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Ora tocca a noi

 

 

Passata la saga delle elezioni con le promesse più stravaganti ma anche pericolose per la democrazia ora tocca a noi, noi cittadini italiani dotati di cultura e buon senso, di realismo ma anche  cultori di sogni e splendide utopie, darci da fare ognuno nel suo campo e con i suoi strumenti. Chi è capace di leggere la storia sa bene che le rivoluzioni non sono mai venute dai governi e dai parlamenti ma fuori da essi e quando, per avventura, fossero servite per arrivare a quei consessi, nella migliore delle ipotesi hanno perso carica ed efficacia e si sono rivelate dei bluff. Molto spesso hanno fatto patti con il diavolo combattuto fino a qualche istante prima o si sono rivelate delle vere e proprie truffe e l’apertura all’avvento di autocrazie e dittature.

Ora tocca a noi che lavoriamo sul campo insieme alla gente prendere la parola e agire dalle piazze e dalle strade, dalle scuole e dai luoghi “educanti” delle città intere per generare dal basso forme virtuose di partecipazione capaci di trasformare e ribaltare la società lento pede ma decisamente e senza paura, le uniche forme che potranno cambiare questo nostro mondo, con l’esempio e l’azione. Ammesso e non concesso che non esistano più i concetti di destra e sinistra esistono ancora, comunque, delle forti e decisive discriminanti tra chi crede ancora nell’economia di mercato, nelle differenze e nella meritocrazia, tra l’egoismo della libertà di intraprendere e il senso di giustizia e di equità di chi crede nelle pari opportunità e nella validità minima del concetto di “plafoner les revenues”.

Alcune frasi di un dizionario minimo, potranno aiutare a tracciare le strade degli aspetti più importanti della vita degli umani oggi partendo dall’assunto di Jean Jacques Rousseau che non era nè un comunista nè un liberista:

“La disuguaglianza fu introdotta dalla proprietà privata, nel momento in cui l’uomo spinto da un istinto di cupidigia e di rapina per la prima volta circondò con un recinto un pezzo di terra e disse: “Questo è mio”, vietandone l’uso agli altri. Da questo momento gli uomini si divisero in padroni e schiavi, ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori e divennero disuguali e dalla disuguaglianza derivarono i vizi, le guerre e tutta la corruzione propria della civiltà. Di essa sono espressione anche le istituzioni politiche esistenti che mirano a conservare la proprietà e la disuguaglianza e perciò devono venire rovesciate per restituire agli uomini la condizione di primitiva uguaglianza e proprietà comune alle quali sono destinati per natura.”

Nessuno che dovesse assumere oggi l’onere di governare ha neppure promesso nulla che si avvicini a queste elementari regole naturali, umane e soprattutto facili da realizzare anche in breve tempo.

L’educazione dovrà essere diffusa, libera e autonoma dall’economia, dal mercato, dal potere.

La salute è un diritto inalienabile e gratuito. Non vi è spazio per la speculazione ed il profitto.

L’abitare è un diritto inalienabile e gratuito. Non vi è spazio per la speculazione ed il profitto.

Il lavoro è un diritto inalienabile e garantito a tutti senza differenze di sorta in base ai propri bisogni ed alle proprie aspirazioni e con la priorità assoluta alla sua valenza sociale piuttosto che a quella legata al profitto di pochi o di una sola parte  della società.

Contribuire ai bisogni della collettività è un dovere sacro e naturale. Ognuno dovrebbe contribuire in modo che i suoi beni e i suoi guadagni non si differenzino da quelli degli altri più di cinque volte. Questa è giustizia ed equità.

Migrare è una libertà e un diritto inalienabile, soprattutto per chi vi fosse costretto per motivi di oppressione, guerre, clima, carestie o fame.

La natura, l’ambiente ed il cibo non possono essere oggetto di speculazione e profitto ma di tutela e utilizzo equilibrato e compatibile.

Nessun credo, religione o concezione della vita, si potrà sostituire alla natura, diventare legge o regola di un popolo o di un insieme di popoli e pretendere di guidare le azioni e la vita tutta dell’uomo in contrasto con le sue aspirazioni individuali e collettive, con l’etica e la poetica della libertà, alla ricerca ed alla pratica della libertà.

 

 

 

 

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L’arte della sicurezza: un salto di qualità.

 

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L’Associazione S.E.T.A. si rilancia.

