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Da Manifesto a Manifesto: la scuola deve essere superata.

La scuola deve essere superata. L’educazione non dovrà essere solo quella di Gramsci, di Montessori, di Fourier, di Illich, di Freinet, di Freire,  di Milani, Rodari, De Carlo, Ward etc.. Dovrà essere uno splendido repertorio di tutte le più avanzate idee  dei sovversivi pensatori pedagogici verso l’educazione diffusa che ne rappresenta l’unica auspicabile sintesi.

Qualche tempo fa scrissi una lettera al quotidiano Il Manifesto per suscitare attenzione sulla nostra idea di scuola e di educazione. Un’idea che si propone di ribaltare il paradigma scolastico e uscire radicalmente da recinto di tutte le “scuole” che oggi sono appannaggio del mondo mercantile dove opera benissimo la destra e ahimè anche gran parte della sinistra  a volte sedicente alternativa. Ecco cosa scrivevo:

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“Caro Manifesto,

sono un vecchio lettore fin da quando contribuii negli anni ‚70 alla fondazionedi uno dei primi circoli de il Manifesto in quel di Recanati, da cui poi ho visto troppi transfughi verso il PCI ed altrohe..Glisso sulla situazione politica attuale pur confermando che il mio unico punto di riferimentoè ancora il vostro giornale. Mi sono occupato per una vita di architettura e di scuola e attualmente sto contribuendo ad un progetto “dal basso“ sull’educazione diffusa, convinto chesolo con una rivoluzione in educazione le cose possano veramente cominciare a cambiare. A partire dal libro scritto con Paolo Mottana della Università Bicocca di Milano nel 2017 sulla città educante è nato il Manifesto della educazione diffusa che tante adesioni attive ha avuto finora e sta ispirando progetti in giro per l’Italia. Ho provatoa mandarvi notizie e informazioni sul progetto, veramente innovativo e rivoluzionario, per diverse vie (non ultima questa in cui ora vi scrivo) senza alcun esito. La rivista on line Comune-info ha dedicato uno spazio fisso a questa idea e pubblica spesso articoli sull’argomento. Se si vuole cambiare la politica e tutto il resto occorre cambiare la scuola facendo tesoro e repertorio di alcune idee di Gramsci, Hillmann, Fourier oltre che di Freinet, Illich, Freire, Montessori, Milani, Colin Ward e Giancarlo de Carlo.. Mi piacerebbe che dedicaste uno spazio all’idea della educazione diffusa che suggerisce un modo per oltrepassare la scuola di oggi, mercantile, classista e classificatoria oltre che liberisticamente meritocratica.”

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Paolo Mottana & Giuseppe Campagnoli. “Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso.” Terra Nuova edizioni Firenze

Ho provato in seguito a coinvolgere il giornale se non altro perché desse un po’ di spazio alla nostra idea di educazione, sicuramente  fuori dal recinto istituzionale ma, ora scopro una certa disattenzione non solo della sinistra nostrana  parlamentare (ed era ovvio) ma, sorprendentemente anche da quella per tradizione autonoma e antagonista. Gli articoli del quotidiano si limitano spesso a proporre punti di vista di insegnanti, esperti e giornalisti che non mostrano fino in fondo il coraggio di andare oltre le seppur valide idee gramsciane che erano i presupposti di rivincita sociale  contestualizzate però ai tempi di una scuola ben più classista, discriminatoria e da combattere esclusivamente con la parola d’ordine forse ormai desueta e propria di una concezione egemonica della pedagogia: “Lo studio è un lavoro,  la scuola va considerata un lavoro, le ore a scuola sono ore di lavoro senza doverle alternare con altre attività che, automaticamente, verrebbero a privare il lavoro della scuola di quello che esso è nella realtà: appunto, lavoro”

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Immagine dall’articolo de il Manifesto sul libro di Massimo Baldacci: «Oltre la subalternità. Praxis e educazione in Gramsci»

I tempi sono cambiati, chi domina il mondo e anche il paradigma dell’educazione come del lavoro non sono più i padroni di una volta e la scuola deve uscire decisamente dal recinto del suo attuale significato che è sostanzialmente globalizzato. Non bisogna sostituire un potere con un altro, attraverso una lotta di egemonie educative, ma liberare e liberarci tout court da qualsiasi dominio che in genere comincia ad esercitarsi prepotentemente e subdolamente proprio con l’istruzione quando viene ancora considerata un “lavoro” in preparazione di “una vita di lavoro” spesso sfruttata e strumentalizzata. L’educazione incidentale sarebbe la chiave di volta, insieme ai mentori e ai maestri delle arti e ai luoghi diffusi dove viverla, per una vera rivoluzione pedagogica, preludio ad una sottile, ostinata e contraria rivoluzione collettiva di natura economica e sociale.

Negli ultimi articoli e lettere sul Manifesto come peraltro su altri giornali progressisti che ho letto, anche europei, in una teoria crescente di presenze mediatiche divenuta parossistica di questi tempi in cui non si è mai parlato così tanto e spesso così male di scuola, ho trovato pur sempre gli stereotipati riferimenti, magari non al voto ma al giudizio, non alla discriminazione aperta ma al merito che, alla fine, altro non è se non una discriminazione occulta. Ho trovato luoghi comuni non superati come la scuola dell’obbligo, lo svantaggio (che è connaturato a questo modello di scuola) le discriminazioni che questa nostra scuola non potrà mai superare perché le contiene nella sua stessa  ideologia. Sembra che il problema cruciale sia la didattica e in particolare quella a distanza. Sembra che si possa cambiare  agendo solo sulle risorse economiche, sul voto, sullo zaino, sul rapporto docente discente, sulla disposizione di arredi e spazi o sulla progettazione di dorate avanguardiste gabbie scolastiche, come pure sulla leva della terribile meritocrazia o su palliative azioni di limitazione ed edulcorazione delle discriminazioni e del classismo tuttora presenti. Pochi mettono in discussione “la scuola” in sé, come se Montessori, Fourier, Freire, Freinet, Milani, Ward e tanti altri fossero passati invano con le loro idee di radicali cambiamenti spesso accolti solo parzialmente ed immobilmente quando non elitariamente. Capisco le riviste accreditate di pedagogia e scuola dove spesso sono ospitato (a volte quasi come un infiltrato) e la loro fatica a staccarsi dal termine “scuola” tanto da confondere il concetto di “Educazione diffusa”con quello, ormai obsoleto, da noi superato ed arcaico – seppure di questi tempi alquanto abusato- di “Scuola diffusa”.

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Una ingenua insegnante si spinge a scrivere: “Ci vuole davvero tanta creatività ed immaginazione per superare la realtà che ci circonda!”. Purtroppo di creatività ed immaginazione ne vedo ben poca intorno. Chi realmente ce l’ha e la sta usando viene spesso stigmatizzato come utopico visionario, nonostante abbia dato utili suggerimenti per una azione reale e concreta a chi, coraggioso, soprattutto nella scuola pubblica, volesse provare!

Le diseguaglianze sociali non si superano con una scuola che resterebbe comunque mercantile e che continuerebbe ad essere valutata dallo stesso mercato (vedi OCSE, PISA, INVALSI…) che vuole alla fine persone addestrate e utili al suo mondo che oggi, come sempre, vediamo approfittare in ogni modo, persino con subdoli mezzi come la beneficienza e il mecenatismo, anche delle disgrazie dell’umanità. Gli insegnanti che si impegnano e che dubitano di molte cose della scuola purtroppo non riescono ancora ad uscire dal recinto in cui sono stati costretti e propongono soluzioni che spesso esasperano i problemi perché ne sono parte essenziale quando non vengono persino accolte come innovatrici perché  in fine dei conti non ostacolano il cammino della scuola addestrativa e del controllo. Mi spiace che il pensiero di Gramsci non sia stato fatto evolvere verso i problemi di oggi e verso il concetto del superamento dell’idea di lavoro ovunque e comunque. Risibili le scaramucce tra docenti curricolari e di sostegno, tra didattica a distanza e in presenza o all’aperto per fare le stesse cose negli stessi modi. Niente si risolverà assolutamente dentro l’attuale modello educativo   che è rimasto sostanzialmente lo stesso che ricordo amaramente appartenere alle mie esperienze di docente e preside da oltre vent’anni. Vere tante osservazioni e tante denunce ma inutili ed effimere le proposte che tuttosommato sono sempre là, dentro una falsa idea di educazione che considera marginali l’esperienza, il mondo esterno, la città, l’ambiente, la vita e ineluttabilmente necessari il controllo, la valutazione, la sicurezza, la gestione e l’organizzazione rigida di tempi, luoghi, materie, persone.

 Il problema è la scuola tutta che a mio avviso non è migliorabile nè trasformabile. Essa è solo oltrepassabile e come scrive Paolo Mottana filosofo dell’educazione e promotore con me e tanti altri del Manifesto della educazione diffusa: “Occorre, non vorrei ripeterlo all’infinito, ABBATTERE LA SCUOLA, che IN SE’, intrinsecamente, è letteralmente costruita secondo lo schema dell’oppressione della forza lavoro, con gli stessi protocolli normativi, le stesse scissioni, lo stesso sfruttamento del tempo e della vita e con un destino evidente di fallimento dei suoi obiettivi piamente dichiarati (un po’ come quelli della costituzione tanto belli quanto costantemente traditi), rispetto a risultati quelli sì raggiunti, di produrre individui portatori di un sapere frammentato e inutilizzabile nella maggior parte dei casi, obbedienti e incapaci – nella grandissima maggioranza – di esercitare una cittadinanza critica, attiva e oppositiva.
Quindi, se si vuole cambiare, il primo passo è FARE FUORI LA SCUOLA, reimmettere bambini e ragazzi nel tessuto della vita reale facendo sì che questa vita reale, la nostra -DI NOI ADULTI- cambi e sia in grado di accoglierli e accompagnarli. Che il disegno dei nostri territori cambi, in modo da poterli ospitare mentre crescono verso la LORO AUTONOMIA, e non assorbendo il sapere che alcuni ritengono utile per loro per inserirsi al più presto nel mondo del lavoro. Per assicurargli, con L’EDUCAZIONE DIFFUSA che alcuni veri rivoluzionari della CONTROEDUCAZIONE hanno messo a punto, di individuare i LORO TALENTI, i LORO DESIDERI, e dare forma alla LORO VITA.”

Caro Manifesto, quindi, mi piacerebbe che vi fosse, da parte di un giornale che ho sempre apprezzato, un po’ più di attenzione verso ciò che si muove in linea con idee veramente libertarie e decisamente fuori dal recinto di questa scuola delle istituzioni che paradossalmente, parrebbe andar bene (con le dovute riformette partigiane) a tutto l’arco parlamentare, cespuglietti compresi. Chiudo con un passo di un anonimo scritto di uno degli oltre 400 firmatari del Manifesto della educazione diffusa:

“Aderisco al MANIFESTO!
Sono un’insegnante tecnico-pratico dei servizi socio sanitari di un Istituto professionale …..
L’adolescenza è una fase di vita ricca di opportunità, di crescita e di sfide evolutive. Quanti sogni quando si è adolescenti, ma dove vanno a finire i loro sogni, i loro desideri e i loro talenti? C’è un mercato che vuole decidere il prototipo del giovane perfetto e allora … quanta fatica vivere con pienezza la realtà quotidiana da parte di un adolescente … ogni giorno qualcuno gli apre orizzonti paradisiaci da raggiungere e spesso gli stessi genitori spingono verso questi obiettivi impossibili.
Dove abbiamo sbagliato? Viene da chiedersi. I giovani hanno bisogno di fare esperienze che diano loro una maggiore autonomia, penso sia necessario riproporre una cultura del corpo intelligente, inteso come veicolo dell’apprendere e crescere. Credo in una concezione del corpo che comprende il rapporto tra corpo e psiche, corpo ed azione, corpo ed emozione, vita e conoscenza.
La grande lezione montessoriana appare quanto mai moderna ed attuale, il bisogno di muoversi, di sperimentare.. Il corpo non si riduce alla dimensione fisica, non è soltanto un insieme biologico di organi. È il luogo vissuto di piacere o di dolore, luogo in cui ogni persona vive, sente, esiste; luogo del proprio essere.
Si all’educazione diffusa!!!….”

Giuseppe Campagnoli

8 Giugno 2020

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Architettura controeducazione Education Educazione Scuola

L’educazione diffusa si potrà fare solo tutti insieme

Nel panorama delle iniziative e delle condivisioni sul tema della educazione diffusa e della città educante credo si stia facendo ancora un po’ di confusione, muovendosi tra le esperienze in atto delle cento scuole e scuolette private e parentali, del bosco, della campagna, della radura e i filoni storicamente consolidati come le scuole Montessori (con diverse etichette spesso contrapposte), il movimento di cooperazione educativa, le scuole steineriane, quelle ispirate a Don Milani et coetera.

Per il mio punto di vista, che oltre ad essere quello di un uomo che nella scuola ha passato una vita in ruoli diversi è anche quello di un architetto che ha una visone pedagogica e formativa di una possibile evoluzione della città e del territorio, l’educazione diffusa è una specie di repertorio ragionato ed assolutamente integrato di tutte le buone esperienze presenti e passate  in una nuova, rivoluzionaria e complessa visione, di tutto il moderno, il non classista e antimercantile che persiste nelle varie teorie e nelle varie esperienze sparse per il mondo. Una costante tra le nuove e le vecchie idee, seppure ancora innovative, dovrebbe essere quella di proiettare, non occasionalmente, ma definitivamente, l’educazione fuori dai luoghi istituzionalmente e burocraticamente dedicati e a considerarla totalizzante, libera da programmi, discipline, orari, classificazioni, esami e funzioni che non siano quelle della crescita e dello sviluppo della creatività e della curiosità della persona che solo così potrà anche apprendere per sé e per la comunità. Al tempo stesso che l’educazione e la scuola (se vogliamo ancora chiamarla così) siano scevre da etichette, bolllini, sponsors, coacervi settari e imprimatur di vario genere. Tutti i movimenti e le iniziative che si ispirano liberamente, ma condividendone il senso e i principi, al Manifesto della educazione diffusa  fanno dei passi avanti verso la città educante e una educazione veramente rivoluzionaria. E’ allora indispensabile che accanto alla trasformazione dei luoghi della città avvenga, gradualmente ma radicalmente, una trasformazione del concetto di educazione  senza equivoci e possibilmente in modo collettivo anche quando si avviano dall’interno della scuola pubblica o delle istituzioni che rappresentano e governano le città e i territori.

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Mi piace pensare che in campo educativo non sia utile nè serio dividersi in tante teorie, piccole o grandi sette, iniziative spurie, a volte effimere e a volte ridondanti, presuntuose e che spesso presentano caratteri di conservazione, di élite, per esibire le proprie etichette e i propri marchi o bollini nei convegni, nei seminari e nel confronto pubblico, come pure nella realtà scolastica. Come gioveranno tutte queste kermesses al cambiamento dell’educazione e della città che in sostanza mi pare siano ancora le stesse e in qualche caso anche peggiorate? Mi parrebbe più saggio cercare e trovare punti di incontro solidi e reali per rifondare, con il contributo di tutti, un pensiero educativo rivoluzionario, multiforme ma non contraddittorio o decisamente datato o autoreferenziale. L’apporto culturale e teorico ma soprattuto concreto di tante esperienze storicamente emergenti o nascostamente diffuse è fondamentale e indispensabile per ripartire e far nascere  l’educazione del futuro, quella che rispetto a quella tradizionale e istituzionale noi amiamo chiamare Controeducazione.

