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Autocostruire la città e l’educazione

L’architettura dissenziente (vedi Colin Ward) e l’educazione diffusa (vedi Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli)possono aiutare a  costruire nuove città e territori. Trasformare il ruolo di architetti, urbanisti, insegnanti ed educatori in funzione di una visione partecipata e collettiva della città e dell’educazione è possibile. Le difficoltà a far digerire una siffatta concezione non è trascurabile perchè si sottrarrebbero poteri a figure e sistemi che hanno il monopolio  della gestione del futuro dei luoghi e delle persone, ma vale la pena darsi da fare per questo. L’idea è che una città educante non si costruisce dal nulla o non si trasforma dalla vecchia configurazione imponendola ex cathedra ma si autocostruisce leggendo la sua storia, interpretando i suoi valori educanti in modo collettivo e proseguendo in modo coerente la sua crescita positiva ed a misura dell’umanità che la deve vivere. Solo una discreta organizzazione condivisa dal basso potrà essere affidata ad esperti ed addetti ai lavori che assumeranno il ruolo di mere guide e traduttori per ridurre e assorbire virtuosamente quegli spazi di improvvisazione e di non conoscenza che potrebbero indurre una partecipazione spontaneista o una democrazia diretta tout court. Le norme ed i regolamenti saranno solo dei pretesti e dei pro-forma ovvero delle convenzioni condivise per poi muoversi liberamente a concepire fisionomie diverse per i territori e le città e per i luoghi dell’educare già presenti in essi o da progettare e realizzare. La residenza, le strutture pubbliche collettive aperte e chiuse (nel senso di protette dagli agenti atmosferici) i parchi e i giardini, le campagne, i monti e i litorali dovranno essere letti e reinterpretati, in qualche caso per trasformarli, in altri per conservarli. Il territorio e la città vanno ascoltati e assecondati per evitare fratture pericolose ad uso solo della speculazione o del successo di qualche tecnico o politico narcisista.

La natura e la città suggeriscono se, come, quando, dove e cosa costruire. Ed è nel rispetto della natura dei luoghi e della storia che l’intorno deve crescere e trasformarsi. Solo così l’ambiente spontaneo e modificato sarà anche educante. L’interazione tra locus ed educazione deve giovarsi di una sintesi virtuosa tra tutte le esperienze, gli esperimenti, le teorie che nel tempo hanno mostrato di avere a cuore il futuro dei bambini, dei giovani e anche degli adulti e degli anziani, perchè l’educazione non finisce mai. Inizia la vita e inizia l’educazione,ancor prima di uscire all’aperto! È per questo che è la cosa più importante. È per questo che il resto viene dopo e di conseguenza. La natura disinteressatamente avvia la sua azione educativa con una relazione reciproca. Comunità e genitori quasi sempre non sono disinteressati e quasi sempre inculcano informazioni, idee, saperi che sono costruiti dalle storie, dalle visioni della vita, dalle tradizioni, dalle convenzioni sociali, dall’economia e dalla politica, non sempre buone, non sempre rispettose della natura e dell’umanità. Ecco perché l’educazione è il motore del vivere singolarmente e in gruppo e deve portare con sè idee virtuose di socialità, di economia, di rapporto con la natura e con gli altri, di costruzione dei luoghi dove vivere, interagire, apprendere. Occorre fare uno sforzo collettivo per rinunciare a tanti spuri settarismi che hanno a volte in sé qualche buon seme di cambiamento ma che spesso vivono di autoreferenzialità e producono e riproducono ad libitum eventi, incontri, seminari, esperienze fini a sè stesse e ormai autoincensanti. L’educazione diffusa deve invece avere la forza di raccogliere  semi diversi e valorizzarli in un unico grande progetto che metta insieme idee e teorie senza che nessuna prevalga o diventi egemone ma rinasca a nuova vita superando i marchi o le”firme” pedagogiche ormai divenuti sterili stereotipi.

Non è il bosco, la radura, il giardino il luogo esclusivo dell’educazione, come non lo è neppure la città e le sue parti, ma è l’insieme di tutti questi spazi che si trasformano per diventare essi stessi una specie di grande abbecedario della vita, da scoprire in autonomia senza imposizioni o regole stringenti ma con l’aiuto di guide sapienti e disinteressate. Chi è ancora delegato per convenzione e regola a progettare le trasformazioni delle città e dei territori deve avere in mente tutto questo e piano piano si dovrebbe far da parte una volta educata la società a provvedere da sola per  interpretare gli impercettibili movimenti tra spazi urbani ed extraurbani e diventare capace di pensarne e realizzarne le evoluzioni per gli scopi dell’abitare, del curare, dell’educare, del divertirsi, dell’amare, del condividere e del lavorare per la comunità prima e per il proprio benessere poi. Non più urbanistica, non più edilizia popolare, scolastica, pubblica o privata ma una architettura collettiva e spontanea, rigorosamente rispettosa dei luoghi, come è avvenuto in certi momenti spesso sottovalutati della storia del mondo e come avviene ancora in certe civiltà tacciate dai presuntuosi difensori della crescita e del progresso come retrograde e selvagge. Dissentire in educazione come in architettura  è la parola d’ordine per il cambiamento delle città in cui viviamo. Scrive John F. Turner:  “I poveri delle città del Terzo Mondo – con alcune ovvie eccezioni – hanno una libertà che i poveri delle città ricche hanno perso: tre tipi di libertà : «La libertà di autoselezione della comunità, la libertà di provvedere alle proprie risorse e la libertà di dare forma al proprio ambiente”

“L’architettura medievale raggiunse il suo splendore non solo perché fu il naturale sviluppo del lavoro artigianale; non solo perché ogni costruzione, ogni decorazione architettonica, fu ideata da uomini che conoscevano attraverso l’esperienza delle proprie mani gli effetti artistici che si potevano ottenere dalla pietra, dal ferro, dal bronzo, o perfino semplicemente dal legno e dalla malta; non solo perché ogni monumento era il risultato di un’esperienza collettiva, accumulata in ogni «mistero» e in ogni mestiere: fu grandiosa perché era nata da un’idea grandiosa. Come l’arte greca, essa sgorgò da una concezione della fratellanza e dell’unità che la città aveva rafforzato. Una cattedrale o un palazzo comunale simboleggiavano la grandezza di un organismo di cui ogni scalpellino e tagliapietra era il costruttore. Una costruzione medievale non ci appare come lo sforzo solitario nel quale migliaia di schiavi svolgevano il compito assegnatogli dall’immaginazione di un solo uomo: tutta la città vi contribuiva. La torre campanaria si elevava sopra alla costruzione, grandiosa in sé, e in essa pulsava la vita della città.” Pëtr Kropotkin, Il mutuo appoggio, 1902

“Queste idee sbagliate nascevano da diversi tipi di malintesi. Uno di essi rimandava al disprezzo per le costruzioni medievali che era emerso dopo il Rinascimento. Lo stesso termine «gotico» divenne una parola che implicava scarsa considerazione per i rudi manufatti di tribù barbariche. Una tale concezione ha fatto nascere per converso l’idea che questi manufatti potessero essere realizzati da chiunque. E quando nel diciannovesimo secolo essa fu ribaltata, anzi si cominciò a ritenere che quella gotica fosse l’unica vera architettura cristiana, le cattedrali vennero guardate romanticamente attraverso una nebbia di religiosità mistica.”  “Per Ruskin l’architettura classica era espressione di un approccio alla costruzione nel quale il capomastro greco e coloro per cui egli lavorava non potevano sopportare «la comparsa di una qualsiasi imperfezione», per cui «ogni decorazione che egli faceva eseguire ai suoi operai era composta di pure forme geometriche (…) che dovevano essere eseguite con assoluta precisione di linee e secondo regole inderogabili; ed erano alla fine, a loro modo, perfette quanto la scultura figurativa di sua mano». Anche nel Rinascimento «l’intera costruzione diviene una tediosa esibizione di ben educata imbecillità». Invece l’esortazione dell’architetto gotico, egli sosteneva, era di tutt’altro tipo. ” 

“L’idea popolare del mestiere di architetto è quella di un mucchio di primedonne che se la spassano con lavori di lusso, oppure di schiavi della speculazione privata o della burocrazia pubblica. C’è invece un approccio minoritario e dissidente che vede l’architettura come una diffusa attività sociale, nella quale l’architetto è un propiziatore, o un riparatore, più che un dittatore estetico” …“La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio.” Passi di: Colin Ward – Giacomo Borella. “Architettura del dissenso – forme pratiche alternative dello spazio urbano”. Apple Books.

