciclabilis mirabilis

Pesaro: Dicembre 2015, bicipolitana ecologica. Ciclabilis mirabilis.Scorci e scene da un percorso suburbano bi-ciclabile. E’ tutto ecologico?

 CICLABILIS MIRABILIS

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Chi è causa del suo mal…

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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Ripropongo, ad uso e consumo di quelle che si definiscono “nuove”, “trasparenti” ed “ecologiche” amministrazioni locali un vecchio/nuovo articolo apparso anche su La Stampa di Torino perchè poteva ben riguardare tanti esempi diffusi nel nostro italico territorio. Il pezzo, questa volta è corredato da una immagine che non ha bisogno di commenti ma che dovrebbe far riflettere su ciò che è urgente fare per eliminare tutte quelle anestetiche macchie grigie di un paesaggio che avrebbe ancora (non so per quanto tempo) delle forti connotazioni di bene ambientale e storico-artistico. Quelle macchie oscure sono state colpevolmente realizzate con la scusa di uno sviluppo che non era e non sarà certamente più compatibile con l’insieme dei beni naturali e storici. Lo è stato invece per chi ci si è arricchito nel tempo e continua forse a farlo anche oggi.

Chi è causa del suo mal

Viviamo in un’area del centro nord una volta ricca di un importante distretto produttivo monotematico.

Quasi 15 anni fa fu commissionato dalle amministrazioni locali uno studio sullo sviluppo industriale della zona nel ventennio successivo. Gli esperti dissero che se non ci si fosse riconvertiti ad altre attività sarebbe stata la fine. Nessun imprenditore seguì il consiglio tecnico pensando solo al proprio immediato alto profitto e ora è successo quello che era stato previsto. Fin dagli anni 90 abbiamo assistito a imprese commerciali improvvisate che poi hanno dovuto chiudere nel giro di un anno e si era in tempi in cui il credito veniva erogato senza tanti complimenti. Solo uno sprovveduto avrebbe potuto pensare che la pacchia sarebbe durata più di 10 anni.

Anche oggi si vedono numerosi esercizi commerciali con gli stessi prodotti nel raggio di 100-200 metri! E’ la concorrenza? No. E’ la follia. Si è buttata a mare l’agricoltura disseminando le campagne di falsi agriturismi (in parte sovvenzionati a fondo perduto) turismo e cultura lasciati a una libera impresa spesso impreparata e votata ad alti profitti in tempi brevi. Le banche nel frattempo hanno fatto il loro dubbio lavoro dando soldi a chi non li meritava e dato il colpo di grazia ad un mercato già viziato dall’improvvisazione imprenditoriale e dalla mancata pianificazione produttiva… La tragedia è che ci stanno rimettendo le persone preparate, oneste e non venali che si trovano sia nel pubblico che nel privato tra quelli che lavorano il tempo necessario, raggiungono gli obbiettivi, guadagnano il giusto e pagano tutte le tasse spesso per avere i servizi inefficienti per colpa di chi non le paga.

Per risollevarsi occorre puntare prima sull’istruzione, sulla ricerca, sulla limitazione all’iniziativa privata imprenditoriale e commerciale quando provocano danni alla collettività.

Per risollevarsi occorre  investire  nei soli settori che in Italia possono rendere: agricoltura, cultura, turismo, artigianato, manifattura di qualità! Non sarebbe stato difficile! E non è ancora impossibile.”

Giuseppe Campagnoli