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La città educante. Il disegno urbano.

Occorre distinguere il grano dal loglio. Non tutte le innovazioni sono vere innovazioni e non tutte le novità sono buone. Oggi il ritornello politico sembra essere: “Cambiare poco per non cambiare nulla” dice il mio amico Paolo Mottana. Sul web, nelle riviste di settore in tanti gruppi e nelle associazioni più disparate proliferano le promesse di “rivoluzioni” in fatto di educazione e di luoghi dell’educazione. Il più delle volte si tratta di operazioni gattopardesche spesso “guidate” dall’establishment accademico, pedagogico e architettonico o di ingenui sogni arcadici e vagamente libertari che lasciano il tempo che trovano. Io credo molto invece in ciò che si sta aggregando attorno all’idea di educazione diffusa nata con “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” e con #lascuolasenzamura. Là trovo che ci siano più fondate speranze che vaghe “promises promises”..

Mai più studenti chiusi per ore dentro le mura di un reclusorio scolastico. La città sarà il luogo della educazione, della scoperta, dell’apprendere. Chi ha a cuore l’educazione e la città non può fare a meno di seguirci e aiutarci.

La prosecuzione del racconto del viaggio guidato dentro la città educante dove molti sono i luoghi da disegnare e da ridisegnare è il prossimo passo. Guideremo  architetti, educatori, insegnanti, amministratori e genitori visionari e appassionati a costruire un isolato educante, un quartiere educante, una intera città educante. La città nella sua interezza ed il suo intorno ambientale sono da riconcepire. Il lavoro sarà la naturale prosecuzione  in chiave squisitamente architettonica, del  Manifesto della educazione diffusa di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli e degli spunti dell’idea de “L’architettura della scuola” nata nel lontano 2007.

E’ tempo di mettere nero su bianco, nel senso del disegno anche solo raccontato e non necessariamente costruito come faceva Aldo Rossi. Ho preso i miei appunti e disegnato scene e luoghi nel viaggio breve con Paolo Mottana seguendo il nostro racconto. Ho anche riletto in modo profondo ed attualizzato “La città giardino del domani” di Ebenezer Howard. Di due splendide utopie si può fare una realtà. Per trasformare la città e la campagna in città educante occorre intervenire anzitutto nei luoghi su cui posare una nuova organizzazione di quella che una volta chiamavamo scuola perché non sia più distinta e separata dalla vita quotidiana e dai suoi protagonisti e perché sia quel motore della conoscenza e della crescita che alla città manca da tempo. Il viaggio dell’ultmo capitolo del libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” fa intravvedere come potrebbe essere questa città del futuro che non separa più l’urbanitas dalla campagna ma nemmeno la scuola dalla città e dalla campagna, la vita intera da tutte le sue mirabili varianti. L’educazione si gioverebbe del fatto di avere a disposizione spazi urbani qualificati insieme a spazi rurali e selvatici tornati alla sostenibilità delle colture e della vita agreste.

Il lungo giro ” evangelizzante” del Manifesto della educazione diffusa, partito al Convegno di Cesena organizzato dal CDE  nel Settembre 2016 è passato, in varie forme (dal web, ai convegni, ai seminari ed alle interviste) e in un solo anno da Recanati a Cattolica, da Pesaro a Macerata, da Riccione ancora a Recanati e da Urbino a Fano.

18 Settembre 2017. Appuntamento con l’arte. Intervista di Nikla Cingolani RadioErre Recanati

Ha viaggiato dalla Liguria alla Lombardia, dalla Calabria addirittura a Parigi, Bruxelles ed al Brasile!  Le prime esperienze pedagogiche stanno nascendo a Milano e Monza, a Urbino e Vimercate e li primi fatti architettonici spero nasceranno presto sulla scorta delle idee e dei disegni che al primo scorcio del 2018 condivideremo. Intanto aiutateci con il vostro contributo di idee ma anche di concreta solidarietà: https://www.produzionidalbasso.com/project/la-scuola-senza-mura-disegnare-la-citta-che-educa/

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Accademie Arte d'oggi artisti Educazione istruzione Licei università

Accademie, Conservatori…Le università delle arti?