Come i mentori in educazione, ci sarà bisogno anche di mentori in architettura sociale. Queste sono le figure che potrebbero diventare gli architetti piano piano nel tempo. C’è chi qualche anno fa aveva parlato degli “architetti condotti” specie di architetti di famiglia e di società per interpretare i bisogni di entrambi e aiutarli a renderli spazi e luoghi significativi per  pensare luoghi e costruire con la gente veramente, non con i falsi coinvolgimento della cosiddetta “architettura partecipata”che è comunque un passo avanti ma dove  il professionista mantiene ancora la sua leadership indiscussa. C’è comunque bisogno di un abaco dell’architettura che possa diventare patrimonio comune e un bagaglio da cui attingere elementi e stilemi per pensare, disegnare, costruire o trasformare luoghi e manufatti. Di qualcosa del genere scriveva anche Aldo Rossi anche quando si riferiva alla “città analoga” e quando sentiva la necessità, non ordinatoria ma strumentale  di un repertorio condiviso di segni, di forme, di volumi e di elementi costruttivi patrimonio universale e particolare degli uomini che vogliono interpretare le pulsioni alla crescita e trasformazione urbane e ambientali. Una lingua dell’architettura che tutti possono usare  ed applicare con l’aiuto di “traduttori” virtuosi e preparati e che trae origine dalla conoscenza profonda storia delle città e dei territori senza disconoscerla o interromperla bruscamente per i privati bisogni mercantili o di gloria. E allora avremo assimilato elementi collettivi come il portico, il cortile, la piazza, il chiostro, la torre, la rampa, l’arco, il portale, l’anfiteatro, il teatro, la colonna…

Potrebbe nascere anche un Manifesto dell’architettura diffusa in analogia con quello dell’educazione: un tandem virtuoso che restituirebbe alla città significati, poetiche, mestieri e scenari ormai persi da tempo a vantaggio degli speculatori, dei mercanti che ne hanno fatto, nella migliore delle ipotesi , degli inutili e squallidi teatri turistici di massa. Passando dalle riflessioni del Disegno della città educante, prima edizione autoprodotta di un manuale sulla forma di una città che educa, fino alle proposte concrete oltre che poetiche dell’edizione in preparazione de “L’architettura della città educante” si potranno annotare i passi di un cammino parallelo che trasformi gli spazi che viviamo in splendide realtà coinvolgenti e vocate all’educazione incidentale, permanente, diffusa.

Giuseppe Campagnoli 12 Gennaio 2019

Il manifesto della educazione diffusa e le linee guida

 

 

 

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Sperimentare la scuola diffusa nella città

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Trasformare l’educazione e la città dal basso.

Dopo la pubblicazione del Manifesto della educazione diffusa  la campagna di adesioni sta proseguendo ed anche i contatti per avviare iniziative e progetti. Per agevolare la messa in pratica di proposte sperimentali provo a fare una estrema sintesi delle principali ineluttabili azioni concrete da poter mettere in campo fin da ora.

    • Il primo passaggio fondamentale è la costituzione della Rete di coordinamento della educazione diffusa con la fondazione di una associazione, un comitato e una direzione scientifica che garantiscano le competenze nelle aree educative e pedagogiche, amministrative e di pianificazione e progettazione architettonica. Dalla rete nasceranno gruppi formali e informali (alcuni sono già presenti sui socials) per avviare o progettare esperienze di educazione diffusa.

 

    • A livello periferico e locale occorre costruire micro-reti di educazione diffusa e comunità educanti composte da almeno un istituto scolastico, un comitato di genitori, enti pubblici, associazioni, botteghe, teatri, mercati, biblioteche e librerie, musei, professionisti volontari e singoli cittadini. Il tutto potrebbe già operare negli spazi disponibili nelle norme per le sperimentazioni e l’autonomia scolastica.

 

    • I primi firmatari del Manifesto supporteranno le iniziative in nuce proponendo incontri formativi e di progettazione nei territori a loro prossimi.

 

    • I gruppi di supporto alla sperimentazione locale, costituiti attraverso la rete di coordinamento, attiveranno la progettazione volontaria di architetture tese a  trasformare gli spazi individuati nella città educante in altrettanti luoghi di apprendimento, ricerca e condivisione e per proporre idee alle amministrazioni locali in sostituzione della obsoleta e superata edilizia scolastica verso il concetto di basi, portali e agorà da dove partire, tornare e sostare per scambiare, condividere, verificare le esperienze vissute nelle peregrinazioni educanti per la città il territorio (cfr. Il disegno della città educante)

 

    • La sperimentazione si avvierà includendo sempre più parti di attività di “scuola aperta” diminuendo gradualmente l’orario rigido al chiuso per sostituirlo con  momenti flessibili di attività per aree tematiche all’esterno e nei luoghi educanti della città, per tutto l’arco dell’anno solare.

 

    • Strumenti come protocolli e convenzioni sono già delle collaudate modalità per coinvolgere ed impegnare enti, associazioni, privati, sponsors. Potranno essere attivate dai gruppi locali apposite campagne di donazione e di contribuzione o attivare la partecipazione a bandi nazionali o europei.

Importantissima è infine l’azione di sensibilizzazione nei territori con incontri e seminari divulgativi, performances, mostre, street socials, concerti, spettacoli teatrali e ogni altra iniziativa pubblica utile a far conoscere l’idea e promuovere le esperienze di educazione diffusa. 

Pesaro 18 Settembre 2018

Giuseppe Campagnoli

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Il manifesto della educazione diffusa si “diffonde”. Ma l’architettura della città?

 

Dopo aver assistito al meraviglioso varo del Manifesto della educazione diffusa che centinaia di adesioni sta ricevendo che si spera siano tutte operative, alla data di riapertura delle scuole (nulla per ora è cambiato) resta l’urgenza di riflettere su un aspetto non trascurabile del  progetto sull’educazione diffusa. Emerge prepotente da tutti i risvolti dell’esperienza vissuta intensamente (libri,seminari, convegni, articoli, dibattito serrato) in questi ultimi due anni (dal seminario di Cesena del Settembre 2016) la carenza di cultura architettonica ed urbana in gran parte degli attori e del pubblico che hanno seguito il processo evolutivo dell’idea di una scuola senza mura. D’altra parte l’Italia, se si eccettuano le tante archistars del libero mercato internazionale ipertecnologiche e narcisiste, è da decenni un panorama desolato di centri storici deturpati o abbandonati, di periferie squallide e invivibili, di architettura inesistente e di edilizia pervasiva, mercantile e mostruosa. Non è un caso se accanto al successo del Manifesto della educazione diffusa pubblicato nel Marzo del 2017 altrettanto non è accaduto per “Il Disegno della città educante” dove si argomentavano, anche in termini progettuali e operativi le indispensabili  e ineluttabili trasformazioni, anche radicali della città per poter trasformare la scuola in educazione diffusa. Persino la politica insiste a minimizzare il ruolo dei luoghi dedicati all’educazione con posizioni pervicacemente retro, quando persevera diabolicamente nell’intervenire in termini di edilizia scolastica facendo sospettare persino che ci sia uno strizzare l’occhio alle economie del costruire. Eppure potrebbe essere proprio l’insieme di queste trasformazioni del tessuto urbano in funzione educante la chiave di volta per il recupero, il risanamento il ridisegno delle nostre realtà territoriali (città, campagne, ambiente in generale) attraverso le emergenze architettoniche vecchie e nuove che si caratterizzerebbero anche per una marcata vocazione culturale e didattica.

Non sto a ripetere le argomentazioni più volte espresse nei miei tanti articoli e saggi per ribadire come quelli che avevo chiamato già nel 2010 nel Secondo Manifesto della scuola marchigiana “luoghi da amare”   non possono essere un aspetto marginale o di semplice contorno nell’idea di una città educante. Non si cambia l’educazione solamente uscendo più volte dai reclusori scolastici che per la maggior parte del tempo resterebbero tali o moltiplicando le gite e le visite scolastiche horslesmurs. Va ribaltato il concetto di luogo dell’educazione e l’architettura ha un ruolo determinante in questa trasformazione radicale della scuola e della città insieme. Ahimè pochi o nulli sono ancora gli architetti, gli urbanisti, gli esperti di disegno urbano (il sottoscritto non fa eccezione…) invitati o coinvolti nelle varie kermesses in programma già dal mese di settembre sulla educazione diffusa. E’ veramente un peccato. Speriamo che gli organizzatori e gli sponsors degli eventi si ravvedano presto e capiscano che l’educazione diffusa non si realizzerà senza le necessarie trasformazioni dei luoghi della città e della città stessa.

Scuole e carceri moderne

 

“Ancor prima di effettuare l’annunciata simulazione giocosa sul corpo vivo di una vera realtà urbana, vorremmo lasciare un messaggio in bottiglia ad educatori ed architetti giovani e visionari capaci di raccogliere il testimone con entusiasmo. Occorre costruire un abaco di tipologie da forme urbane vecchie e nuove che abbiano in nuce l’essenza dell’accogliere collettivo e dell’educare in reciprocità come lo hanno sempre fatto una casa o un teatro, un bosco ed un museo, una piazza e una strada spesso senza bisogno dei maldestri architetti interpreti   spesso solo di sè stessi. Non più l’urbanistica (che ordina e controlla) ma il disegno poetico della città in divenire che come un organismo vivo cresce e si trasforma insieme a chi la vive liberamente mentre apprende con le genti e le cose d’intorno. Tra un architetto e un filosofo più un poeta fantasma che alberga in entrambi, sono stati partoriti le radure e le piazze, le strade cupe, i portali, i giardini di insalate e frutteti, le fontane che danno vino e cioccolata, gli orti teatrali e la babelica biblioteca totale, il quartiere dei balocchi e dei burattini, il giardino delle bocce e degli scacchi, l’emeroteca ciclabile, il museo peripatetico e gli alberi dei tablets e degli smartphones. Ritorneranno presto i fantomatici, misteriosi mimetici cubi specchiati e variopinti, non-architetture ma macchine fantastiche e interattive già avvistate in giro per l’Europa nei disegni a Bruges e Strasburgo come a Venezia, Vienna, Lucca e Pesaro. Essi, provocatori dei ex machina, ed eros urbani, dialogano con i vecchi palazzi e manieri e li invitano ad aprirsi e a diventare bei luoghi dove vivere, lavorare ed imparare senza funzionalismi ingenui o ordinatori.

