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LIBERTÀ EGUAGLIANZA E ADELFITÀ

Sono d’accordissimo, in questo straordinario frangente storico che si aiutino le categorie di autonomi ed imprese in estrema difficoltà per le forzate chiusure delle attività senza per questo  dover colpevolizzare, come fanno tanti sciacalli, il lavoratore dipendente pubblico o privato che sia o il pensionato (che spesso gode di un “salario differito” a tardiva e misera compensazione per anni di sfruttamento o di servizio sottopagato e senza alcun reale privilegio per mestieri spesso faticosi, rischiosi ma indispensabili e di pubblica utilità  come ad esempio nella sanità, nell’istruzione, nei trasporti, nella protezione civile, nell’ordine pubblico…)

Ci sono dunque dei distinguo e delle proposte da fare:

  • Pensare per il futuro ad assicurazioni obbligatorie e controllate per chi svolgesse un’attività privata anche rileggendo i termini costituzionali chiari ma mai applicati a pieno: “Art 41. L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali
  • Erogare gli aiuti anche fino al 75% del fatturato (solo se non si siano evase le tasse in passato, se non si siano sfruttati personale e dipendenti e corrotti funzionari pubblici) in base ad un ISEE certificato di redditi, patrimoni e investimenti che attesti lo storico economico dell’impresa. Tutti dati facili e rapidi da reperire solo se si avesse la volontà di farlo.
  • Riflettere a fondo su come lo Stato debba prendere soldi  facendo debito pubblico con terzi o con l’Europa e ciò sia dovuto anche e soprattutto all’enormità delle evasioni, ruberie, elusioni e sommerso degli ultimi decenni.Molti dei soldi da erogare derivano infatti dalle tasse pagate sempre in massima parte dai soliti bistrattati noti (dipendenti privati, pubblici e pensionati)

Consiglio infine per chiarezza, soprattutto a chi oggi piange o è furioso per il fermo delle sue attività mentre in tempi di vacche grasse chiamava “morti di fame” operai, impiegati, pensionati etc.. di riflettere, nelle more di cambiamenti più equilibrati e radicali, sui concetti umani e costituzionali di libertà, utilità sociale, iniziativa pubblica e privata, educazione, salute etc. Con una ridefinizione degli equilibri e una abolizione contestuale e ineluttabile di ricchezza e povertà si risolverebbero presto e bene le diseconomie, le catrastrofi naturali e umane, le pandemie, le pan-ignoranze, il ricorso ai falsi miti inventati dagli aspiranti al dominio del mercato e delle persone, della competizione e della meritocrazia e i tanti mali che anche J.J.Rousseau attribuiva al concetto di sfruttamento e possesso. Ricordate il plusvalore? Cito me stesso per concludere questo breve pensiero, da una lettera a La Stampa del 2011:

Plusvalore disvalore

“Rifletto su ricchezza e povertà. La nostra civiltà, che deve molto al diritto romano, all’Illuminismo ma anche alle religioni, non pare abbia fatto tesoro di quest’insieme di valori. Sia chi si professi liberale, liberista o anche socialista e perfino comunista ha trascurato un vecchio-nuovo concetto economico: il plusvalore. Non come lo intendeva Marx bensì come effetto della ipervalutazione del lavoro e dei beni, finanche del solo status sociale a fini speculativi e di profitto indipendentemente dall’effettivo servizio reso per i bisogni individuali o della collettività. Il plusvalore cui mi riferisco infatti è generato come differenza tra il giusto compenso per un’attività lavorativa (che comprendesse, naturalmente, la giusta valutazione dell’investimento in studio e preparazione, del reale rischio di intraprendere, dell’usura del lavoro) e la remunerazione effettiva che è spesso esorbitante in alcune categorie privilegiate da un mercato perverso o da anomalie della contrattazione pubblica e privata. Per la sostenibilità economica e sociale questa differenza dovrebbe essere drasticamente ridotta e resa tale da consentire un tenore di vita dignitoso per tutti. Questo consentirebbe di distinguere tra ricchezza e povertà solo per il comportamento – da libera cicala o da libera formica – degli individui, non da ingiustificate differenze tra i redditi, a parità di condizioni di preparazione professionale, di rischio d’impresa, di orario di lavoro, di tasse pagate e non… Mantenere questa forma di plusvalore è diventato più che mai un disvalore ed è anche tra le cause della pericolosa, crescente forbice tra redditi anche all’interno del cosiddetto ceto medio. Non bisogna comunque preoccuparsi perché la società moderna e civile risolve brillantemente sia il problema del plusvalore che quello del disequilibrio tra «ceti sociali» con strumenti economicamente assai avanzati: l’elemosina e le lotterie!”

