Categorie
controeducazione cultura Politica

Paralipomeni dei topi, delle rane e delle sardine.

IMG_1667.jpg

 

 

Discorsetto sopra lo stato presente dei costumi degli italiani.

Tra sardine, venerdì per il futuro, sindacati ed educazione da diffondere.

Ma qual è oggi la classe ristretta di cui parlava Leopardi nel 1824? E qual’è il popolaccio  preso dalle cure del sopravvivere? E chi sono oggi i perfetti epigoni di quel cinismo “nell’animo, nel pensiero, nel carattere, nei comportamenti nel modo di pensare, di parlare, di agire”?   E’ fin troppo facile riconoscere queste categorie che fanno capo ai personaggi più in vista eredi di quella società per bene non impegnata a procurarsi come tutti con fatica il pane quotidiano. Quella società dove il ricco è bene che resti ricco purché faccia ipocritamente professione di populismo. Quella società in cui i salotti dei tempi di Leopardi hanno solo mutato sembianze ma non sostanza e i padroni e padroncini resistono a dispetto dell’evidenza naturale e sociale.  Riconosciamo facilmente in quelle conversazioni leopardiane senza amor proprio, ciniche e violente, le rubriche  di molti giornali, gli editoriali al vetriolo, i talk show infingardi e aggressivi,i titoli razzisti e violanti, le notizie false, tendenziose e parziali, la caccia allo scandalo, l’avversario politico che diventa nemico, le miserie umane che diventano fiction e viceversa, i pulpiti pieni di invettive, insulti, minacce e bugie. Gli italiani  sedicenti onesti e cittadini “per bene” sono questi, mentre di quelli che sono occupati dai propri bisogni primari non si parla o si parla poco meno che quando diventano gli oggetti di carità ed elemosina oltre che di manipolazione quotidiana. Chi si è procurato ricchezze, quasi sempre sfruttando gli altri, predica spesso la tolleranza e la solidarietà, ma, di contro, anche l’intolleranza verso i diversi, la riduzione delle tasse a chi non le ha mai pagate, il liberismo, il populismo e il nazionalismo al posto della democrazia partecipata, il green chic e l’elogio della crescita shock neoliberista “chefabeneatutti” al posto della rinuncia alla crescita per salvare la natura nostra e del mondo.

fullsizeoutput_2444

Nel fondo di questi nuovi tribuni, sempre più ricchi, non c’è più traccia dei concetti di libertà, eguaglianza e fraternità, concetti che anche Leopardi mostrava di ammirare nel citare la Francia illuminista e liberale già esempio di modernità. Da qui la certezza che la democrazia della maggioranza, quando sia plagiata da quelle ciniche conversazioni è una falsa democrazia e che molto più spesso sono da apprezzare alcune minoranze illuminate che possono emancipare le maggioranze obnubilate dai sempreverdi oppi dei popoli che Leopardi riconosceva nelle chiese, le feste, i passeggi, le gastronomie, gli spettacoli.

E allora non diventiamo spocchiosi e supponenti se alcune di queste  minoranze muovono dal basso folle di genti che rivorrebbero partecipazione, libertà collettiva di parola, di scelta, di azione, di vita contro chi vorrebbe nuovi domini, sfruttamenti, recinti, padroni e padroncini. Non andiamo a cercare retroscena improbabili e dietrologie ad usum delphini.

IMG_2132.jpg

IMG_2155.JPG

9f9ab24b-5991-4168-815d-96c87f7f5ad1.JPG

 

Per superare il vero dramma e la farsa che oggi ha condotto quella classe ristretta e cinicamente ipocrita “delle feste, degli spettacoli, delle chiese e dei comizi urlati” nonché delle risse televisive e dei socialnetworks, a crescere fino a diventare la metà degli italiani, ci sono solo partecipazione e resistenza diffuse, educazione collettiva e ad ampio spettro, dialoghi vis à vis e porta a porta. La storia del declino democratico  è stata in crescendo fin dal nostro vergognoso ventennio di inizio secolo, attraverso cinquant’anni di emblematica classe di governanti dedita a quelle perniciose conversazioni ed un ultimo lustro in cui si è assistito al sublimato di questa società stretta che ha occupato i salotti reali e virtuali, le aule, i parlamenti come se i lumi positivi della morale si fossero definitivamente spenti nel giubileo del danaro, delle feste, delle chiese, dei furbi, dei corrotti e delle vannemarchi sparpagliate in ogni dove. Ne è scaturito un vezzo diffuso dell’effimero in tutte le manifestazioni della vita privata e anche pubblica. Si è consolidato un adattamento di tutta la penisola alle superficiali poche antiche cattive pubbliche abitudini ed agli ozi privati consentendo una seconda definitiva conquista da parte dei poteri forti e del malaffare. Queste sono le nuove “chiese, feste e comizi” che rappresentano il sublimato della violenza del conversare e l’intolleranza palese o sottintesa verso gli altri che si moltiplica sulla carta stampata, in televisione, nei bar, nelle liti condominiali, nei social, nelle tribune politiche, come se fossero aspetti naturali della vita.