Da queste fantasie nascono i più realistici tentacolari portali che disegneranno le forme essenziali mentre sarà chi li vive a riempirli di volta in volta di significati e contenuti come belle e multiformi stazioni di partenza per viaggi della conoscenza dove l’errore ha il solo senso del suo etimo errabondo.Questi potranno essere, accanto a tutti gli altri luoghi del vivere e del lavorare per vivere, gli oggetti e i tipi architettonici della città educante cui sarà data la prima forma. Alcuni sono già nei nostri schizzi, altri nelle nostre menti pronti ad uscirne per affidarli a chi saprà renderli finalmente reali. ” Dall’anteprima de “Il Disegno della città educante.” di Giuseppe Campagnoli pronto per la seconda edizione nel 2019.

Giuseppe Campagnoli 1 Settembre 2018

 

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Il cammino dell’educazione diffusa.

Partendo dai prodromi insiti nei libri “Piccolo manuale di controeducazione” di Paolo Mottana e “L’architettura della scuola” di Giuseppe Campagnoli, datati rispettivamente 2011 e 2007,e dalla teoria di altri scritti sulle nuove idee di educazione e di luoghi dell’educazione la strada è stata lunga ma proficua. Nel 2017 è uscito il libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” scritto a quattro mani da Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli, mentre immediatamente dopo appare “Educazione diffusa. Per salvare il mondo e i bambini” dello stesso Paolo Mottana e di Luigi Gallo, che riprende ed amplia alcuni concetti riferiti all’educazione presenti nella “Città educante…”

L’anno 2017 è stato un periodo pieno di incontri, seminari, presentazioni dedicati all’idea, al libro ed al progetto che ne frattempo si stava costruendo in diverse realtà per provare a sperimentare nel reale. Da Cattolica a Recanati, da Roma a Milano e Monza, da Macerata, Urbino, Pesaro, Fano e Senigallia, Genova, Riccione e tante altre città e regioni, con echi fino in Francia e Brasile.

L’accelerazione nel 2018, dopo il convegno nazionale “Ma sei…fuori?!” in Maggio a Milano ha portato a scrivere e pubblicare, con il prezioso aiuto della redazione di Comune-info il “Manifesto della educazione diffusa” in forma operativa, con appunti indispensabili e utili a chi, tra scuole, comuni, associazioni, genitori, insegnanti, volesse sperimentare l’idea nei luoghi della città e sempre più fuori dai reclusori scolastici per trasformarla finalmente in educante. Anche l’anteprima di un manualetto su come trasformare con l’architettura la città in educante (Il disegno della città educante) ha spinto in avanti la realizzazione concreta dell’idea. Ora dovremo calare nella realtà quante più “prove” di educazione diffusa. E nuovi strumenti nasceranno: gruppi, spazi di condivisione in diretta, seminari e incontri.Stanno per uscire due articoli su Innovatioeducativa e  La rivista dell’istruzione:

Brecce nell’establishment scolastico e anche nel “finto nuovo che avanza”.

Siate pronti e attivi!

Ecco gli appuntamenti già in calendario per settembre.

https://quartiereeducante.com/2018/08/26/tanti-appuntamenti-per-settembre/

Giuseppe Campagnoli

Il video del convegno di Cesena nel Settembre 2016 dove l’idea fu esposta in anteprima nazionale.

Propongo qui un collage di tutti gli eventi e delle suggestioni di questi due anni di lavoro e di coraggioso entusiasmo.

 

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Un manifesto politico

 

E’ tempo di sottolineare gli aspetti squisitamente politici del “Manifesto dell’educazione diffusa” scritto a quattro mani da Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli che di tanto dibattito e di tanti incontri su e giù per l’ Italia è stato protagonista, provocando anche belle iniziative ed esperimenti suggestivi di controeducazione. Ad ogni frase c’è un riferimento ad un’ idea di società, di educazione e di città decisamente rivoluzionaria. Mi piace ricordare qui, scorrendo il testo, qualche pensiero che molti hanno condiviso e che aiutano a non equivocare il messaggio profondo del Manifesto stesso.

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“Ma occorre cambiare, capovolgere questo modo carcerario di intendere l’educazione”

“L’energia  che questa popolazione reclusa (i bambini, i ragazzi, gli stranieri, gli anziani..) potrebbe imprimere alla vita sociale è incalcolabile se solo si potesse metterla davvero in moto e non tenerla in scacco, stagnante, incatenata)

“Sulla scia di una discreta organizzazione, in una città, si può cominciare ad immaginare la nuova scuola e la nuova educazione in diverse dimensioni: quella storica e architettonica, quella logistica, quella organizzativa e quella pedagogica e culturale, senza scindere più tra spazi per apprendere, per comunicare,per esibire, per documentare, per vivere.”

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“non si può imparare in luoghi e spazi che incitano alla guerra del competere e alla gerarchia nella forma e nella concezione”

“L’educazione incidentale è il primo riferimento per un nuovo modo di pensare l’educazione”

“La seccante e vana discussione sulla valutazione, sulla verifica, sulle prove, con l’educazione diffusa conoscerà finalmente la sua fine”

“Nessuno sarà inserito in tirocini o apprendistati volti ad essere immessi precocemente in un mercato del lavoro distruttivo e del tutto alieno da ogni finalità di autentico sviluppo e ampliamento delle capacità delle persone..”

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“Non c’è bisogno di costruire altre scuole e non c’è neppure bisogno di ricostruire quelle distrutte da eventi naturali o dall’incuria e disonestà dell’uomo. Se la metà delle scuole italiane non si può mettere a norma né ora né mai, l’altra metà è vecchia sia concettualmente che fisicamente. Rincorrere gli adeguamenti e i restauri per tutta la vita di edifici che funzionano solo metà del tempo e sono irrimediabilmente obsoleti anche quando progettati l’altro ieri è folle oltre che antieconomico. Gli spazi dove si fa scuola sono lo specchio di come è il modello di scuola oggi.”

 

“Ma occorre cambiare, capovolgere questo modo carcerario di intendere l’educazione. Occorre che essi possano tornare ai luoghi da amare, alla città anzitutto, che è un insieme di luoghi per apprendere, cercare, errare (l’errore!) osservare, fare e conservare per condividere, riconoscersi e riconoscere.”

“Fa comodo alle autorità mettere sotto scorta chi si muove in maniera imprevedibile ancora al di fuori del compasso ordinatore dell’ordine del lavoro. Fa comodo a chi li ha messi al mondo sapere che sono sotto protezione, non abbandonati a sé stessi e alle loro pulsioni mobili e variabili, liberandoli dal timore che si avventurino in zone ignote, alla mercé dell’inatteso e del sorprendente. Fa comodo a tutti sapere i bambini e i giovani fuori dal mondo.”

 

“Basta con l’obbligo, con il sacrificio e con la sottomissione, ogni fatica deve contenere in sé la sua ricompensa, deve essere l’anello di un tracciato di cui si coronano in tempi brevi continue tappe di soddisfacimento.”

“Costringerà a rallentare, a prestare attenzione, a farsi attori di cura, di attenzione, di comunicazione, informazione, orientamento. Interpellerà tutti, mostrando che si può abitare la città come un grande luogo collettivo (e virtuosamente mescolato), di conoscenza, di cultura, di esperienza, di operatività sensata.”

 

Giuseppe Campagnoli

4 Giugno 2018

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La scuola diffusa. Una storia.

La scuola diffusa non può essere appannaggio del populismo che dice di essere per il popolo ma lo inganna e lo manipola. Non è la “buona scuola” ma neppure ciò che si profila come il dopo “buona scuola” conservatore e autoritario. La scuola diffusa non è l’educazione civica nelle scuole e neppure più soldi per i reclusori scolastici. Educazione è libertà di pensiero, di movimento, di accoglienza, di tolleranza. Educazione è libertà dai mercati piccoli e grandi. Non è meritocrazia e nemmeno controllo e valutazione. Educazione è una città nuova per tutti gli uomini e non solo per gli italiani. Meraviglia e sconcerta che molti insegnanti abbiano sostenuto i partiti del neo governo. Partiti che hanno condiviso un programma fondato sull’intolleranza, la finta lotta alle disuguaglianze, la difesa delle imprese piuttosto che dei lavoratori, l’omofobia e la deportazione dei migranti, degli zingari e dei derelitti (non vi ricorda qualcuno?), gli interventi conservatori e retrogradi sulla scuola.Partiti applauditi dai fascisti di CasaPound. Con certi insegnanti si potrà passare solo dalla brutta “buona scuola” ad una terribile “nuova scuola”.Mala tempora currunt.

Giuseppe Campagnoli 2 Giugno 2018

 

La scuola diffusa: oltre le  aule. Una storia da raccontare per riflettere

 

La mia classe en plein air. Giuseppe Campagnoli 2013

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E’ in crescita la ricerca sull’architettura per l’apprendimento e su quella che in Italia si chiama ancora edilizia scolastica e altrove education facilities o school building. Ma non tutto oro è quel che riluce e per mia esperienza ho constatato, come diceva Manfredo Tafuri, che almeno 9 libri su 10 vanno letti in diagonale. Non ho visto nella saggistica e negli esperimenti concreti in Europa e nel mondo nulla di veramente nuovo e rivoluzionario. Il cambiamento può nascere  da un’idea che era già in nuce nel mio libro “L’architettura della scuola” edito da Franco Angeli, Milano nel 2007. Il volumetto suggeriva una concezione innovativa degli spazi per l’apprendere. E’ il momento di intraprendere la strada per un dibattito più ampio e, auspicabilmente, una sua sperimentazione concreta.

