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La scuola non basta

La scuola non basta

La scuola non basta, non è mai bastata. Violenza, intolleranza, egoismo, sfruttamento, emergenze climatiche e ambientali, dipendenze, criminalità piccola e grande, degrado urbano e territoriale, diseguaglianze. La scuola non basta per uscire dal recinto che contiene ed alimenta tutto questo. Diffondere capillarmente l’educazione potrebbe avviare una rivoluzione persistente e alla fine in qualche modo risolutiva. I dialoghi e i discorsi nei bar, nelle piazze, nei centri commerciali, sul bus, a tavola, al lavoro, dal dottore segnalano una drammatica emergenza libertaria ed educativa dentro e fuori , in ogni luogo, anche culturale, se e quando la cultura è solo moda, intrattenimento, mercato. I luoghi si degradano e con essi le persone che li frequentano ma non li vivono nè li trasformano. Non basta fare convegni, raduni, gruppi, eventi e kermesses spuri e variegati sul clima, sulle migrazioni, sulla sicurezza, il lavoro, la salute. Non basta più e sovente resta solo  un coacervo di lamenti collettivi, promesse, slogans, piccoli angoli di autocompiacimento, buone intenzioni di cui si lastricano ogni giorno  pericolosi e infernali sentieri, viottoli, strade e stradelle. Non è pessimismo  ma sano realismo e ottima spinta  verso una convergenza, di coloro che resistono e vogliono un cambiamento radicale e salvifico, in un unico sforzo che tragga linfa dalla rifondazione della società in un progetto educativo da cui può nascere una vera rivoluzione. Si mettano insieme le buone idee e le buone pratiche senza etichette e bollini, senza sponsor ma con risorse vere e consistenti, umane e materiali. Tante storie ho letto e vissuto che poi restano lì dove sono nate e spesso finiscono senza contaminare e contaminarsi felicemente altrove. Tante belle esperienze non si conoscono o se ne avverte qualcosa troppo tardi. Tantissime scuole. tantissimi insegnanti e studenti, tantissime genti disorientate e irretite vorrebbero trovare la strada insieme per uscire da questo labirinto senza fine in cui ci tiene chiusi un mondo irreale e artefatto gestito e ordinato altrove.

Rieducazione diffusa

Come si recupera più di mezzo secolo di mala educazione  che ha ridotto le persone schiave di chi le vuole sottomesse e senza pensiero? Come si fonda un futuro di buona educazione diffusa per una nuova vita di persone libere, solidali, eque e appassionate ?

Partendo dai luoghi del vivere. Tutti, nessuno escluso e nessuno privilegiato. Partendo da mentori e maestri, tanti, diversi appassionati, bravi e diffusi, o meglio, sparpagliati in ogni angolo, in ogni tempo del giorno e della notte.

Partendo da quei mentori e maestri che già sono in tanti di noi e che solo uscendo da gusci e recinti istituzionali o ingannevolmente innovativi potranno mettersi a disposizione di una collettività disorientata e disillusa , arrabbiata e violenta, preda di tanti pifferai incantatori. Mettersi a disposizione anche quotidianamente, informalente, magari accanto alla scuola che si trasforma e si libera, nel loro piccolo e  intorno bisognoso di tanta controeducazione.

Partendo infine dal mondo per esplorarlo, farvi esperienze e da queste apprendere ciò che piace e ciò che serve, a noi e alla comunità. Non ad altri o per altri. Soprattutto non per chi vorrebbe dominare su tutto e su tutti con il potere, il denaro e i falsi miti.

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Una risata  seppellirà questo mondo morente?

“Sarà la risata della gaia educazione e della controeducazione, atto finale di un percorso lungo ma deciso che potrà toglierci di torno quest’aria mefitica e soffocante. Lentamente occorrerà, dal basso, con lo stillicidio di una disobbedienza lenta e quotidiana, con la pratica di una educazione contro, diffusa in tutto il territorio e tra tutti i cittadini di ogni età recuperare i danni di un neoanalfabetismo culturale, politico, relazionale, affettivo, di natura e di vita, anch’esso diffuso e cresciuto nelle penultime generazioni . La politica tradizionale, mercantile, capitalista ed egoista, quella che ha portato tanti governanti al potere e che forse porterà anche i prossimi, i peggiori in assoluto, finirà, eccome se finirà, anche se tra innumerevoli ulteriori sofferenze soprattutto degli incolpevoli, degli ingenui, degli sfruttati, dei deboli e degli stranieri. Finirà. Ma solo dopo un’azione controeducativa “gaiamente” insistente e felicemente ostinata.”

