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Dall’edilizia scolastica ai portali ed ai luoghi urbani dell’educazione

Le tristi immagini di nuovi reclusori scolastici, che altro non sono se non la versione 3.0 della visione ottocentesca della scuola mercantile e oppressiva e la prova tangibile dell’analfabetismo montante in architettura ed estetica, mi fanno tornare a scrivere della fase di transizione tra i luoghi della scuola di oggi e quelli della città educante. Il nodo della fisionomia rivoluzionaria della città che educa sono i “portali” o le “basi” che diventano segni di riconoscimento della trasformazione della immagine urbana in educante. Gli sforzi architettonici dovrebbero quindi concentrarsi d’ora in poi, attraverso esperimenti e avanguardie, nel progettare questi luoghi di aggregazione, scambio e partenza verso le parti significative della città e nel trasformare, attribuendo loro capacità di accoglienza e  funzione educante, i manufatti e gli spazi già votati a questo scopo (teatri, giardini, boschi, biblioteche, musei, botteghe, ateliers…).

Intervenendo da architetti in una città si dovrebbero anzitutto individuare i punti significanti e disegnare una rete interconnessa di questi siti che diventerebbero i poli della educazione diffusa costantemente dialoganti (per mobilità, funzioni e uso nel tempo) con le Basi che ne costituiscono il fulcro. Nel testo ” Il disegno della città educante” appena uscito immaginavo una città reale, individuavo una parte significativa, delle basi ed una minima rete di connessioni. Oltre a lavorare sugli edifici già esistenti come scuole e biblioteche da trasformare radicalmente, aprire e connettere con la città, si immaginavano serie di “aule vaganti ” polifunzionali e dei portali intesi come una versione virtuosa e moderna di centro culturale ricco di spazi comuni, botteghe, laboratori, auditoriums, cinema, teatri, biblioteche e librerie, luoghi di riunione e condivisione.

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Non sarebbe così difficile far muovere le amministrazioni delle città della scuola, cittadini e insegnanti in quella direzione. Invece di progettare una o più scuole si cominci a progettare una rete, le sue basi e ad investire sulla trasformazione virtuosa di spazi già esistenti ma male utilizzati o scarsamente usati. La normativa si può già curvare a questo scopo. Quante volte lo hanno fatto per finalità negative, inutili o addirittura criminose? Gli ostacoli, a mio avviso, sono solo di natura culturale e politica, di quella politica di bottega e consortile, di mercato e di sfruttamento e controllo.

Se ne parlerà a Milano in occasione del Convegno “Ma sei fuori?!” organizzato da Quartiereeducante presso il Teatro Bruno Munari il 26 Maggio 2018 .

Nella fase transitoria e di passaggio (fondato sulla disobbedienza civile, sulle iniziative di autoproduzione e autodeterminazione dal basso, sul boicottaggio di chi ruba, sfrutta e fa mercato di tutto) dalla società mercantile a quella della libertà consapevole e della responsabilità collettiva, anche qualche ente privato o imprenditore illuminato potrebbero essere coinvolti nella trasformazione della città. Se si partisse seppure solamente in uno o due piccoli paesi o in un quartiere di una metropoli, anche la parte architettonica o dei luoghi potrebbe avanzare verso il futuro insieme a quella educativa che già sta nascendo pur nel muoversi dai consueti luoghi scolastici che piano piano vengono abbandonati per gran parte della giornata.

Giuseppe Campagnoli

21 Aprile 2018

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Mea culpa, ma non tanto, di un architetto

Ho progettato alcuni edifici scolastici durante la mia vita professionale di architetto e uomo di scuola. Per fortuna pochissime. Mea culpa, mea maxima culpa! Ma poi mi sono abbondantemente redento. I tempi erano diversi e molte idee che abbiamo messo in pratica insieme, io e i miei colleghi, prefiguravano già una scuola diversa in luoghi diversi e, forse, in qualche aspetto anche all’avanguardia. Ecco un esempio per tutti. Erano appena uscite le  Norme Tecniche ministeriali sull’edilizia scolastica del 1975, allora abbastanza innovative, perchè non solo “tecniche” ma in quarant’anni mai del tutto superate, quando chiamarono il nostro studio (Giuseppe Campagnoli, Paolo Basilici e Sergio Tarducci) a disegnare una scuola media a Recanati. Fu una progettazione partecipata (già nel 1976!!), (cfr Progettare scuole tra pedagogia e architettura Beate Weyland, Paolo Bellenzier e Sandy Attia, libro e testo) con assemblee e incontri tra genitori, insegnanti, amministratori e progettisti, con interviste a scolari e studenti, trasmissioni radiofoniche e tanto altro.