 

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Nel capitolo  “I principi stilistici e architettonici per una progettazione non di maniera” del mio libro L’architettura della scuolasi legge, tra l’altro:  “ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”. “La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”  Da qui, dopo quasi tre anni di studi e ricerche e la partecipazione ad un Concorso Internazionale bandito da Achitecture for Humanity: “The classroom for the future” hanno avuto origine i primi documenti teorici  sulla “Scuola diffusa” pubblicati su Educationdue.0 nel  2011 e nel 2012 cui hanno fatto seguito altri interventi su riviste specializzate e sulla stampa. Due piccoli pamplhet di architettura autoprodotti hanno completato il quadro. L’incontro cruciale con il professore di filosofia dell’educazione a Milano Bicocca Paolo Mottana e la sua Controeducazione ha chiuso il cerchio magico tra educazione ed architettura del nuovo millennio 

La scuola: Luogo o non luogo?

La scuola diffusa, Provocazione o utopia?

 Per Adolf Loos quando un uomo incontra in un bosco un tumulo di terra che segnala una trasformazione “poetica” della natura a opera dell’uomo quella è architettura. Il locus è un concetto ben più profondo del luogo. Esso è un concentrato di significati d’uso, di memoria, di racconti, di amore… Anche la scuola dovrebbe essere un locus: uno spazio pieno di storia e di poesia, senza tempo e senza artifici. Quella dell’edilizia scolastica in Italia è una vecchia storia come peraltro quella della scuola stessa che nessuna pseudo-riforma è riuscita ancora a rinnovare. La qualità delle pochissime buone pratiche cui si può attingere porta con sé sempre tre elementi: investimenti adeguati, organizzazione della didattica rivoluzionata, gestione delle scuole in mano a un unico Ente, obbligo nella progettazione di un team multidisciplinare con anni di esperienza sul campo della scuola. Gli edifici per l’educazione debbono essere nelle città e non nelle periferie ed essere riconoscibili dentro e fuori proprio come dovrebbe essere un monumento: una chiesa, un municipio, un teatro…Da qui la riflessione sugli architetti che non fanno tesoro dell’insegnamento della creatività e dell’amore per i luoghi importanti della nostra vita come quelli dedicati all’educazione privilegiando la funzione tecnica e le evoluzioni tecnologiche. Altra è la connotazione umanistica dell’architettura che si contrappone a quella del funzionalismo ingenuo che elude ogni valenza di natura formale e non soddisfa nemmeno i bisogni di funzionamento, se è vero che l’esigenza di dare significato ai luoghi dell’apprendere è interamente assorbita dalle banali ma ineluttabili questioni di sicurezza. Il luogo infatti sarebbe di per sé sicuro e protettivo se lo si pensasse avendo chiara l’idea di scuola e l’idea di architettura insieme legate dalla voglia di costruire spazi accoglienti, inclusivi e al tempo stesso stimolanti, mai completamente scoperti e spiegati per essere ogni giorno nuovi a chi li abita e li usa. La scuola è uno spazio fisico e intellettuale autonomo culturalmente e giammai asservibile a una efficienza meccanica: un ambito della scoperta e dell’introspezione, della comunione, del dialogo come della esigenza di solitudine e di riflessione che non è più l’aula e il corridoio ma forse la piazza e la strada, il portico e il cortile. Oggi gli spazi si sono progressivamente chiusi all’educazione, per radicalizzare i soli significati di istruzione e formazione e rinunciare alla vera creatività, confinando il fare arte tra le poetiche ed i linguaggi accessori e gli spazi al funzionalismo e al tecnicismo esasperato, come se l’aula con un computer su ogni banco trasfigurasse e sublimasse il suo valore banale di spazio fisico e cablato in un vero luogo. Nella scuola come in qualsiasi azione presente fin dall’origine dell’uomo che si è evoluto con l’apprendimento e la relazione non sono indifferenti i segni tangibili dell’“ intorno” in cui si apprende: poteva essere una foresta o una caverna, una capanna, un portico e un cortile, un chiostro, una basilica o un’abbazia: oggi può essere, altrettanto significativamente, uno spazio nuovo anche perché antico e ricolmo dei segni della storia dell’insegnare e dell’imparare a vivere.

POSTER BRESSANONE

Oltre le aule

Bisogna superare l’edificio scolastico per un territorio complesso dell’apprendimento: la città scuola. Una provocazione che potrebbe diventare un modello di ricerca per la scuola del futuro. Non si tratta di una novità in assoluto, perché, sostanzialmente, allo stesso concetto si ispirava la scuola del Medioevo, quella del palazzo e del monastero, della biblioteca e del chiostro, quellascholacome otiumche raramente coincideva con un unico luogo fisico. In realtà, luogo dell’apprendere potrebbe essere realmente la città tutta e il territorio. L’aula sarebbe aperta al mondo e composta da mille stanze diverse e dedicate, dall’universo fisico a quello virtuale del web. Oggi si fatica a tollerare la scuola in un unico edificio. La scuola non è statica ma, quasi per etimologia, dinamica nello spazio, oltre che nel tempo. Le modalità di fruizione delle informazioni, di apprendimento e di applicazione pratica mal sopportano i muri e i limiti di un unico luogo deputato. L’architettura e l’educazione dovrebbero adeguarsi alle nuove esigenze della conoscenza e della crescita delle persone: non possono essere le stesse nei secoli. Aldo Rossi, con i suoi insegnamenti, mi convinse che l’architettura disgiunge, nel tempo, la forma dalla funzione: non c’è miglior modo di concepire gli spazi per eccellenza, quelli dell’imparare. Da una idea di architettura e di scuola che coincidono, nasce forse una utopia che potrebbe, nel tempo, diventare una splendida realtà. Per le scuole di livello base o intermedio, sarebbe sufficiente concepire quotidianamente un orario di prossimità, con un sistema di trasporto integrato che consentisse di trasferire gli alunni, anche in continuità verticale (negli stessi luoghi e laboratori studenti dalle elementari alle superiori, a volte anche insieme!), ogni giorno in un posto diverso a seconda delle necessità di apprendimento e di applicazione. Naturalmente la scuola andrebbe riorganizzata in modo estremamente flessibile, per superare tutte le rigidità dovute anche a una normativa disforica sulla sicurezza, che assimila, tout court, i luoghi per l’apprendimento ai luoghi di lavoro, con tutte lelimitazioni del caso. Riuscendo a concepire un insieme di regole ad hoc, e adattando i diversi spazi della città alla frequentazione di classi e gruppi di scolari e studenti, si muterebbe l’idea di scuola attuale, tutto sommato ancora fissa negli spazi e nei tempi. Ogni luogo pubblico della città (municipio, biblioteca, mediateca, laboratori, università) avrebbe spazi dedicati e attrezzati per fare scuola, e consentirebbe a gruppi di discenti di non fossilizzarsi per ore nello stesso ambito, sempre di fronte alla medesima lavagna, allo stesso panorama. Sarebbe sufficiente solo un edificio-base, che fungesse da manufatto simbolico, una specie di portale di ridotte dimensioni, ubicato in una parte significativa e centrale della città, con servizi amministrativi e luoghi di riunione non specializzati; esso potrebbe rappresentare la stazione di partenza verso le aule virtuali e reali sparse nel territorio, un luogo di rendezvousall’inizio della giornata di studio. L’edificio–scuola, così come oggi concepito, lascerebbe il posto a una costruzione che fa da ingresso a una sorta di parco della conoscenza, sostituto innovativo delle aule tradizionali e degli spazi specializzati che, ahimè, ancora oggi altro non sono se non aule diversamente arredate e attrezzate.

 Una bibliografia  minima.

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La scuola senza mura

L’errore sta nel pensare per edifici dedicati e separati, nel far coincidere la scuola con un manufatto. Le aule, i laboratori, le palestre sono già nel territorio: basta adattarli, collegarli e usarli. Molti oggi restano ancora aggrappati all’edificio e timidamente si spingono a superare il concetto di aula, arredo, corridoio, cosa già fatta nel 1914 nel saggio «Chiudiamo le scuole» dal discusso Giovanni Papini scrittore e saggista dei primi del novecento. Perché non raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura? Ora si tratta di passare ai fatti. Provare a simulare una scuola senza mura in una vera città coinvolgendo tutti gli attori possibili. Nel volume “Oltre le aule” c’è un incipit di proposta concreta e una possibile strada per verificarne la fattibilità. La pedagogia, l’urbanistica e l’architettura dovranno essere gli attori principali. Quando Papini scriveva “chiudiamo le scuole” intendeva che dovessero essere riaperte altrove e in altro modo per fare una educazione diversa, a volte “contro” ed una architettura diversa, a volte “ultra”. Confesso che l’idea è complessa e prefigura per la sua attuazione una diversa organizzazione di tempi e luoghi della scuola. Autonomia scolastica, flessibilità, tempi scuola, non possono affatto innovarsi se irrigiditi in aule, corridoi, uffici, laboratori inflessibili e per nulla in osmosi con il territorio. E’ tempo di cambiare veramente la prospettiva e tornare ad una specie di scuola peripatetica. Possibile, auspicabile, moderna. Per preparare una simulazione in un contesto reale e statisticamente compatibile del progetto di scuola diffusa sarebbe necessario assicurarsi la collaborazione dell’amministrazione di una città di media grandezza, dei gestori della di mobilità, di una Scuola di Architettura e una di Scienze della Formazione e di almeno una scuola per ogni segmento (Infanzia, Primaria, Secondaria di primo e secondo grado). Da queste premesse si potrebbe iniziare a progettare un intervento sperimentale che possa fornire dati attendibili sulla fattibilità dell’idea e sulla sua esportabilità in contesti diversi, più ampi e magari di grandi aree metropolitane. La scuola non è un ghetto in periferia, non è un luogo chiuso da muri e comparti, non è un edificio unico e monolitico, la scuola è diffusa ed en plein air. L’incontro di affinità elettiva con il Prof. Mottana, mi ha spinto a prefigurare uno scenario condiviso in funzione di una educazione rivoluzionata insieme ai suoi luoghi, una controeducazione in una ultraarchitettura per nuove concezioni dell’istruzione e la cultura. Cento anni fa condurre tutti all’alfabetizzazione era un’ utopia. Come far giungere il messaggio educativo in tutto il territorio. Spero che anche quella di liberare chi apprende e chi insegna dai muri e dalla staticità, diventi nel tempo una realtà. In quell’accezione  di scuola che si riferisce più al tempo che allo spazio.