Soprattutto, aggiungo a me stesso, in tempi difficili o pericolosi come questi.

Giuseppe Campagnoli Dicembre 2020

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Ecomomia economia sostenibilità Economics mercato merito povertà

Lavoro? Salario minimo? Reddito universale? Patrimoniale?

 

Salario minimo? Salario garantito? L’arte di una economia giusta e sostenibile.

Quando si tratta, si studia, si disquisisce e si pontifica di economia non ci si muove mai al di fuori del quadro di riferimento capitalista e liberale, quando non addirittura liberista. Persino le religioni e il nuovo socialismo democratico di sinistra considerano ineluttabili la ricchezza e la povertà e come uniche azioni possibili propongono di ridurre il gap, fare l’elemosina o agevolare gli “ascensori sociali”. Una via diversa ci sarebbe, una via che mette insieme veri principi socialisti ed egualitari, evangelici e buddisti, tutti principi di umanità. Sorvolo sulle teorie economiche storiche e su quelle in vigore che nella migliore delle ipotesi tendono solo a mitigare gli effetti perniciosi del libero mercato, della globalizzazione e delle speculazioni economiche e finanziarie. Produrre beni e servizi dovrebbe essere possibile anche eliminando il cosiddetto “plusvalore”. Le eccedenze di un equo profitto, strettamente legato ad un adeguato compenso degli operatori per una vita dignitosa ed equilibrata (dagli operai, ai quadri, ai dirigenti e ai padroni) ed alle spese di produzione dovrebbero essere destinate per intero ad investimenti per il miglioramento tecnologico, della qualità e dell’innovazione. In ogni attività debbono essere impediti l’accumulo e la speculazione, deve essere proibito produrre danaro con altro danaro mentre beni come la salute, l’istruzione, la casa e l’alimentazione non dovrebbero assolutamente essere oggetto di investimento speculativo e produttore di reddito. Il reddito dovrebbe venire dal lavoro e dallo scambio di beni e servizi in linea  con i principi delle leggi costituzionali universali e nazionali che concepiscono (per ora e finché non ce ne libereremo) il lavoro come attività nobile tesa al servizio collettivo e ad assicurasi niente di più che una vita dignitosa e, naturalmente, comprensiva di pane (istruzione, casa, cultura, salute..) e companatico (viaggi, tempo libero, cultura…).

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L’accumulo, il successo e la speculazione di gruppi e singoli sembrano invece essere lo scopo principale della vita quasi sempre a discapito dei propri simili magari solo più sfortunati o socialmente deboli per nascita, censo o disparità di condizioni di partenza.

Particolarmente evidenti ed esasperate queste caratteristiche  sono nel lavoro privato e nell’imprenditoria piccola e grande dove la competizione e la guerra economiche sono finalizzate quasi esclusivamente al profitto teso ad assicurarsi un plusvalore sempre immeritato perché frutto  di meccanismi mercantili aberranti e iniqui ma, ahimè, accettati anche da certa sedicente sinistra e al nuovo che avanza (che si dice, forse ingenuamente forse no, nè di destra nè di sinistra) convertiti per opportunismo al neo capitalismo sempre più feroce e aggressivo forse perché moribondo nella piccola e grande scala, dagli autonomi alle grandi banche e imprese anche finanziarie.

Provo a costruire una formuletta sommaria per descrivere una via virtuosa ad una economia sostenibile e socialmente equilibrata, valida universalmente.

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Tutto parte dal lavoro e solo da questo ( ma sarà poi giusto il lavoro?) perché abbiamo escluso qualsiasi speculazione su beni e patrimoni, compresi quelli prodotti da investimenti pregressi, eredità e  lotterie (che andrebbero abolite).La proprietà è ammessa per i propri bisogni primari e strumentali non replicabili (casa, negozio, auto, opificio, macchinari produttivi etc.) perché limitati ad una attività finalizzata a quella vita dignitosa di cui si è detto. “Plafonner les revenues” e limitare il gap tra salari e patrimoni minimi e massimi tassativamente applicando il fattore 12 attraverso la tassazione sui reddditi e sui patrimoni, tutti. Una formula semplice ma che nessuno vuole applicare iniziando quasi da zero, con coraggio, contro speculatori, banche, multinazionali, mercanti e accentratori di beni e patrimoni, finti promotori di un mercato solo apparentemente più giusto.

