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Università, merito, eccellenze e talenti.

Poiché nulla nel frattempo è cambiato neppure con le “buone scuole” ripropongo questo mio articolo apparso su diversi media nel 2012.

Università ed eccellenza: pedagogia, equità e motivazione.

È a causa delle riforme-non riforme succedutesi nel tempo senza di fatto mutare nulla se non ridurre la qualità dell’insegnamento che l’università è diventata un percorso a ostacoli per “i capaci e meritevoli privi di mezzi”? Avendo passato una vita nella scuola mi pare utile raccontare una piccola storia “accademica”. Ho contribuito a formare in diversi ruoli generazioni di studenti, docenti e anche dirigenti scolastici della scuola statale e paritaria e ho potuto rilevare con rammarico gli scarsi e improduttivi contatti con l’università. In quelle poche occasioni di lavorare insieme ho toccato con mano la scarsa conoscenza di molti docenti universitari rispetto al mondo dell’istruzione che li precede. Dov’è la tanto sbandierata continuità educativa e formativa? La prova lampante di questa situazione sta in quello che trapela dai racconti di testimoni diretti di una realtà universitaria che spero sia solo una rara eccezione in un panorama migliore! La storia o meglio le storie hanno inizio al termine del percorso di studi secondario e coinvolgono ragazzi eccellenti secondo i risultati dell’Esame di Stato ma anche a ben osservare il loro percorso scolastico. Curricula continui e ottimi per tutto il corso di studi e performance certificate anche da enti esterni. Si arriva alle prove di selezione per l’accesso all’università. I test appaiono subito aleatori, discriminanti (tra chi evidentemente ha una preparazione ad hoc non dipendente dalla qualità della scuola di provenienza e degli studi fatti ma addirittura dalle caratteristiche geografiche ed anche anagrafiche!) gestiti in modo disorganizzato e quindi penalizzante. Regna la confusione, il mancato rispetto dei tempi mentre i quesiti sono improbabili o impossibili quando non siano estremamente stravaganti. Sembra che siano confezionati ad hoc per selezionare a caso e nel mucchio. Superata, bene o male, la prova, si inizia l’anno e anche un immeritato calvario. La competizione, quella malsana, priva di solidarietà e di apprendimento cooperativo è altissima. Pare che i docenti non abbiano nozioni di psicopedagogia ma nemmeno di didattica e di tecniche per la motivazione allo studio e l’apprendimento di un metodo (che non può essere certamente lo stesso delle scuole superiori) se le prove e gli esami non sono preceduti da un vero training ma il grosso della preparazione viene lasciato all’iniziativa del singolo studente che deve barcamenarsi attraverso indicazioni generiche, riferimenti confusi, pochi interventi correttivi e di vero insegnamento. I cattedratici, sovente ammantati di eccessivo egocentrismo, sembrano (con rarissime eccezioni) essere soltanto dei dottissimi propalatori di scienza, addestratori inflessibili a virtuosismi disciplinari e stimolatori di una gara senza esclusione di colpi tra gli studenti il più delle volte “secchioni” piuttosto che talentuosi. Verrebbe da pensare che in certi ambienti universitari non si abbia idea alcuna di che cosa sia la scuola (dalle elementari alle superiori) e di che cosa sia la continuità educativa e formativa.