 

Allegoria della città-scuola. Giuseppe Campagnoli. Seminario CDE Cesena 12 Settembre 2016.

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Brani da “La città educante. Manifesto della educazione diffusa di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli e “Il disegno della città educante” di Giuseppe Campagnoli

“Immaginiamo che scelgano. Che nelle infinite possibilità di esperienza che il mondo rivela ad ogni passo essi scelgano. Scelgano di fermarsi in un giardino a chiacchierare o giocare. Scelgano di entrare in un supermarket, in un cinema, in una bottega. A vederli in circolazione liberi, senza adulti al seguito, ci sarebbe sconcerto, allarme, qualcuno chiamerebbe la forza pubblica perché dei minori si muovono indipendenti nella città, nella strada, a gruppi, a bande, a coppie, solitari. Noi non siamo più abituati a vedere bambini e bambine, ragazzi e ragazze che solcano lo spazio pubblico, da molto tempo sono stati confinati in luoghi speciali, sotto scorta, sotto vigilanza. Noi non siamo più abituati alla presenza invadente e talora insolente dei giovani e dei giovanissimi. Noi che li abbiamo posti a distanza. Che a suo tempo fummo posti a distanza, al confino, nelle mani di persone che nella maggior parte dei casi non avevano né rispetto né comprensione per noi, per loro. Ma occorre cambiare, capovolgere questo modo carcerario di intendere l’educazione. Occorre che essi possano tornare ai luoghi da amare, alla città anzitutto, che è un insieme di luoghi per apprendere, cercare, errare (l’errore!) osservare, fare e conservare per condividere, riconoscersi  riconoscere.

Le buone e belle scuole: memento

Le brutte scuole. Ancora Giovanni Papini in tempi in cui l’archi- tettura c’era ancora, accomunava la desolazione degli edifici pubblici collettivi. Il luogo comune delle costruzioni di degenza si perpetua nei comportamenti, negli spazi, negli arredi! Letti, banchi e cattedre, corsie e corridoi, sale d’attesa, uffici e sportelli, ambulatori e deambulatori! I ritmi scanditi dalle aule e dalle camerate, dai corridoi e dai gabinetti.  La modernità ha peggiorato la situazione perché ha solo imbellettato e sovrastrutturato di tecnologie e di gadgets gli stessi spazi, gli stessi arredi, le stesse forme che denunciano gerarchia e potere. Nemmeno le innovazioni pedagogiche o didattiche sono state capaci di modificare significativamente il tradizionale, ottocentesco modello: aule, corridoi, servizi… Se si prova a viaggiare nell’Italia scolastica ne sortisce uno stereotipo spaziale, superato solo da qualche rara eccezione, in cui collochiamo volentieri anche l’esperienza degli spazi suggeriti dal metodo di Maria Montessori, che si può descrivere in un racconto di avvicinamento, di accoglienza, di percorso, di uso. Il luogo dove sorge la scuola è spesso periferico o acquartierato, il verde minimale, i graffiti malamente fatti e rifatti in molte pareti (ve ne sarebbero anche di pregio se i muri lo meritassero!) Come al tempo dei romani gli studenti cercano di firmare ciò che non ritengono familiare e confortevole con graffiti, scritte, epiteti, slogan: un grido di dolore! Nelle periferie scolastiche le ampie finestrature a nastro nelle pareti squadrate e tecnologiche con ampio uso di cemento e prefabbricati, gli infissi in ferro o alluminio, denunciano la poca attenzione all’estetica, al comfort, al risparmio energetico anche nelle opere inaugurate di recente, seppure progettate più di un decennio fa.

Il disegno della città educante. Minuta

Diffondere l’educazione

Sostanzialmente quello di un secolo fa. Statico, fisso, sclerotico. Non continuiamo, come si dice a Napoli, a scrufugliare sull’esistente ormai morto o sull’ennesima finta riforma epocale attraverso convegni, seminari, pubblici incensi ed autoreferenzialità. Si abbia il coraggio di assecondare la fantasia esperta ed un sogno per vedere dove ci possono portare. Basta con le belle scuole. La città tutta è una bella scuola e forse anche sicura. È assolutamente necessario ricorrere a un po’ di fantasia e utopia e anche a un po’ di realtà per provare a cambiare, mentre ahimè quasi tutti, esperti compresi, restano ancora aggrappati all’edificio e timidamente si spingono a superare il concetto di aula, arredo, corridoio. Tutte cose tra l’altro ampiamente contestate a inizio del 900 sia dalle pedagogie nuove, con i loro laboratori, le aule all’aperto, le tipografie ecc., o più radicalmente da figure, tra le molte, come quella di Giovanni Papini, nel suo “Chiudiamo le scuole” del 1912. Perché non raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura? Come quando, un tempo, forse più di oggi, le vere aule erano il campo, il ruscello, il cortile, la strada, la piazzetta e i nostri mèntori erano tanti altri maestri oltre a quello ufficiale, formale, non scelto. Realisticamente l’edificio scolastico attuale potrebbe divenire la porta di accesso a tanti e diversi luoghi dove apprendere per ogni cittadino in fase di educazione formale o informale che sia. Ogni città potrebbe avere un “monumento” che conduce a di- versi spazi culturali del territorio urbano, rurale, montano, marino, reale o virtuale, in un sistema complesso dove si applichi il motto mai superato “non scholae sed vitae discimus” . Sgombriamo il campo dall’equivoco secondo cui esistono solo spazi specializzati e funzionalmente dedicati all’apprendimento e alla cultura anche istituzionali. Ecco allora la “scuola diffusa”, intendendo per “scuola” il tempo dedicato alla scoperta, alla ricerca, al gioco, al tempo libero, alla crescita. È tempo di una nuova scuola dell’arte e di un’arte della scuola: questo accadrà quando la mente sarà libera da burocrazie quotidiane e pianificazioni scolastico-aziendali e si riuscirà a pensare che la memoria dei veri maestri del fare poeticamente l’architettura della scuola anch’essa ahimè divenuta preda del mercato, è la stessa del “fare scuola”. Progettare con la storia, con l’amore per l’anima dei luoghi e con quell’idea dell’imprevisto prevedibile e poetico, dell’immaginazione e della creatività è l’agire più prossimo alla relazione umana che della scuola deve essere il fondamento. La scuola è infatti spazio fisico e intellettuale autonomo culturalmente e giammai asservibile a una efficienza meccanica: un ambito della scoperta e dell’introspezione, della comunicazione, del dialogo come della esigenza di solitudine e di riflessione che non sono più l’aula e il corridoio ma forse la piazza e la strada, il portico e il cortile. Come in qualsiasi azione presente fin dall’origine dell’uomo che si è evoluto con l’apprendimento e la relazione, non sono indifferenti i segni tangibili dell’ “intorno” in cui si apprende: poteva essere una foresta o una caverna, una capanna, un portico e un cortile, un chiostro, una basilica o un’abbazia: oggi può essere, al- trettanto significativamente, uno spazio “nuovo” anche perché “antico” e ricolmo dei segni della storia dell’insegnare e dell’imparare a vivere.