La strada è lunga, ma occorre almeno imboccarla, tutti insieme. Siamo ancora nella piazzola di partenza dopo due anni dall’uscita del Manifesto della educazione diffusa e dopo tre dalla pubblicazione del libro  che lo ha ispirato e che, con il valore di  fare tesoro di tanti apporti teorici importanti, ha lanciato l’idea dell’educazione diffusa in una città educante.Facciamo tutti uno sforzo di sintesi e di proposta unitaria per non disperdere delle belle idee e delle belle esperienze in cento rivoli facilmente fagocitati o emarginati dalla scuola padronale e governativa che sovente finge di essere o provare a diventare innovativa.

Giuseppe Campagnoli 7 Ottobre 2019

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Educazione

Manifesto dell’educazione diffusa – Comune-info

 

È tempo di rimettere bambini e bambine, ragazzi e ragazze in circolazione nella società che, a sua volta, deve assumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo. Un Manifesto da firmare e sperimentare. Articolo di aa.vv.

Scarica i volantini in PDF e jpg per diffondere il Manifesto per le adesioni.

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— Leggi su comune-info.net/2018/07/manifesto-educazione-diffusa/

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Architettura edifici scolastici edilizia scolastica Edilizia Scolastica education facilities Education Educazione istruzione Scuola Scuola italiana

La cattiva scuola e la cattiva architettura.

 

Credo che non si possa progettare e costruire un bello spazio per una brutta scuola. Ecco anche perché l’edilizia scolastica di oggi e di ieri rappresenta la forma del concetto obsoleto, padronale e mercantile, dell’educazione e dell’ istruzione. Perfino Colin Ward l’aveva osservato della sua “Architettura del dissenso” perfettamente coniugata con la sua idea di “educazione incidentale”. Il mio recente articolo nel numero 5 de “La rivista dell’istruzione“, una specie di provocatorio infiltrato nella cultura osservante in educazione e architettura, sottolinea l’esigenza di accompagnare giocoforza ad un nuovo concetto di educazione anche una nuova visione della città e dei suoi luoghi superando il concetto manualistico e tipologico di edilizia scolastica per un’altra frontiere del concepire i luoghi dell’educare. Per una strana coincidenza, nell’ultimo numero della  rivista di architettura Casabella, vi sono degli esempi significativi dell’ “architettura” scolastica internazionale che vi ripropongo in una sintesi per immagini. Tutti gli edifici proposti sono ad uso della corrente idea di scuola che di fatto si è perpetrata immutata, forse a tratti solo dissimulata, fin dal XVIII secolo. Scuole in Burkina Faso, in Svizzera, Los Angeles  a Nantes. Globalizzazione e omologazione.

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Nell’articolo citato dalla Rivista dell’istruzione, che fa parte del FOCUS sugli spazi scolastici oggi e che vi invito a leggere, ho tentato di scuotere il pubblico di addetti ai lavori che discute di innovazione  pur restando dentro il solito recinto concettuale. Ecco il sommario del fascicolo.

La Rivista dell’Istruzione. Maggioli Editore Rimini.

FASCICOLO 5 / 2018

INDICE E SOMMARIO

IL PUNTO

La scuola che vorrei – Giacomo Stella

DOSSIER

Il supermercato, la biblioteca e l’aula scolastica – Marco Orsi

Spazi per una didattica alternativa – Mariagrazia Marcarini

FOCUS

Aula: spazio anonimo o ambiente di apprendimento? – Alessandra Rucci

Materiali per nutrire l’immaginazione – Franco Lorenzoni

Le carte geografiche murali – Gino De Vecchis

Le pareti di una scuola raccontano… – Maria Rosa Turrisi

Le riunioni e i gruppi di lavoro – Paola Toni

Sull’uso del grembiule a scuola – Cinzia Mion

Evviva l’intervallo (e il cortile) – Lorenza Patriarca

Cooperare a scuola – Mariella Marras

La campanella e l’ora di lezione – Stefania Chipa, Elena Mosa, Lorenza Orlandini

PROFESSIONALITÀ

Cattedra – Maurizio Muraglia

Imparare leggendodi Gheti Valente

CULTURA DELLA SCUOLA

Quaderni e quadernoni per costruire conoscenza – Roberta Passoni

La messa a punto del testo – Rinaldo Rizzi

SAPERI DI CITTADINANZA

La classe, spazio che include o che esclude – Luciano Rondanini

GOVERNANCE

Il disegno di una città educante scolastica – Giuseppe Campagnoli

 

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DESKTOP

Le inquietudini della scuola del futuro – Roberto Baldascino

SILLABARIO

Il cartellone delle presenze – Lorella Zauli

OSSERVATORIO GIURIDICO

Quale educazione finanziaria economica? – Mavina Pietraforte

(RI)LETTI PER VOI

Rileggendo Bruner. Saggi per la manosinistra – Giovanni Fioravanti

 

 

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Nel fascicolo della rivista si danno numeri sull’edilizia scolastica, si avanzano proposte di ogni sorta ma, in sostanza, si descrive il desolante panorama delle scuole italiane oggi, si ricordano e raccontano i tentativi lodevoli di superarlo  e le soluzioni spesso palliative. D’altronde il vero problema è rinnovare radicalmente l’educazione e con essa i suoi luoghi deputati, moltiplicandoli, trasformandoli  e “sparpagliandoli”. Ecco l’incipit significativo del mio pezzo che presenta qualche ironia nel titolo:”Il disegno di una città educante scolastica”.  Per il resto leggete la rivista.

“Ci sono le città, i loro quartieri, le campagne, le montagne, le coste e il loro intorno ambientale. Ci sono 42.000 edifici scolastici urbani e rarissimi rurali tra cui molti obsoleti, insicuri, di vecchia concezione, altri nuovi ma vecchi nell’idea, seppure accattivanti tecnologicamente ed esteticamente ma pur sempre delimitati, gerarchizzati negli spazi, ingenuamente funzionali ed in genere emarginati in aree similcampus e periferie degradate spesso senza alcuna decente urbanizzazione. Prima di poter trasformare la città in educante, cosa che potrà avvenire tra non meno di qualche decennio, posso suggerire alcuni passi nella marcia di avvicinamento che potrebbe essere avviata fin da ora in una specie di periodo di transizione tra la scuola delle materie, degli orari, delle cattedre, dei banchi e delle mura e della educazione ristretta e contenuta a quella della educazione diffusa. Purtroppo si insiste ancora a minimizzare il ruolo dei luoghi dedicati all’educazione con posizioni pervicacemente retro, quando si persevera diabolicamente nell’intervenire in termini di edilizia scolastica facendo sospettare persino che ci sia uno strizzare l’occhio alle economie del costruire e della cementificazione, oggi sostituita per mitigare l’effetto di reclusorio scolastico dalla falsa ecologia del costruire in legno, con colori, arredi ergonomici, vetrate e giardinetti, magari chiavi in mano. Dovrebbe invece essere l’insieme delle auspicabili trasformazioni del tessuto urbano in funzione educante la chiave di volta per il recupero, il risanamento il ridisegno delle nostre realtà territoriali (città, campagne, ambiente in generale) attraverso le emergenze architettoniche vecchie e nuove che si caratterizzerebbero anche per una marcata vocazione culturale e didattica. Non sto a ripetere le argomentazioni più volte espresse nei miei tanti articoli e saggi per ribadire come quelli che avevo chiamato già nel 2010 nel Secondo Manifesto della scuola marchigiana i “luoghi da amare”   non possono essere un aspetto marginale o di semplice contorno nell’idea di una città educante.”

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Giuseppe Campagnoli

23 Ottobre 2018

 

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Educazione Politica Scuola Sociale Società

L’educazione totale

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L’educazione diffusa è educazione totale. In una città educante coinvolge bambini e adulti, anziani, pensionati, lavoratori e può essere la medicina per l’ignoranza che ci sta portando ad una società illiberale, mercantile, autoritaria ed escludente. Una medicina da prendere subito, prima che sia troppo tardi. La scuola come è ora ha costruito generazioni di analfabeti sociali e funzionali e sta costruendo nuovi pericolosi egoismi dettati dalla paura di chi non sa e non vuol sapere. Ogni luogo e ogni attività della città può diventare occasione di scambio educativo e può aiutare a superare la separazione tra generazioni, tra chi studia e chi lavora o chi ha perduto la bussola della vita per aver perduto il tempo della ricerca e della riflessione preso dalla corsa al profitto e ad un falso benessere. Sono incoraggianti i risultati di esperienze di contaminazione tra generazioni e attività per quello che il dialogo tra mondi che finora sono stati tenuti rigorosamente e pericolosamente distinti  può generare di virtuoso. I mentori e gli esperti, gli spazi diversi, trasformati  e resi multiformi diventano i mediatori di una educazione permanente che non si sviluppa in verticale ma in orizzontale, o meglio in tante dimensioni contemporaneamente.

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Riflettendo in questi giorni di triste realtà italiana e mondiale mi appare sempre più chiaro come una rivoluzione nell’educazione potrebbe salvarci da un futuro che si preannuncia oscuro in mano ai manipoli del cattivo senso e della cattiva coscienza. Riconosco che un’ educazione veramente  diffusa, senza obblighi e recinti, libera e guidata solo dalla voglia di capire e di fare, fa paura a chi detiene il potere, ieri come oggi. E’ proprio per questo che bisogna insistere e cominciare a spargere questo benefico virus dai quartieri, alle città, al territorio, nella consapevolezza che questo cambiamento sarà anzitutto politico come è ben chiaro nel Manifesto che lo ha prefigurato e anticipato. E sarà un cambiamento vero che non ha nulla a che fare con i falsi o negativi cambiamenti che la politica istituzionale promette da sempre ma raramente realizza o realizza malamente con l’imposizione e l’autorità. Sarà un cambiamento che potrà incidere sul pensiero dell’uomo, sulla sua vita e sul suo agire perchè è dall’educazione e dai suoi luoghi diffusi che tutto ha origine: l’economia,  il lavoro, l’alimentazione, la salute, il clima, la pace, la tolleranza…E’ un’arma non violenta che spesso ha risollevato le sorti dell’umanità in varie parti del mondo. e della sua storia. Mettiamo insieme tutte le esperienze in atto e in progetto che operano nella stessa direzione e costruiamo un grande collettivo educante. Se ne gioveranno i bambini, le città, le campagne e le genti che le abitano. Scrive Scuola Libertaria su FB : “Se io ho un sistema politico o pedagogico che produce effetti specifici su una comunità, sono soltanto questi effetti che devo guardare per capire di quale sostanza è fatta la natura di quel sistema, e porvi rimedio. Le discussioni, le elucubrazioni, i parapiglia che avvengono intorno alle questioni sociali non hanno alcun valore di fronte ai dati evidenti inoppugnabili. Se il sistema educativo produce una siffatta società, è il sistema che deve essere additato ed eliminato, non chi ne è vittima, a maggior ragione quando questo sistema è stato disegnato espressamente da un’élite per riprodurre il proprio privilegio e un tipo preciso di architettura o dinamica sociale. Si parlerà allora di cambio di paradigma, non di modifica dello stesso. Questo può avvenire soltanto quando gli individui si libereranno dal dogma della scuola, dalla sua liturgia, cioè quando impareranno a voler essere se stessi e non ciò che altri hanno deciso che debbano essere.”

Da Settembre vorrei avviare una serie di trasmissioni interattive dal canale della Scuola senza mura per discutere in tempo reale di questi argomenti, lavorarci insieme dare suggerimenti e consigli a chi stesse avviando esperimenti e iniziative.

Giuseppe Campagnoli

19 Giugno 2018

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Architecture Architettura controeducazione edifici scolastici edilizia scolastica Education Educazione Scuola Scuola italiana Varia umanità

La scuola diffusa. Una storia.

La scuola diffusa non può essere appannaggio del populismo che dice di essere per il popolo ma lo inganna e lo manipola. Non è la “buona scuola” ma neppure ciò che si profila come il dopo “buona scuola” conservatore e autoritario. La scuola diffusa non è l’educazione civica nelle scuole e neppure più soldi per i reclusori scolastici. Educazione è libertà di pensiero, di movimento, di accoglienza, di tolleranza. Educazione è libertà dai mercati piccoli e grandi. Non è meritocrazia e nemmeno controllo e valutazione. Educazione è una città nuova per tutti gli uomini e non solo per gli italiani. Meraviglia e sconcerta che molti insegnanti abbiano sostenuto i partiti del neo governo. Partiti che hanno condiviso un programma fondato sull’intolleranza, la finta lotta alle disuguaglianze, la difesa delle imprese piuttosto che dei lavoratori, l’omofobia e la deportazione dei migranti, degli zingari e dei derelitti (non vi ricorda qualcuno?), gli interventi conservatori e retrogradi sulla scuola.Partiti applauditi dai fascisti di CasaPound. Con certi insegnanti si potrà passare solo dalla brutta “buona scuola” ad una terribile “nuova scuola”.Mala tempora currunt.

Giuseppe Campagnoli 2 Giugno 2018

 

La scuola diffusa: oltre le  aule. Una storia da raccontare per riflettere

 

La mia classe en plein air. Giuseppe Campagnoli 2013

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E’ in crescita la ricerca sull’architettura per l’apprendimento e su quella che in Italia si chiama ancora edilizia scolastica e altrove education facilities o school building. Ma non tutto oro è quel che riluce e per mia esperienza ho constatato, come diceva Manfredo Tafuri, che almeno 9 libri su 10 vanno letti in diagonale. Non ho visto nella saggistica e negli esperimenti concreti in Europa e nel mondo nulla di veramente nuovo e rivoluzionario. Il cambiamento può nascere  da un’idea che era già in nuce nel mio libro “L’architettura della scuola” edito da Franco Angeli, Milano nel 2007. Il volumetto suggeriva una concezione innovativa degli spazi per l’apprendere. E’ il momento di intraprendere la strada per un dibattito più ampio e, auspicabilmente, una sua sperimentazione concreta.

 

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Nel capitolo  “I principi stilistici e architettonici per una progettazione non di maniera” del mio libro L’architettura della scuolasi legge, tra l’altro:  “ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”. “La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”  Da qui, dopo quasi tre anni di studi e ricerche e la partecipazione ad un Concorso Internazionale bandito da Achitecture for Humanity: “The classroom for the future” hanno avuto origine i primi documenti teorici  sulla “Scuola diffusa” pubblicati su Educationdue.0 nel  2011 e nel 2012 cui hanno fatto seguito altri interventi su riviste specializzate e sulla stampa. Due piccoli pamplhet di architettura autoprodotti hanno completato il quadro. L’incontro cruciale con il professore di filosofia dell’educazione a Milano Bicocca Paolo Mottana e la sua Controeducazione ha chiuso il cerchio magico tra educazione ed architettura del nuovo millennio 

La scuola: Luogo o non luogo?

La scuola diffusa, Provocazione o utopia?