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Tempo fa pubblicavamo nel documento sulla “Formazione artistica” insieme all’Associazione Artem Docere questo testo sulle Accademie di Belle Arti.

“ACCADEMIE DI BELLE ARTI
Il percorso formativo del disegno e della storia dell’arte, insegnata come successione di linguaggi ha la sua naturale conclusione con l’ istituto delle Accademie di Belle Arti.
Riepilogo iter normativo – Con la Legge n. 508 del 1999 si è realizzata una grave anomalia nel sistema della formazione terziaria italiana: in modo difforme rispetto ai paesi europei, le Accademie di Belle Arti sono state fatte confluire, con i Conservatori, nel comparto AFAM, un sistema che avrebbe dovuto trasformarle in senso universitario, sia per ordinamenti, sia per dignità. Di fatto, le Accademie erano pronte al passaggio, perché già organizzate sul modello di formazione terziaria, mentre i Conservatori erano preventivamente chiamati dalla Legge (art. 2, c.7, lettera c) a far confluire gran parte del proprio personale docente e discente negli istituendi Licei musicali. Infatti, la maggior parte dell’ utenza dei conservatori era ed è di età inferiore ai diciotto anni e sprovvista di diploma di istruzione secondaria superiore. (Vedi anche il parere espresso dal CUN nel documento del 23.12.2011 – prot. n. 1700 – che dimostra la sostanziale difformità delle relative strutture didattiche e la conseguente distanza giuridica dei Conservatori rispetto al livello terziario della formazione universitaria).
Apprezzando il nuovo indirizzo di questo Ministero che ha voluto giustamente ricondurre le istituzioni Afam entro il Comparto universitario, con la soppressione della dirigenza Afam, auspichiamo che i prossimi e urgenti provvedimenti consolidino tale percorso appena avviato. Pertanto sarà necessario:
1. Distinguere ambiti e percorsi fra le Accademie ed i Conservatori, attraverso un adeguato provvedimento legislativo;
2. Abolire la rappresentanza delle Accademie all’interno del CNAM;
3. Ampliare il CUN con l’istituzione di una nuova e specifica area disciplinare dedicata alle Arti Visive;
4. Riconoscere lo status giuridico ed economico universitario ai docenti attualmente in ruolo nelle Accademie, in considerazione dell’esiguità del numero e del già avvenuto superamento di prove concorsuali nazionali per esami e titoli di livello universitario;
5. Istituire un’ Abilitazione Artistica Nazionale come nuova procedura preliminare al reclutamento, in analogia all’ attuale modalità universitaria, prevedendo un eventuale canale preferenziale per il personale docente precario, peraltro numericamente molto ridotto. L’attuazione di tali punti corrisponde a criteri di razionalizzazione, oltre che a principi di maggior economia ed efficienza; sana il vuoto normativo rispetto a quanto previsto e mai attuato dalla Legge 508 del 1999; garantisce l’applicazione del comma 6 dell’articolo 33 della Costituzione Italiana e realizza l’allineamento della formazione artistica italiana a quanto avviene nel contesto europeo e internazionale.
La presente proposta non solo trova sostegno presso la gran parte del corpo docente accademico, ma soddisfa anche le aspettative di una larga fetta di intellettuali che hanno ritenuto opportuno sottoscrivere un appello finalizzato alla soluzione di questo annoso e grave problema.”

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Architettura arte città recanati