IMG_0837

C’è anche chi si meraviglia che queste manifestazioni di stupidità e di egoismo siano apprezzate dai più. Si dice che  tutto sommato danno la parola alla povera gente comune. Ma non si dice che  permettono di esprimersi e di sfogarsi contro altra povera gente comune, magari straniera o diversa che se non potesse in futuro accadere a tutti noi. Non si rendono conto gli amanti di tali spettacoli che si sta plasmando un pubblico inetto e incosciente, tutto preso dalla virtualità e dall’invenzione per non accorgersi di essere sfruttato ancor di più e più incisivamente di quando venivano definite la classe contadina e quella operaia, quelle che Leopardi descriveva come non dedite alle conversazioni e ai pubblici deliri perché troppo occupate a sopravvivere.

Molto è oggi manifestazione di apparenza senza contenuti, esibizione senza costrutto, sproloquio di convegni e media che finiscono per convincere la gente che quella sia la vita mentre in realtà è solo virtualità che offusca la realtà e impedisce di percepirne le miserie e i pericoli ma neppure le possibilità e le speranze. La quotidianità è ricolma di slogans, eventi, campagne tutte tese all’esibizione fine a se stessa, lontanissime da ricadute positive nelle trasformazioni della realtà e nel miglioramento della vita civile e nei comportamenti privati che su questa incidono. Gli italiani, anche quelli una volta preoccupati dei loro bisogni quotidiani sono stati ammaliati da pochi imbonitori furbi e immorali, istigatori di separazioni e discriminazioni. Ora, se c’è un risveglio da tanto torpore e c’è chi ricomincia a  partecipare e resistere contro chi pensa prima a sè al suo gruppo e ai suoi affari piuttosto che al mondo, alla natura e alle genti in sofferenza per l’egoismo di tanti, credo sia una specie di miracolo proprio come  quello che accadrebbe diffondendo e profondendo controeducazione nelle cittâ e nei territori, nelle piazze e nelle strade, nelle scuole e in tutti quei luoghi-monumento dei poteri economici e politici da abolire o trasformare prima che sia troppo tardi.

Non importa che si chiamino sardine, sindacati, venerdì per il futuro. Viva  l’eco di Bella ciao. Vivano le sue note a memoria della liberazione dall’oppressione e dalla dittatura, a memoria della speranza di un lavoro libero dalla schiavitù vecchia e nuova dei padroni vecchi e nuovi, della coscienza civile, della solidarietà e dell’empatia, della educazione che affranca l’uomo e non lo stringe in nuovi lacci.

https://youtu.be/oZDiUCj7KE4

Viva quanto altro possa far rinascere e rinvigorire ciò che è già scritto nelle dichiarazioni dei diritti dell’umanità e della natura e nelle costituzioni che proclamano equità, giustizia e libertà. Viva ciò che induce azioni e comportamenti virtuosi e resistenti in ogni luogo, magari fuori dai parlamenti e dalle assemblee costituite nel vecchio recinto.

 

Giuseppe Campagnoli

Riscritto in Dicembre 2019

 

  

Categorie
Educazione italiani Politica Scuola Sociale storia Varia umanità

Italiani: un déjà vu?