 Per Adolf Loos quando un uomo incontra in un bosco un tumulo di terra che segnala una trasformazione “poetica” della natura a opera dell’uomo quella è architettura. Il locus è un concetto ben più profondo del luogo. Esso è un concentrato di significati d’uso, di memoria, di racconti, di amore… Anche la scuola dovrebbe essere un locus: uno spazio pieno di storia e di poesia, senza tempo e senza artifici. Quella dell’edilizia scolastica in Italia è una vecchia storia come peraltro quella della scuola stessa che nessuna pseudo-riforma è riuscita ancora a rinnovare. La qualità delle pochissime buone pratiche cui si può attingere porta con sé sempre tre elementi: investimenti adeguati, organizzazione della didattica rivoluzionata, gestione delle scuole in mano a un unico Ente, obbligo nella progettazione di un team multidisciplinare con anni di esperienza sul campo della scuola. Gli edifici per l’educazione debbono essere nelle città e non nelle periferie ed essere riconoscibili dentro e fuori proprio come dovrebbe essere un monumento: una chiesa, un municipio, un teatro…Da qui la riflessione sugli architetti che non fanno tesoro dell’insegnamento della creatività e dell’amore per i luoghi importanti della nostra vita come quelli dedicati all’educazione privilegiando la funzione tecnica e le evoluzioni tecnologiche. Altra è la connotazione umanistica dell’architettura che si contrappone a quella del funzionalismo ingenuo che elude ogni valenza di natura formale e non soddisfa nemmeno i bisogni di funzionamento, se è vero che l’esigenza di dare significato ai luoghi dell’apprendere è interamente assorbita dalle banali ma ineluttabili questioni di sicurezza. Il luogo infatti sarebbe di per sé sicuro e protettivo se lo si pensasse avendo chiara l’idea di scuola e l’idea di architettura insieme legate dalla voglia di costruire spazi accoglienti, inclusivi e al tempo stesso stimolanti, mai completamente scoperti e spiegati per essere ogni giorno nuovi a chi li abita e li usa. La scuola è uno spazio fisico e intellettuale autonomo culturalmente e giammai asservibile a una efficienza meccanica: un ambito della scoperta e dell’introspezione, della comunione, del dialogo come della esigenza di solitudine e di riflessione che non è più l’aula e il corridoio ma forse la piazza e la strada, il portico e il cortile. Oggi gli spazi si sono progressivamente chiusi all’educazione, per radicalizzare i soli significati di istruzione e formazione e rinunciare alla vera creatività, confinando il fare arte tra le poetiche ed i linguaggi accessori e gli spazi al funzionalismo e al tecnicismo esasperato, come se l’aula con un computer su ogni banco trasfigurasse e sublimasse il suo valore banale di spazio fisico e cablato in un vero luogo. Nella scuola come in qualsiasi azione presente fin dall’origine dell’uomo che si è evoluto con l’apprendimento e la relazione non sono indifferenti i segni tangibili dell’“ intorno” in cui si apprende: poteva essere una foresta o una caverna, una capanna, un portico e un cortile, un chiostro, una basilica o un’abbazia: oggi può essere, altrettanto significativamente, uno spazio nuovo anche perché antico e ricolmo dei segni della storia dell’insegnare e dell’imparare a vivere.

POSTER BRESSANONE

Oltre le aule

Bisogna superare l’edificio scolastico per un territorio complesso dell’apprendimento: la città scuola. Una provocazione che potrebbe diventare un modello di ricerca per la scuola del futuro. Non si tratta di una novità in assoluto, perché, sostanzialmente, allo stesso concetto si ispirava la scuola del Medioevo, quella del palazzo e del monastero, della biblioteca e del chiostro, quellascholacome otiumche raramente coincideva con un unico luogo fisico. In realtà, luogo dell’apprendere potrebbe essere realmente la città tutta e il territorio. L’aula sarebbe aperta al mondo e composta da mille stanze diverse e dedicate, dall’universo fisico a quello virtuale del web. Oggi si fatica a tollerare la scuola in un unico edificio. La scuola non è statica ma, quasi per etimologia, dinamica nello spazio, oltre che nel tempo. Le modalità di fruizione delle informazioni, di apprendimento e di applicazione pratica mal sopportano i muri e i limiti di un unico luogo deputato. L’architettura e l’educazione dovrebbero adeguarsi alle nuove esigenze della conoscenza e della crescita delle persone: non possono essere le stesse nei secoli. Aldo Rossi, con i suoi insegnamenti, mi convinse che l’architettura disgiunge, nel tempo, la forma dalla funzione: non c’è miglior modo di concepire gli spazi per eccellenza, quelli dell’imparare. Da una idea di architettura e di scuola che coincidono, nasce forse una utopia che potrebbe, nel tempo, diventare una splendida realtà. Per le scuole di livello base o intermedio, sarebbe sufficiente concepire quotidianamente un orario di prossimità, con un sistema di trasporto integrato che consentisse di trasferire gli alunni, anche in continuità verticale (negli stessi luoghi e laboratori studenti dalle elementari alle superiori, a volte anche insieme!), ogni giorno in un posto diverso a seconda delle necessità di apprendimento e di applicazione. Naturalmente la scuola andrebbe riorganizzata in modo estremamente flessibile, per superare tutte le rigidità dovute anche a una normativa disforica sulla sicurezza, che assimila, tout court, i luoghi per l’apprendimento ai luoghi di lavoro, con tutte lelimitazioni del caso. Riuscendo a concepire un insieme di regole ad hoc, e adattando i diversi spazi della città alla frequentazione di classi e gruppi di scolari e studenti, si muterebbe l’idea di scuola attuale, tutto sommato ancora fissa negli spazi e nei tempi. Ogni luogo pubblico della città (municipio, biblioteca, mediateca, laboratori, università) avrebbe spazi dedicati e attrezzati per fare scuola, e consentirebbe a gruppi di discenti di non fossilizzarsi per ore nello stesso ambito, sempre di fronte alla medesima lavagna, allo stesso panorama. Sarebbe sufficiente solo un edificio-base, che fungesse da manufatto simbolico, una specie di portale di ridotte dimensioni, ubicato in una parte significativa e centrale della città, con servizi amministrativi e luoghi di riunione non specializzati; esso potrebbe rappresentare la stazione di partenza verso le aule virtuali e reali sparse nel territorio, un luogo di rendezvousall’inizio della giornata di studio. L’edificio–scuola, così come oggi concepito, lascerebbe il posto a una costruzione che fa da ingresso a una sorta di parco della conoscenza, sostituto innovativo delle aule tradizionali e degli spazi specializzati che, ahimè, ancora oggi altro non sono se non aule diversamente arredate e attrezzate.

 Una bibliografia  minima.

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La scuola senza mura

L’errore sta nel pensare per edifici dedicati e separati, nel far coincidere la scuola con un manufatto. Le aule, i laboratori, le palestre sono già nel territorio: basta adattarli, collegarli e usarli. Molti oggi restano ancora aggrappati all’edificio e timidamente si spingono a superare il concetto di aula, arredo, corridoio, cosa già fatta nel 1914 nel saggio «Chiudiamo le scuole» dal discusso Giovanni Papini scrittore e saggista dei primi del novecento. Perché non raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura? Ora si tratta di passare ai fatti. Provare a simulare una scuola senza mura in una vera città coinvolgendo tutti gli attori possibili. Nel volume “Oltre le aule” c’è un incipit di proposta concreta e una possibile strada per verificarne la fattibilità. La pedagogia, l’urbanistica e l’architettura dovranno essere gli attori principali. Quando Papini scriveva “chiudiamo le scuole” intendeva che dovessero essere riaperte altrove e in altro modo per fare una educazione diversa, a volte “contro” ed una architettura diversa, a volte “ultra”. Confesso che l’idea è complessa e prefigura per la sua attuazione una diversa organizzazione di tempi e luoghi della scuola. Autonomia scolastica, flessibilità, tempi scuola, non possono affatto innovarsi se irrigiditi in aule, corridoi, uffici, laboratori inflessibili e per nulla in osmosi con il territorio. E’ tempo di cambiare veramente la prospettiva e tornare ad una specie di scuola peripatetica. Possibile, auspicabile, moderna. Per preparare una simulazione in un contesto reale e statisticamente compatibile del progetto di scuola diffusa sarebbe necessario assicurarsi la collaborazione dell’amministrazione di una città di media grandezza, dei gestori della di mobilità, di una Scuola di Architettura e una di Scienze della Formazione e di almeno una scuola per ogni segmento (Infanzia, Primaria, Secondaria di primo e secondo grado). Da queste premesse si potrebbe iniziare a progettare un intervento sperimentale che possa fornire dati attendibili sulla fattibilità dell’idea e sulla sua esportabilità in contesti diversi, più ampi e magari di grandi aree metropolitane. La scuola non è un ghetto in periferia, non è un luogo chiuso da muri e comparti, non è un edificio unico e monolitico, la scuola è diffusa ed en plein air. L’incontro di affinità elettiva con il Prof. Mottana, mi ha spinto a prefigurare uno scenario condiviso in funzione di una educazione rivoluzionata insieme ai suoi luoghi, una controeducazione in una ultraarchitettura per nuove concezioni dell’istruzione e la cultura. Cento anni fa condurre tutti all’alfabetizzazione era un’ utopia. Come far giungere il messaggio educativo in tutto il territorio. Spero che anche quella di liberare chi apprende e chi insegna dai muri e dalla staticità, diventi nel tempo una realtà. In quell’accezione  di scuola che si riferisce più al tempo che allo spazio.

 

Allegoria della città-scuola. Giuseppe Campagnoli. Seminario CDE Cesena 12 Settembre 2016.

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Brani da “La città educante. Manifesto della educazione diffusa di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli e “Il disegno della città educante” di Giuseppe Campagnoli

“Immaginiamo che scelgano. Che nelle infinite possibilità di esperienza che il mondo rivela ad ogni passo essi scelgano. Scelgano di fermarsi in un giardino a chiacchierare o giocare. Scelgano di entrare in un supermarket, in un cinema, in una bottega. A vederli in circolazione liberi, senza adulti al seguito, ci sarebbe sconcerto, allarme, qualcuno chiamerebbe la forza pubblica perché dei minori si muovono indipendenti nella città, nella strada, a gruppi, a bande, a coppie, solitari. Noi non siamo più abituati a vedere bambini e bambine, ragazzi e ragazze che solcano lo spazio pubblico, da molto tempo sono stati confinati in luoghi speciali, sotto scorta, sotto vigilanza. Noi non siamo più abituati alla presenza invadente e talora insolente dei giovani e dei giovanissimi. Noi che li abbiamo posti a distanza. Che a suo tempo fummo posti a distanza, al confino, nelle mani di persone che nella maggior parte dei casi non avevano né rispetto né comprensione per noi, per loro. Ma occorre cambiare, capovolgere questo modo carcerario di intendere l’educazione. Occorre che essi possano tornare ai luoghi da amare, alla città anzitutto, che è un insieme di luoghi per apprendere, cercare, errare (l’errore!) osservare, fare e conservare per condividere, riconoscersi  riconoscere.

Le buone e belle scuole: memento

Le brutte scuole. Ancora Giovanni Papini in tempi in cui l’archi- tettura c’era ancora, accomunava la desolazione degli edifici pubblici collettivi. Il luogo comune delle costruzioni di degenza si perpetua nei comportamenti, negli spazi, negli arredi! Letti, banchi e cattedre, corsie e corridoi, sale d’attesa, uffici e sportelli, ambulatori e deambulatori! I ritmi scanditi dalle aule e dalle camerate, dai corridoi e dai gabinetti.  La modernità ha peggiorato la situazione perché ha solo imbellettato e sovrastrutturato di tecnologie e di gadgets gli stessi spazi, gli stessi arredi, le stesse forme che denunciano gerarchia e potere. Nemmeno le innovazioni pedagogiche o didattiche sono state capaci di modificare significativamente il tradizionale, ottocentesco modello: aule, corridoi, servizi… Se si prova a viaggiare nell’Italia scolastica ne sortisce uno stereotipo spaziale, superato solo da qualche rara eccezione, in cui collochiamo volentieri anche l’esperienza degli spazi suggeriti dal metodo di Maria Montessori, che si può descrivere in un racconto di avvicinamento, di accoglienza, di percorso, di uso. Il luogo dove sorge la scuola è spesso periferico o acquartierato, il verde minimale, i graffiti malamente fatti e rifatti in molte pareti (ve ne sarebbero anche di pregio se i muri lo meritassero!) Come al tempo dei romani gli studenti cercano di firmare ciò che non ritengono familiare e confortevole con graffiti, scritte, epiteti, slogan: un grido di dolore! Nelle periferie scolastiche le ampie finestrature a nastro nelle pareti squadrate e tecnologiche con ampio uso di cemento e prefabbricati, gli infissi in ferro o alluminio, denunciano la poca attenzione all’estetica, al comfort, al risparmio energetico anche nelle opere inaugurate di recente, seppure progettate più di un decennio fa.

Il disegno della città educante. Minuta

Diffondere l’educazione

Sostanzialmente quello di un secolo fa. Statico, fisso, sclerotico. Non continuiamo, come si dice a Napoli, a scrufugliare sull’esistente ormai morto o sull’ennesima finta riforma epocale attraverso convegni, seminari, pubblici incensi ed autoreferenzialità. Si abbia il coraggio di assecondare la fantasia esperta ed un sogno per vedere dove ci possono portare. Basta con le belle scuole. La città tutta è una bella scuola e forse anche sicura. È assolutamente necessario ricorrere a un po’ di fantasia e utopia e anche a un po’ di realtà per provare a cambiare, mentre ahimè quasi tutti, esperti compresi, restano ancora aggrappati all’edificio e timidamente si spingono a superare il concetto di aula, arredo, corridoio. Tutte cose tra l’altro ampiamente contestate a inizio del 900 sia dalle pedagogie nuove, con i loro laboratori, le aule all’aperto, le tipografie ecc., o più radicalmente da figure, tra le molte, come quella di Giovanni Papini, nel suo “Chiudiamo le scuole” del 1912. Perché non raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura? Come quando, un tempo, forse più di oggi, le vere aule erano il campo, il ruscello, il cortile, la strada, la piazzetta e i nostri mèntori erano tanti altri maestri oltre a quello ufficiale, formale, non scelto. Realisticamente l’edificio scolastico attuale potrebbe divenire la porta di accesso a tanti e diversi luoghi dove apprendere per ogni cittadino in fase di educazione formale o informale che sia. Ogni città potrebbe avere un “monumento” che conduce a di- versi spazi culturali del territorio urbano, rurale, montano, marino, reale o virtuale, in un sistema complesso dove si applichi il motto mai superato “non scholae sed vitae discimus” . Sgombriamo il campo dall’equivoco secondo cui esistono solo spazi specializzati e funzionalmente dedicati all’apprendimento e alla cultura anche istituzionali. Ecco allora la “scuola diffusa”, intendendo per “scuola” il tempo dedicato alla scoperta, alla ricerca, al gioco, al tempo libero, alla crescita. È tempo di una nuova scuola dell’arte e di un’arte della scuola: questo accadrà quando la mente sarà libera da burocrazie quotidiane e pianificazioni scolastico-aziendali e si riuscirà a pensare che la memoria dei veri maestri del fare poeticamente l’architettura della scuola anch’essa ahimè divenuta preda del mercato, è la stessa del “fare scuola”. Progettare con la storia, con l’amore per l’anima dei luoghi e con quell’idea dell’imprevisto prevedibile e poetico, dell’immaginazione e della creatività è l’agire più prossimo alla relazione umana che della scuola deve essere il fondamento. La scuola è infatti spazio fisico e intellettuale autonomo culturalmente e giammai asservibile a una efficienza meccanica: un ambito della scoperta e dell’introspezione, della comunicazione, del dialogo come della esigenza di solitudine e di riflessione che non sono più l’aula e il corridoio ma forse la piazza e la strada, il portico e il cortile. Come in qualsiasi azione presente fin dall’origine dell’uomo che si è evoluto con l’apprendimento e la relazione, non sono indifferenti i segni tangibili dell’ “intorno” in cui si apprende: poteva essere una foresta o una caverna, una capanna, un portico e un cortile, un chiostro, una basilica o un’abbazia: oggi può essere, al- trettanto significativamente, uno spazio “nuovo” anche perché “antico” e ricolmo dei segni della storia dell’insegnare e dell’imparare a vivere.

