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  • Dialogo tra un educatore errante e un venditore di almanacchi

    Dialogo tra un educatore errante e un venditore di almanacchi

    EE: L’idea dell’educazione diffusa non piace affatto all’establishment psicopedagogico perché non utile a troppi interessi e stereotipi da conservare a tutti i costi    

    VA: Esatto. Hai centrato il nodo politico e culturale della questione: l’“educazione diffusa” (nella sua forma più radicale — come visione di un apprendimento che si dà nella vita e non nell’istituzione) mina le fondamenta stesse del sistema di potere educativo, che si regge su:

    la separazione fra “tempo di apprendere” e “tempo di vivere”;

    • la dipendenza dallo specialista (insegnante, psicologo, pedagogista);

    • la burocratizzazione del sapere (valutazioni, crediti, certificazioni);

    • la domesticazione della curiosità, ridotta a competenza misurabile.

    EE: E l’establishment ignora o reagisce?

    È naturale, dunque, che l’establishment psicopedagogico reagisca difendendo lo status quo, perché quell’ordine assicura la propria esistenza e la propria rendita simbolica.

    EE: L’educazione diffusa è considerata   “eretica” ?

    VA: L’educazione diffusa — così come la intendono Paolo Mottana o Giuseppe Campagnoli,rompe la cornice stessa della scuola:

    • non si tratta di “portare fuori” la scuola, ma di disinnescare l’idea che la scuola sia un recinto del sapere;

    • non si tratta di “motivare” gli studenti, ma di restituire senso al mondo come spazio educativo;

    • non si tratta di “riparare” la crisi della scuola, ma di immaginare un’educazione senza recinto, senza voti, senza gerarchie fittizie.

    In questa visione, la città, il territorio, la rete, le relazioni, le esperienze, la manualità, l’arte, la cura diventano luoghi d’apprendimento autentico.

    È un paradigma che mette in crisi ogni struttura verticale — e per questo spaventa

    EE: Qual’è il paradosso dell’establishment?

    Lo psicopedagogismo istituzionale parla di inclusioneautonomiacompetenzebenessere scolastico — ma dentro una gabbia organizzativa che produce l’esatto contrario:

    • stress, isolamento, competizione, impotenza educativa.

    Ogni innovazione “accettata” viene rapidamente assimilata e neutralizzata (basta vedere il destino delle “classi aperte”, della “didattica laboratoriale”, del “service learning”…)

    EE: L’ Educazione diffusa è una pratica di liberazione?

    VA: Tu hai ragione: non è un’utopia ingenua, ma una possibilità concreta di rigenerazione culturale, che parte dai margini — famiglie, docenti, gruppi, territori, esperienze comunitarie — che decidono di non delegare più la crescita umana a un apparato.

    È una politica della libertà educativa ma anche del pensiero critico che permette di vivere il mondo:

    « L’educazione diffusa trasforma il territorio in una grande risorsa di apprendimento, di scambio, di legame, di cimento, di invenzione societaria, di sperimentazione, al di fuori di ogni logica di mercato, di adattamento passivo, di competizione o di guadagno monetario.

    Nell’educazione diffusa si assiste alla costruzione di un tessuto sociale solidale, responsabile, finalmente attento a ciò che vi accade a partire dal ruolo inedito che bambini e adolescenti tornano a svolgervi come attori a pieno titolo, come soggetti portatori di un’inconfondibile identità  planetaria.

    Con l’educazione diffusa ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi:deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno.L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale). »

  • Ci siamo venduti l’abbecedario come Pinocchio?

    Da un articolo del 2015 aggiornato in peggio.

    L’aspetto terrificante della questione, nonostante molti sostengano (non vorrei fossero tra i neo-analfabeti!) che internet abbia aumentato le conoscenze e le competenze dei navigatori (sempre meno santi e poeti) è che il 5 per cento delle persone in occidente (in teoria il piunon è in grado di distinguere tra lettere e cifre e non riesce a scrivere che in uno stampatello “cuneiforme”; il 40 per cento ha difficoltà evidenti nella lettura; il 30 per cento gravi difficoltà a comprendere ciò che legge: “un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile”. Il resto sono neonati o bambini  in età pre-scolare. Solo il 20 per cento è in grado di usare la lingua e la comunicazione in modo efficace non solo quella tradizionale ma, ahimè, anche quella digitale! Questo si riflette in modo determinante su tutte le altre competenze, anche quelle logico-matematiche, creative o meramente operative. Come farebbe la maggioranza degli italiani a prendere delle decisioni sensate e a scegliere nella vita, nella politica, nel sociale, a distinguere semplicemente tra ciò che è bene o ciò che è male per sé stessi e per la collettività, senza possedere “gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”?