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La nostra fede era quella neorazionalista e ne scaturì un manufatto tipologicamente coerente e assai caratterizzato per gli spazi giudicati innovativi come la rampa e il teatro, l’abbattimento delle barriere architettoniche, le aule-non aule (uno spazio continuo e lineare, a spirale verso l’alto torno allo spazio comune, flessibile e modulabile) gli ateliers, i colori e tanto altro. Chi sta usando la scuola oggi, ci ha testimoniato il permanere di alcuni lati positivi e tuttosommato evoluti. Ne è la prova il fatto che l’amministrazione comunale di allora per ls sua concezione conservativa, ci sottrasse la direzione dei lavori e la guida nell’esecuzione del progetto. La forma e la sostanza furono in gran parte snaturate, tanto da provocare una polemica di mesi sulla stampa locale e la  provocatoria assenza all’inaugurazione, con tanto di ministro, di noi progettisti, Proprio in occasione di una presentazione del libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” ho potuto fare una rimpatriata piacevole e gratificante dopo quarant’anni, in quegli stessi spazi, aggiornati e valorizzati dal preside e dai docenti come  fossero un preludio e in qualche modo un piccolo embrione (da rivedere e ridisegnare meglio) per uno dei “portali” che dovrebbero diventare le basi per le attività della scuola diffusa nella città del futuro che immagino.

Altre esperienze successive mi videro coinvolto negli interventi relativi alla ristrutturazione di istituti d’arte, in vari concorsi per scuole materne ed elementari (tra il 1980 e il 1997) e in una competizione internazionale per l’aula del futuro organizzata dal Network “The architecture for humanity” (2009). Proprio in quell’anno ho abbandonato l’impegno, seppur raro, nella progettazione per coinvolgermi a tempo pieno nella ricerca avendo anche percepito a fondo lo scivolamento nel mercantile della professione di architetto anche nelle opere pubbliche, non solo in Italia. Ecco alcuni testi che, anche per contrapposizione,credo possano orientarci, verso i lidi dell’utopia possibile

E una carrellata efficace: https://www.facebook.com/Researtu/videos/10212422180366299/

 

Giuseppe Campagnoli

 

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Le belle scuole.

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Non c’è bisogno di costruire altre scuole e non c’è neppure bisogno di ricostruire quelle distrutte da eventi naturali o dall’incuria e disonestà dell’uomo. Se la metà delle scuole italiane non si può mettere a norma né ora né mai, l’altra metà è vecchia sia concettualmente che fisicamente. Rincorrere gli adeguamenti e i restauri per tutta la vita di edifici che funzionano solo metà del tempo e sono irrimediabilmente obsoleti anche quando progettati l’altro ieri è folle oltre che antieconomico. Gli spazi dove si fa scuola sono lo specchio di come è il modello di scuola oggi. Sostanzialmente quello di un secolo fa.Statico, fisso, sclerotico. Papini ripeterebbe ancora il suo appello del 1914:
“Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme, Manicomi, Scuole, Ministeri, Conventi. Codeste pubbliche architetture son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali. Difesa contro il delitto – contro la morte – contro lo straniero – contro il disordine – contro la solitudine – contro tutto ciò che impaurisce l’uomo abbandonato a sé stesso: il vigliacco eterno che fabbrica leggi e società come bastioni e trincee alla sua tremebondaggine.
Vi sono sinistri magazzini di uomini cattivi – in città e in campagna e sulle rive del mare – davanti a’ quali non si passa senza terrore.
Lì son condannati al buio, alla fame, al suicidio, all’immobilità, all’abbrutimento, alla pazzia, migliaia e milioni di uomini che tolsero un po’ di ricchezza a’ fratelli più ricchi o diminuirono d’improvviso il numero di questa non rimpiangibile umanità. Non m’intenerisco sopra questi uomini ma soffro se penso troppo alla loro vita – e alla qualità e al diritto de’ loro giudici e carcerieri. Ma per costoro c’è almeno la ragione della difesa contro la possibilità di ritorni offensivi verso qualcun di noialtri.
Ma cosa hanno mai fatto i ragazzi, gli adolescenti, i giovanotti che dai sei fino ai dieci, ai quindici, ai venti, ai ventiquattro anni chiudete tante ore del giorno nelle vostre bianche galere per far patire il loro corpo e magagnare il loro cervello? Gli altri potete chiamarli – con morali e codici in mano – delinquenti ma quest’altri sono, anche per voi, puri e innocenti come usciron dall’utero delle vostre spose e figliuole. Con quali traditori pretesti vi permettete di scemare il loro piacere e la loro libertà nell’età più bella della vita e di compromettere per sempre la freschezza e la sanità della loro intelligenza?
…Noi sappiamo con assoluta certezza che la civiltà non è venuta fuor dalle scuole e che le scuole intristiscono gli animi invece di sollevarli e che le scoperte decisive della scienza non son nate dall’insegnamento pubblico ma dalla ricerca solitaria disinteressata e magari pazzesca di uomini che spesso non erano stati a scuola o non v’insegnavano…”

