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Buon anno scolastico!

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La Buona Scuola non si fa assumendo tutti i precari generati da patti scellerati tra sindacati e governi liberisti senza pensare ad una forma immediata di preparazione universitaria ad hoc e, solo dopo, ad un reclutamento rigoroso e non aleatorio del numero di docenti strettamente necessario alla scuola e in linea con gli standards numerici europei.

La Buona Scuola non si fa mettendo la miseria di 4 miliardi per l’edilizia scolastica quando i piani triennali di qualsiasi paese serio ce ne investono almeno 20 alla volta. Cosa buona sarebbe ripensare l’intero sistema degli spazi per concepire la scuola nella città e nei suoi luoghi di cultura: non più scatole fatiscenti ma chiuse in cui ci si annoia e si vive per lo più in simbiosi col proprio banco!

La Buona Scuola si fa pagando gli insegnanti a livelli europei ma solo dopo averli formati e preparati pedagogicamente e didatticamente e solo dopo aver rivoluzionato l’organizzazione del lavoro, il sistema dei curriculi e delle materie che sarebbe ora sparissero per far posto a saperi integrati e multitasking. La buona scuola si fa pagando gli insegnanti in relazione ad una progressione di carriera legata al merito in un sistema di valutazione (come altrove nel mondo) serio, terzo e scientificamente affidabile.

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Educazione Politica Sociale

Stipendi e mercato

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Ecco una lettera inviata a La Stampa di oggi. Questa è la legge del mercato dei manager? Ecco il perché delle mie lettere sull’equità e sulla necessita di “plafoner les revenues” dove citavo i peccati ma, sottotraccia, anche gli illustri peccatori!

“Scuola, noi manager come Moretti

Gentile Direttore, sono Dirigente Scolastica di un Istituto Comprensivo a Cuneo, composto di 11 Plessi sparsi tra le campagne dell’Oltrestura. Il mio stipendio – dal cedolino di questo mese – è di 2.495.64 euro. Devo dirle che è un po’ di tempo che voglio scriverle, ma l’intervista sulla Stampa all’a.d. delle Ferrovie dello Stato Moretti mi ha fatto venire una rabbia tale che non ci ho più visto! Il Signor Moretti guadagna 850.000 euro l’anno, ed è, come me, un manager. Bella differenza, vero? E sarebbe pronto ad andare all’estero se Renzi decidesse di abbassare la sua retribuzione!!! Non c’è davvero nessun limite al peggio. Il signor Moretti dovrebbe sedersi un po’ sui suoi treni, quelli regionali, però, non l’alta velocità, e percorrere per qualche giorno una qualunque tratta ferroviaria in Italia. Io abito a Cuneo, ma lavoravo in Provincia di Torino l’anno scorso, con tragitti giornalieri, o meglio, gimkane quotidiane tra treni in ritardo, treni soppressi, sporchi, pieni di gente all’inverosimile, freddi come una ghiacciaia o torridi come il deserto del Sahara.  Non mi sembra un risultato positivo, ma il signor Moretti, ignaro di tutto ciò, o meglio, volendo ignorare tutto ciò, si pavoneggia con la presentazione di un piano da 11 miliardi di nuovi treni.  Non essendo riuscito a far funzionare quelli vecchi, mi domando che cosa aspetta a emigrare: in Germania – dove lo pagherebbero tre volte di più, lo caccerebbero se le sue performance fossero quelle ottenute in Italia! «I manager bravi andranno tutti all’estero, se gli si abbassa la retribuzione», dice Moretti, «bisogna far sì che i manager bravi vengano dove ci sono imprese complicate, dove ci sono da prendere rischio ogni giorno»! A parte la forma della frase, che non mi sembra in buon italiano, per cui direi che un bravo manager dovrebbe, prima di tutto, esprimersi in lingua supercorretta – visto quanto lo pagano! -, vorrei sottolineare che i dirigenti scolastici – tutti – gestiscono imprese complicatissime, e si «prendono rischio» tutti i santi giorni, a partire dai problemi connessi alla sicurezza, per arrivare alla gestione di 1200/1300, anche 1500 alunni, con a seguito famiglie, centinaia di dipendenti – io ne ho 140! – e sedi a gogò. Perché, allora, questa differenza di retribuzione? Quale «manager» accetterebbe un cedolino come il nostro? Ben vengano allora i tagli di Renzi: e sarebbe ora che ci venisse riconosciuto l’enorme carico di lavoro e responsabilità che è stato calato sulle nostre spalle con un contratto fermo da anni, e la fatidica e fantomatica «retribuzione di risultato» che è rimasta in qualche cassetto. ”    Mariella Rulfi

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