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“Ora entriamo in quella che lei definisce la “Casa Matta”, ci specifica che si scrive con la C e la M maiuscole, una delle cinque basi o tane dove si riuniscono le ragazze e i ragazzi e le bambine e i bambini per ritrovarsi con i mèntori e per prendere decisioni, discutere, concordare progetti…Nel racconto del viaggio guidato dentro la città educante molti sono i luoghi da disegnare e da ridisegnare. Quasi la città nella sua interezza ed il suo intorno ambientale sono da riconcepire. Occorre ora mettere nero su bianco, nel senso del disegno anche solo raccontato e non necessariamente costruito come faceva Aldo Rossi. Ho preso i miei appunti e disegnato scene e luoghi nel viaggio breve con Paolo Mottana seguendo le sue parole e le sue considerazioni. Ho anche riletto in modo profondo ed attualizzato “La città giardino del domani” di Ebenezer Howard. Di due splendide utopie si può fare una realtà. Per trasformare la città e la campagna in città educante occorre intervenire anzitutto nei luoghi su cui posare una nuova organizzazione di quella che una volta chiamavamo scuola perché non sia più distinta e separata dalla vita quotidiana e dai suoi personaggi e perché sia quel motore della conoscenza e della crescita che alla città manca da tempo. Il viaggio dell’ultimo capitolo del libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” fa intravvedere come potrebbe essere questa città del futuro che non separa più l’urbanitas dalla campagna ma nemmeno la scuola dalla città e dalla campagna, la vita intera da tutte le sue mirabili varianti. Per poter prefigurare la vera città educante sarebbe necessario non separare più la città da una campagna abbandonata a sé stessa o allo sfruttamento selvaggio dei latifondi o lasciata alle disforie degli improvvisati borghesi agricoltori radical chic o dei falsi agriturismo. L’educazione si gioverebbe del fatto di avere a disposizione spazi urbani qualificati insieme a spazi rurali e selvatici tornati alla sostenibilità delle colture e della vita agreste. Sarebbe un male riprendere in mano l’utopia della città giardino del futuro e usarla per costruire un modello di città educante del futuro con tutti gli adattamenti e aggiornamenti necessari? Nel tentativo di fare un esperimento in una città vera, anche se piccola, sarebbe utile immettere quei germi positivi presenti in nuce nelle idee di Howard e dei suoi epigoni. Si tratta di sgombrare il campo all’organizzazione eccessiva ed alle rigidezze disegnative e simboliche da città ideale cinquecentesca per sovrapporre una rete di connessioni virtuose e di nodi e portali significativi tra il verde e il costruito, tra i campi e i boschi, tra i monumenti e i cespugli. Il giardino urbano si fa campagna e viceversa un po’ come avviene ancora per il Phoenix Park di Dublino, con le greggi in città e i cittadini in campagna senza soluzione di continuità tra una piazza e una radura, un bosco e un rondeaux. Le chiameremo le campagne urbane perché sono macchie di verde coltivato o selvaggio di collinette e di radure che contaminano il costruito e lo permeano di vita naturale e di orti urbani all’ennesima potenza. L’educazione qui è di casa più che tra i muri degli edifici, più che nelle piazze e nelle strade.La trasformazione di musei, teatri, biblioteche, castelli, botteghe e laboratori in portali e aule diffuse.

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Da tempo stiamo girando e disegnando attorno a questi oggetti strani e misteriosi inseriti nella città accanto ai suoi edifici storici e ai suoi spazi emergenti (le piazze, i viali, le corti) in diverse occasioni virtuali dove hanno interpretato spazi diversi e multiformi, dal caffè letterario, all’internet point, dal laboratorio alla serra urbana, dalla biblioteca di quartiere all’aula vagante. Prendiamo le mosse dalla città “per parti” o da un piccolo borgo che è già di per sé una parte e un tutto. Identifichiamo i luoghi, i percorsi e le basi di partenza. Identifichiamo gli edifici e il costruito virtuoso che possano fungere da basi, tane, radure, piazze dell’educazione. In una prima fase i gruppetti (le classi che sperimentano o i gruppi visti orizzontali o verticali) si muoveranno sempre di più nell’arco della giornata e con il loro mèntore dal portale collettivo verso tutte le “aule” diffuse dove troveranno, esperti, sapienti ed amici più grandi che soddisferanno le loro curiosità e la loro ricerca aiutandoli nel contempo a conoscere e apprendere. In una prima fase i portali potranno essere edifici contigui ed integrati composti di vecchie scuole riadattate, biblioteche, auditorium, manufatti che prima erano una cosa e ora ne saranno un’altra.

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Il quartiere educante

Quando studiavo la parte di città con Aldo Rossi e le caratteristiche di autonomia e di correlazione insieme con tutto l’organismo urbano si poteva pensare ad una mini town autosufficiente. Una parte di città potrebbe essere un quartiere che nella nostra idea urbana educante contiene in sé il portale, le vie e i luoghi dell’educare in stretta connessione e interscambio con gli altri portali e le altre reti della città. Cominciamo per semplicità da un quartiere. Compito dell’architetto educante è quello di disegnare o ridisegnare i luoghi e i loro nessi insieme a chi governa la città. Compito dell’educatore e dell’amministratore scolastico (finchè duri) sarà quello di pensare alla organizzazione, ai tempi, alle aree educative, ai mentori e agli esperti, alla gestione e alla discreta organizzazione. La base o il portale educativo è un luogo multifunzionale di raccolta e di partenza dei gruppi. Può essere un complesso di biblioteche, auditorium, ateliers, piccoli laboratori aperti, piazze e cortili. Qui si ritrovano le “orde” di assetati di conoscenza e da qui partono per le “aule diffuse” a svolgere le attività concordate per la giornata secondo un canovaccio plurisettimanale annotato solo allo scopo di non sovrapporre i gruppi ai luoghi disponibili. I gruppi di bambini che stanno apprendendo a leggere, scrivere, osservare la natura, disegnare, scolpire, suonare e far di conto si ritroveranno sparsi per la città ora in una biblioteca, ora in un museo, ora in un giardino dove ci saranno spazi accoglienti e pronti all’uso. I teams di ragazzi della fascia di età tra i 10 e i 14 anni sono impegnati nelle loro ricerche per argomenti trasversali mentre i giovani tra i 14 e i 19 anni si divertono a risolvere problemi di diversa natura attingendo ai media, alle risorse delle biblioteche multimediali, ai laboratori, alle botteghe ed agli archivi storici e scientifici. Non sarà difficile per una amministrazione municipale e scolastica svestite di burocrazia, per associazioni di cittadini e lavoratori volonterose e realmente no profit, e per una città aperta, capace e laboriosa organizzare giornate, settimane, mesi di educazione diffusa. Le formule e le soluzioni non sono già pronte all’uso, ogni realtà è diversa, ogni gruppo è diverso, ogni persona è diversa e l’educazione come l’insegnamento debbono giocoforza essere personalizzate e multiformi. Non c’è un ricettario dell’educazione diffusa. C’è uno scenario ideale dove collocare le diverse esperienze di volta in volta ed organizzare le persone, i luoghi il tempo e le cose da fare e da imparare a fare. Si sa che occorre nel tempo chiudere i reclusori scolastici, moltiplicare le occasioni di uso collettivo dei luoghi della città adattandone gli spazi e rendendoli pronti ad accogliere 24h su 24 i flussi di cittadini in formazione, da 0 a cento anni.

Giuseppe Campagnoli 19 Maggio 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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..ma sei fuori!? Il convegno sull’educazione diffusa a Milano

Alcune belle frasi ed immagini dal reportage di Anna Sicilia  al convegno organizzato da Quartiereducante il 26 Maggio a Milano.  Un bel gruppo di appassionati rivoluzionari dell’educazione e della città.

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 “Ci ha incantato coi racconti video del suo approccio all’educazione diffusa , che lo ha portato a lavorare con la sua classe
Al progetto Le pietre che narrano … PAESAGGI FUTURI DEL-LA CITTA’ EDUCANTE, itinerario didattico a molteplici sfaccettature (dalle scienze alle matematiche, dalle scienze all’arte, dalla storia alla filosofia, dalla geografia alla poesia) che vuole stimolare l’immaginazione degli insegnanti coinvolti e dei ragazzi dell’istituto.
Un progetto che è culminato con la realizzazione di una mappa corematica del “Paesaggio Vimercatese”, una “Cartolina Geosofica”, un “quadro”, una “fantastoria”, un video .
Antonio dimostra come anche il singolo docente, pur tra mille difficoltà, può applicare l’educazione diffusa nell’approccio alla sua classe.
” Ho trovato più appoggi fuori che dentro la scuola ” racconta. E infatti Antonio ha creato una comunità unità intorno al suo progetto, che vede anche il coinvolgimento della Banca del Tempo , proiettando i ragazzi in una dimensione dell’ apprendimento appassionata che li ha formati come cittadini attivi , abitanti coscienti del mondo e parte di una comunità educante.”

Antonio Giulio Cosentino,

 

“Chi dicesse che il principio di libertà informa oggi la pedagogia e la scuola farebbe ridere, come un fanciullo che davanti alle farfalle infilate insistesse ch’esse sono vive e che possono volare. Un principio di repressione estesa talora fino quasi alla schiavitù, informando gran parte della pedagogia, ha informato anche lo stesso principio della scuola” (M. Montessori) “Semi di educazione diffusa già esistono .”

Sonia Coluccelli

 

“Come l’ Universitad de la Tierra.
O come Cultura in Movimento.
O Come “E noi che pensavamo fossero palloncini” di Monterotondo.
( e molti altri…)
Tutti hanno elementi in comune.
Prima di tutto il bisogno di comunità, il passo lento, l’essere nel qui e ora nell’azione, in ogni modo.”

Gianluca Carmosino

 

“Ci si lamenta dicendo “Questi ragazzi difficili sono come leoni in gabbia” ma difficilmente si riesce a creare un’ alternativa perché la loro vitalità diventi una risorsa. Bisogna assolutamente ripartire dai bambini per rimettere in crisi i modelli precostituiti , pedagogici , sociali e culturali. Perché i bambini sono tra i pochi soggetti della nostra società non alienati.( Finché non vengono colpiti dal virus dell’adultomorfismo. ) Manca un progetto politico che lavori per cambiare la scuola in sinergia con i dirigenti scolastici e gli insegnanti. Per cui bisogna creare, ora, un manifesto di Educazione diffusa con punti ben chiari ,da far sottoscrivere ad assessori e dirigenti scolastici, monitorati e verificati nel tempo. É di questo che abbiamo bisogno. Che si crei un progetto di comunità. Perché noi abbiamo bisogno di una società educante. É un atto politico portare questo modello nella società. É una sfida che non dobbiamo perdere di vista.”