Recanati sparita. Ultima puntata.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Recanati sparita. Su RadioErre Recanati, nella rubrica Appuntamento con l’arte a cura di Nikla Cingolani, è andata in onda l’ultima puntata di “Recanati sparita”. Un colloquio informale e non paludato, una specie di autobiografia architettonica minimale attraverso i luoghi della città leopardiana. In anteprima proponiamo il cortometraggio realizzato dall’autore e che farà da sfondo narrativo all’intervista. Si sono fatti cenni alla crescita disordinata e speculativa della città, si è citata qualche rara eccezione che conferma la regola percorrendo aneddoti su alcune architetture che hanno attraversato in qualche modo la vita dell’autore: Villa Gigli, il complesso dei Cappuccini, l’edilizia popolare dei primi del ‘900, l’edilizia rurale e, da ultima ma non ultima l’architettura per le scuole che tanta parte ha avuto nella mia formazione professionale. Colgo l’occasione per un ringraziamento e un ricordo ai miei colleghi ed amici Paolo Basilici, Sergio Tarducci, Anacleto Sbaffi, Sandro Scarrocchia, ai miei maestri Roberto Pane, Aldo Rossi e Uberto Siola e, con affetto insostituibile, al mio compianto fratello Alfredo. E grazie a chi ha avuto la pazienza di ascoltarci.

Giuseppe Campagnoli 14 Maggio 2015

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Architettura giuseppe campagnoli marche recanati

Recanati sparita. Marzo 2015.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

    Appuntamento con l’arte. La prima puntata di “Recanati Sparita” a cura di Giuseppe Campagnoli. Martedì 24 Marzo su Radioerre Recanati con Nikla Cingolani.

L’architettura della cittadina leopardiana in una storia “favolosa” un po’ autobiografica.

Autocitandomi dal pamphlet “Questione di Stile” una doverosa premessa sull’architettura moderna e contemporanea riguarda chi progetta. Recanati è stato una specie di laboratorio sui generis in architettura e la summa esemplare dei beni e dei mali italiani in questo campo, oltre che, per inciso, la mia palestra di giovane architetto.

Secondo una specie di dato statistico demografico, culturale ed ambientale riferito al contesto europeo, a Recanati spetterebbero oggi non più di 10 progettisti qualificati in architettura. Il mercato (quello che solo da noi vede geometri, periti edili, periti agrari, ingegneri di tutti i tipi arrogantemente in pista per fare architettura) è un’altra cosa. Sappiamo che il mercato è contro l’ambiente e la qualità, ma l’ipocrisia e il liberismo sono ahimè ancora vincenti. Chi perde sono insieme la città, l’ambiente, il territorio, la qualità della vita e l’equità sociale. Recanati non ha fatto eccezione. Partendo da queste premesse contemporanee vorrei percorrere la storia dei muri di Recanati attraverso la mia esperienza personale che si è conclusa alla fine degli anni ’90 con l’episodio tormentato del restauro del Castello di Montefiore. Cominciai il mio dialogo con la città di Recanati da architetto neo laureato nel lontano 1974 insieme ai miei compagni di viaggio fino all’inizio degli anni ’80, poi da solo. Orgogliosamente e coerentemente ho sempre provato ad applicare, interpolandoli saggiamente, gli insegnamenti dei miei maestri Roberto Pane, Aldo Rossi, Uberto Siola e Salvatore Di Pasquale. Mi sono dedicato molto all’architettura pubblica per l’educazione e la cultura e meno alla residenza, con sperimentazioni e provocazioni che i miei clienti illuminati hanno sempre saputo accettare. All’epoca Recanati conservava ancora un minimo di fisionomia urbana accettabile e riconoscibile nonostante i primi danni si fossero  già verificati fin dagli anni ’60 con i ritorni in provincia del boom edilizio italiano e i primi piani urbanistici  spesso più dedicati alla speculazione intenzionalmente o per limiti normativi. La forma di città lineare di crinale era ancora percepibile da ogni accesso e le periferie vere e proprie, popolari o residenziali che fossero, non si erano ancora formate. C’era una cintura a ridosso della circonvallazione fatta di case popolari ancora dignitose e frutto di eredità architettoniche di tutto rispetto.