In quasi otto anni dalla sua fondazione l’Associazione S.E.T.A (Safety Education & Training Agency) ente no profit marchigiano che si occupa di educazione e formazione alla sicurezza, alla sostenibilità, alla protezione civile e di tutela del patrimonio culturale e artistico, ha lanciato e svolto varie attività formative anche con discreto successo di risultati. Tra queste emergono un progetto europeo sulla gestione della sicurezza e della prevenzione e protezione in vari ambiti (Workshop Grundtvig Educivis); una attività di formazione dedicata alle scuole aquilane coinvolte nel sisma del 2009 (Araba Fenice); un progetto di rete  in e-learning per docenti italiani e argentini sulla didattica della sicurezza (Perla); un corso di Perfezionamento sulla educazione alla sostenibilità, alla protezione civile ed alla tutela del patrimonio artistico in collaborazione con l’università Ca’ Foscari di Venezia, un percorso di formazione sulla sicurezza alimentare (Alibe) poi sfociato in una candidatura ad un Erasmus plus  ed altre iniziative di formazione in ambito scolastico o destinate alle amministrazioni locali riconosciute anche dal Ministero dell’Istruzione. Oggi l’associazione vanta l’accreditamento presso la Regione Marche quale ente di formazione professionale e sta rinnovando la sua azione anche  in partnership  con le Università di Macerata e Camerino sui comuni argomenti istituzionali.

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cultura Economia guerra religioni scienza Scuola storia storia dell'arte

Dio, la morale, le religioni, le guerre.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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E’ tutto più semplice di quanto non appaia. Non c’è alcun bisogno di ricorrere alla speculazione filosofica o alla teologia. Basta osservare l’uomo, gli esseri viventi, l’universo e la natura nel suo insieme. Basta basarsi sulla propria esperienza diretta e non sulla parola o i “libri sacri” scritti da altri uomini. La sovrastruttura che l’uomo nel tempo ha voluto costruire sulla natura per i suoi scopi di dominio e per mitigare la  paura dell’ignoto (che nel tempo, peraltro, si è rivelato sempre più noto, grazie alla scienza ed alla conoscenza) resiste ancora quando è abbinata all’ignoranza, all’ingenuità o alla mala fede.

Oggi, comunque sia, una delle religioni più pericolose e aberranti, soprattutto quando sia abbinata ad un credo tradizionale che la sostiene e la integra è il capitalismo insieme alla sua forma più pericolosa e subdola: la globalizzazione.

Assistendo a ciò che accade di feroce e violento nel mondo odierno in questi tempi, da Parigi alla Nigeria, in Libia, Siria, Pakistan, Iraq, Afghanistan, Turchia, Arabia Saudita, Iran, Palestina, Yemen, ricordo la semplice lettura di Eugenio Lecaldano in “Un’ etica senza Dio” e mi chiedo se non sia utile una riflessione profonda su ciò che siamo e su ciò che dovremmo ritornare ad essere. Qualcuno, cui mi associo, ha detto che la religione di per sé non può essere moderata perché è fondata su dogmi e non “est modus in rebus” quando i principi sono elementari anche se oscuri, inamovibili e indiscutibili. Non c’è una via di mezzo e non c’è interpretazione, a meno di riscrivere tutto, come, peraltro, qualche religione sta già facendo per non perdere adepti sempre più secolarizzati. Ciò che è stato detto e tramandato oralmente o graficamente dagli uomini per gli uomini come regola che si fa discendere dal soprannaturale, utile o inutile che sia, resta e crea le sue conseguenze, a volte drammatiche e terribili soprattutto quando incidono su menti semplici e alterate dalla povertà e dall’ingiustizia.

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Africa: le origini e le colpe del disastro.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Una storia minima di povertà e schiavitù fisiche, religiose, economiche.

L’impero ottomano

L’Impero ottomano o Sublime Stato ottomano, noto anche come Sublime porta (turco ottomano: دَوْلَتِ عَلِيّهٔ عُثمَانِیّه, Devlet-i ʿAliyye-yi ʿOsmâniyye, turco moderno: Osmanlı Devleti o Osmanlı İmparatorluğu), fu un impero turco che durò dal 1299 al 1922 (623 anni).

Fu detto “ottomano” poiché costituito originariamente dai successori di Osman Gazi, guerriero turco capostipite della dinastia ottomana che assunse il titolo di sultano con il nome di Osman I. Il sultanato, e poi impero con Maometto II, nacque in continuità col Sultanato selgiuchide di Rum e durò sino all’istituzione dell’odierna Repubblica di Turchia.

L’Impero ottomano fu uno dei più estesi e duraturi della storia: infatti durante il XVI e il XVII secolo, al suo apogeo, sotto il regno di Solimano il Magnifico, era uno dei più potenti Stati del mondo, un impero multinazionale e plurilingue che si estendeva dai confini meridionali del Sacro Romano Impero, alle periferie di Vienna e della Polonia a nord fino allo Yemen e l’Eritrea a sud; dall’Algeria a ovest fino all’Azerbaigian a est, controllando gran parte dei Balcani, del Vicino Oriente e del Nordafrica.

Avendo Costantinopoli come capitale e un vasto controllo sulle coste del Mediterraneo, l’Impero fu al centro dei rapporti tra Oriente e Occidente per circa cinque secoli.

Durante la prima guerra mondiale si alleò con gli Imperi centrali e con essi fu pesantemente sconfitto.

Rise_and_Fall_of_the_Ottoman_Empire_1300-1923