    Fino alla istituzione della nuova scuola media unica (1963) uno studente medio al compimento dei quattordici anni (!) era in grado di leggere e comprendere, oltre ai classici fondamentali (anche, eventualmente per limitarne la portata) della letteratura italiana come Manzoni, Dante, Leopardi, Foscolo anche scrittori come Cesare Pavese. Oggi so, per esperienza professionale conclamata, che non è per nulla così, ahimè anche all’università e tra molti docenti in servizio nella scuola italiana. Non si riesce più ad instaurare un discorso, una semplice comunicazione, un dibattito con moltissime persone tra i venti e i cinquanta anni. Si ha la forte sensazione di non essere compresi e che tutto ciò che viene detto o scritto, spesso con estrema presunzione unita al non rendersi conto dei propri terribili limiti, è frutto di tanti“copia e incolla” materiali e mentali  da quel terribile coacervo di nozioni e informazioni incontrollate e il più delle volte decisamente poco attendibili che è la tanto osannata “rete” dove per navigare, non esagero nell’affermarlo, ci vorrebbe una patente speciale!

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    La scuola diffusa. Alimentiamo passioniPaolo Mottana

    Nella scuola, mettiamoci in gioco Franco Lorenzoni

    La scuola cambiata dai bambini Rosaria Gasparro

    Una volta, con umiltà, per crescere e continuare a studiare seriamente per tutta la vita, anche svolgendo i mestieri più pratici e meno intellettuali, si ammetteva di non sapere:  “nescio nescire” dicevano i latini. Pochi sono consapevoli di non sapere, o di non sapere abbastanza per vivere in un consesso civile, per lavorare e per comunicare con gli altri in modo non istintivo, a volte belluino, sovente superficiale. Si vorrebbe vivere in una specie di paese dei balocchi dove tutto è semplice e quando non si riesca in qualche cosa per la propria incompetenza, ci si affretta a dare la colpa a qualcun altro: lo stato, la politica, il pubblico, il privato, la scuola e chi più ne ha più ne metta.

    Le responsabilità ci sono ma vanno ben individuate con cognizione di causa. La scuola è diventata la speranza di soluzione per tutto. Ma è ancora chiusa fisicamente e idealmente è controllata da programmi, burocrazie e indirizzi. Di fatto è così. È da lì che proviene la comprensione delle cose e la capacità di discernere e di decidere. Un nuovo fallimento nel rifondare la scuola sarà il fallimento per tutto il resto. Pensiamoci bene ed evitiamo di fare demagogia o populismo.

    Abbiamo già affrontato il problema scuola e proposto alcune soluzioni tanto per partire con il piede giusto. Questi i punti essenziali e, a nostro avviso, irrinunciabili da cui deriverebbe una organizzazione ribaltata del concetto di scuola per andare decisamente oltre.

    1. Rivoluzione sottile dei concetti di educazione, istruzione e formazione per rafforzarne i significati collettivi e diffusi. La controeducazione è “l’affinamento molteplice della nostra sensibilità, del nostro gusto, della nostra capacità di fare di ogni gesto della vita una continua occasione di arricchimento plenario, dove la testa che conosce non è mai staccata dal corpo che sente e dove il godimento del corpo che sente non è mai staccata da una testa che percepisce, elabora, assorbe in un reticolo di corrispondenze di illimitata potenza”, Paolo Mottana in Controeducazione. Non più maestri e scolari ma guide ed esploratori della conoscenza e del fare sparsi per le città e i territori.
    2. Ridefinizione dei luoghi dell’apprendere in una accezione di ricerca, scoperta scambio diffuse a tutta la città, e al territorio. Ogni luogo è atto all’educazione purché se ne esalti il significato didascalico e di formazione collettiva seguendo un filo rosso tra interessi individuali e necessità collettive. L’ultrarchitetturae la scuola diffusa è andare oltre la funzione codificata dei manufatti – scuole, musei, botteghe, teatri… – e dei luoghi – piazze, strade, radure, boschi… – per renderli virtuosamente  eclettici, sottratti al mercato e restituiti alla collettività anche in funzione educante.