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La  convinzione che non vi dovesse essere urbanistica e pianificazione basata su norme e standards ma solo architettura e disegno urbano mi ha dato, nel tempo, ragione. A Recanati, oggi, è come se ci si trovasse difronte a un piccolo museo esemplare dei fatti e misfatti architettonici italiani, ma anche di alcune, isolate nel tempo e nello spazio, felici intuizioni. Il centro storico, le prime espansioni disordinate dei piani di fabbricazione, quelle ordinate ma “ad usum delphini” della speculazione edilizia che ha tradito, come era prevedibile, anche le buone intenzioni del primo PRG e delle sue trasformazione, gli interventi pubblici occasionali e raramente di qualità, i monumenti autocelebrativi di non pochi architetti autoctoni ed esotici, in genere eclettici e imitatori, possono suggerire una specie di percorso didattico su come non si debba fare architettura, come poche rare eccezioni. Con l’industrializzazione e il fabbisogno di case anche in un paese come Recanati partiva l’espansione nelle aree periferiche sottratte alla campagna, spesso senza alcun distinguo idrogeologico (non erano d’obbligo le indagini geognostiche) o paesaggistico se non dove l’orografia era più favorevole e non c’erano o non c’erano ancora vincoli storico-artistici. L’architettura, se così si può definire, la facevano le imprese edili più che i pianificatori e gli architetti. Da qui ragioneremo nelle chiacchierate che seguiranno per riconoscere i prodromi e le cause di ciò che vediamo oggi e perché, parafrasando la “Roma sparita”, si può parlare di “Recanati Sparita”, nascosta dietro la cortina di nebbia dell’ eclettismo di “bassa edilizia” che accoglie il visitatore nelle prime periferie della città.

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Varia umanità

Lo sguardo educato (7)

di Nikla Cingolani Nikla ritratto

La città in bottiglia

 Il Panorama costituiva una struttura architettonica nuova e quindi all’architetto era riconosciuto un ruolo fondamentale. Barker nel suo brevetto descrive molto bene come scritto nell’articolo Lo sguardo educato (2). I primi Panorami non avevano un aspetto elaborato e sembravano davvero delle tozzi “bottiglioni”. La società dei consumi e del tempo libero accolse con meraviglia lo show biz dei Panorami che, tuttavia, conobbe anche un calo di consensi dopo le tante rappresentazioni di battaglie e città lontane. Bisognava cambiare e perfezionare la struttura e le attrattive per riaccendere la popolarità del Panorama. Una vera e propria innovazione fu il Colosseum di Hornor che aprì al pubblico nel 1829 presso il Regents Park a Londra e divenne subito un’attrazione alla moda e un punto d’incontro per i turisti. Decimus Burton lo progettò secondo il modello del Pantheon, con un diametro di 38 m. e un’altezza di 24 m. Come ebbe a notare Hittorf, il Colosseum è la copia-interpretazione del Pantheon realizzato da Canova a Possagno.

Il Colosseum di Decimus Burton, incisione da Londrees Modernes, Parigi 1862. Antonio Canoca (1757-1882), Tempio canoviano, Possagno. Terminato nel 1870, dopo la morte dello scultore, ne accoglie la tomba.
Il Colosseum di Decimus Burton, incisione da Londrees Modernes, Parigi 1862.
Antonio Canoca (1757-1882), Tempio canoviano, Possagno. Terminato nel 1870, dopo la morte dello scultore, ne accoglie la tomba.

Il gigantesco panorama dipinto da Thomas Corner, rappresentava la vista di Londra dal campanile della Cattedrale di St. Paul. Al centro si alzava una torre definita con gli stessi parametri del campanile. Alta 11,5 m. racchiudeva un ascensore centrale e scale a doppia elica. Da qui si raggiungeva la piattaforma di osservazione. Al di sotto della torre da cui si osservava il Panorama si apriva una vasta rotonda con la funzione di spazio espositivo per sculture. E poi serre e sale per intrattenimenti vari. All’esterno era stato costruito un parco che con l’aiuto di specchi e trucchi scenografici appariva notevolmente più vasto di quanto non fosse in realtà. Fontane, cascate, grotte, terrazze, fiori e piante esotici, passaggi sotterranei, un giardino zoologico e anche un cottage svizzero dalla cui finestra si poteva ammirare un torrente e una cascata. Alla sera il giardino era illuminato da lampade a gas nascoste tra le piante mentre una luna artificiale risplendeva in cima all’edificio.