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“Ora entriamo in quella che lei definisce la “Casa Matta”, ci specifica che si scrive con la C e la M maiuscole, una delle cinque basi o tane dove si riuniscono le ragazze e i ragazzi e le bambine e i bambini per ritrovarsi con i mèntori e per prendere decisioni, discutere, concordare progetti…Nel racconto del viaggio guidato dentro la città educante molti sono i luoghi da disegnare e da ridisegnare. Quasi la città nella sua interezza ed il suo intorno ambientale sono da riconcepire. Occorre ora mettere nero su bianco, nel senso del disegno anche solo raccontato e non necessariamente costruito come faceva Aldo Rossi. Ho preso i miei appunti e disegnato scene e luoghi nel viaggio breve con Paolo Mottana seguendo le sue parole e le sue considerazioni. Ho anche riletto in modo profondo ed attualizzato “La città giardino del domani” di Ebenezer Howard. Di due splendide utopie si può fare una realtà. Per trasformare la città e la campagna in città educante occorre intervenire anzitutto nei luoghi su cui posare una nuova organizzazione di quella che una volta chiamavamo scuola perché non sia più distinta e separata dalla vita quotidiana e dai suoi personaggi e perché sia quel motore della conoscenza e della crescita che alla città manca da tempo. Il viaggio dell’ultimo capitolo del libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” fa intravvedere come potrebbe essere questa città del futuro che non separa più l’urbanitas dalla campagna ma nemmeno la scuola dalla città e dalla campagna, la vita intera da tutte le sue mirabili varianti. Per poter prefigurare la vera città educante sarebbe necessario non separare più la città da una campagna abbandonata a sé stessa o allo sfruttamento selvaggio dei latifondi o lasciata alle disforie degli improvvisati borghesi agricoltori radical chic o dei falsi agriturismo. L’educazione si gioverebbe del fatto di avere a disposizione spazi urbani qualificati insieme a spazi rurali e selvatici tornati alla sostenibilità delle colture e della vita agreste. Sarebbe un male riprendere in mano l’utopia della città giardino del futuro e usarla per costruire un modello di città educante del futuro con tutti gli adattamenti e aggiornamenti necessari? Nel tentativo di fare un esperimento in una città vera, anche se piccola, sarebbe utile immettere quei germi positivi presenti in nuce nelle idee di Howard e dei suoi epigoni. Si tratta di sgombrare il campo all’organizzazione eccessiva ed alle rigidezze disegnative e simboliche da città ideale cinquecentesca per sovrapporre una rete di connessioni virtuose e di nodi e portali significativi tra il verde e il costruito, tra i campi e i boschi, tra i monumenti e i cespugli. Il giardino urbano si fa campagna e viceversa un po’ come avviene ancora per il Phoenix Park di Dublino, con le greggi in città e i cittadini in campagna senza soluzione di continuità tra una piazza e una radura, un bosco e un rondeaux. Le chiameremo le campagne urbane perché sono macchie di verde coltivato o selvaggio di collinette e di radure che contaminano il costruito e lo permeano di vita naturale e di orti urbani all’ennesima potenza. L’educazione qui è di casa più che tra i muri degli edifici, più che nelle piazze e nelle strade.La trasformazione di musei, teatri, biblioteche, castelli, botteghe e laboratori in portali e aule diffuse.

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Da tempo stiamo girando e disegnando attorno a questi oggetti strani e misteriosi inseriti nella città accanto ai suoi edifici storici e ai suoi spazi emergenti (le piazze, i viali, le corti) in diverse occasioni virtuali dove hanno interpretato spazi diversi e multiformi, dal caffè letterario, all’internet point, dal laboratorio alla serra urbana, dalla biblioteca di quartiere all’aula vagante. Prendiamo le mosse dalla città “per parti” o da un piccolo borgo che è già di per sé una parte e un tutto. Identifichiamo i luoghi, i percorsi e le basi di partenza. Identifichiamo gli edifici e il costruito virtuoso che possano fungere da basi, tane, radure, piazze dell’educazione. In una prima fase i gruppetti (le classi che sperimentano o i gruppi visti orizzontali o verticali) si muoveranno sempre di più nell’arco della giornata e con il loro mèntore dal portale collettivo verso tutte le “aule” diffuse dove troveranno, esperti, sapienti ed amici più grandi che soddisferanno le loro curiosità e la loro ricerca aiutandoli nel contempo a conoscere e apprendere. In una prima fase i portali potranno essere edifici contigui ed integrati composti di vecchie scuole riadattate, biblioteche, auditorium, manufatti che prima erano una cosa e ora ne saranno un’altra.

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Il quartiere educante

Quando studiavo la parte di città con Aldo Rossi e le caratteristiche di autonomia e di correlazione insieme con tutto l’organismo urbano si poteva pensare ad una mini town autosufficiente. Una parte di città potrebbe essere un quartiere che nella nostra idea urbana educante contiene in sé il portale, le vie e i luoghi dell’educare in stretta connessione e interscambio con gli altri portali e le altre reti della città. Cominciamo per semplicità da un quartiere. Compito dell’architetto educante è quello di disegnare o ridisegnare i luoghi e i loro nessi insieme a chi governa la città. Compito dell’educatore e dell’amministratore scolastico (finchè duri) sarà quello di pensare alla organizzazione, ai tempi, alle aree educative, ai mentori e agli esperti, alla gestione e alla discreta organizzazione. La base o il portale educativo è un luogo multifunzionale di raccolta e di partenza dei gruppi. Può essere un complesso di biblioteche, auditorium, ateliers, piccoli laboratori aperti, piazze e cortili. Qui si ritrovano le “orde” di assetati di conoscenza e da qui partono per le “aule diffuse” a svolgere le attività concordate per la giornata secondo un canovaccio plurisettimanale annotato solo allo scopo di non sovrapporre i gruppi ai luoghi disponibili. I gruppi di bambini che stanno apprendendo a leggere, scrivere, osservare la natura, disegnare, scolpire, suonare e far di conto si ritroveranno sparsi per la città ora in una biblioteca, ora in un museo, ora in un giardino dove ci saranno spazi accoglienti e pronti all’uso. I teams di ragazzi della fascia di età tra i 10 e i 14 anni sono impegnati nelle loro ricerche per argomenti trasversali mentre i giovani tra i 14 e i 19 anni si divertono a risolvere problemi di diversa natura attingendo ai media, alle risorse delle biblioteche multimediali, ai laboratori, alle botteghe ed agli archivi storici e scientifici. Non sarà difficile per una amministrazione municipale e scolastica svestite di burocrazia, per associazioni di cittadini e lavoratori volonterose e realmente no profit, e per una città aperta, capace e laboriosa organizzare giornate, settimane, mesi di educazione diffusa. Le formule e le soluzioni non sono già pronte all’uso, ogni realtà è diversa, ogni gruppo è diverso, ogni persona è diversa e l’educazione come l’insegnamento debbono giocoforza essere personalizzate e multiformi. Non c’è un ricettario dell’educazione diffusa. C’è uno scenario ideale dove collocare le diverse esperienze di volta in volta ed organizzare le persone, i luoghi il tempo e le cose da fare e da imparare a fare. Si sa che occorre nel tempo chiudere i reclusori scolastici, moltiplicare le occasioni di uso collettivo dei luoghi della città adattandone gli spazi e rendendoli pronti ad accogliere 24h su 24 i flussi di cittadini in formazione, da 0 a cento anni.

Giuseppe Campagnoli 19 Maggio 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Categorie
Educazione Scuola

Ho fatto un sogno

URBAN MIRROR CUBE IN THE ANALOGUE TOWN

Stamane mi sveglio come al solito e nella mente resta il racconto di un sogno albàre. Lo scenario è una scuola non meglio precisata, di un paese non meglio precisato ma con molti dettagli a me familiari, come una summa istantanea di tutte le scuole che ho frequentato come studente, insegnante, genitore, architetto, preside. Ero là a raccontare l’idea della scuola senza mura, libera e diffusa ad una  platea che nella mia percezione onirica  appare colorata, multiforme, fatta di genitori, bambini, ragazzi, insegnanti, diffusa nello spazio a me destinato per parlare e anche oltre, nel cortile, del prato. Espongo i pensieri e le idee ad alta voce, senza ausili di sorta e pare che tutti ascoltino con interesse. Ad un certo punto si pone il problema di raggiungere tutto il pubblico presente anche all’esterno e allora dopo una brevissima pausa si allestisce una postazione microfonica con un apparecchio anni ’50  di quelli che usavano i cantanti d’altri tempi (forse i miei tempi!).

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Alla fine del mio appassionato e spontaneo discorso si diffonde un applauso stereofonico in ogni ambiente, dentro e fuori. Soddisfatto dell’esito e pieno di speranza per il futuro, mentre sto uscendo mi ferma una persona che identifico come una specie di gendarme (come quello do Pinocchio?). Costui mi fa notare, con aria tra la predica e la minaccia che il mio discorso, forse a causa di una interferenza con il vecchio microfono, veniva trasmesso da numerose radio libertarie dell’italico territorio. A quel punto l’improvvisa sveglia con una strana sensazione di benessere. Gioiva il mio spirito da sempre un po’ anarchico, di quell’anarchia dell’ottimismo verso la natura, l’individuo e l’umanità intera e della solida volontà di rivoluzionare il triste esistente. Emergeva quell’anarchia vera che si fonda sulla responsabilità individuale e collettiva e sull’educazione alla libertà e trovava una singolare conferma e un improbabile quanto inaspettato sostegno in questo coro dell’etere libero e contrario ad ogni potere costituito. Un sogno che in molte parti del mondo sta avendo prodigiosamente qualche risvolto di realtà a dispetto della protervia dei mercanti di ogni sorta. A partire dall’educazione.

9 Maggio 2018 Giuseppe Campagnoli

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Edilizia scolastica 3.0

 

Ci saranno la bandiera, il prete, il sindaco, gli assessori il, maresciallo, il provveditore. Tutto come prima, tutto come sempre. E’ sorto un nuovo casamento scolastico di quelli che già ai primi del ‘900 aborriva Papini in funzione della libertà dei luoghi  dell’ educare, del riabilitarsi, del curarsi. E nella mente di ciascun cittadino  dovrebbero sorgere spontanee queste domande:

  • Quali sono gli aspetti innovativi in termini pedagogici e architettonici dell’edificio costruito?
  • Qual è la valenza ecologica e sostenibile in relazione ai materiali costruttivi e agli arredi scelti?
  • Quanto è costata la demolizione del vecchio edificio e quanto la ricostruzione del nuovo “chiavi in mano”?
  • Sono stati stipulati mutui e finanziamenti per sostenere i costi? Per quanti anni? E per quale cifra annua?
  • Per quanto tempo è stato garantito l’edificio?
  • Quali sono i costi annui di gestione e manutenzione?
  • Era ineluttabile la costruzione di nuova edilizia scolastica?
  • Non si poteva avviare un processo, forse più lungo ma sicuramente più economico e  innovativo per tutta la città, di educazione diffusa?
  • Chi ha firmato il progettato dell’architettura?
  • Quali sono i principi architettonici e pedagogici ispiratori dell’opera?
  • La ricollocazione dell’edificio nello stesso quartiere e nello stesso sito potrà migliorare la viabilità e l’impatto urbanistico generale già problematico da tempo?

Le risposte ci saranno, saranno chiare, pubbliche e tempestive?

La primavera porta l’ennesima inaugurazione di un nuovo reclusorio scolastico (leggasi scuola elementare) che quasi per una provocazione del destino è stato ricostruito sotto le mie finestre, per riprendere il contenuto di una lettera che inviai, rigorosamente in par condicio ad alcuni sindaci (di vari orientamenti politici ma di pari orientamento veteroculturale) della mia provincia, che si sono voluti cimentare nella costruzione di nuovi monumenti all’istruzione mercantile. Ricordo la lettera e il commento  che inviammo qualche mese fa con una copia del libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa. Per oltrepassare la scuola”. Ahinoi non siamo stati degnati di alcuna risposta e nessun commento nella miglior prassi di trasparenza e dialogo.

“Spettabile amministrazione,

così come ho fatto con altre città, sindaci e assessori propongo la lettura del volumetto che allego in omaggio con la speranza che ci si decida in futuro ad intraprendere la strada della educazione diffusa evitando lo scempio della costruzione di nuovi reclusori scolastici. Qualche amministrazione illuminata e rivoluzionaria già ci sta pensando e in molte realtà come Milano, Monza, Cosenza, Genova, Urbino, Cattolica, si stanno muovendo iniziative dal basso (genitori, insegnanti, cittadini) per sperimentare forme di educazione diffusa in luoghi diversi dagli obsoleti edifici scolastici. E’ un dono per le feste d’inverno di cui spero possiate far tesoro.” “Si moltiplicano le occasioni di uscire dalle aule scolastiche ma, ahinoi, si deve ad un certo punto inesorabilmente rientrarvi. Se non si identificano, trasformano e rivoluzionano i luoghi della città che potrebbero fare da scenari per ospitare l’educazione diffusa, temo che il nostro Manifesto possa restare ancora per molto sulla carta. Bisogna convincere e vincere le resistenze dell’apparato politico, scolastico e amministrativo e “costringerlo” in qualche modo a fare dei passi significativi verso la direzione di una città che educa. Se da una parte si insiste pervicacemente sull’aria fritta e sull’idea ancora mercantile e classiJcatoria della Buona scuola e dall’altra, come splendidi carbonari, si fanno esperimenti di educazione diffusa e progetti decisamente rivoluzionari, spesso con rischio di predazione e strumentalizzazione da parte di certa politica da folla manzoniana ma di dubbia valenza libertaria, le strade rimarranno divergenti e vincerà ancora quella falsamente innovativa delle tre “i” e delle tre “c” (inglese, informatica e impresa; conoscenze, competenze e capacità). Quando siamo stati ospitati, raramente, in qualche consesso istituzionale, per illustrare il nostro Manifesto si aveva la forte impressione di essere gli eccentrici fricchettoni di turno che facevano audience e stimolavano la curiosità per un attimo di divagazione dalle cose “serie”. Occorre infiltrarsi e contaminare attraverso progetti e interventi sempre più frequenti, reali e diffusi gli spazi lasciati liberi e contemporaneamente ma decisamente agire per trasformare la città, contrastando la costruzione di nuovi reclusori scolastici a favore della realizzazione dei portali della città educante e della trasformazione degli spazi che hanno in nuce la vocazione alla controeducazione come le piazze, le strade, le biblioteche, i musei, i teatri, le botteghe…”

Resta la speranza che si cominci da qualche parte a sperimentare altre strade architettoniche, anche se, per il momento, sembra che si voglia perseverare diabolicamente nello sprecare risorse per demolire, progettare e costruire scuole su scuole anche come monumenti propagandistici per le amministrazioni di turno. Quando abbiamo provato prima timidamente e poi un po’ meno a far presente che ci sarebbero altre strade più innovative ed efficaci, oltre che economicamente sostenibili, siamo stati nella migliore delle ipotesi ignorati o snobbati. Così va il mondo da queste parti. Le nuove scuole, sulla scia dello slogan delle belle scuole governative, in fin dei conti sono anche architettonicamente ed esteticamente discutibili, falsamente ecosostenibili (dove si prende il legno? e le tonnellate di cemento e ferro per fondazioni ridondanti?..) nelle loro forme che scimmiottano un opificio, un centro commerciale, un albergo o una stazione, non certo un luogo d’educazione.