    Non si esaurisce qui il problema ma i capisaldi imprescindibili sono quelli indicati e se non si  affronterà la situazione in questo modo l’Italia e forse il mondo intero non si riprenderanno mai dalla perniciosa malattia del mercato e del dominio. Cerchiamo di riscattare l’abbecedario dalle lusinghe di Lucignolo e dalla furbesca perfidia del Gatto e della Volpe mercanti, ladri e truffatori che poi, anche per i classici, coincidevano in Mercurio dio di entrambi.

    Leggerete tutto meglio e in profondità nel libro in pubblicazione La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli.

    * Architetto, docente, è stato dirigente scolastico e autore di saggi su scuola, architettura, costume.

    ** (Ho questo articolo di due anni orsono nel riprendere alcuni studi di Tullio de Mauro e le analisi internazionali indipendenti (?!) sulle competenze degli italiani al 2015 per una riflessione spaventata su un aspetto fondamentale dello “stato presente dei costumi degli italiani”: l’alfabetizzazione primaria).

  • La bella Costituzione quotidiana

    La bella Costituzione quotidiana

    di Giuseppe Campagnoli

    Chi governerà lo farà bene e onestamente solo se darà una risposta concreta e rapida agli articoli più vicini ai cittadini e più suscettibili di applicazione immediata per un minimo di equità sociale. Questo è il nodo della nostra Costituzione e ancora valido e da applicare.

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    L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

    Lavoro per tutti secondo la propria preparazione,i propri meriti e la propria capacità,con redditi adeguati a questi meriti e capacità comunque commisurati solo ad una vita dignitosa. Il lavoro come mezzo per soddisfare i propri bisogni materiali e spirituali, non per il profitto e l’accumulo, non per la speculazione e l’arricchimento. Ricordiamo che dietro ogni ricchezza anche piccola c’è sempre un crimine.

    La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. 

    Le forme e i limiti della costituzione sono le libere elezioni e il parlamento in una unica Camera  e tutto ciò che vi è connesso. Il popolo esercita la sovranità indirettamente attraverso rappresentanti qualificati e scelti secondo delle regole democratiche. Non è attuabile alcuna forma di democrazia diretta: diventerebbe una pericolosa forma di demagogia e populismo. I cittadini comunque debbono poter scegliere i propri rappresentanti nominalmente. Sarebbe utile limitare tutti i mandati politici ad un quinquennio. L’unico mandante è il cittadino, non il partito o il movimento politico.

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  • Les italiens

    Les italiens

    di Giuseppe Campagnoli

     

     

    Dall’epilogo del libro “Italiani. Dèjà vu” riscrittura in chiave moderna del “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli Italiani” Feltrinelli  2009, rivisitato ad oggi 5 Marzo 2018.

    Ma qual è  oggi la  “classe ristretta” di cui parlava Leopardi? E  chi sono oggi i perfetti epigoni di quel cinismo nell’animo, nel pensiero, nel carattere, nei comportamenti nel modo di pensare, di parlare, di agire ? Chi nell’economia, nella politica, nelle comunicazioni, nei media? E’ fin troppo facile riconoscere queste categorie che fanno capo ai personaggi più in vista eredi di quella società “per bene” non impegnata a procurarsi il pane quotidiano e che blatera sempre di popolo! Dove il ricco è bene che resti ricco purchè faccia ipocritamente professione di populismo. Dove i salotti dei tempi di Leopardi hanno solo mutato sembianze ma non sostanza… Dove ci si attacca a vicenda quotidianamente e in pubblico… e ci si  adula  nel privato! E allora riconosciamo in quelle conversazioni leopardiane senza amor proprio, ciniche e violente, le rubriche lettere al direttoredi molti giornali, gli editoriali al vetriolo, i talk show infingardi e aggressivi, le notizie false, tendenziose e parziali, la caccia allo scandalo, l’avversario politico che diventa nemico, le miserie umane che diventano fiction e viceversa.