Papini è sicuramente discutibile e condannabile per altre  sue idee che rispecchiavano gli umori degli inizi del ‘900 ma non lo è, a mio avviso, quando parla dei luoghi simbolo della nostra società. I luoghi monumento del potere e della costrizione che tarpano le ali piuttosto che dispiegare la creatività e la voglia di apprendere.

A classroom for the future

Iternational competition Open Architecture Network 2009

Nuove scuole per un vecchio modello di scuola

Se è una quasi utopia fare a meno di punto in bianco degli edifici scolastici, brutti e deprimenti, dove si intruppano centinaia di persone a fare le stesse cose giorno per giorno e anno per anno, non lo è quella di costruire un nuovo modello di educazione che nel tempo porti con sé anche una nuova concezione degli spazi per apprendere. Piano piano si faranno uscire di più i bambini e i ragazzi dalle mura in cui sono costretti per apprendere in luoghi diversi e piano piano si ridurranno le scuole fino ad arrivare ad un numero minimo di architetture, diverse, aperte, solo introduttive ad una intera città che invita a ricercare e ad imparare e che diventa essa stessa scuola. Cinquant’anni, cento anni? Forse si o forse no. Comunque già porsi delle domande e prefigurare degli scenari profondamente diversi da quelli di oggi è un grande passo avanti. Non continuiamo, come si dice a Napoli, a scrufugliare sull’esistente ormai morto o sull’ennesima finta riforma epocale attraverso convegni, seminari, pubblici incensi ed autoreferenzialità. Si abbia il coraggio di assecondare la fantasia esperta ed un sogno  per vedere dove ci possono portare.

1 Settembre 2016

Giuseppe Campagnoli

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Scuole: non tutti i muri vengono con il foro.

 

Glissando elegantemente sul fatto che a nostro avviso i luoghi e le suppellettili dell’apprendere non dovrebbero essere più edifici scolastici ad hoc, aule, corridoi, sgabuzzini, banchi sedie e lavagne (La scuola senza mura!) ci sono alcune considerazioni da fare sul racconto sicuramente non eccezionale, ma sintomatico di una situazione, di Massimo Gramellini qualche tempo fa, su una lavagna da appendere e “Quattro fori nel muro”. Una vita trascorsa nella scuola da alunno, poi da insegnante, da preside e da dirigente in un ufficio studi periferico del Ministero mi hanno insegnato che la scuola è ridotta materialmente così come ora la vediamo, anche se per fortuna non sempre e non dovunque, per tre ordini di fattori principali. Gli sprechi perpetrati per anni su progetti e attrezzature inutili e dispendiosi (in una scuola d’arte ho dovuto denunciare a chi di dovere di aver trovato persino un enorme torchio tipografico per realizzare manifesti giganti mai usato per anni perché non vi erano fondi per formare insegnanti che lo mettessero in funzione!) diffusi geograficamente e nel tempo; l’incapacità gestionale delle cose della scuola a livello centrale e periferico (ministero, uffici scolastici, ex provveditorati, scuole autonome, amministrazioni locali), l’endemica carenza di finanziamenti incrementatasi nel tempo fino a far sì, oggi, che manchi perfino la carta igienica.

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I sophismi di Christo,Ludovico Einaudi e Popsophia.