Colosseum, veduta interna con il panorama di Londra, prima del suo completamento, Guidhall Library, Corporation of London.
Colosseum, veduta interna con il panorama di Londra, prima del suo completamento, Guidhall Library, Corporation of London.
Cottage svizzero nel parco del Colosseum
Cottage svizzero nel parco del Colosseum

In un testo di Edward Walford, tratto da Old and New London, si legge: “In alcune dimore nel Regent’s Park vi hanno abitato illustri personaggi tra cui Ugo Foscolo, durante l’esilio dall’Italia. Qui si costruì un cottage (il famoso Dygamma Cottage presso South Bank a Regent’s Park) arredato lussuosamente e con gusto. Ai suoi amici diceva: “ Ricco o povero morirò da gentiluomo, in un letto pulito, circondato da busti di grandi uomini…e siccome dovrò essere seppellito in Inghilterra, sono felice di avere, per il resto della mia vita, un cottage indipendente, circondato da arbusti e fiori, dove coustrirò una piccola abitazione per il mio cadavere”. In realtà morì a Turnham Green nel 1827 e fu seppellito a Chswick.”

La tomba di Ugo Foscolo nel cimitero di St. Nicholas a Chiswick. dopo decenni di degrado è stata restituita al dovuto decoro pur non contenendo più i resti del poeta trasferiti nel 1871 in Santa Croce a Firenze.
La tomba di Ugo Foscolo nel cimitero di St. Nicholas a Chiswick.
Dopo decenni di degrado è stata restituita al dovuto decoro pur non contenendo più i resti del poeta trasferiti nel 1871 in Santa Croce a Firenze.

Per mantenere un tale progetto sempre all’altezza per soddisfare le aspettative del pubblico servivano finanziamenti importanti. Hornor non fu più in grado di pagare i suoi debiti. Susseguirono altri imprenditori ma la gestione fu sempre in perdita. Il colosseum fu demolito nel 1875.

Come abbiamo già detto il Panorama nasce a Londra ma la vera capitale fu Parigi. Nel 1799 Robert Fulton si accordò con Barker e fu il primo a mettere in atto l’importante licenza con la costruzione del primo teatro circolare al Jardin des Capucines. Tra il 1800 e 1801 si aprirono una dopo l’altra altre due rotonde nei giardini dell’Hotel de Montmorency-Luxembourg, nel Boulevrda Montmatre, demolite poi nel 1831. Nel 1809 fu inaugurata una nuova rotonda all’angolo di Boulebard des Capucines e Rue-St-Augustin. Nel 1831 Charles Langlois, primo ufficiale di Napoleone aprì la sua rotonda in Rue des Marais-du-Temple inaugurata con la Battaglia navale di Navarino. Una delle grandi innovazioni fu la piattafarma con i connotati della poppa di una nave dove lo spettatore era chiamato a partecipare alla battaglia trovandosi al centro dell’azione. Langlois perfezionò l’imitazione del terreno, potenziò l’effetto con l’illuminazione a gas per simulare il fuoco, e ventilatori per mutare la brezza del mare. Il successo fu clamoroso tanto che l’architetto Jaques Ignace Hirtoff, richiese la costruzione di una rotanda dal diametro di 40 m. a nord dei Champs Elyséè tra Cours la Reine e Grand Carré de Fetes. L’architetto progettò una rotonda molto innovativa con accorgimenti da sperimentare. La finalità era di rivelare un maggior senso di illusione con pochi ed essenziali accorgimenti come modificare il disegno del tetto in modo da eliminare l’asse centrale, liberando completamente la piattaforma.

J. I. Hirtoff, Rotonda dei Panorama a Champ Elyséè, prospetto e sezione, da Reveue Générale de l'Architecture, 1841
J. I. Hirtoff, Rotonda dei Panorama a Champ Elyséè, prospetto e sezione, da Reveue Générale de l’Architecture, 1841

Questo significava che la copertura non poteva più reggersi su un sostegno centrale da dove entrava la luce naturale, un problema che avrebbe condizionato l’intera struttura. Pensò di adottare i nuovi materiali ed una nuova tecnica costruttiva ma la sua sfida ai modelli tradizionali spaventò il costruttore. Il panorama di Hirtoff non venne mai realizzato secondo il suo progetto ma fu costruito in una versione modificata, molto più pesante e massiccia. Il progetto di Hirtoff senza il sostegno centrale diventò un riferimento obbligato per le successive costruzioni.