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  • Chi mangia la mela?

    di Stanislao Biondo Stanislao-Biondo

    Non sono molti gli argomenti in grado di opporre individui normalmente capaci di intelligenza e giudizio. Ci riescono le dispute sulla politica, la morale, la religione ed altre trascurabili polemiche di natura dottrinale o filosofica. Oppure le opinioni che scaturiscono dalle preferenze in ambito tecnologico.

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    Io, come molti, un po’ per lavoro e un po’ per hobby, uso il computer. E lo faccio come tutti, senza il pregio di possedere alcuna particolare virtù e nessun particolare feeling con l’etereo universo fatto di flussi binari ed impulsi elettronici.  Non ho alcuna base di studi tecnico-informatici e mi ritengo un utente  mediamente informato sulle tecnologie informatiche, un po’ autodidatta, un po’ smanettone e un frequentatore passivo di blog, forum ed altri siti specializzati nel campo dell’informatica di consumo. Per questo motivo, e per altre ragioni di ordine professionale, sulle quali non sto a dilungarmi, puntualmente vengo interpellato dai colleghi, dagli amici, dagli alunni e dai conoscenti per consigli riguardanti l’acquisto di dispositivi elettronici o simili. Proprio l’altro giorno una mia amica, alle quale consigliavo, in base ad alcune sue necessità, di acquistare un personal computer (compatibile IBM) di fascia medio bassa invece di un costosissimo Mac mi ha prontamente chiesto: ma come proprio tu vieni a parlarmi del banale pc? (Banale perché, poi!) Avrei avuto molte cose da dire in proposito e, dato che su alcune se non su molte, o su tutte, bisogna essere sempre piuttosto chiari proverò a farlo in questo post. Voglio farlo parlandovi di Steve Jobs e di Bill Gates in modo semplice. Ciò equivarrebbe a parlare di Apple e Microsoft. L’argomento è molto serio, per alcuni più della politica, della religione o del calcio. (altro…)

  • Riempire i vuoti

    di Angela Guardato Angela-Guardato

    Quando vado in giro, quando sono a scuola, quando sono in macchina, o passeggio col cane, insomma sempre, io osservo. Tutto. E penso. E’ più forte di me.
    Mi accorgo di che giro fa una mosca in una stanza chiassosa e piena di gente, mentre ascolto cosa dicono le persone e colgo gli sguardi che si scambiano. Noto cose, insomma, come fanno in tanti.
    E una delle cose che noto più spesso è questa: la gente, che poi siamo noi, riempie i vuoti. Sì. E lo fa continuamente.
    Vuoti di tempo, di spazio, di affetto, di tutto. La gente riempie. L’horror vacui. Sempre lui, dietro l’angolo. La terribile paura del vuoto.

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    F. Botero, Picnic, 1999.

    I ragazzi che arrivano da soli a scuola, ma talvolta anche a lezione se non visti (cioè quando non possono parlare col compagno e dovrebbero ascoltare la lezione), tengono le cuffiette e ascoltano musica o trafficano col cellulare compulsivamente. (altro…)

  • Il desiderio, che cos’è.

    di Angela Guardato Angela-Guardato

    2014-04-02-13-51-14--1179901569O.Kokoschka, La sposa del vento, 1914.