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La competizione tra allievi si esaspera fino a diventare piano piano sfrenata toccando spesso anche la sfera personale e affettiva degli studenti. Non sono rari gli insulti e lo stalking di gruppi di studenti attraverso i social network per performace negative di altri, oppure l’emarginazione degli studenti più dotati di umiltà, anche se dotati, perché non impegnati nella lotta senza quartiere alla supremazia. Così non si formano certo le eccellenze! Al massimo si generano egoisti virtuosi e presuntuosi arrampicatori sociali! Manca proprio quella capacità di essere solidali, di essere autonomi ma anche cooperativi, di crescere come donne e uomini e non come candidati al Grande Fratello Accademico! Manca la capacità di saper integrare lo studio con il tempo libero in un’accezione di crescita omogenea e non disforica, la capacità, infine di testimoniare quell’essere “capaci e meritevoli anche se privi di mezzi”! Sarà un caso che a fronte di risultati da genietti di molti studenti universitari di oggi il loro tempo libero sia poi dedicato al gossip sociale e a seguire con convinzione i grandi fratelli e le mariedefilippi di turno? Ben venga una scuola dura e selettiva ma fondata sul merito, sulla cooperazione sullo studio aperto e flessibile, senza competizione ma non senza regole. L’università anche nelle punte di eccellenza riesce invece sovente (mentre non resta che confidare nelle auspicabili eccezioni) a esprimersi anche nella sperequazione, specialmente quando non riesce a distinguere amministrativamente tra chi, evadendo le tasse, gode di benefici, alloggi e borse di studio immeritati e chi a volte oltre al danno economico deve subire quello della beffa dei soliti incapaci e immeritevoli che riescono anche, grazie ai loro enormi indichiarati mezzi finanziari e molto dichiarate parentele e affinità, ad avere ottimi risultati di profitto.E il nuovo modello ISEE non ha fatto che peggiorare le cose! Il diritto allo studio dovrebbe essere fondato sulle pari opportunità, sull’equità e sulla garanzia di un insegnamento competente anche dal punto di vista pedagogico e didattico qualsiasi sia il percorso disciplinare e professionale prescelto. Le testimonianze rivelano mancanza di riferimenti pedagogici, di una didattica esplicitata, di organizzazione, di criteri di valutazione palesi e condivisi. L’opposto del concetto di scuola insomma. È forse per la mancanza di fondi che avviene tutto ciò? Per una preparazione aleatoria dei docenti fondata su opinabili purché assodate pubblicazioni e su concorsi di cui ben conosciamo la storia? È a causa delle riforme non riforme succedutesi nel tempo senza di fatto mutare nulla se non ridurre la qualità dell’insegnamento che l’università è diventata un percorso a ostacoli per “i capaci e meritevoli privi di mezzi”?

Giuseppe Campagnoli

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La meritocrazia. Un falso mito.

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Mi sono fatto persuaso, come direbbe il Commissario Montalbano, che le questioni di meritocrazia di cui tanto si parla, a destra, a sinistra (!) in alto e in basso, nel lavoro, nell’amministrazione, a scuola, nelle università etc. siano falsi miti, pericolosi e iniqui nella sostanza. Il merito sembra essere diventato la foglia di fico del neo-neoliberismo a destra come nella sedicente sinistra.

Affinché il concetto corrente di merito possa essere valido e giusto dovrebbero essere assicurate alcune fondamentali propedeuticità: la parità di condizioni di partenza (economiche, sociali, di salute..) la parità di trattamento durante le attività (di lavoro, di apprendimento..), l’assenza di discriminazioni in base al sesso, alla razza, alle convinzioni religiose, ideali e politiche e l’assenza di ostacoli esterni e indipendenti dalla propria volontà. Chi sproloquia ad ogni angolo di merito ne tratta a prescindere dalle condizioni o ha tenuto conto dei requisiti basilari affinché sia garantita a tutti la libertà e l’eguaglianza nello svolgimento dei propri compiti e doveri? La meritocrazia credo, ahimè, che non possa prescindere, per come è strutturata la società in occidente e, peggio, in oriente e nel terzo mondo, dal concetto di competizione e competitività esasperate tutte legate al mercato anche quando si tratti di istruzione, salute, benessere e sicurezza.

Il merito legato alla competizione è quindi una parola d’ordine liberista e non libertaria. Chi la usa non può definirsi progressista e liberal. Alcuni paesi, partendo dal campo educativo stanno affrontando una rivoluzione culturale che tende a ridurre se non ad eliminare la competizione, nemica dell’apprendimento, del lavoro e del raggiungimento di obbiettivi di qualità, in netta controtendenza rispetto a quanto si è creduto finora. I risultati di tale inversione si stanno già apprezzando.

Poiché la natura, come si sa, non ama fare  salti sono convinto che ognuno abbia in nuce  uno o più talenti. Il compito della società è allora solo quello di aiutarci a scoprirli e valorizzarli, non invece quello  di premiare solo chi abbia avuto la fortuna, l’avventura o i mezzi di poterli utilizzare perché già palesi ed evidenti. Chi dà al massimo delle proprie capacità merita lo stesso compenso di chi ha avuto fortuna e talento. Questa è equità.

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Il merito sociale.