Immagine

Discorsetto sopra lo stato presente dei costumi degli italiani del 2019

Ma qual è oggi la “classe ristretta” di cui parlava Leopardi nel 1824? E chi sono oggi i perfetti epigoni di quel cinismo “nell’animo, nel pensiero, nel carattere, nei comportamenti nel modo di pensare, di parlare, di agire”? Ci sono nell’economia, nella politica, nelle comunicazioni, nei media? E’ fin troppo facile riconoscere queste categorie che fanno capo ai personaggi più in vista eredi di quella società “per bene” non impegnata a procurarsi come tutti con fatica il pane quotidiano! Dove il ricco è bene che resti ricco purchè faccia ipocritamente professione di populismo. Dove i salotti dei tempi di Leopardi hanno solo mutato sembianze ma non sostanza. Dove ci si attacca a vicenda quotidianamente e in pubblico… e ci si adula nel privato! E allora riconosciamo in quelle conversazioni leopardiane senza amor proprio, ciniche e violente, le rubriche lettere al direttore di molti giornali, gli editoriali al vetriolo, i talk show infingardi e aggressivi, le notizie false, tendenziose e parziali, la caccia allo scandalo, l’avversario politico che diventa nemico, le miserie umane che diventano fiction e viceversa, i pulpiti pieni di invettive, insulti, minacce e bugie. Gli italiani  sedicenti onesti e cittadini “per bene” sono questi, mentre di quelli che sono occupati dai propri bisogni primari non si parla o si parla poco o diventano gli oggetti di carità ed elemosina mentre chi si è procurato ricchezze quasi sempre sfruttando gli altri predica la tolleranza e la solidarietà, ma anche l’intolleranza verso i diversi, la riduzione delle tasse anche a chi non le ha mai pagate, il liberismo invece del liberalesimo, il populismo al posto della democrazia partecipata. E’ nel fondo di questi nuovi tribuni, sempre più ricchi, non c’è traccia dei concetti di libertà, eguaglianza e fraternità, concetti che anche Leopardi mostrava di ammirare nel citare la Francia come esempio di modernità. Da qui la certezza che la democrazia della maggioranza quando questa è plagiata da quelle ciniche conversazioni è una falsa democrazia e che molto più spesso sono da apprezzare le minoranze illuminate che possono emancipare le maggioranze obnubilate dai sempreverdi “oppi dei popoli” che citava Leopardi: ..le chiese, le feste, i passeggi, le gastronomie, gli spettacoli.

IMG_5685

Categorie
Educazione Politica Sociale Varia umanità

Italiani. Déjà vu? Remake. (3)

di Giuseppe Campagnoli

20131001-210705.jpg

 Gli italiani. Dèjà vu

 

(libera traduzione e parafrasi in chiave moderna del “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani” di Giacomo Leopardi)

Terza puntata

Italia: costume, politica e “conversazioni”

Il “popolaccio” italiano è il più cinico di tutti i popolacci: nessuna nazione supera né eguaglia in questo  il popolo italiano perchè si unisce la vivacità naturale ad una indifferenza acquisita verso ogni cosa e ad una scarsissima considerazione degli altri anche per la mancanza di una vera e propria  società.

Questo fa sì che  la gente non si preoccupi gran che della stima e del riguardo degli altri e non avviene ad esempio altrove quando la società influisce  sul popolo tanto che questo è pieno di considerazione per  indole, verso i propri simili e anche verso le classi  sociali a cui non appartiene.

Categorie
italiani Letteratura Politica Sociale

Italiani. Déjà vu? Remake (2)

di Giuseppe Campagnoli

1169169_1389913364598449_1162417718_n

Gli italiani. Dèjà vu

(libera traduzione e parafrasi in chiave moderna del “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani” di Giacomo Leopardi)

Seconda puntata

In Italia  manca  una vera società civile.

Dovrebbe essere uno degli strumenti principali che restano agli uomini per  non concepire solo la vanità delle cose, ed essere convinti della frivolezza di qualsiasi occupazione effimera  come  del fatto che la vita non sia degna di essere vissuta se non c’è fatica e impegno.

L’uomo per sua natura imita e segue gli esempi…

image

La società civile

Non si libera anche dopo l’emancipazione (seppure arriva mai ad essere emancipato) dal vincolo delle convinzioni e del modo di pensare  degli altri.

In genere imita i suoi simili e prende esempio da loro.

La maggior parte del comportamento umano, del suo carattere, delle sue abitudini e in genere  della sua intelligenza e del modo di pensare, dipende, si regola e si trasforma in base all’esempio degli altri, soprattutto di quelli accanto a cui si vive.

Categorie
cultura Education film

Il giovane favoloso su Education2.0.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Un favoloso giovine: Leopardi fra emozioni e contrasti

giovane-favoloso-sinossi-ufficiale-prima-clip-film-mario-martone

Immagine  dell’ANSA (tratta dal film “Il giovane favoloso”, 2014)

Categorie
Cinema cultura film

Il giovane favoloso.

di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

20140712-134437-49477639.jpg

Un favoloso giovine.”Emozioni e contrasti”.

Le nostre recensioni sul film “Il giovane favoloso”. Presentazione.