    Sabato scorso ho avuto la balzana idea, visto che non era disponibile il proiettore, di fare una lezione di introduzione alla filosofia, in prima, all’ultima ora. Pazza! Comunque tra non poche difficoltà sono riuscita ad ‘inoculare’ qualche concetto. Ho parlato anche di amore. E la domanda di una ragazzina, una delle poche davvero mature in classe, è stata semplicemente bellissima: avevo appena spiegato come la parola ‘desiderio’ venga da ‘de’ e ‘sidera’, cioè lontano dalle stelle, e come si desideri davvero solamente ciò che è ‘lontano’ da noi e che non si possiede, perché, come dice Galimberti, ciò che si è ottenuto, non lo si desidera più: lo si gode. Quindi ho detto “Ragazzi, desiderare è avere una tensione verso qualcosa che si vorrebbe raggiungere”. E la ragazzina a bassa voce, nel casotto, mi fa: “Ma prof., come si fa a mantenere quella tensione anche quando si possiede ciò che si desiderava?”… Ho capito che si riferiva alla questione amorosa (sono nate tre coppiette in classe). Le ho detto che la sua era una domanda importantissima e cruciale, e che il discorso era un po’ lungo. Da riprendere. E ho pensato: ‘Chissa quanti di noi adulti se lo chiedono…” Poi li ho lasciati col compito di ragionare su quale sia per loro la cosa più importante nella vita. Uscendo dalla classe, la stessa ragazzina mi ha rigirato la domanda. “Te lo dico la prossima volta”, le ho riposto. E ancora ci sto pensando…

  • Quel “Non mi voglio impegnare”…

    di Angela Guardato Angela-Guardato

    Riflessione serale leggera scaturita da chiacchiera con amica in chat.

    Francesca-Woodman-3-620x388Foto di Francesca Woodman

    Orbene, chi non si è mai sentito dire, impelagato in una liaison amoureuse di sorta, ad un certo punto: “Mi dispiace, ma non voglio niente di più. Non mi voglio impegnare”…
    Ecco, mi raccontava una mia amica di una sua amica, lasciata di fronte all’orribile dictu senza averci capito granché. Certo, penso e le dico, non c’è nulla da capire, perché la sua assurdità assertiva è lapalissiana ed assrurge ad antonomasia di certo tipo di persona, di solito maschio dai 40 in su, quando cioè l’ardore sessuale si è un tantino placato e l’idealizzazione amorosa è ormai svanita, sorpassata dall’involontario raziocinio, per quanto mesto e cinico possa essere. (altro…)

  • Ulla: la strada del ricordo

    di Angela Guardato Angela-Guardato

    Vieni, c’è una strada nel lontano bosco verde, che non hai mai visto. Una strada che vorrei farti vedere. E’ affascinante. Non bisogna mai perdersi ciò che di affascinante c’è al mondo, quando mai lo si riesca a scorgere.

    Così Klod e suo figlio si presero per mano e chiusero gli occhi: in un attimo i loro corpi svanirono nell’aria. Giusto il tempo di un respiro.

    Dopo pochi secondi si trovarono a 1000 km di distanza. Si trovarono là. In quella strana strada.

    – Questa è Ulla: la strada del ricordo, disse il padre.

    Il bambino restò a guardare con la bocca spalancata, come le valve di una conchiglia dopo che si sono aperte piano piano.

    Una folta vegetazione incolta ricopriva quasi completamente tutto. In mezzo, come soffocate dal verde, emergevano strane forme, si sarebbe detto: metalliche, piuttosto grandi. Come grandi scatole rovinate dal tempo, ferite da larghe aperture.

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    – Sono bellissime. Cosa sono, papà? Chiese Sat, guardando l’uomo come si guarda un dio.

    – Sono au-to-mo-bi-li, figliolo. Rispose Klod, scandendo bene ogni sillaba. Gli uomini le usavano circa 3000 anni fa.

    – Davvero? Vuoi dire nel 2000? Chiese dopo un rapido calcolo mentale.

    – Sì, anche se erano state inventate circa 120 anni prima e per farle funzionare si usava un liquido infiammabile, chiamato carburante. Nei primi anni gli uomini si recavano in farmacia con un fiasco per comperarlo. Ma la prima automobile ad essere prodotta in serie risale al 1908, si chiamava “Modello T” e fu progettata da un uomo di nome Henry Ford.

    Affascinato dalle tante cose che sapeva suo padre, il bambino ascoltava il racconto con grande attenzione, come sempre fanno i bambini mentre ascoltano una storia, soprattutto se una storia vera.

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  • Marco Santoro. Borderline

    di Stanislao Biondo Stanislao-Biondo

    La linea di confine della pittura

    E’ on line il nuovo sito web dell’artista Marco Santoro. La sua pittura si rifà alla tradizione del Nuovo Impressionismo e dialoga con l’opera del grande realista statunitense Edward Hopper. La sua ricerca tende a rappresentare la metropoli contemporanea in una visione concreta sospesa tra naturalismo e astrazione.