 

 

“La scuola deve aprirsi al territorio.
Andare oltre le mura.
Ecco la città educante. Nessun reclusorio scolastico , ma una forma di progettazione che riveda la città, che recuperi vari luoghi per farli diventare accoglienti per le varie forme di Educazione diffusa.
Bisogna realizzare sinergie tra scuole, amministrazioni comunali e architetti, sinergie che spingano fuori dall’edificio scolastico i bambini e i ragazzi facendo rinascere anche le città che ora sono vuote della vita dell’infanzia e dell’adolescenza.
“Che i giovani architetti si uniscano a noi per ricominciare a riprogettare la città perché diventi città educante”

 

“I ragazzi che fanno esperienza fuori e dentro la scuola sviluppano comunque competenze .”
( Loredana Leoni, MIUR )

“La scuola deve comunicare con il mondo circostante, non è una monade. ”
( Andrea Fianco , psicologo della Gestalt )

“L’anarchismo e il pensiero libertario hanno sempre avuto ben chiaro il nesso tra rivoluzione ed educazione.”
(Filippo Trasatti )

Gabriella Conte, dirigente scolastico milanese dell’Istituto Capponi, racconta come e perché ha aderito col suo istituto, alla proposta di Gaia Educazione diffusa

Paolo Mottana e Francesca Martino gli anfitrioni del convivio controeducante.

 

Le emozioni teatrali educanti di Remo Rostagno e la moglie Bruna.

 

 

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Ma sei fuori!?

 

A un anno dall’uscita de “La città educante.Manifesto della educazione diffusa” di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli, Asterios editore Trieste un convegno sulla educazione diffusa a Milano organizzato da Quartiereeducante, uno degli esperimenti di controeducazione nati in Italia recentemente e ispirati in qualche modo al Manifesto. Si parlerà non solo di educazione ma anche dei luoghi della città e del territorio teatri fondamentali ed essenziali dell’educazione dell’uomo per oltrepassare definitivamente mura scolastiche. L’architettura della città che diventa e si fa scenario della crescita e dell’apprendimento dei bambini, dei giovani e degli adulti insieme. L’architettura che finalmente non è un involucro o un contenitore ma essa stessa vita e spazio di vita. Si tratta di un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale. Si debbono rimettere bambini e ragazzi in circolazione nella società che, a sua volta, deve assumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo e formativo. La scuola dove ridursi a una base, un portale ove organizzare attività che devono poi realizzarsi nel mondo reale, tramite un progressivo adeguamento reciproco delle esigenze delle attività pubbliche e private interessate, degli insegnanti e dei ragazzi e bambini stessi. Un processo di medio-lungo periodo che tuttavia potrebbe sviluppare esperienze pilota in molti luoghi interessati e intanto mettere a punto gli strumenti urbanistici, viabilistici, legislativi e educativi in senso stretto per raggiungere tale scopo. All’apprendimento carcerario e iperprotettivo della scuola e dei suoi casamenti, privo di motivazione e connessione con la realtà si sostituisce un apprendimento realizzato in esperienze concrete, non certo accolte così come sono, ma rielaborate, riflettute e criticate dagli allievi stessi in luoghi mirati. Non più insegnanti di discipline ma mentori, guide, conduttori capaci di agevolare i percorsi di interconnessione quanto di saper creare sempre maggior autonomia e autoorganizzazione. I ragazzi e i bambini nel mondo costituirebbero una nuova linfa da troppo tempo emarginata e costringerebbero la società e il lavoro a ripensarsi, a rallentare e a interrogarsi.

 

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MA SEI FUORI ?!
Gaia educazione diffusa per l’infanzia e l’adolescenza.Un’occasione di riflessione, confronto e progettazione partendo dalla proposta pedagogica di Paolo Mottana.
Rivolto a insegnanti, educatori, dirigenti scolastici, genitori e tutti coloro abbiano a cuore l’educazione di bambine e bambini e ragazze e ragazzi. Dal primo incontro pubblico del 9 settembre i lavori di Quartiere Educante sono proseguiti positivamente: abbiamo intrapreso strade, sebbene non in discesa, comunque percorribili per la realizzazione di quanto ci eravamo prefissati. Sempre più pensiamo che un modo diverso di “fare scuola” non solo sia desiderato da molti e auspicabile, ma anche possibile!
Ne parleremo insieme al convegno allargando il discorso anche ad altre esperienze e con il contributo di esperti del settore.

Nella mattina alla tavola rotonda interverranno:

* Paolo Mottana – Docente di Filosofia dell’Educazione presso l’Università di Milano Bicocca
* Loredana Leoni – Dirigente tecnico Miur
* Remo Rostagno – Drammaturgo, insegnante
* Filippo Trasatti – Pedagogista, insegnante
* Andrea Fianco – Psicologo e psicoterapeuta

Nel pomeriggio verranno illustrati esperienze e progetti:

* Quartiere Educante con Gabriella Conte – Dirigente Scolastico
* Educazione Diffusa e Montessori con Sonia Coluccelli–Formatrice Montessori
* La città Educante con Giuseppe Campagnoli –Esperto di architettura scolastica
* Le pietre che narrano … Paesaggi futuri del-La città educante con Antonio Giulio Cosentino – Insegnante, geologo
* Quartieri Spagnoli, Quartiere Educante di Napoli con Rachele Furfaro–Responsabile progetto

Si stanno organizzando dei laboratori per bambini e ragazzi che si svolgeranno in contemporanea presso altre sale del teatro. Seguiranno dettagli.

Il convegno è organizzato da IRIS (Istituto Ricerche Immaginali e Simboliche e Controeducazione) patrocinato dal Municipio 6 – Comune di Milano e in collaborazione con CSTG (Centro Studi di Terapie della Gestalt) e Teatro del Buratto.

 

Iscrizioni a questo link: https://goo.gl/forms/C3oUk

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La forzadicambiare: oltre la scuola

Il manifesto della educazione diffusa / Riproponiamo l’intervista di Alberto Pancrazi a Giuseppe Campagnoli del Luglio scorso, in concomitanza con il lancio de “Il disegno della città educante”. La storia continua…
OLTRE LA SCUOLA
Proviamo ad immaginare una scuola “aperta”, non più limitata dalle mura delle aule e dei corridoi di edifici spesso obsoleti.
Una  scuola “diffusa” nel territorio per un’attività educativa praticata anche negli spazi pubblici della città: biblioteche, teatri, musei botteghe o all’aperto in piazze e cortili trasformati in luoghi didattici. Sicuramente un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale che trova la sintesi nel manifesto dell’educazione diffusa pubblicato nel volume “La città educante”.  Le linee portanti del progetto le chiarisce in questa intervista Giuseppe Campagnoli che firma con Paolo Mottana il saggio edito da Asterios Editore. La città educante intesa come collettività che si prende cura dei suoi futuri cittadini cercando di farli crescere nei luoghi più idonei senza costringerli ad ore e ore in spazi compartimentali. E non è soltanto teoria. Nonostante le innegabili difficoltà, infatti, il progetto già sottoposto all’attenzione delle istituzioni, sta trovando esplicito appoggio da parte di insegnanti e genitori.


Guarda l’intervista:

Leggi l’ultimo libro: https://www.ibs.it/disegno-della-citta-educante-architettura-libro-giuseppe-campagnoli/e/9788827801321

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Il disegno della città educante

E’ appena uscita la prima edizione del volume “Il disegno della città educante” edito da ReseArt per i tipi di Youcanprint. Dopo una campagna di crowdfunding non proprio esaltante e il tergiversare degli editori da noi coinvolti (compreso quello de “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” ) abbiamo deciso, per ora, che chi fa da sé fa per tre. Le cose stanno andando meglio di quanto pensassimo. I libro è il seguito naturale della storia narrata da Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli ormai un anno fa e che tanto interesse ha suscitato ovunque siamo andati a presentarla, da Milano a Pesaro, da Monza a Lecce e, a distanza, da Sao Paulo a Parigi.

Microsoft Word - Volantino e locandina presentzione libro.docx

Aprile 2017 l’esordio del libro di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli

 

Il “Disegno della città educante” è un racconto architettonico pieno di suggerimenti e suggestioni su come si potrebbe realizzare la città educante in un vero contesto urbano: dall’idea all’organizzazione, dagli attori alle risorse, ai tempi ed agli esperimenti da far precedere. La narrazione coinvolge i temi della città giardino di Howard, le idee di città di Aldo Rossi ed è accompagnata da disegni fantastici e realistici, tra l’osservazione di veri luoghi di una città italiana e l’immaginare di trasformarli per riempirli dei significati  pregnanti della educazione diffusa.