Giuseppe Campagnoli

14 Aprile 2018

Ecco un collage di immagini di una scuola “senza corridoi, senza aule, ecologica, innovativa, architettonicamente di pregio” accanto a quelle di una scuola della fine degli anni ’70 che all’epoca veniva considerata innovativa. Infine immagini di edilizia scolastica accanto ad immagini di edilizia carceraria. Infine è opportuno un suggerimento per alcune letture che non dovrebbero assolutamente mancare nel bagaglio culturale di qualsiasi amministratore locale e che proponiamo in coda al presente articolo. Ai posteri l’ardua sentenza? No, bastano i contemporanei.

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2018

 

Edilizia scolastica e carceraria

 

Bibliografia minima

  • Campagnoli Giuseppe (2007) L’architettura della scuola Franco Angeli Milano
  • Mottana Paolo (2012) Piccolo Manuale di controeducazione Mimesis Milano
  • Mottana Paolo e Giuseppe Campagnoli (2017) La città educante. Manifesto della educazione diffusa. Asterios Editore Trieste
  • Mottana Paolo e Luigi Gallo (2017) L’educazione diffusa Dissensi Edizioni Viareggio (LU)
  • Howard Ebenezer (2017) La città giardino del domani Asterios Editore Trieste
  • Agnoli Antonella (2014)Le piazze del sapere Editori Laterza Bari
  • Marcarini Mariagrazia (2016) Pedarchitettura Edizioni Studium Roma
  • Weyland Beate e Attia Sandy (2015) Progettare scuole, tra pedagogia e architettura Guerini Scientifica Milano
  • Giovanni Papini Chiudiamo le scuole. 1912

A proposito di scuola diffusa anticipiamo che  un convegno a Milano in Maggio sarà dedicato all’esperienza del “Quartiere educante” tra educazione, architettura e città. Noi saremo ospiti e testimonials.

In anteprima vi proponiamo il manifesto provvisorio in attesa di quello definitivo che verrà pubblicato a breve.

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Architettura edifici scolastici edilizia scolastica Educazione Scuola

Mea culpa, ma non tanto, di un architetto

Ho progettato alcuni edifici scolastici durante la mia vita professionale di architetto e uomo di scuola. Per fortuna pochissime. Mea culpa, mea maxima culpa! Ma poi mi sono abbondantemente redento. I tempi erano diversi e molte idee che abbiamo messo in pratica insieme, io e i miei colleghi, prefiguravano già una scuola diversa in luoghi diversi e, forse, in qualche aspetto anche all’avanguardia. Ecco un esempio per tutti. Erano appena uscite le  Norme Tecniche ministeriali sull’edilizia scolastica del 1975, allora abbastanza innovative, perchè non solo “tecniche” ma in quarant’anni mai del tutto superate, quando chiamarono il nostro studio (Giuseppe Campagnoli, Paolo Basilici e Sergio Tarducci) a disegnare una scuola media a Recanati. Fu una progettazione partecipata (già nel 1976!!), (cfr Progettare scuole tra pedagogia e architettura Beate Weyland, Paolo Bellenzier e Sandy Attia, libro e testo) con assemblee e incontri tra genitori, insegnanti, amministratori e progettisti, con interviste a scolari e studenti, trasmissioni radiofoniche e tanto altro.

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La nostra fede era quella neorazionalista e ne scaturì un manufatto tipologicamente coerente e assai caratterizzato per gli spazi giudicati innovativi come la rampa e il teatro, l’abbattimento delle barriere architettoniche, le aule-non aule (uno spazio continuo e lineare, a spirale verso l’alto torno allo spazio comune, flessibile e modulabile) gli ateliers, i colori e tanto altro. Chi sta usando la scuola oggi, ci ha testimoniato il permanere di alcuni lati positivi e tuttosommato evoluti. Ne è la prova il fatto che l’amministrazione comunale di allora per ls sua concezione conservativa, ci sottrasse la direzione dei lavori e la guida nell’esecuzione del progetto. La forma e la sostanza furono in gran parte snaturate, tanto da provocare una polemica di mesi sulla stampa locale e la  provocatoria assenza all’inaugurazione, con tanto di ministro, di noi progettisti, Proprio in occasione di una presentazione del libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” ho potuto fare una rimpatriata piacevole e gratificante dopo quarant’anni, in quegli stessi spazi, aggiornati e valorizzati dal preside e dai docenti come  fossero un preludio e in qualche modo un piccolo embrione (da rivedere e ridisegnare meglio) per uno dei “portali” che dovrebbero diventare le basi per le attività della scuola diffusa nella città del futuro che immagino.

Altre esperienze successive mi videro coinvolto negli interventi relativi alla ristrutturazione di istituti d’arte, in vari concorsi per scuole materne ed elementari (tra il 1980 e il 1997) e in una competizione internazionale per l’aula del futuro organizzata dal Network “The architecture for humanity” (2009). Proprio in quell’anno ho abbandonato l’impegno, seppur raro, nella progettazione per coinvolgermi a tempo pieno nella ricerca avendo anche percepito a fondo lo scivolamento nel mercantile della professione di architetto anche nelle opere pubbliche, non solo in Italia. Ecco alcuni testi che, anche per contrapposizione,credo possano orientarci, verso i lidi dell’utopia possibile

E una carrellata efficace: https://www.facebook.com/Researtu/videos/10212422180366299/

 

Giuseppe Campagnoli

 

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Architettura aria fritta edilizia scolastica giuseppe campagnoli la buona scuola Scuola Scuola italiana

Il ridisegno della città, una chimera?

 

 

Prosegue il lavoro di scrittura del manuale dedicato al ridisegno delle città in funzione educante, in attesa di trovare un mecenate per dare gambe all’idea che completa il Manifesto della educazione diffusa in chiave architettonica ed urbana. Non si può realizzare la scuola diffusa senza prevedere una rivoluzione nei luoghi della città che la debbono rendere efficace e  fungere da teatri per la sua vita quotidiana. Le esperienze che si stanno avviando in Italia sono molto creative e stimolanti, pur dovendo fare a meno, per il momento, di uno scenario urbano adatto. Si moltiplicano le occasioni di uscire dalle aule scolastiche ma, ahinoi, si deve ad un certo punto inesorabilmente rientrarvi. Se non si identificano, trasformano e rivoluzionano i luoghi della città che potrebbero fare da scenari per ospitare l’educazione diffusa, temo che il nostro Manifesto possa restare ancora per molto sulla carta. Bisogna convincere e vincere le resistenze dell’apparato politico, scolastico e amministrativo e “costringerlo” in qualche modo a fare dei passi significativi verso la direzione di una città che educa. Se da una parte si insiste pervicacemente sull’aria fritta e sull’idea ancora mercantile e classificatoria della Buona scuola e dall’altra, come splendidi carbonari, si fanno esperimenti di educazione diffusa e progetti decisamente rivoluzionari, spesso con rischio di predazione e strumentalizzazione da parte di certa politica da folla manzoniana ma di dubbia valenza libertaria, le strade rimarranno divergenti e vincerà ancora quella falsamente innovativa delle tre “i” e delle tre “c” (inglese, informatica e impresa; conoscenze, competenze e capacità). Quando siamo stati ospitati, raramente, in qualche consesso istituzionale, per illustrare il nostro Manifesto si aveva la forte impressione di essere gli eccentrici fricchettoni di turno che facevano audience e stimolavano la curiosità per un attimo di divagazione dalle cose “serie”.  Occorre infiltrarsi e contaminare attraverso progetti e interventi sempre più frequenti, reali e diffusi gli spazi lasciati liberi e contemporaneamente ma decisamente agire per trasformare la città, contrastando la costruzione di nuovi reclusori scolastici a favore della realizzazione dei portali della città educante e della trasformazione degli spazi che hanno in nuce la vocazione alla controeducazione come le piazze, le strade, le biblioteche, i musei, i teatri, le botteghe…

Il fatto che si parli poco o male di luoghi e di architettura mi preoccupa un po’ e il fatto che il manualetto “Il disegno della città educante” fatichi a vedere la luce mi fa pensare che si voglia restare forse ancora nel mondo dei sogni, bei sogni, ma solo sogni per tanto, tanto tempo ancora. Quando vedrò la prima CasaMatta, il Cantiere del Teatro, il giardino Realgar, la tana Chitarra Blu, realizzati anche in una sola città e quando vedrò un’amministrazione rinunciare alla costruzione di una nuova scuola a favore di luoghi diversi e più aperti, coinvolgenti e liberi, tirerò un sospiro di sollievo. Solo allora. La campagna di finanziamento per la produzione del volume e l’avvio del progetto non ha dato esiti apprezzabili in Italia.  Tanti segnali di condivisione ed approvazione rimasti in una accezione “like” ma distanti da un impegno concreto. Pochi i contributori e solo dall’estero. Basterebbero a mala pena per stampare dieci copie. Spero, per il lavoro di anni, che sia solo una mia impressione e che le cose possano cambiare presto.

Giuseppe Campagnoli

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Architecture Architettura controeducazione disegno edilizia scolastica Educazione Scuola

Anteprima del “Disegno della città educante”. Appunti prima dell’uscita del libro tra architettura ed educazione.

Il Disegno della città educante. Anteprima 

Il racconto della costruzione di un’ architettura per la città dell’educazione diffusa.

Di Giuseppe Campagnoli (2017)

 

 

Nel racconto del viaggio guidato dentro la città educante molti sono i luoghi da disegnare e da ridisegnare. Quasi la città nella sua interezza ed il suo intorno ambientale sono da riconcepire. E’ tempo di mettere nero su bianco, nel senso del disegno anche solo raccontato e non necessariamente costruito come faceva Aldo Rossi. Ho preso i miei appunti e disegnato scene e luoghi nel viaggio breve con Paolo Mottana seguendo le sue parole e le sue considerazioni. Ho anche riletto in modo profondo ed attualizzato “La città giardino del domani” di Ebenezer Howard. Di due splendide utopie si può fare una realtà.  Per trasformare la città e la campagna in città educante occorre intervenire anzitutto nei luoghi su cui posare una nuova organizzazione di quella che una volta chiamavamo scuola perché non sia più distinta e separata dalla vita quotidiana e dai suoi personaggi e perché sia quel motore della conoscenza e della crescita che alla città manca da tempo. Il viaggio dell’ultmo capitolo del libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” fa intravvedere come potrebbe essere questa città del futuro che non separa più l’urbanitas dalla campagna ma nemmeno la scuola dalla città e dalla campagna, la vita intera da tutte le sue mirabili varianti. Per poter prefigurare la vera città educante sarebbe necessario non separare più la città da una campagna abbandonata a sé stessa o allo sfruttamento selvaggio dei latifondi o lasciata alle disforie degli improvvisati borghesi agricoltori radical chic o dei falsi agriturismo. L’educazione si gioverebbe del fatto di avere a disposizione spazi urbani qualificati insieme a spazi rurali e selvatici tornati alla sostenibilità delle colture e della vita agreste. Sarebbe un male riprendere in mano l’utopia della città giardino del futuro e usarla per costruire un modello di città educante del futuro con tutti gli adattamenti e aggiornamenti necessari? Nel tentativo di fare un esperimento in una città vera, anche se piccola, sarebbe utile immettere quei germi positivi presenti in nuce nelle idee di Howard e dei suoi epigoni. Si tratta di sgombrare il campo all’organizzazione eccessiva ed alle rigidezze disegnative e simboliche da città ideale cinquecentesca per sovrapporre una rete di connessioni visrtuose e di nodi e portali significativi tra il verde e il costruito, tra i campi e i boschi, tra i monumenti e i cespugli. Il giardino urbano si fa campagna e viceversa un po’ come avviene ancora  per il Phoenix Park  di Dublino, con le greggi in città e i cittadini in campagna senza soluzione di continuità tra una piazza e una radura, un bosco e un rondeaux. Le chiameremo le campagne urbane perché sono macchie di verde coltivato o selvaggio di collinette e di radure che contaminano il costruito e lo permeano di vita naturale e di orti urbani all’ennesima potenza. L’educazione qui è di casa più che tra i muri degli edifici, più che nelle piazze e nelle strade.

Non sarebbe impossibile già da oggi partire da una piccola città e pianificarne lo sviluppo e la trasformazione virtuosa in città educante utilizzando in chiave moderna anche il modello della città giardino. Delle linee guida sulla evoluzione degli spazi e sul loro uso potrebbero avviare il processo anche dal basso. In un paese a fortissima vocazione agricola, turistica e culturale con un ambiente naturale particolare come l’Italia si dovrebbe in primis rinunciare una volta per tutte all’industria pesante e ad alto impatto ambientale che tanti danni ha provocato in termini sociali, economici ed ecologici con il falso mito del benessere e della crescita che si sono rivelati effimeri e catastrofici. Solo stabilimemnti di trasformazione leggera dei prodotti sostenibili riferiti ai tre settori vocazionali di cui si è detto, un terziario non invadente, e un settore tecnologico compatibile in un bagno di  educazione ad ogni angolo, soni il fondamento e la conditio sine qua non per il successo di questa idea di città. Un’avanguardia di sviluppo socialmente sostenibile dove non ci sia più bisogno di ascensori sociali o culturali per equilibrare le differenze di classe ed economiche che ancora esistono e diventano più sensibili. Si combatterebbe la spinta al profitto per la condivisione e la cooperazione in tutti i campi. Niente reddito di cittadinanza che potrebbe scivolare nell’assistenzialismo e nell’opportunismo ma lavoro per tutti ed educazione per tutti secondo i propri bisogni e le proprie aspirazioni e secondo una distribuzione equa e razionale delle risorse e del fabbisogno del territorio programmando le figure professionali in base alla realtà, anche europea. Un sogno? Non per chi sia disposto a rinunciare all’individualismo, alla competizione ed al falso mito della meritocrazia inventata dal mercato per mettere gli uni contro gli altri in una violenza sottile e a volte subliminale. Il potere, politico, laico, religioso o economico che sia si è sempre espresso e, ahimè, si esprime ancora, attraverso i suoi monumenti che vuole immutabili e celebrativi. I municipi, i parlamenti, i castelli, le chiese, le moschee, le scuole, i centri commerciali e i financial buildings rappresentano spesso  il dominio della politica, dell’economia e anche della cultura  di pochi sui tanti.La vendetta che la storia e le trasformazioni urbane si sono prese nel tempo ha fatto sì che un convento diventasse una scuola, una chiesa un teatro, un castello un museo. Ma questo non basta. Occorre che i luoghi e i manufatti non diventino mai dei monumenti ma crescano e si trasformino con la città per rispondere ai bisogni dei suoi abitanti e non dei suoi temporanei padroni. Allora è bene che non vi siano più degli edifici a senso unico, dedicati rigidamente ed esclusivamente  alla funzione dominante, sia essa espressa attraverso una scuola, un teatro, un centro commerciale.