    Marco-Santoro-website

    “La pittura di Marco Santoro, dice Sebastiano Guerrera nel testo di presentazione di una delle ultime mostre dell’artista, Borderline, fondandosi su un concetto allargato di mimesis, elabora lo spazio pittorico mediante un procedimento analogo a quello di Seurat, violandone però il principio ieratico che vuole la pittura come architettura in sé. Poiché per Santoro la pittura contiene l’architettura e, con essa, la vita, le sue opere si pongono in bilico tra storia e avanguardia. Ponendo sul medesimo piano il paesaggio naturale e quello urbano, in quanto entrambi costruzioni dell’uomo, Santoro li ricostruisce pittoricamente utilizzando un processo mnemonico soggettivo. Tenta, insomma, di estromettere dalla sua proposta il principio oggettivo su cui si fonda la quasi totalità della pittura contemporanea.
    Santoro sviluppa il suo pensiero tenendo costanti tre riferimenti: l’occhio, la memoria e la tecnica. Una posizione borderline, con tutti i rischi che essa comporta; in particolare la possibilità di essere intesa come inattuale, anacronistica: egli è consapevole che esperienza e conoscenza esistono in qualità di valori oggettivi, acquisiti dalla collettività grazie al progresso scientifico, alle nuove tecnologie, ai new media; tuttavia, non rinuncia al linguaggio pittorico come strumento conoscitivo, anzi – direi coraggiosamente – indaga per capire se la pittura sia ancora in grado di creare, anziché riprodurre; si propone di riscattare la pittura dalla condizione di subalternità nei confronti delle nuove tecnologie. Si chiede, finalmente, se la pittura possa superare l’ideologia di un mondo oggettivo (che esisterebbe anche senza la coscienza umana conoscitiva) oggi trionfante sul mondo soggettivo considerato ormai illusorio”.

  • Vita da single

    di Stanislao Biondo Stanislao-Biondo

    Non si professano felicemente sposati e sono piuttosto soddisfatti delle loro vite. Sono single e fieri, preparati a veleggiare in solitaria, senza ospiti a bordo. Comprendere ed apprezzare fino in fondo la gaiezza dell’indipendenza dai vincoli romantici è un dono che l’intelletto fa allo spirito e la ragione al buon senso.

    Il single può decidere di fare crociere per single e partecipare agli speed date senza fingersi vedovo, divorziato o separato. Trovare il tempo di uscire in bicicletta quando vuole è facile come trascorrere due ore girovagando con disinvoltura al centro commerciale, tra gli scaffali dei prodotti alimentari più comuni. Addentrarsi nella lettura delle etichette di quelli che non comprerà mai ma di cui è bene sapere tutto per avere validi argomenti di discussione a cena, quando parlare di cinema è troppo impegnativo ed è meglio accompagnare la pizza con una coca-cola per tornare a casa svegli. Poltrire sul divano guardando in tv tre film di Truffaut l’uno dietro l’altro, d’estate, dal pomeriggio fino a metà sera, o leggere Pirsig dimenticandosi di cenare, farsi una doccia e finalmente uscire. Tornare alle due e un quarto, cucinarsi un bel piatto di rigatoni al tonno ed andare a dormire. Tenere la bicicletta in cucina (ben pulita, si capisce) come un pezzo d’arte da ammirare per la brillante bellezza cinematica che emana dagli ingranaggi appena lucidati. Avere tutto il tempo necessario (ed altro ancora, se serve) per approfondire su internet argomenti fondamentali della propria cultura pop, del tipo Adidas vs Nike, Mac vs pc, Samsung vs Sony… e scoprire che in fondo, nascoste dietro l’apparente banalità della forma e dello stile, si nascondono dottrine, filosofie, visioni del mondo e del mercato. Avere una casa, un’automobile e, in camera da letto, un armadio capiente ed un letto a due piazze tutti per sé, da condividere con chi si vuole ma solo all’occorrenza. Una dispensa piena di tavolette di cioccolata d’ogni tipo. Frigoriferi perennemente vuoti. Vini toscani e siciliani disposti a piramide nel portabottiglie firmato. Le lampade Kartell ed il tavolo Calligaris. La monografia di Helmut Newton. I romanzi di Tolstoj sul comodino. E ancora le scarpe da ginnastica nuove nel cabinet sospeso perché da quattro anni mette sempre le country bianche ormai semidistrutte.