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15/06/2016 Wahlenbergbreen Glacier, Svalbard, Norway Greenpeace holds a historic performance with pianist Ludovico Einaudi on the Arctic Ocean to call for its protection Through his music, acclaimed Italian composer and pianist Ludovico Einaudi has added his voice to those of eight million people from across the world demanding protection for the Arctic. Einaudi performed one of his own compositions on a floating platform in the middle of the Ocean, against the backdrop of the Wahlenbergbreen glacier (in Svalbard, Norway). The famous musician travelled on board Greenpeace ship Arctic Sunrise on the eve of a significant event for the future of the Arctic: this week's meeting of the OSPAR Commission, which could secure the first protected area in Arctic international waters. © Pedro Armestre/ Greenpeace Handout - No ventas -No Archivos - Uso editorial solamente - Uso libre solamente para 14 días después de liberación. Foto proporcionada por GREENPEACE, uso solamente para ilustrar noticias o comentarios sobre los hechos o eventos representados en esta imagen. © Pedro Armestre/ Greenpeace Handout - No sales - No Archives - Editorial Use Only - Free use only for 14 days after release. Photo provided by GREENPEACE, distributed handout photo to be used only to illustrate news reporting or commentary on the facts or events depicted in this image. 15/06/2016. Glaciar Wahlenbergbreen, Svalbard, Noruega Greenpeace organiza un concierto histórico con el pianista Ludovico Einaudi en el océano Ártico para pedir su protección El prestigioso compositor y pianista italiano Ludovico Einaudi ha unido su voz, a través de la música, a la de los ocho millones de personas de todo el mundo que piden la protección del Ártico, con la interpretación de una pieza creada especialmente para la ocasión sobre una plataforma flotante en mitad de ese océano, frente al glaciar Wahlenbergbreen (en Svalbard, Noruega). Einaudi ha viajado al Ártico a bordo del barco de Greenpeac image

Christo, Ludovico Einaudi e Popsohia (o #Popsophismi?) hanno in comune l’effimero, il mercantile e il culturalmente inutile di certe performances. Quello che noi abbiamo chiamato in altre occasioni bricolage artistico assurge a bricolage culturale e mediatico, il peggio del peggio della degradazione delle arti, della filosofia e della musica (che abbiamo anche apprezzato in passato, in altri contesti e con meno ipocrisia) per delle kermesses disneyane e saltimbanchesche dove spesso il pop di popolare sta nel bluff culturale populista e nella diseducazione indotta per la gente, appunto, per il popolo abituato a digerire tutto purché sia sensazionale e “strano”.

Per una volta ci troviamo d’accordo perfino con Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio e continuiamo ad esserlo con i commenti di Flavio Caroli sulle mostre ed i mostri sparsi per questa Italiota supponente post moderna. Non si offendano gli anfitrioni di cotali avvenimenti, la critica è sempre un sano contributo alla crescita, al condurre l'”errore” all’erranza creativa, alla trasparenza ed all’autocritica. sempre che non ci si irrigidisca male propria prosopopaica presunzione.

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Mente confusa o confusamente?

Christo è un gran saltimbanco delle forme e della provocazione. Ha capito da tempo un certo mercato globale dell’arte, inventato dai liberisti d’oltre oceano che hanno lanciato come arte tutto e il contrario di tutto, scambiando per arte perfino la nota denuncia puntuale di Duchamp su ciò che può e deve essere considerato arte. La nostra pagina ARTE.ARTE!ARTE?  descrive bene il pensiero di chi ha passato una vita ad insegnare l’arte e a dirigere scuole d’arte avendone titoli e passione. Avevamo messo Ludovico Einaudi in contrapposizione con un altro saltimbanco del mercato come Giovanni Allevi e ora ce lo ritroviamo nel mercato dell’effimero, seppure mascherato da campagna ecologista. Sappiamo bene come rock stars, attori, scrittori etc. si avvantaggino economicamente  grazie alle loro perfette campagne  di solidarietà e mecenatismo a 360 gradi!

Ma ora scendiamo dalle stelle e torniamo al nostro piccolo orticello provinciale. Qui una versione local sono le ammucchiate-eventi come quello del no profit (?) Popsophia che rubando consensualmente un’idea, in fondo buona ma ben più nota, dai nostri cugini d’oltralpe, sta imperversando per tutta la regione, anche grazie a fondi pubblici e volontariato gratuito, macinando ineffabili consensi istituzionali e anche, ahinoi, di popolo coltivato nelle riforme scolastiche del ’68.  Se per ogni evento simil artistico o pseudo culturale ci si chiede: “cui prodest?” nel caso del baraccone di Popsophia ripetiamo, sperando che giovino, le nostre ricorrenti domande ancora senza risposta.E intanto il tormentone ricomincia a Pesaro dal tramonto che speriamo forse in una promettente metafora.