“Proseguiamo per questo sulla  strada di una scuola senza mura e senza muri. Chi ci ama ci segua e non se ne pentirà, come credo non se ne pentiranno le generazioni future. Tra i nostri fans, da noi e anche all’estero, giovani ventenni ed ultrasettantenni, insegnanti, presidi, maestri e famiglie. Se non ci faremo fagocitare o strumentalizzare da certa politica che gigioneggia ma agisce in modo decisamente reazionario riusciremo ad incidere in senso rivoluzionario sulla realtà. Una rivoluzione sottile, pervicace, costante: una gioiosa macchina da guerra educativa per ribaltare i domini burocratici, economici e sociali che non mostrano nessun segno di mutamento. Solo cosi molti riapriranno gli occhi e le menti liberandosi dall’influenza nefasta dei bravi suonatori di Hamelin nelle istituzioni, nella “cultura”” e nella politica. Tanti mentori “condotti” e riconosciuti potranno guidare e supportare uno spontaneo e collettivo, a volte inconscio, desiderio di educarsi magari disobbedendo e resistendo, cercando nuove vie di conoscenza e nuovi modi di vivere più liberi ed eguali.” Dall’educazione è sempre nato tutto il resto. Nel bene e nel male.

Giuseppe Campagnoli in varie date e in vari luoghi.

 

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L’educazione totale

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L’educazione diffusa è educazione totale. In una città educante coinvolge bambini e adulti, anziani, pensionati, lavoratori e può essere la medicina per l’ignoranza che ci sta portando ad una società illiberale, mercantile, autoritaria ed escludente. Una medicina da prendere subito, prima che sia troppo tardi. La scuola come è ora ha costruito generazioni di analfabeti sociali e funzionali e sta costruendo nuovi pericolosi egoismi dettati dalla paura di chi non sa e non vuol sapere. Ogni luogo e ogni attività della città può diventare occasione di scambio educativo e può aiutare a superare la separazione tra generazioni, tra chi studia e chi lavora o chi ha perduto la bussola della vita per aver perduto il tempo della ricerca e della riflessione preso dalla corsa al profitto e ad un falso benessere. Sono incoraggianti i risultati di esperienze di contaminazione tra generazioni e attività per quello che il dialogo tra mondi che finora sono stati tenuti rigorosamente e pericolosamente distinti  può generare di virtuoso. I mentori e gli esperti, gli spazi diversi, trasformati  e resi multiformi diventano i mediatori di una educazione permanente che non si sviluppa in verticale ma in orizzontale, o meglio in tante dimensioni contemporaneamente.

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Riflettendo in questi giorni di triste realtà italiana e mondiale mi appare sempre più chiaro come una rivoluzione nell’educazione potrebbe salvarci da un futuro che si preannuncia oscuro in mano ai manipoli del cattivo senso e della cattiva coscienza. Riconosco che un’ educazione veramente  diffusa, senza obblighi e recinti, libera e guidata solo dalla voglia di capire e di fare, fa paura a chi detiene il potere, ieri come oggi. E’ proprio per questo che bisogna insistere e cominciare a spargere questo benefico virus dai quartieri, alle città, al territorio, nella consapevolezza che questo cambiamento sarà anzitutto politico come è ben chiaro nel Manifesto che lo ha prefigurato e anticipato. E sarà un cambiamento vero che non ha nulla a che fare con i falsi o negativi cambiamenti che la politica istituzionale promette da sempre ma raramente realizza o realizza malamente con l’imposizione e l’autorità. Sarà un cambiamento che potrà incidere sul pensiero dell’uomo, sulla sua vita e sul suo agire perchè è dall’educazione e dai suoi luoghi diffusi che tutto ha origine: l’economia,  il lavoro, l’alimentazione, la salute, il clima, la pace, la tolleranza…E’ un’arma non violenta che spesso ha risollevato le sorti dell’umanità in varie parti del mondo. e della sua storia. Mettiamo insieme tutte le esperienze in atto e in progetto che operano nella stessa direzione e costruiamo un grande collettivo educante. Se ne gioveranno i bambini, le città, le campagne e le genti che le abitano. Scrive Scuola Libertaria su FB : “Se io ho un sistema politico o pedagogico che produce effetti specifici su una comunità, sono soltanto questi effetti che devo guardare per capire di quale sostanza è fatta la natura di quel sistema, e porvi rimedio. Le discussioni, le elucubrazioni, i parapiglia che avvengono intorno alle questioni sociali non hanno alcun valore di fronte ai dati evidenti inoppugnabili. Se il sistema educativo produce una siffatta società, è il sistema che deve essere additato ed eliminato, non chi ne è vittima, a maggior ragione quando questo sistema è stato disegnato espressamente da un’élite per riprodurre il proprio privilegio e un tipo preciso di architettura o dinamica sociale. Si parlerà allora di cambio di paradigma, non di modifica dello stesso. Questo può avvenire soltanto quando gli individui si libereranno dal dogma della scuola, dalla sua liturgia, cioè quando impareranno a voler essere se stessi e non ciò che altri hanno deciso che debbano essere.”

Da Settembre vorrei avviare una serie di trasmissioni interattive dal canale della Scuola senza mura per discutere in tempo reale di questi argomenti, lavorarci insieme dare suggerimenti e consigli a chi stesse avviando esperimenti e iniziative.