    In queste ed altre non trascurabili apparenze consiste la grande bellezza della vita individuale, ammesso che ci sia ancora chi, da giovane, se la possa permettere.

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  • Repent e sin no more, Milano!

    di Silvia Donati Silvia Donati è una coreografa di rilievo nazionale, insegnante in diverse scuole della regione Marche corsi di hip hop e modern jazz.

    Mostra di AndyWarhol a Milano, Palazzo Reale (24 ottobre 2013 – 9 marzo 2014)

    Una delle ultime opere di  Andy Warhol fu il ciclo di serigrafie “Repent e Sin no more” ovvero” Pentiti e non peccare più”, riferite a quel lato della religione cattolica che ha sempre puntato sul senso di colpa del fedele, e, nel momento in cui un artista “sente” l’arrivo della dipartita, eccolo qua ad espiare i propri peccati con delle opere che lasciano poco spazio all’immaginazione perché, proprio come un cartellone pubblicitario, ti invitano a pentirti finché sei in tempo. Non è un caso che nella produzione finale di Warhol questa serie di serigrafie sia stata accostata al rifacimento ossessivo/compulsivo de “l’ultima cena” di Leonardo da Vinci, quasi a voler firmare il saluto al pubblico, come tutte quelle persone che, in punto di morte, sentono il bisogno di avvicinarsi alla religione.

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    Ed è proprio da qui che partiamo, dalla fine, da una delle riproduzioni de ”L’ultima cena” che occupa una delle pareti della mostra di Palazzo Reale a Milano, una parete intera per una sola opera, dalla parte opposta, su di un’altra tela di dimensioni enormi, la tecnica del camouflage, tanto cara a Warhol, è lasciata lì più da tappezzeria. Ci sarebbe da capire che sono quadri che fanno parte di una collezione, quella di Peter Brant (un ricco amico di Warhol) e della sua Brant Foundation e per questo motivo hanno tematiche, tecniche e interpretazioni diversificate, è difficile perciò creare un percorso logico che possa accumunare così tanta ecletticità, difficile ma non impossibile.

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  • Sleepnomore

    di Silvia Donati Silvia Donati è una coreografa di rilievo nazionale, insegnante in diverse scuole della regione Marche corsi di hip hop e modern jazz.

    E’ il tuo ventinovesimo compleanno, sei nella Big Apple, in vacanza, due dei tuoi migliori amici ti danno il loro regalo, “Macbeth” di William Shakespeare, rigorosamente in lingua originale e un biglietto di auguri: “Ore 11.15 Venerdì, vestiti comoda, è ora di uscire dalla tua comfort-zone”.

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    Perché Macbeth? Ho un vago ricordo della trama, perché mai dovrei vestirmi comoda? Dove vado? Sono una coreografa, probabilmente mi hanno regalato un biglietto per uno spettacolo, ma perché tutto questo mistero? Nessuno osa rispondermi, la mia unica raccomandazione è non volere né Babbo Natale né persone mascherate perché mi terrorizzano… e poi in fin dei conti si sta bene nella comfort zone, no?

    Venerdì 10 Agosto siamo fuori da uno dei tanti enormi palazzi Newyorkesi nella zona di Chelsea, una lunga fila di donne e uomini vestiti in abito da sera, accostamenti bizzarri, si riconoscono i turisti, ovviamente i più casual, l’unica cosa visibile è un enorme portone nero con un altrettanto gigante bodyguard in smoking che fa entrare il pubblico scaglionato, il tutto è ancora così incomprensibile, si respira la frenesia, l’emozione e la curiosità, per me sono attimi di adrenalina misto a terrore, alla paura di non conoscere. Io, nella mia comfort zone, conosco sempre tutto forse troppo.

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