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E’ finito il tempo delle tipologie d’uso e delle funzioni esclusive. Ora bisogna pensare alle forme ed agli spazi e al loro valore disgiunto dall’uso temporaneo. E per temporaneo non intendo secoli o anni, ma  solo giorni, ore e minuti. La tecnologia e il web in questo, paradossalmente, se usati bene ci possono aiutare mirabilmente. Allora si sarebbe connessi non per le perverse ed inutili funzioni dei social ma per lavorare, imparare, giocare, curarsi in qualsiasi luogo della città che sarà accogliente e bello, non una macchina tesa a far svolgere le funzioni umane ad uso e consumo di chi ci vuole organizzati e ordinati, magari imbellettata dalle sue forme esteticamente accattivanti ma subliminalmente condizionanti.Un bell’esempio che ho trovato in rete è l’iniziativa di un gruppo di retraites (pensionati) in Francia per evitare la solitudine in una casa vuota o, peggio, l’essere ospiti di uno di quei manufatti-reclusorio dedicati che noi chiamiamo eufemisticamente, ma non tanto casa di riposo. Hanno fondato una cooperativa e si stanno costruendo o ri-costruendo uno spazio a-funzionale ma accogliente, collettivo, poliedrico e flessibile oltre che bello, dove vivere insieme gli ultimi anni. Qui  la storia:

http://positivr.fr/cooperative-habitants-pas-aller-maison-retraite-chamarel/

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Aule vaganti e naviganti.

La prima cosa da fare, dopo aver sistemato a dovere le città occupando non meno di un lustro, è non costruire più nulla per un po’. E’ infatti un delitto non riutilizzare e trasformare in senso polifunzionale spazi e luoghi vecchi e nuovi abbandonati o malamente usati nelle città, magari in autocostruzione, recuperare le campagne da falsi agricoltori e falsi  agriturismo, far vivere a tempo pieno le seconde, terze e quarte egoistiche case  e tutto il patrimonio edilizio in mano alla speculazione (non si fa business sull’abitare, sulla salute, sull’educazione…) La nuova architettura sarà pensata come indifferente a ciò che conterrà ma  assumerà significati diversi e “bellezze” diverse perfino durante una stessa giornata. Un po’ come nella forma dell’acqua. Questa si adatterà al suo contenitore e ne  costruirà la forma, il colore… Attrezzature e impianti destinati a funzioni speciali (cura, manifattura, educazione…) potranno essere inseriti ed istallati modularmente, quando e per quanto tempo servissero, in strutture a parte, mobili e flessibili. E’ questa la vera anima del museo diffuso, della scuola diffusa, dell’agricoltura diffusa, della salute diffusa, della città diffusa. Niente monumenti, niente casamenti ma luoghi e spazi liberi e fluttuanti, tra edifici storici che rivivono di una esistenza nuova, ma provvisoria, e nuovi luoghi mutanti e mimetici per non violare la natura e la storia. Si sono fatti esperimenti di educazione diversa, a volte anche timidamente diffusa, si è scritto molto e da tempo di controeducazione ma, fino alla “Città educante” poco e raramente di nuova architettura della città e dell’educazione per superare muri, aule e spazi chiusi e concentrati dell’apprendere. Perfino nei tanto osannati paesi del nord Europa non si è ancora superato il concetto di “school building” se non nelle forme variegate ed ipertecnologiche ed ecologiche di una edlizia scolastica d’avanguardia. Ma pur sempre edilizia scolastica. Perfino in Finlandia. Non vi può essere a mio avviso nuova educazione ed una città educante senza rivoluzionare gli spazi e chiudere con le tipologie dell’edilizia scolastica. (Continua)

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Architettura edifici scolastici edilizia scolastica pesaro Scuola italiana

Costruire scuole tra Pesaro e Montelabbate.Perseverare…

Non più edifici scolastici per il futuro. Almeno non costruiamone di nuovi. Le occasioni perdute.

 

Il nuovo reclusorio scolastico a Pesaro. Propaganda.

 

A Montelabbate (PU) si demoliscono e si ricostruiscono scuole su scuole…

Sulla stessa scia del persevereare diabolicamente a costruire nuovi reclusori scolastici,  magari per poi vantarsene in improbabili seminari o kermesses elettorali, come accaduto in quel di Pesaro e altrove, si muove anche il comune di Montelabbate amministrato, contrariamente al capoluogo, dal “nuovo che avanza” ovvero il classico rovescio della stessa medaglia. E’ proprio di oggi, trovato nella cassetta delle lettere (di ritorno da un convegno sulla educazione senza mura!) l’avviso con allegata piantina decifrabile con grande affanno da un profano e forse anche da un addetto ai lavori, della modifica della viabilità che affliggerà il quartiere per mesi , se andrà bene, con i disagi, i danni e i pericoli ben arguibili ma sicuramente minori di quanto succederà con l’edificio scolastico re-incastrato nella medesima infelice posizione. La municipalità, con la scusa (valida?) degli adempimenti sulla  vulnerabilità sismica, ha intrapreso  la strada della demolizione del vecchio edificio scolastico di scuola primaria (che forse avrebbe potuto essere anche riutilizzato in altre funzioni di aggregazione sociale di cui si sente la mancanza) per costruirne un’altro nuovo sullo stesso sito (sic!) da tempo problematico, urbanisticamente asfittico e non proprio rassicurante in fatto di sicurezza. Certamente  non hanno letto il nostro racconto sulla Città educante  ma nemmeno il libro  “Educazione diffusa. Per salvare il mondo e i bambini” pubblicato a firma anche di un loro sodale parlamentare.  Una delle delibere approvate recita, si fa per dire, che si tratterebbe addirittura di un intervento “che tiene in considerazione le moderne linee guida per la progettazione di una scuola innovativa”! Non ho altro da aggiungere all’evidenza deprimente dei fatti se non invitare gli ineffabili amministratori, come feci per quelli di Pesaro che analoga, pessima cosa stanno facendo, a studiare e studiare ancora sulle cose di scuola e riflettere sulla opportunità di percorrere strade che siano veramente innovative e approfittare per avviare una virtuosa fase di transizione verso la città educante del futuro proprio come scrive nel suo libro insieme al mio amico Paolo Mottana, il loro amico Luigi Gallo. Ma temo che ora sia troppo tardi. Così vedremo un bel reclusorio scolastico governativo e un bel reclusorio scolastico d’opposizione. Sic transit gloria et sapientia mundi per la gioia dei “cittadini” contenti e gabbati.

Giuseppe Campagnoli 1 Settembre 2017

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Mentre ad Urbino, Monza, Milano e altrove qualcosa si muove…

 

Giuseppe Campagnoli architetto, già dirigente scolastico e referente dell’Ufficio Studi della Direzione scolastica regionale  e da anni ricercatore nel campo dell’architettura scolastica. Esperto a livello nazionale.

Paolo Mottana docente ordinario di filosofia dell’educazione alla Università Bicocca di Milano Titolare del blog “Controeducazione”.

Luigi Gallo ingegnere e docente, parlamentare del M5S alla camera.

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Educazione,scuola,cultura,diffuse.Purchè di qualità.

Prima di andare in vacanza anche se c’è chi dice che da dieci anni lo sia perennemente, vorrei fare una serie di riflessioni a mo’ di aforismi sulle ultime note di ReseArt.

Abbiamo avuto l’immenso piacere di vedere crescere l’idea della Città educante nata con il nostro (Paolo Mottana & Giuseppe Campagnoli) Manifesto dell’educazione diffusa pubblicato dall’editore Asterios di Trieste proprio in questo scorcio di anno. La crescita, supportata da numerosi eventi di presentazione del libro, seminari, convegni e piccole letture bibliotecarie, ha avuto qualche piccolo nemico ed ostacolo che sulla via della costruzione di nuovi modi e luoghi dell’educazione  sono stati poco più che dei sassolini.

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A  Settembre riprenderà più vigoroso il cammino con la preparazione di esperimenti in diverse città e quartieri e con nuovi confronti di idee, anche contrapposte , con chi non si sia arroccato sulle sue conformiste o paraistituzionali verità. Facendo repertorio di buone pratiche e buone idee la piccola rivoluzione dell’educazione e delle sue architetture avrà tanto slancio da diventare grande e veramente diffusa!

APPUNTI PER IL DISEGNO DELLA CITTA’EDUCANTE

La nostra idea di #scuolasenzamura fondata sulla controeducazione tende progressivamente a fare a meno di edifici e reclusori scolastici dedicati, tende a fare a meno dell’edilizia scolastica in favore della città educante che fa dei suoi luoghi collettivi ed aperti, pubblici e privati che siano, degli spazi per educare, insegnare, apprendere. Il mercato vorrebbe costruire altre scuole e investire in cemento, mattoni, legno…tutto più o meno eco. Numerose joint venture tra pedagogisti, architetti e produttori di arredi scolastici sono omogenee a questa visione liberista e fanno di tutto per teorizzare “spazi che insegnano”, “ambienti di apprendimento” aperti ma sempre delimitati e architetture pedagogiche, sostenendo a spada tratta che si debbano progettare e costruire ancora edifici scolastici. Fanno di tutto per trasformare aule in non meglio identificati spazi di apprendimento che non sono altro che un imbellettamento dei vecchi ambiti con arredi new age e tecno, con spostamenti di banchi e sedie, piccoli soggiorni pedagogici, cucinini studenteschi e cromatismo a gogo. La “scuola diffusa” non sono tanti edifici diffusi per il territorio, non sono un insieme di aule moderniste ma pur sempre aule. La scuola e l’educazione diffusa non sono i kit dell’IKEA che dopo le casette fai da te, agli uffici fai da te, pensa anche alle scuole fai da te. La scuola diffusa fa parte di una idea realmente rivoluzionaria dell’educazione e dei suoi luoghi, un’idea che non può che contestare e criticare decisamente chi invece vuole agire ancora come ai tempi di Papini.  Tranquilli: gli architetti avranno ancora da fare, forse di più e meglio, agendo nel disegno della città, individuando ed esaltando virtù educative in tanti spazi e manufatti urbani, trasformandoli e arricchendoli. E anche gli educatori avranno da fare, forse molto, molto di più. 

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Abbiamo anche parlato di lavoro, di religione, di guerre e di terrorismo, di tutte le arti belle e brutte dell’uomo, del bricolage artistico che spaccia dei semianalfabeti dell’estetica per artisti sopraffini ai fini del solito mercato. Abbiamo parlato dei tutti fotografi, tutti pittori, tutti scrittori e tutti cantanti, e anche ahinoi tutti calciatori e mezzibusti.Un popolo di italici velleitari. Abbiamo fatto rifatto le pulci alle kermesse paraculturali che imperversano per l’Italia con i soliti raccomandati, con le associazioni no profit che di no profit hanno appena il nome e riescono chissà come per anni ad avere sempre le ricche sponsorizzazioni pubbliche e dei privati che con il pubblico hanno molto a che fare. Abbiamo stigmatizzato le false promesse dei governanti pro tempore e le false illusioni degli oppositori anch’essi sotto padrone che solleticano sempre la pancia della gente ma non la sua mente. Abbiamo fatto inc’zzare qualcuno ed esultare molti. Ci hanno elogiato, condiviso e anche abbracciato, ci hanno pure insultato, bannato e bandito da qualche social con la coda lunga fino al polo nord. Ma nessuno ha mai dubitato che le nostre cose ironiche e a volte sarcastiche avessero un fondo molto solido di verità. Le code di paglia non hanno preso fuoco e in quasi un lustro di attività non abbiamo conosciuto un avvocato! Buona estate 2017 a tutti! A presto!

Giuseppe Campagnoli

Giovanni Contardi

Idrione il centurione

Researtù

e tutti i  nostri validi collaboratori fluttuanti…

!5 Luglio 2017

 

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Educazione istruzione populismo riforma scolastica riforme Scuola Scuola italiana

Le buone scuole del futuro.

Ho fatto le pulci a suo tempo alle riforme Moratti e Gelmini tese a restaurare una scuola di classe ed introdurne una aziendale con le famigerate tre “i” di inglese, informatica e impresa. L’impresa e cioè il mercato, l’informatica e cioè la rete inebetente e, dulcis in fundo, l’inglese, la rozza (non me ne voglia il sopravvalutato Shakespeare, o chi per lui) lingua del colonialismo e del globalismo.  Ho fatto le pulci a più riprese alle belle e buone scuole renziane che non hanno fatto altro che conservare il peggio delle precedenti riforme connotando la nuova proposta di assetto della scuola italiana di  quel liberalismo di mezza marca anglosassone   e teutonica spinto da slogans meritocratici e tecnocratici.

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Dopo aver  sviscerato le idee del centro destra e del centro sinistra, del centro e della destra, secondo le categorie della politica tradizionale ho letto il programma sull’ educazione e sulla scuola del Movimento 5 Stelle, il nuovo che avanza (avanza nel senso di andare avanti o nel senso di “avanzi”?), il terzo incomodo per gli italiani, il terzo litigante sulla scena politica. L’educazione e l’istruzione dovrebbero essere la base di ogni nazione civile, prima ancora della sanità, dell’economia, dell’ambiente e di altro ancora, perchè è proprio da lì che dovrebbe venire la coscienza della comunità ed il sapere sano  per tutto il resto delle cose da curare. Ma così non mi pare sia nemmeno per il coacervo di cittadini che si pongono come fautori della rivoluzione risolutrice di tutti gli italici endemici problemi.

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Il testo è recentissimo (Maggio 2017) e, a ben leggere, nei suoi capisaldi si trova un misto di ovvietà e conservazione:

  • aumentare gli investimenti,
  • interdisciplinarietà e compresenze,
  • ripristino di vecchi insegnamenti e inserimento di nuovi (sempre materie e discipline?)
  • Nuove “educazioni” da aggiungere quelle famigerate del periodo democristiano?
  • Valorizzazione del personale docente,
  • “Priorità” alle scuole statali (le private-soprattutto infanzia e materne- quindi resterebbero finanziate in seconda battuta?):

“Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell’articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano con certe garanzie che ora vedremo alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia.”

  • Combattere i diplomifici,
  • No alla scuola-azienda e al preside manager,
  • Abolizione o revisione profonda dei test INVALSI (revisione?)
  • Alternanza scuola lavoro facoltativa presso aziende virtuose (?)
  • La scuola si apre all’esterno ma sempre scuola sarà:

“La scuola deve aprirsi maggiormente all’esterno: si può fare scuola anche nelle biblioteche, nei parchi, nei luoghi culturali, nelle università, all’interno di mostre, officine, botteghe di artigiani. Si può fare scuola risolvendo problemi reali della comunità in cui si vive: l’esperienza diretta della realtà è una delle chiavi più importanti per realizzare un apprendimento significativo.
Gli studenti devono diventare i veri protagonisti del processo di apprendimento.
Sarà quindi importante investire sull’ammodernamento delle scuole e sulla realizzazione di ambienti innovativi che consentano interventi educativi all’avanguardia. Sarà imprescindibile adeguare gli spazi alle esigenze di una didattica sempre più interconnessa con il mondo digitale e con le nuove tecnologie che consentono interattività e protagonismo degli alunni. Gli studenti potranno costruire da sé le conoscenze, anche attraverso la produzione e l’utilizzo di supporti didattici e libri digitali che potranno essere condivisi con alunni di altre scuole, scaricati e stampati gratuitamente da internet.”  Ma dove ho sentito queste frasi? Sembrano considerazioni lapalissiane in mezzo a proposte decisamente retro.  Aumentare le gite scolastiche e le visite ai musei? L’edilizia scolastica e i reclusori restano? Saranno solo ammodernate le terribili scuole esistenti? Preparare meglio gli insegnanti?  Asservimento al mondo digitale che è la nuova, terribile faccia del perfido mercato con un sostanziale mantenimento delle tre “I” di morattiana memoria?