Giuseppe Campagnoli

19 Giugno 2018

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Les italiens

di Giuseppe Campagnoli

 

 

Dall’epilogo del libro “Italiani. Dèjà vu” riscrittura in chiave moderna del “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli Italiani” Feltrinelli  2009, rivisitato ad oggi 5 Marzo 2018.

Ma qual è  oggi la  “classe ristretta” di cui parlava Leopardi? E  chi sono oggi i perfetti epigoni di quel cinismo nell’animo, nel pensiero, nel carattere, nei comportamenti nel modo di pensare, di parlare, di agire ? Chi nell’economia, nella politica, nelle comunicazioni, nei media? E’ fin troppo facile riconoscere queste categorie che fanno capo ai personaggi più in vista eredi di quella società “per bene” non impegnata a procurarsi il pane quotidiano e che blatera sempre di popolo! Dove il ricco è bene che resti ricco purchè faccia ipocritamente professione di populismo. Dove i salotti dei tempi di Leopardi hanno solo mutato sembianze ma non sostanza… Dove ci si attacca a vicenda quotidianamente e in pubblico… e ci si  adula  nel privato! E allora riconosciamo in quelle conversazioni leopardiane senza amor proprio, ciniche e violente, le rubriche lettere al direttoredi molti giornali, gli editoriali al vetriolo, i talk show infingardi e aggressivi, le notizie false, tendenziose e parziali, la caccia allo scandalo, l’avversario politico che diventa nemico, le miserie umane che diventano fiction e viceversa.

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Italy in a day. Recensione sottile.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Si potrebbe definire il libro Cuore 2.0. Note evidenti di videomakers professionali malamente dissimulati e di filmini domestici in un mixer un po’ improbabile, troppo lungo e a tratti perfino noioso e prolisso. Un po’ dell’Italia di Soldati, di quella di Gergoretti e Specchio Segreto.  La vena “americana” benedetta da Ridley Scott è tradotta in salsa di italico stereotipo, mentre abbondano paesaggi domestici, urbani, rurali e meteorologici inopinatamente tutti collocabili il 26 Ottobre 2013. Ruffiano l’intervento dell’astronauta. Abbiamo notato qualche punta di voyeurismo da social network che tradisce il giovanilismo di chi ha scelto e montato i pezzi. Non ne esce, come sostiene il regista, un’Italia rassicurante e piena di speranze. Piuttosto ci è apparsa una nazione rassegnata alla contemplazione dei suoi eterni vizi ed alla melassa della commozione da fiction. Non emerge la creatività ma il luogo comune e molta, troppa esibizione, spesso anche evidentemente artefatta. Alla fine spiace constatare come il film rischi seriamente di consolidare l’idea di un paese in declino, fatto di pochi santi, eroi e navigatori ma, ahimè, di molti conformi esibizionisti  e mammoni. Un paese che, sottotraccia, conserva le profonde ingiustizie sociali ed economiche e pare, con masochismo mediterraneo, compiacersene piuttosto che reagire. Non vorrei ripetermi ma, di positivo, ho riconosciuto “in nuce” molte delle riflessioni leopardiane datate 1824 nel suo “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani”.

Giuseppe Campagnoli

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Il centesimo articolo. Una riflessione politica.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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E’ giunta l’ora di fare una riflessione. L’arte della politica è la più nobile delle arti e dovrebbe essere appannaggio di ogni cittadino. Dalla democrazia di Atene e dalla repubblica di Roma alle democrazie, sempre imperfette, di oggi, la partecipazione dei cittadini è un obbligo morale e civile. Per partecipare occorre avere delle idee proprie ed una concezione chiara della vita senza inseguire le lusinghe dei tribuni e degli oratori “pro domo sua”. Per partecipare occorre guardare tutto il campo della collettività, non il proprio misero orticello. Allora, nel momento delle scelte, sono necessarie  la conoscenza e la lucidità. Al di là delle sirene piene di lusinghe e di promesse di chi ci amministra e di chi si oppone, un consiglio per scegliere bene, o almeno preferire il male minore per la società (non solo per noi stessi quindi) è quello di farsi una specie di decalogo delle priorità. Chi rispondesse alla più parte di questa lista potrebbe avere la nostra fiducia. La chiave della scelta è questa. Non il contrario. La chiave non è aderire a chi dice sempre no o sempre si o sempre forse. La chiave è la corrispondenza o meno con i bisogni della collettività di chi si propone di rappresentarci, fino a prova contraria. Vorrei, a questo punto riproporre una  “lista minima dei legittimi desideri” per l’Italia, trasferibili, mutatis mutandis, anche in Europa, senza commenti, sperando possa essere utile per  riflettere ed aiutare a decidere anche sulla base del chi, del dove, del come e del quando verrebbero realizzati da chi ce li propone. Perchè decidere è un nostro dovere oltre che un nostro diritto.