“Un film troppo intellettuale? Il racconto di un Leopardi fuori dagli stereotipi? Una biografia educativa per chi ancora non conosce il poeta di Recanati o è vittima dei luoghi comuni? Ricordo che, tempo fa, provai, con un certo successo a “tradurre” in linguaggio attuale e mutando le cose da mutare per attualizzarle, il “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani” scritto da Giacomo Leopardi nel 1824. Il testo fu compreso e, anche grazie a questo, apprezzato da ristretti (come la società ristretta che il poeta e filosofo citava) ma significativi e disomogenei gruppi di lettura. Un po’ diverso e, naturalmente ad un differente livello, è il caso del “Giovane Favoloso”. Ci sono le letture de “Alla luna”, l'”Infinito” e “La ginestra” ma c’è anche un racconto che pare appassionato e non stereotipato della vita e del sentire leopardiani. Il film è piaciuto a docenti di letteratura, a studiosi, addetti ai lavori ed amanti della poesia, del cinema e dell’arte colta che ho intervistato e interpellato. Non credo però possa arrivare  altrettanto al grande pubblico che temo lo possa percepire come noioso, prolisso e troppo intellettuale. Non credo che il cinema, come le altre arti, debbano essere aristocraticamente ipertestetici rischiando di essere anestetici e assolutamente non universali. Il professionista e l’appassionato hanno detto di apprezzare le scenografie e il taglio dei luoghi, la sceneggiatura teatrale, i dialoghi profondi e spesso eruditi, la recitazione esperta e modulata, il ritmo sovente emozionante. Il grande pubblico forse avrebbe gradito una storia capace di educarlo usando il suo linguaggio meno colto, istruendolo, divertendolo e commuovendolo insieme senza però cadere nella fiction più banale. Per non ripetere le impressioni esposte da altri e sottrarmi all’effetto alone di questi giorni ed alle prese di posizione ipercritiche ed iper osannanti, posso affermare di aver condiviso la recensione di Andrea Baroni su “35 mm” quando rileva qualche lungaggine narrativa, indugi sulla condizione fisica e psicologica del poeta e su qualche tratto eccessivamente e pedantemente didascalico. Condivido, per averci pensato a lungo, il cenno, sottotraccia, al timore che pervade tutto il film nell’affrontare, per la prima volta con intenti di serietà e rigore, un personaggio così difficile, geniale e tormentato. Ho trovato discutibili  i flash delle visioni oniriche di Giacomo nei momenti dei suoi deliri tra corpo e mente, mentre ho vissuto momenti di emozione e di memoria, per il luoghi e le atmosfere, da recanatese pervaso veramente di amore e odio verso la città come insieme di persone bigotte e conservatrici ma, a volte, contesto adatto alla formazione di personalità  sensibili e geniali. Ho subito la  noia per i risvolti scolastici nella recitazione di versi che fanno parte di me ma che avrei voluto ascoltare da altra voce e con altri ritmi e pause. Non sono d’accordo con quanti, percorrendo un altro pericoloso luogo comune, Roberto Saviano compreso, hanno dato la colpa alla scuola di aver “stuprato” Leopardi presentandolo di fatto come lo sfigato del Sabato del Villaggio e del “Sempre caro mi fu..” affidando il pesante e immeritato compito di una “riabilitazione” al film di Martone. Io, che, per inciso, ho frequentato il Liceo Classico Giacomo Leopardi di Recanati dove mi diplomai facendo un tema di italiano sul pensiero di Leopardi e Shopenauer, insieme a molti altri come me, per formazione e sensibilità, hanno sempre saputo bene quel che oggi ci pare tentare di raccontare tra le righe Martone. Lo abbiamo sempre saputo meglio e di più grazie a docenti illuminati e profondi.  E’ pericoloso ed ingiusto generalizzare e banalizzare un’ idea del poeta diffusa tra l’ignoranza e perpetuata con l’analfabetismo di ritorno di quei non pochi italiani che Giacomo già descrisse nel 1824. Nel film  si tenta di far giustizia presso il grande pubblico, ma non è scontato  che quest’ultimo lo veda e ne regga l’impostazione erudita. Mancava davvero poco,infatti, per dirla ancora con Baroni, per giungere alla definizione di un’opera d’arte e forse di un capolavoro? Certo è che le emozioni indotte per fortuna restano. Vi proponiamo, oggi e domani due recensioni di nostri autori marchigiani.

Giuseppe Campagnoli, 18 Ottobre 2014

IMG_4397

 Epistolario di Giacomo Leopardi a cura di Prospero Viani 

Editore Gabriele Saracino Napoli 1858 (proprietà di Giuseppe Campagnoli)