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Nella eterna diatriba tra pubblico è bello, privato è meglio, pubblico è disonesto, privato no sarebbe utile rileggere questi contributi apparsi su La Stampa di Torino e scritti dal nostro Giuseppe Campagnoli tempo fa (in coincidenza con la comparsa massiccia sulla scena politica dei “grilletti” difensori alla cieca del privato cittadino contro il pubblico comunque sia.

Plusvalore disvalore

10 Giugno 2011

Cresce ancora la forbice tra i redditi anche all’interno del cosiddetto ceto medio. Sarebbe ora di riflettere su certe remunerazioni inspiegabilmente ipervalutate Rifletto su ricchezza e povertà. La nostra civiltà, che deve molto al diritto romano, all’Illuminismo ma anche alle religioni, non pare abbia fatto tesoro di quest’insieme di valori. Sia chi si professi liberale,liberista o anche socialista e perfino comunista ha trascurato un vecchio-nuovo concetto economico: il plusvalore. Non come lo intendeva Marx bensì come effetto della ipervalutazione del lavoro e dei beni,finanche del solo status sociale a fini speculativi e di profitto indipendentemente dall’effettivo servizio reso per i bisogni individuali o della collettività. Il plusvalore cui mi riferisco infatti è generato come differenza tra il giusto compenso per un’attività lavorativa (che comprendesse, naturalmente, la giusta valutazione dell’investimento in studio e preparazione, del reale rischio di intraprendere, dell’usura del lavoro) e la remunerazione effettiva che è spesso esorbitante in alcune categorie privilegiate da un mercato perverso o da anomalie della contrattazione pubblica e privata. Per la sostenibilità economica e sociale questa differenza dovrebbe essere drasticamente ridotta e resa tale da consentire un tenore di vita dignitoso per tutti. Questo consentirebbe di distinguere tra ricchezza e povertà solo per il comportamento – da cicala o da formica -degli individui, non da ingiustificate differenze tra i redditi, a parità di condizioni di preparazione professionale, di rischio d’impresa, di orario di lavoro, di tasse pagate e non… Mantenere questa forma diplusvalore è diventato più che mai un disvalore ed è anche tra le cause della pericolosa, crescente forbicetra redditi anche all’interno del cosiddetto ceto medio. Non bisogna comunque preoccuparsi perché la società moderna e civile risolve brillantemente sia il problema del plusvalore che quello del disequilibrio tra «ceti sociali » con strumenti economicamente assai avanzati: l’elemosina e le lotterie!

Efficienza sociale

3 Luglio 2013

È il rapporto tra quanto prodotto per il proprio profitto privato e quanto invece come contributo e servizio alla propria collettività, tasse comprese. Per valutare il grado di equità occorrerebbe misurare anche quello che definisco il parametro di efficienza sociale. Partendo dall’assunto costituzionale che recita: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società », questo coefficiente dovrebbe valutare in ogni mestiere, professione, impresa, il rapporto tra quanto prodotto per il proprio profitto privato e quanto invece come contributo e servizio alla collettività, tasse comprese. Quanto più si produce per il bene collettivo piuttosto che per il proprio fabbisogno, sacrosanto ma spesso e per alcune categorie volto anche al superfluo, tanto più ci si avvia a realizzare buona parte del principio di equità. Questo principio è infatti fatto di tre componenti fondamentali: un basso plusvalore (differenziale tra redditi a parità di investimento, lavoro e professionalità) un contributo alla collettività esponenzialmente tarato sul proprio profitto e patrimonio, una garanzia delle pari opportunità da realizzarsi nell’istruzione,nella dotazione di mezzi per raggiungere i più alti gradi di professionalità in base ai meriti ed all’impegno e, infine, anche nelle regole del lavoro, delle professioni e dell’impresa. Un esempio che può chiarire meglio il concetto: un lavoratore pubblico o privato che svolgesse un lavoro socialmente utile (scuola, sanità, trasporti, comunicazione, servizi essenziali…) e pagasse le sue tasse in anticipo potrebbe garantire un tasso di efficienza sociale pari quasi al 70% del suo reddito. Tutti possono fare altrettanto?

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Insane competition.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

La scuola è “maestra di vita” non il coach di una gara fondata sulla malsana competizione senza pari opportunità.

Laddove non c’è né merito né capacità non c’è scuola.

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