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Foto di dominio pubblico  tratte dal web

Le paternità di Popsophia

© PoPsoPhia

Il marchio registrato della rivista Lo Sguardo

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La settima stagione di Pop Philosophia in Francia (dal 2008!)

“Lorsque Gilles Deleuze inventa le concept de « pop’philosophie », ce n’était pas pour désigner une nouvelle forme de philosophie, qui ferait de la « pop culture » son objet ou son but. La « pop’philosophie » que Deleuze avait en tête ne se voulait pas philosophie de tel ou tel objet, de tel ou tel moment, ou de tel ou tel phénomène puisé dans l’air du temps ou le flux de l’époque. Au contraire, il y avait quelque chose d’aristocratique, et en même temps d’un peu pervers, dans l’idée de « pop’philosophie » : une manière d’être encore plus philosophique qu’avant, encore plus abstrait, encore plus conceptuel.”…
Da Laurent de Sutter

Nel nostro piccono endroit provinciale le domande parafilosofiche sono invece:

  1. Chi paga?
  2. Chi ci guadagna?
  3. Perché un’associazione culturale no profit dovrebbe usare il reclutamento-sfruttamento di volontarigratisetamoredei?
  4. Perché le scuole e le istituzioni si prestano a questo gioco?
  5. Perché i temi nonostante il prefisso Pop non sono poi così popolari?
  6. E gli artisti? Chi sono molti di questi carneadi?
  7. E le vedettes e i mezzi busti peripatetici della Kultura dominante? Perché sempre gli stessi? Vengono gratisetamoredei?
  8. E la trasparenza?
  9. Dove troveremo un bilancio dettagliato e  pubblico degli eventi?

NOTA BENE: PER AVER ESPRESSO I MEDESIMI DUBBI E LEGITTIME PERPLESSITÀ’ LO SCORSO ANNO SIAMO STATI BLOCCATI E CENSURATI SU QUASI TUTTI I PROFILI E I SITI DI POPSOPHIA. IL NOSTRO MESSAGGIO E’ STATO COMUNQUE RECEPITO DA MOLTI.

PER LA POPTRASPARENZA, LA POPDEMOCRAZIA E ANCHE..LA POPFILOSOFIA SIAMO PRONTI AD INTERVISTARE LE MENTI FORMIDABILI DELLA KERMESSE, SENZA PELI SULLA LINGUA, PONENDO LE NOSTRE 9 DOMANDE 9 E, MAGARI, DISCUTENDO DEL PIU’ E DEL MENO, DELLE ARTI E DELLE LETTERATURE, NONCHE’ DELLE POP SOPHISTICHERIE! SE NON CI SARA’ CONCESSO,COME TEMIAMO, QUESTO ONORE RISPONDEREMO DA SOLI CON LE INFORMAZIONI CHE I NOSTRI BLOGGERS RACCOGLIERANNO IN GIRO.

Giuseppe Campagnoli 23 Giugno 2016

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La nostra scuola innovativa.

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E’ uscito un singolare bando di concorso ministeriale per idee di edilizia scolastica innovative. L’innovazione starebbe nel costruìre altre scuole con aule, corridoi, atri, arredi, banchi etc.? L’innovazione starebbe nell’aggiungere altri edifici in una concezione ormai obsoleta degli spazi per apprendere? Una specie di gara d’appalto (le regole sono quelle) indistinta sulla scorta di criteri generici e sostanzialmente vecchi limitata a delle specifiche aree geografiche.

Ecco lo spirito in nuce:

“In esecuzione del decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 3 novembre 2015, n. 860, adottato ai sensi dell’articolo 1, comma 155, della legge 13 luglio 2015, n. 107, è avviato il presente concorso di idee, da svolgersi secondo le modalità di cui all’articolo 156 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50. L’obiettivo è quello di acquisire idee progettuali per la realizzazione di scuole innovative da un punto di vista architettonico, impiantistico, tecnologico, dell’efficienza energetica e della sicurezza strutturale e antisismica, caratterizzate dalla presenza di nuovi ambienti di apprendimento e dall’apertura al territorio. Il concorso di idee si svolge in un’unica fase consistente nell’esame e nella valutazione, da parte di apposita Commissione giudicatrice di esperti, delle proposte ideative presentate dai concorrenti e finalizzata alla individuazione delle migliori idee per singole aree territoriali regionali. Il concorso di idee è unico ma suddiviso in 52 aree territoriali, individuate da ciascuna Regione sulla base della procedura avviata con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 7 agosto 2015, n. 593…”

“Nella presentazione della propria proposta progettuale i candidati dovranno tenere conto delle seguenti finalità:

– realizzazione di ambienti didattici innovativi, a partire dalle esigenze pedagogiche e didattiche e dalla loro relazione con la progettazione degli spazi.