Giuseppe Campagnoli

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Ecomomia equità sociele Italia pensioni populismo Povertà Sociale soldi pubblici Varia umanità welfare

Il merito sociale.

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Nella eterna diatriba tra pubblico è bello, privato è meglio, pubblico è disonesto, privato no sarebbe utile rileggere questi contributi apparsi su La Stampa di Torino e scritti dal nostro Giuseppe Campagnoli tempo fa (in coincidenza con la comparsa massiccia sulla scena politica dei “grilletti” difensori alla cieca del privato cittadino contro il pubblico comunque sia.

Plusvalore disvalore

10 Giugno 2011

Cresce ancora la forbice tra i redditi anche all’interno del cosiddetto ceto medio. Sarebbe ora di riflettere su certe remunerazioni inspiegabilmente ipervalutate Rifletto su ricchezza e povertà. La nostra civiltà, che deve molto al diritto romano, all’Illuminismo ma anche alle religioni, non pare abbia fatto tesoro di quest’insieme di valori. Sia chi si professi liberale,liberista o anche socialista e perfino comunista ha trascurato un vecchio-nuovo concetto economico: il plusvalore. Non come lo intendeva Marx bensì come effetto della ipervalutazione del lavoro e dei beni,finanche del solo status sociale a fini speculativi e di profitto indipendentemente dall’effettivo servizio reso per i bisogni individuali o della collettività. Il plusvalore cui mi riferisco infatti è generato come differenza tra il giusto compenso per un’attività lavorativa (che comprendesse, naturalmente, la giusta valutazione dell’investimento in studio e preparazione, del reale rischio di intraprendere, dell’usura del lavoro) e la remunerazione effettiva che è spesso esorbitante in alcune categorie privilegiate da un mercato perverso o da anomalie della contrattazione pubblica e privata. Per la sostenibilità economica e sociale questa differenza dovrebbe essere drasticamente ridotta e resa tale da consentire un tenore di vita dignitoso per tutti. Questo consentirebbe di distinguere tra ricchezza e povertà solo per il comportamento – da cicala o da formica -degli individui, non da ingiustificate differenze tra i redditi, a parità di condizioni di preparazione professionale, di rischio d’impresa, di orario di lavoro, di tasse pagate e non… Mantenere questa forma diplusvalore è diventato più che mai un disvalore ed è anche tra le cause della pericolosa, crescente forbicetra redditi anche all’interno del cosiddetto ceto medio. Non bisogna comunque preoccuparsi perché la società moderna e civile risolve brillantemente sia il problema del plusvalore che quello del disequilibrio tra «ceti sociali » con strumenti economicamente assai avanzati: l’elemosina e le lotterie!

Efficienza sociale

3 Luglio 2013

È il rapporto tra quanto prodotto per il proprio profitto privato e quanto invece come contributo e servizio alla propria collettività, tasse comprese. Per valutare il grado di equità occorrerebbe misurare anche quello che definisco il parametro di efficienza sociale. Partendo dall’assunto costituzionale che recita: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società », questo coefficiente dovrebbe valutare in ogni mestiere, professione, impresa, il rapporto tra quanto prodotto per il proprio profitto privato e quanto invece come contributo e servizio alla collettività, tasse comprese. Quanto più si produce per il bene collettivo piuttosto che per il proprio fabbisogno, sacrosanto ma spesso e per alcune categorie volto anche al superfluo, tanto più ci si avvia a realizzare buona parte del principio di equità. Questo principio è infatti fatto di tre componenti fondamentali: un basso plusvalore (differenziale tra redditi a parità di investimento, lavoro e professionalità) un contributo alla collettività esponenzialmente tarato sul proprio profitto e patrimonio, una garanzia delle pari opportunità da realizzarsi nell’istruzione,nella dotazione di mezzi per raggiungere i più alti gradi di professionalità in base ai meriti ed all’impegno e, infine, anche nelle regole del lavoro, delle professioni e dell’impresa. Un esempio che può chiarire meglio il concetto: un lavoratore pubblico o privato che svolgesse un lavoro socialmente utile (scuola, sanità, trasporti, comunicazione, servizi essenziali…) e pagasse le sue tasse in anticipo potrebbe garantire un tasso di efficienza sociale pari quasi al 70% del suo reddito. Tutti possono fare altrettanto?