Continua….

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Lo sguardo educato (5)

di Nikla Cingolani Nikla ritratto

La città in bottiglia

“Il vero non ha finestre. Il vero non guarda fuori nell’universo. E l’interesse per i panoramas sta tutto nel vedere la vera città. “La città in bottiglia”. La città in casa. Ciò che trova nella casa senza finestre è il vero. Una casa senza finestre è, per esempio, il teatro; di qui l’eterno piacere che si trova in esso, di qui il piacere che danno quelle rotonde senza finestre, i panoramas.”

Walter Benjamin

 

Le rotonde nel Boulevard Montmartre, Parigi 1802, da Germain Bapst, Essai sur les Dioramas et Panoramas, 1891.
Le rotonde nel Boulevard Montmartre, Parigi 1802, da Germain Bapst, Essai sur les Dioramas et Panoramas, 1891.

Nella storia dei media il Panrama è spesso menzionato solamente in maniera passeggera, più che altro come intermediario tra i suoi precursori come il paesaggio panoramico e i suoi successori, il diorama e il cinema. Il panorama è uno stile pittorico con una tecnica più avanzata dei suoi precursori perché, come ogni invenzione, si allontanò dai modelli precedenti. Dalla Villa dei Misteri o se vogliamo dai graffiti delle grotte di Lascaux, si può tracciare una linea che nel corso dei secoli arriva alle grandi decorazioni pubbliche o private del Rinascimento, fino ad arrivare allo spazio prospettico del periodo barocco. Bisogna tener conto che nonostante l’ambiente fosse interamente tappezzato di motivi scenici, dalle pareti al soffitto, spesso l’interruzione di finestre o porte portava lo spettatore a muoversi in questo spazio liberamente, con la possibilità di toccare i muri. Con il nuovo spazio, la rotonda, quello originale fu trasformato e messo dentro un altro spazio, dove la rappresentazione non lasciava tracce di ciò che era la realtà, diventandone la perfetta sostituzione. A questo punto è utile ricordare che anche l’edificio fu costruito ad hoc: un’illusoria architettura e pittura mescolate e incorporate tra loro che garantivano circolarità continua, illimitata, dove la configurazione stabiliva il rapporto tra lo spettatore e la tela. Il paradosso del Panorama è che in un’area chiusa si apre la libera rappresentazione di tutte le limitazioni del mondo.[1]

Anche se la tecnica del dipinto risultava mediocre, si ricorreva comunque ad ogni mezzo per rendere l’illusione perfetta; Daguerre per esempio, nel suo Diorama, offriva al pubblico degli occhialetti stereoscopici per trasmettere l’illusione di tridimensionalità (ricordate Lowrence Iacoby, l’eccentrico psichiatra di Twin Peaks che sfoggiava occhiali con una lente blu e una rossa?). Tuttavia, una volta che interviene l’immaginazione, la rappresentazione offerta come realtà, è giudicata in relazione di chi la osserva. Di conseguenza è valutato l’artista e la sua abilità nel trasferire, con il colore, un aspetto della vita che tocca profondamente la sensibilità dell’osservatore.

Il pittore decide cosa devono vedere gli osservatori, se lo desiderano, ed essere abile di verificare per loro. Ogni cosa dipendeva dal punto di vista del pittore e ciò che decideva di dipingere; nella rappresentazione non veniva trasferito tutto quello che si rivelava ai suoi occhi. Alcuni particolari venivano nascosti nell’orizzonte da altri dettagli. Si ritorna perciò alla composizione che implica il punto di vista privilegiato dal pittore che, per fornirci un documento enciclopedico della natura, abbandona se stesso nella registrazione di tutte le sfaccettature della realtà. Per questo i panoramisti furono bersagliati dalla critica.

Continua…

[1] Bernard Comment, The Panorama, Reaktion Books, 1999