In particolare:

▪ permettere agilmente l’allestimento di setting didattici diversificati e funzionali ad attività differenziate (lavorare per gruppi, lavorare in modo individualizzato, presentare elaborati, realizzare prodotti multimediali, svolgere prove individuali o di gruppo, discutere attorno ad uno stesso tema, svolgere attività di tutoraggio tra pari tra studenti ecc.);

▪ permettere lo svolgimento di attività laboratoriali specialistiche tanto per ambito disciplinare che per tipologia di strumentazione necessaria (ad esempio dotazioni tecnologiche o periferiche specifiche);

– sostenibilità ambientale, energetica ed economica: rapidità di costruzione, riciclabilità dei componenti e dei materiali di base, alte prestazioni energetiche, utilizzo di fonti rinnovabili, facilità di manutenzione;

– presenza di spazi verdi fruibili che arricchiscono l’abitabilità del luogo; – relazione della soluzione progettuale con l’ambiente naturale, con il paesaggio e con il contesto di riferimento anche in funzione didattica. In particolare, gli spazi verdi e l’ambiente naturale dovranno essere in continuità o facilmente accessibili dagli spazi della didattica quotidiana formando in tal modo una estensione concretamente fruibile dell’ambiente educativo integrato della scuola;

– apertura della scuola al territorio: la scuola come luogo di riferimento per la comunità; – coinvolgimento dei soggetti interessati e loro partecipazione attiva; – permeabilità e flessibilità degli spazi, fruibilità di tutti gli ambienti;

– attrattività degli spazi anche al fine di contrastare il fenomeno della dispersione scolastica;

– concezione dell’edificio come strumento educativo finalizzato allo sviluppo delle competenze sia tecniche che sensoriali;

– attenzione alla presenza di spazi per la collaborazione professionale e il lavoro individuale dei docenti;

– presenza di spazi dedicati alla ricerca, alla lettura e alla documentazione, con particolare riguardo all’ottimizzazione degli stessi rispetto alle possibilità di utilizzo di dispositivi tecnologici digitali individuali o di gruppo e alle potenzialità offerte dalla connettività diffusa; Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Dipartimento per la programmazione e la gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali Direzione generale per interventi in materia di edilizia scolastica, per la gestione dei fondi strutturali per l’istruzione e per l’innovazione digitale

– concezione e ideazione degli spazi nell’ottica del benessere individuale e della socialità, anche attraverso la previsione di aree sociali e informali in cui la comunità scolastica può incontrarsi e partecipare ad attività interne o aperte al territorio.”

Dopo le ineffabili Linee Guida sull’edilizia scolastica di qualche mese fa ora le #scuoleinnovative  Noi della “Scuola diffusa” contrapponiamo al conformismo didattico e pedagogico condito di futurismo neoliberista, un’idea di più ampio respiro, veramente innovativa e rivoluzionaria legata davvero al territorio e alla città che recupera il recuperabile degli spazi esistenti senza disperdere risorse per restauri e messe in sicurezza dispendiosi quando non impossibili, e nuove costruzioni pensate da professionisti che spesso sanno poco o nulla di scuola ma sono sicuramente alla moda per ipertecnologia e ipersostenibilità.

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Ecco invece, in nuce la nostra proposta di “Scuola diffusa” che dopo un decennio di studi è finalmente approdata nel dibattito nazionale sugli spazi per la cultura e l’istruzione

“Ripercorreremo, dopo aver citato i passi del libro-madre che hanno fatto sviluppare l’idea la storia e le tappe fondamentali che hanno condotto a questo seminario di studi. Nel capitolo “I principi stilistici e architettonici per una progettazione non di maniera” del libro L’architettura della scuola si legge, tra l’altro: “Trattando di cultura e di scuola il locus non può non essere il cuore della città” e ancora “ pensiamo che nel progettare una scuola o un museo o una biblioteca sono più presenti i significati e i contenuti che la “meccanica” funzione” oppure meglio: “ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”. “La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”