Secondo me occorre invece ripartire con coraggio e accettare i rischi di sperimentare nuovi scenari per trasformare l’esistente educativo in un’altra cosa, tutta un’altra cosa. Occorre avviare un processo di controeducazione in altri luoghi, tanti altri luoghi variegati e diffusi che non siano le carceri della cosiddetta edilizia scolastica. Occorre cominciare a disegnare la Città educante. Questa città ahimè non è mai stata nemmeno nei sogni della politica italiana di chi ci ha governato nell’ultimo secolo e nemmeno di chi si dice pronto a farlo per cambiare le cose. Il modello è sempre quello ottocentesco rivisitato da Gentile,  dalla DC  e dal radicalismo chicchettoso, sempre con forti iniezioni di psicopedagogia e didattismo d’oltreoceano. Noi insistiamo sulla nostra strada che a mio avviso per ora coincide  con alcune esperienze e con le prove di innovazione e rivoluzione sottile che si stanno diffondendo in autonomia e  dal basso e che appaiono in linea con la nostra idea di non-scuola.

 

Un altro programma sulla scuola: http://www.asterios.it/catalogo/la-citta-educante

PREVIEW LA CITTA’ EDUCANTE Pag.3-33

 

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Educazione formazione provveditorati riforma scolastica Scuola italiana

Lectio brevis

Le vicende di questo periodo della mia vita, dal successo incipiente dell’idea di scuola diffusa grazie anche al prezioso contributo degli amici Paolo Mottana e Asterios Delithanassis, mi fanno ripensare al primo scritto lungo (non lo chiamo libro) che in solitaria ho affrontato sulla scuola nel lontano 2009 appena sbattute anzitempo tutte le porte delle burocrazie scolastiche e architettoniche per intraprendere una strada libera e autonoma del pensiero. Di quello scritto mi piace oggi ri-citare le parti in cui descrivo “dal di dentro” un mondo pieno di contraddizioni e di ridicole pantomime che ancora perseverano nei patetici e drammatici conati di riforme,  riformine e riformacce.

Ecco una teoria di stralci in cui molto si riconosceranno e riconosceranno anche personaggi che, chissà come mai, hanno anche fatto ad oggi improvvise carriere burocratiche e accademiche oltre che assumere impensabili e fors’anche improbabili incarichi di grande responsabilità.

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“Questo scritto è il risultato artigianale di una proposta che doveva confluire in un libro da pubblicare alla scadenza degli obiettivi che l’Europa, nella Conferenza di Lisbona del 2000, si era prefissata di raggiungere nell’educazione e nell’istruzione entro il 2010. Il saggio elaborato a “quattro mani” da me e da un amico che ringrazio per avermi accompagnato in questa fatica per oltre un anno e mezzo e che non ha trovato interesse nei nostri blasonati italici editori. I miei capitoli, dopo i numerosi grandi rifiuti, sono stati raccolti in questo saggio, insieme ad altri scritti che ricompongono un racconto della mia vita di architetto, insegnante, dirigente scolastico e consulente del Ministero dell’Istruzione.  L’idea originaria per un libello in tandem sarebbe stata buona, ma gli editori cui ci siamo rivolti, con la solita ipocrita formula “non rientra nelle nostre attuali linee editoriali” l’hanno bocciata senza appello, salvo aver poi pubblicato libri alla moda sulla scuola, pamphlet costruiti a tavolino da ghostwriters e giornalisti che trattano di scuola persentitodire, da scrittori improvvisatisi esperti della materia, trattata spesso come un gossip.Ecco alcuni pedagoghi dilettanti che hanno scritto di scuola (li cito intenzionalmente senza dividere il grano dall’oglio, che è abbondante e invito anche voi lettori a discernere): Daniel Pennac, Paola Mastrocola, Gianfranco Giovannone, Mario Giordano, Giovanni Floris, Paolo Mazzocchini, Andrea Bajani, Frank Mc Court, Gianni Resti, Chiara Friso, Vittorino Andreoli, Orazio Niceforo…E la Litizzetto? E Bruno Vespa? Che cosa aspettano? Dov’è il loro libro sulla scuola?  Più realisticamente, allora ho preferito percorrere la via dell’autopubblicazione. Spero di poter far giungere le mie idee più lontano possibile.” “Non ho frequentato una scuola materna, ma ho avuto insegnamenti materni e paterni, oltre che bucolici, avendo vissuto da 0 anni a 11 anni nel giardino della mia casa-scuola, giardino rurale di S.Croce.

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Ricordo le passeggiate tenendo al guinzaglio mucche al pascolo che mi salutavano con le loro lingue raspose come enormi cani da passeggio! La scuola elementare fu il naturale proseguimento degli insegnamenti tra natura e cultura, con un padre maestro amante dei numeri e della filosofia e una madre maestra amante della musica e della poesia, ma soprattutto del teatro. I miei fratelli condividevano questa specie di comune educativa familiare che si allargava agli altri allievi che, a piedi, raggiungevano la casa-scuola dalle campagne circostanti e avevano sempre qualcosa da insegnare. La solitudine della natura e del pensiero attraverso il rigore magistrale di mio padre e quello dolce e severo di mia madre hanno qui avuto origine e, in qualche modo, costruito la mia controversa personalità, che ha attraversato la vita in alterne fasi artisticamente trasgressive ed edonistiche o rigorosamente etiche e conformiste.

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Solo ora, nella terza età, abbandonando un lavoro sostanzialmente insoddisfacente, sono alla ricerca, attraverso il passato, senza rimpianti, della mia originaria creatività trasgressiva e prepotente! La scuola mi ha sempre accompagnato non come aspetto marginale o strumentale. Ogni luogo e ogni attività è stata sempre legata in qualche modo alla scuola.Natura e scuola; poesia teatro musica e scuola; architettura e scuola; arte e scuola, amore e scuola! Il privato si è, invece, spiegato in direzione spesso opposta, spesso utilitaristica: a soddisfare solo una delle mie due anime: quella tranquilla e razionale, quella della prosa che consentiva, solo a tratti, di riaffiorare, spesso con prepotenza, all’anima poetica, drammatica, visionaria e passionale che pochi oggi conoscono perché è un mio grande segreto incolpevole e sacro. La passione per la scuola è legata a episodi importanti della mia vita: un libro, una dedica, affinità platoniche che mai avrebbe potuto essere altrove e che ritrovo in alcuni momenti cruciali di pensiero e di memoria. La legge del contrappasso mi ha fatto abbinare una vita sentimentale più banale, più prosaica, come a cercare il rovescio della mia medaglia. Viene, comunque, il momento di un’eredità che si costruisce inaspettatamente e consente di coltivare ancora passioni e amori intellettuali. Un’eclettismo irrequieto che mai si è rassegnato ad affrontare solo una strada. Con la Scuola sempre e comunque in sottofondo per i miei ricordi di scolaro, di studente liceale, di universitario, di docente, di preside, di uomo.”

“L’essenza dei mali della scuola, delle sue burocrazie e degli stereotipi è visibile nei riti che si replicano e che rappresentano la spia di una scuola malata.

1 Settembre: l’auditorium della scuola è affollato, molti gruppetti di docenti abbronzati discutono animatamente: si sentono racconti di vacanze e acconti di lamentele per l’anno che sta per iniziare. Entrano il Preside e la sua corte con circa tre quarti d’ora di ritardo e si siedono al tavolo della presidenza.

1 Settembre: la sala delle Comunicazioni al Ministero 2 è semivuota, qualche borsa appoggiata qua e là, gruppetti di persone che chiacchierano nel corridoio esterno. Sono già trascorsi trenta minuti dall’ora stabilita. Al tavolo della presidenza, già in posizione, due mega direttori generali, qualche ispettore e funzionario. La riunione è fissata dalle 10 alle 13: debbono arrivare convocati da tutta Italia: sono già le 11 e la sala è ancora in attesa.

5 Settembre: la sala è già piena. Qualcuno arriva trafelato alla spicciolata e prende posto. Il Direttore Generale Regionale è sul suo scranno attorniato dallo staff di ispettori, funzionari, dirigenti, sagrestani e scruta la platea, mentre di fronte a lui si forma un capannello di questuanti e di presenzialisti.

La riunione doveva iniziare da mezz’ora…

15 Settembre: il professore è in cattedra, l’aula è semivuota e stanno entrando i primi studenti con 10 minuti di ritardo e già sono a pistolare col cellulare (proibito) o a imbellettarsi fissando attentamente lo specchietto (tollerato). I riti si ripetono immutabili nel tempo, le cose che si dicono, sono sempre le stesse, i ruoli e le gerarchie restano, sfumati ma persistenti. Un cambiamento nel tempo, però, c’è stato. Nel bene e nel male il protagonismo si sta evolvendo al femminile: ministre in performance su You Yube, direttrici generali rare ma spumeggianti, fantasmagoriche, efficienti simboli viventi della managerialità pubblica emergente; dirigenti scolastiche rampanti pronte a fare da coreute al Direttore Generale di turno che stigmatizza, cito testualmente, il cachinnare dei tempi moderni e le onora dell’appellativo di ancillae domini; docenti prese dal furore della pedagogia e della modernità; studentesse di successo, ferocemente competitive e irraggiungibili nelle performances da compagni di classe sempre più avviliti. Falsi femminismi e maldestra emancipazione anche nella scuola che puzza sempre di più di antifemminismo e di razzismo antigenere quando spinge la donna a  fingere di essere un uomo per avanzare socialmente e professionalmente. Sono le movidas delle platee scolastiche e, se il buongiorno si vede dal mattino, non vi risparmio il racconto di queste performances che sono la spia, il risultato ma anche una delle tante cause del malessere scolastico. Per non parlare dei look da donne in carriera! Questi rituali si replicano da decenni a diversi livelli e in differenti occasioni. Il Capo ripescato dalla pensione perché allineato col Ministro saluta l’ennesimo nuovo corso della scuola italiana e i suoi proconsoli regionali a difesa del pensiero unico del “presidente-maestro”, anche qui rappresentato dall’ennesima ancilla ministra. Imperativi sui risparmi, sul rigore, sul rispetto di tempi e regole…Ancora una volta nessun nuovo serio progetto, ma lodi all’innovazione: il maestro unico, il 5 in condotta, i voti in decimi!!! Ispettori vagano con i loro borsoni in mano (ma cosa conterranno?) da un lato all’altro della sala, mentre si percepisce un’attesa nei loro sguardi per un ruolo finalmente non più da mercenari del Mecenate politico di turno o del Direttore illuminato. In un altro luogo, il manager della scuola regionale esordisce sbalordendo la platea con una raffica di citazioni latine alternate da rare sintassi nella lingua madre e qualche arcaismo da Accademia della Crusca mentre, con paludato autoincenso, snoda il rosario del “suo” Progetto culturale per la sua scuola, nella sua regione-laboratorio. Tutti gli astanti (anche quelli che dondolano il capo in avanti in segno di obbedienza) sanno essere, invece, solo una celebrazione dei narcisismi ministeriali. In questi microcosmi c’è tutta la scuola italiana, ma anche il costume e l’habitus degli italiani dabbene di leopardiana memoria. Persino nelle scuole le sceneggiate continuano. Il Preside avvia la sua allocuzione per una platea distratta e già stanca ancor prima di iniziare con un discorso dèjà entendu sulle novità ministeriali, raccomandando di essere seri e rigorosi, ma pur sempre con un occhio vigile al calo degli iscritti e a scongiurare la perdita di posti di lavoro. La platea si risveglia a ogni frase che contenga questioni economiche o sindacali, mentre guarda da un’altra parte o bisbiglia o esce e entra per fumare alla spicciolata quando si discutono il calendario scolastico, il programma delle attività, l’ora di 50 o 60 minuti! (rara applicazione nel quotidiano della teoria della relatività!)”

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“Vige ancora la burocrazia del controllore e non quella della responsabilità, quella dell’adempimento e non quella del risultato. A fronte di risorse quasi nulle, organici fluttuanti, ma sempre più ridotti e ingessati, edilizia allo stremo e senza alcuna qualità, resiste una èlite amministrativa statale travestita da moderna managerialità che scimmiotta modelli di gestione anglosassoni senza aver modificato di uno spillo la fisionomia della scuola. Le Regioni, nella maggior parte dei casi ignoranti di scuola, con risorse umane riciclate da altri settori, si occupano maldestramente di pianificazione territoriale dei servizi scolastici, del calendario scolastico e di foraggiare, spesso in modo clientelare, quelle attività delle scuole che alimentano una perniciosa progettite che ingoia risorse distribuite a pioggia con risultati difficilmente verificabili.                                   E, nel frattempo, si simula cultura attraverso la cura dell’immagine e della visibilità a tutti i costi, per consolidare o migliorare le rendite di posizione dei dirigenti ministeriali illuminati, ma pur sempre politicamente sponsorizzati. Si inventano progetti, manifesti, concorsi, protocolli d’intesa, corsi di formazione sostanzialmente inutili perché non controllabili nei risultati e nelle ricadute, a breve e lungo termine, sui comportamenti, sulle modificazioni nelle metodologie di insegnamento e, quindi, sull’apprendimento di chi vi partecipa. Imperversano in questo clima sovrastimati e superpagati formatori, opinabili studiosi e ricercatori, cervelli emigrati altrove che trovano l’”America” in Italia pur essendo sovente degli sconosciuti. Tutto ciò gratifica pochi ingenui volontari che ancora credono alle favole psicopedagogiche e sociali di gran di moda, mentre si preparano trampolini per molti arrampicatori stanchi o incapaci di insegnare, alla ricerca di vie brevi per il successo o per appuntarsi medaglie per carriere immeritate.        In una tale deregulation, l’amministrazione statale funge sostanzialmente da passacarte senza alcuna vera capacità di coordinamento o di promozione, mentre quella regionale che dovrebbe nella mente dei legislatori assumere la governance del sistema scolastico si sta occupando solo di pochi spiccioli clientelari, di aprire e chiudere scuole secondo le necessità elettorali e di giocare col calendario scolastico! Il passaggio dai Provveditorati, che erano le mamme e talvolta le suocere dei presidi e dei direttori didattici, agli Uffici Scolastici Regionali (nella mente contorta dei legislatori tanti piccoli ministeri regionali) accanto a una autonomia scolastica zoppa, ha condotto a una confusione evidente di ruoli e ha svuotato di poteri l’amministrazione periferica, lasciando le scuole in una splendida autarchia moltiplicatrice di contenzioso.”

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Ministri supponenti, sindacati opponenti a ogni costo, presidi manager, amministratori clientelari e funzionari ministeriali presi dalla conservazione della poltrona, si sono riempiti la bocca dell’ autonomia; hanno speso patrimoni per seminari e convegni autocelebrativi, ma sostanzialmente masochisti, senza rendersi conto che sono sempre mancati gli aggettivi capisaldi per una vera libertà della scuola: culturale, ideologica, politica, finanziaria, gestionale. In realtà, le scuole hanno dovuto fare ciò che altrove si decideva senza adeguate risorse e con l’illusione di essere in piena libertà d’azione. La cattiva burocrazia non cede il suo potere e moltiplica adempimenti e illude che non vi sia più il controllo ottuso delle procedure, mentre non c’è modo di incidere sui risultati e i presidi aprono banchetti agli angoli delle strade offrendo gadget e promozioni a che si iscrive alla sua scuola Una guerra tra poveri: veramente la scuola della miseria, non solo tra le scrivanie, ma anche tra i banchi. Leggiamo degli attacchi alla scuola di genitori sempre iperprotettivi e litigiosamente propensi a dare lavoro al TAR, leggiamo sgomenti dei trasgressivi video scolastici immessi nel circuito voyeristico di internet, del bullismo, del burn out degli insegnanti, di presidi con i numeri degli avvocati in tasca!                                                 Ma non sarà con le boutades del Ministro di turno che un problema così grande potrà essere risolto! La politica attuale per la scuola, a tutti i livelli, è quella del levare che, per paradosso, aumenta con il decentrare invece di rendere le risorse più mirate e più abbondanti, proprio perché il decentrare senza autonomia è solo una specie di abbandono al fai da te di scuole sempre più indigenti. La devolution tanto cara agli egoismi padani applicata alla scuola oltre che all’economia, al fisco e all’amministrazione in generale, nella storia italiana di colonizzazione del Sud da parte del Nord non farebbe altro che moltiplicare le differenze e aumentare povertà e ignoranza nel meridione a vantaggio del nord arricchito grazie all’immigrazione interna ed esterna e all’accumulo delle razzie perpetrate nel mezzogiorno fin dall’invasione sabauda. La scuola è morta, viva la scuola?”

Giuseppe Campagnoli

 

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Architettura città Educazione Scuola

La città: architettura educante

Il manifesto della educazione diffusa

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Avrò a breve un confronto con un architetto che progetta le belle scuole per le buone scuole. Sarà una bella sfida. Tra technè e poesia, tra prosa e sogno. Partendo dall’ultimo articolo “Architettura e potere”  e prima ancora dal  saggio ” La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa di Paolo Mottana e Giuseppe CampagnoliAsterios Editore Trieste, si può già prefigurare uno scenario architettonico e urbano per la città educante oltrepassando la scuola fisica, intellettuale e dominata dal mercato di oggi. Ancor prima di effettuare l’annunciata simulazione giocosa sul  corpo vivo di una vera città, vorremmo lasciare un messaggio in bottiglia ad educatori ed architetti giovani e visionari capaci di raccogliere il testimone con entusiasmo. Occorre costruire un abaco di tipologie da forme urbane vecchie e nuove che abbiano in nuce l’essenza dell’accogliere collettivo e dell’educare in reciprocità come lo hanno sempre fatto una casa o un teatro, un bosco ed un museo, una piazza e una strada spesso senza bisogno dei maldestri architetti interpreti   spesso solo di sè stessi. Non più l’urbanistica (che ordina e controlla) ma il disegno poetico della città in divenire che come un organismo vivo cresce e si trasforma insieme a chi la vive liberamente mentre apprende  con le genti e le cose d’intorno. Tra un architetto e un filosofo più un  poeta fantasma che alberga in entrambi, sono stati partoriti  le radure e le piazze, le strade cupe, i portali, i giardini di insalate e frutteti, le fontane che danno vino e cioccolata, gli orti teatrali e la babelica biblioteca totale, il quartiere dei balocchi e dei burattini, il giardino delle bocce e degli scacchi, l’emeroteca ciclabile, il museo peripatetico e gli alberi dei tablets e degli smartphones. Ritorneranno presto i fantomatici, misteriosi mimetici cubi specchiati e variopinti, non-architetture ma macchine fantastiche e interattive già avvistate in giro per l’Europa nei disegni a Bruges e  Strasburgo come a Venezia, Vienna, Lucca e Pesaro. Essi  provocatori dei ex machina, ed eros urbani, dialogano con i vecchi palazzi e manieri e li invitano ad aprirsi e a diventare bei luoghi dove vivere, lavorare ed imparare senza funzionalismi ingenui o ordinatori. Da queste fantasie nascono  i più realistici tentacolari portali che disegneranno le forme essenziali mentre sarà chi li vive a riempirli di volta in volta di significati e contenuti come belle e multiformi stazioni di partenza per viaggi della conoscenza dove l’errore ha il solo senso del suo etimo errabondo.

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Questi saranno gli oggetti,  i luoghi e i tipi architettonici della città educante cui sarà data la prima forma. Alcuni sono già nei nostri schizzi, altri nelle nostre menti pronti ad uscirne per affidarli a chi saprà renderli finalmente reali.

Il portale

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La radura

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La tana

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Il paese dei balocchi. La scuola chiusa?

Ci siamo venduti l’abbecedario come Pinocchio?

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Aggiorno questo articolo di due anni orsono nel riprendere alcuni studi di Tullio de Mauro e le analisi internazionali indipendenti (?!) sulle competenze degli italiani al 2015 per una riflessione spaventata su un aspetto fondamentale dello “stato presente dei costumi degli italiani”: l’alfabetizzazione primaria.

L’aspetto terrificante della questione, nonostante molti sostengano (non vorrei fossero tra i neo-analfabeti!) che internet abbia aumentato le conoscenze e le competenze dei navigatori italiani (sempre meno santi e poeti) è che il 5% degli italiani non è in grado di distinguere tra lettere e cifre e non riesce a scrivere che in uno stampatello “cuneiforme”; il 40 % ha difficoltà evidenti nella lettura; il 30% gravi difficoltà a comprendere ciò che legge: “un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile”. Il resto sono neonati o bambini  in età pre-scolare. Solo il 20% è in grado di usare la lingua e la comunicazione in modo efficace non solo quella tradizionale ma, ahimè, anche quella digitale! Questo si riflette in modo determinante su tutte le altre competenze, anche quelle logico-matematiche, creative o meramente operative. Come farebbe la maggioranza degli italiani a prendere delle decisioni sensate e a scegliere nella vita, nella politica, nel sociale, a distinguere semplicemente tra ciò che è bene o ciò che è male per sé stessi e per la collettività, senza possedere “gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”? Fino alla istituzione della nuova scuola media unica (1963) uno studente medio al compimento dei 14 anni (!!) era in grado di leggere e comprendere, oltre ai classici fondamentali (anche,eventualmente per limitarne la portata) della letteratura italiana come Manzoni, Dante, Leopardi, Foscolo anche scrittori come Cesare Pavese. Oggi so, per esperienza professionale conclamata, che non è per nulla così, ahimè anche all’università e tra molti docenti in servizio nella scuola italiana. Non si riesce più ad instaurare un discorso, una semplice comunicazione, un dibattito con moltissime persone tra i 20 e i 50 anni. Si ha la forte sensazione di non essere compresi e che tutto ciò che viene detto o scritto, spesso con estrema presunzione unita al non rendersi conto dei propri terribili limiti, è frutto di tanti “copia e incolla” materiali e mentali  da quel terribile coacervo di nozioni e informazioni incontrollate e il più delle volte decisamente poco attendibili che è la tanto osannata “rete” dove per navigare, non esagero nell’affermarlo, ci vorrebbe una patente speciale!

 Una volta, con umiltà, per crescere e continuare a studiare seriamente per tutta la vita, anche svolgendo i mestieri più pratici e meno intellettuali, si ammetteva di non sapere:  “nescio nescire” dicevano i latini. Pochi sono consapevoli  di non sapere, o di non sapere abbastanza per vivere in un consesso civile, per lavorare e per comunicare con gli altri in modo non istintivo, a volte belluino, sovente superficiale. Si vorrebbe vivere in una specie di paese dei balocchi dove tutto è semplice e quando non si riesca in qualche cosa per la propria incompetenza, ci si affretta a dare la colpa  a qualcun altro: lo stato, la politica, il pubblico, il privato, la scuola e chi più ne ha più ne metta.

Le responsabilità ci sono ma vanno ben individuate con cognizione di causa. La scuola è diventata la speranza di soluzione per tutto.Ma è ancora chiusa fisicamente e idealmente è controllata da programmi, burocrazie e indirizzi. Di fatto è così. E’ da lì che proviene la comprensione delle cose e la capacità di discernere e di decidere. Un nuovo fallimento nel rifondare la scuola sarà il fallimento per tutto il resto. Pensiamoci bene ed evitiamo di fare demagogia o populismo.

Abbiamo già affrontato il problema scuola e proposto alcune soluzioni tanto per partire con il piede giusto. Questi i punti essenziali e, a nostro avviso, irrinunciabili da cui deriverebbe una organizzazione ribaltata del concetto di scuola per andare decisamente oltre.

  • Rivoluzione sottile dei concetti di educazione, istruzione e formazione per rafforzarne i significati collettivi e diffusi. La controeducazione è “l’affinamento molteplice della nostra sensibilità, del nostro gusto, della nostra capacità di fare di ogni gesto della vita una continua occasione di arricchimento plenario, dove la testa che conosce non è mai staccata dal corpo che sente e dove il godimento del corpo che sente non è mai staccata da una testa che percepisce, elabora, assorbe in un reticolo di corrispondenze di illimitata potenza”  Paolo Mottana in “Controeducazione”.Non più maestri e scolari ma guide ed esploratori della conoscenza e del fare sparsi per le città e i territori.
  • Ridefinizione dei luoghi dell’apprendere in una accezione di ricerca, scoperta scambio diffuse a tutta la città, e al territorio. Ogni luogo è atto all’educazione purché se ne esalti il significato didascalico e di formazione collettiva seguendo un filo rosso tra interessi individuali e necessità collettive. L’ultrarchitettura e la scuola diffusa è andare oltre la funzione codificata dei manufatti (scuole, musei, botteghe, teatri…) e dei luoghi (piazze, strade, radure, boschi…)per renderli virtuosamente  eclettici, sottratti al mercato e restituiti alla collettività anche in funzione educante.

 

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Non si esaurisce qui il problema ma i capisaldi imprescindibili sono quelli indicati e se non si  affronterà la situazione in questo modo l’Italia e forse il mondo intero non si riprenderanno mai dalla perniciosa malattia del mercato e del dominio. Cerchiamo di riscattare l’abbecedario dalle lusinghe di Lucignolo e dalla furbesca perfidia del Gatto e della Volpe mercanti, ladri e truffatori che poi, anche per i classici, coincidevano in Mercurio dio di entrambi.

Leggerete tutto meglio e in profondità nel libro in pubblicazione “La città educante.Manifesto dell’educazione diffusa” di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli.

Giuseppe Campagnoli

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Oltre le aule.Nemo profeta in patria.

Un successo di qualità delle idee.

 

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“La scuola diffusa nella città educante” Cesena 12 Settembre 2016 Sala Rosa Cinema San Biagio. Si è parlato anche di Controeducazione. Sabato scorso un articolo con una intervista sulla scuola diffusa e la controeducazione di Paolo Mottana (docente ordinario di filosofia dell’educazione a Milano Bicocca) su  http://www.criticaletteraria.org

Il Seminario è stato un successo  di qualità, degli esperti, degli organizzatori e del pubblico. Presto una sintesi dell’incontro, che avrà un seguito, sulla sezione del nostro sito dedicata all’architettura per la scuola e la cultura. 

E’ comunque d’obbligo fare un  passo indietro  per descrivere come vanno le cose oggi, tra luci ed ombre, nella scuola italiana. In tempo di riapertura delle scuole sarebbe stato interessante dibattere di edilizia scolastica o meglio di architettura scolastica e di scuola diffusa anche nella nostra regione. Alla fine della primavera del 2016 proposi all’amministrazione comunale di Pesaro,magari con la collaborazione del mondo scolastico e accademico, di organizzare un seminario nel mese di Settembre sulle tematiche degli spazi per l’educazione.La stessa proposta avevo esposto anche nella vicina Romagna.
Da Pesaro rinvii e promesse ma a tutt’oggi nulla di fatto. Il Centro di documentazione educativa del Comune di Cesena, grazie alla Prof.ssa Giornelli, accoglie invece la proposta e insieme al dipartimento di architettura Aldo Rossi dell’Università di Bologna, organizza una giornata di studi sull’argomento incentrata anche su idee innovative e futuribili come quella della scuola diffusa oltre le aule.
Il sottoscritto aveva invitato , per tempo, a divulgare la notizia del Seminario di Cesena anche alle confinanti scuole marchigiane, interpellando l’amministrazione scolastica statale nella sua sede regionale.

Non ho trovato la notizia neppure sulla bacheca degli uffici scolastici regionale e provinciali. E’ veramente un peccato. Questa riflessione amara ci fa anche rimpiangere la bella, anche se discussa, esperienza de “Le Marche una regione laboratorio” promossa e realizzata dall’Ufficio Scolastico Regionale delle Marche di allora e che impegnò negli anni tra il 2003 e il 2010 tutta la scuola marchigiana presentandosi ricca di spunti di ricerca, di esperienze sul campo e di connessioni con il mondo dell’università e delle imprese sane.

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La storia non finisce qui. Dulcis in fundo, due settimane  fa mi era stato chiesto, pare su segnalazione dell’ineffabile (pentita?) assessora all’istruzione pesarese, di partecipare, naturalmente, per me, gratis et amore dei , ad una kermesse intitolata “Città Liberi tutti” in programma a Pesaro da prossimo 24 Settembre. Gli organizzatori dell’evento, dopo avermi interpellato e richiesto la disponibilità,  l’altro ieri, con un scusa via mail, hanno pensato bene di liberarsi di un relatore forse non proprio in linea con la filosofia un po’ radical chic ma tuttosommato conformista della kermesse che pare rispecchiare quella della gestione culturale e popsofistica della città. Mi spiace per Pesaro e per le Marche, forse anche per l’Italia.

Intanto ecco il corto dell’intervento al Seminario di Cesena  di Giuseppe Campagnoli.

https://youtu.be/c17QJLn1jdo

 

Giuseppe Campagnoli

 

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L’architettura della scuola e l’educazione alle arti.

In questo autunno 2015 ReseArt rilancia due temi importanti per la cultura italiana e non solo. Uno riguarda i luoghi fisici della città dove si fa cultura e si insegna, l’altro la formazione e l’educazione alle arti dei cittadini in età scolare e non.

Il dossier  completo di ReseArt su questi temi:

 

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L’iniziativa “Scuola senza mura” timidamente lanciata ai primi di Settembre viene riproposta a partire dalla ricerca di amministrazioni sensibili, studenti, docenti e personale della scuola, cittadini, associazioni e privati interessati a fungere da sponsor culturali e/o finanziari e a collaborare per organizzare una giornata di scuola diffusa (La scuola diffusa: provocazione o utopia? – 2012 – Education 2.0nella città con workshops tematici ed una simulazione di una giornata scolastica senza le aule ordinarie. Chiunque fosse concretamente interessato può scrivere e proporre la propria adesione (come sponsor, volontario, partner etc.) a: researt49@gmail.com all’attenzione del Prof. Giuseppe Campagnoli.