Eccone uno stralcio illuminante:

IL QUARTIERE EDUCANTE
Quando studiavo la parte di città con Aldo Rossi e le
caratteristiche di autonomia e di correlazione insieme
con tutto l’organismo urbano si poteva pensare a una
minitown autosufficiente. Una parte di città potrebbe
essere un quartiere che nella nostra idea urbana educante
contiene in sé il portale, le vie e i luoghi dell’educare in
stretta connessione e interscambio con gli altri portali e le
altre reti della città. Cominciamo per semplicità da un
quartiere, come si sta facendo a Milano nel
Quartiereducante6.
Compito dell’architetto educante è quello di disegnare
o ridisegnare i luoghi e i loro nessi insieme a chi governa
la città. Compito dell’educatore e dell’amministratore
scolastico (finché dura) sarà quello di pensare alla
organizzazione, ai tempi, alle aree educative, ai mentori e
agli esperti, alla gestione e alla logistica.
La base o il portale educativo è un luogo
multifunzionale di raccolta e di partenza dei gruppi. Può
essere un complesso di biblioteche, auditorium, ateliers,
piccoli laboratori aperti, piazze e cortili. Qui si ritrovano
le “orde” di assetati di conoscenza e da qui partono per le
“aule diffuse” a svolgere le attività concordate per la
giornata secondo un canovaccio plurisettimanale
annotato solo allo scopo di non sovrapporre i gruppi ai
luoghi disponibili.
I gruppi di bambini che stanno apprendendo a leggere,
scrivere, osservare la natura, disegnare, scolpire, suonare
e far di conto si ritroveranno sparsi per la città ora in una
biblioteca, ora in un museo, ora in un giardino dove ci
saranno spazi accoglienti e pronti all’uso. I teams di
ragazzi della fascia di età tra i dieci e i quattordici anni
sono impegnati nelle loro ricerche per argomenti
trasversali mentre i giovani tra i quattordici e i diciannove
anni si divertono a risolvere problemi di diversa natura
attingendo ai media, alle risorse delle biblioteche
multimediali, ai laboratori, alle botteghe e agli archivi
storici e scientifici. Non sarà difficile per una
amministrazione municipale e scolastica svestite di
burocrazia, per associazioni di cittadini e lavoratori
volonterose e realmente no profit, e per una città aperta,
capace e laboriosa organizzare giornate, settimane, mesi
di educazione diffusa. Le formule e le soluzioni non sono
già pronte all’uso, ogni realtà è diversa, ogni gruppo è
diverso, ogni persona è diversa e l’educazione come
l’insegnamento debbono giocoforza essere
personalizzate e multiformi.
Non c’è un ricettario dell’educazione diffusa. C’è uno
scenario ideale dove collocare le diverse esperienze di
volta in volta e organizzare le persone, i luoghi, il tempo e
le cose da fare e da imparare a fare. Si sa che occorre nel
tempo chiudere i reclusori scolastici, moltiplicare le
occasioni di uso collettivo dei luoghi della città adattandone
gli spazi e rendendoli pronti ad accogliere ventiquattro
ore su ventiquattro i flussi di cittadini in formazione, da
zero a cento anni!
La tecnologia, quando usata bene, ci può venire in
aiuto per aumentare la realtà con il virtuale e viceversa,
essere fuori come si era dentro un tempo, connettersi,
ricercare con la guida dei mentori e degli esperti,
registrarsi e localizzarsi con i QI come fanno in Cina
anche per l’elemosina (orrore!) ma qui solo per ragioni di
tutela dei minori e di saggia prevenzione e protezione che
non si configuri più come esigenza di controllo e
obbedienza. Del resto i ragazzini e i giovani vanno a
nozze con il web ma vorrebbero anche scapicollarsi nelle
discese ardite e rotolarsi sull’erba e sulla sabbia, o
arrampicarsi sugli alberi e sui muretti che non chiudono
più né scuole né cortili delle ore d’aria ricreative.
L’importante è suggerire metodi e aiutare ad apprendere,
a farlo con juicio, profitto e senza rischi. Così la piazza
vera e quella virtuale insieme ai saperi tangibili e quelli
eterei si mischiano virtuosamente e si valorizzano
reciprocamente. Tablets e libri veri, pc e pallottolieri,
penne, pastelli ed e‐pencils, enciclopedie da sfogliare e da
scorrere, CAD, LIM, gessetti, matite si integrano e si
completano senza escludere le bontà degli uni e degli altri.”

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Accanto al volumetto è stata pubblicata una cartella dei disegni originali che contiene anche le prime idee in nuce nel progetto di una scuola per il futuro di Architecture for Humanity che già nel 2009 prefigurava una educazione diffusa nella città con degli strani e misteriosi oggetti polifunzionali e mimetici disegnati da Giuseppe Campagnoli con la collaborazione di Stanislao Biondo. Già alcune idee su una rivoluzione dei luoghi per apprendere erano nel libro “L’architettura della scuola” edito da Franco Angeli nel 2007.

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Del contenuto della cartella dei disegni per una città educante è stato fatto un breve filmato illustrativo.

Giuseppe Campagnoli 11 Marzo 2018

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L’anno della scuola senza mura.

Potrebbe essere l’anno della svolta nelle sperimentazioni del Manifesto della educazione diffusa e della città educante. Per anticipare in termini semplici e operativi i contenuti del Disegno della città educante che dovrebbe essere a breve pubblicato in versione cartacea, propongo delle brevi linee guida utili a chi sta già sperimentando o vorrà farlo nei quartieri e nelle città.

POSTER BRESSANONE

Il coinvolgimento di una amministrazione locale è essenziale o quanto meno auspicabile per garantire un  minimo di risorse economiche distratte virtuosamente dalla rinuncia a costruire nuove scuole e dalle economie derivanti dal non dover più fare manutenzione e gestione per gli edifici scolastici dismessi. In prima battuta, oltre alla stesura di un canovaccio educativo di attività ed iniziative per i gruppi o le classi coinvolti, alla scelta di insegnanti e  mentori, delle tematiche fondamentali e dei traguardi da condividere con famiglie e gli studenti  nelle diverse fasce d’età, sarà indispensabile costruire un sodalizio flessibile e un patto, sottoscritto per impegno, tra associazioni, cooperative, gruppi culturali, enti pubblici e privati, laboratori e botteghe intenzionati a collaborare e dare il loro contributo alla realizzazione della educazione diffusa. Le amministrazioni e i vari soggetti coinvolti individueranno insieme agli educatori, alle famiglie, ai cittadini ed esperti che vi si vorranno impegnare, una teoria di luoghi utili della città per la realizzazione del progetto, a partire dal “portale”  (per un quartiere) o dai “portali” (per le città medie e grandi) che saranno le basi  per la diffusione educativa urbana come descritto in modo approfondito nei testi fondamentali citati in premessa. Con l’insieme delle risorse finanziarie, politiche e culturali che si uniranno in questo sforzo, sarà possibile avviare il disegno di una città nuova che assumesse un ruolo pedagogico permanente e continuo. Il soggetto promotore in prima istanza potrebbe essere una scuola, un comune, un’ associazione culturale, un gruppo di cittadini , di genitori, di insegnanti…

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Il nodo delle risorse economiche è comunque un problema fondamentale che potrebbe anche essere affrontato avviando serie iniziative di crowdfunding, candidature a progetti nazionali ed europei, ricerca di investitori e di sponsors senza scopo di lucro visto che il progetto è assolutamente di natura etica e sociale. Chi vorrà lavorare in questa direzione in Italia e anche all’estero o lo sta già facendo dovrebbe collegarsi in rete e condividere tematiche, obbiettivi e modalità di realizzazione della Città educante. Nella parte architettonica e urbana, si metterà a punto  un piano di recupero e trasformazione di luoghi come musei, biblioteche, teatri, vecchie scuole, vecchi edifici di culto, botteghe e opifici, piazze, cortili e giardini. Questi avranno dei nuovi spazi dedicati al confronto, alla ricerca ed all’apprendere integrati con quelli delle funzioni specifiche e non più esclusive dei luoghi. I famosi portali della città educante, da progettare e costruire o collocare in manufatti già esistenti da far rinascere a vita nuova, saranno un bel coacervo di auditorium , di piazzette coperte, di biblioteche e librerie, di cinema e teatri chiusi e aperti, di caffè, di botteghe artigiane e mercantili dove tanti cittadini in formazione vivranno la loro giornata o muoveranno i loro passi verso gli innumerevoli luoghi educanti riguadagnati alla città. Invece di costruire nuove scuole, nuovi finti villaggi outlet e centri commerciali, nuovi multisala e teatri megagalattici, il pubblico e il privato discreto, l’associazionismo e il volontariato, gli artigiani e i mercanti virtuosi insieme agli artisti, agli educatori, agli architetti  e ai muratori e costruttori progetteranno e realizzeranno la grande CasaMatta (cfr “La città educante. Manifesto della educazione diffusa) multifunzione. Niente di nuovo sotto il sole ma uno spazio ancora valido che rivive come le antiche piazze composite del medioevo e del rinascimento in una “basilica” del sapere,del saper fare e del fare tutti e tre in simultanea.

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A Milano e Monza qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta.

MONZA

“La Monza che lavora sulla città educante di Paolo Mottana e di Giuseppe Campagnoli per farne una realtà cittadina. Il gruppo nasce come luogo di incontro e confronto e come base organizzativa per incontri ed eventi che sensibilizzino la cittadinanza al tema della controeducazione e della educazione diffusa. Il gruppo non deve essere utilizzato per proporre offerte commerciali, pubblicità’ , ed eventi a meno che non siano strettamente connessi al progetto e alle sue finalita’.”

https://www.facebook.com/groups/educazionediffusamonzese/

MILANO

“Sono passati poco più di quattro mesi dal fatidico incontro a Base Milano e il progetto Quartiere Educante ha proseguito con tenecia ed entusiasmo, accogliendo sempre più sostenitori (1621 followers!) e cominciando a riscontrare interesse anche da parte di alcune Istituzioni (Assessorato all’Educazione del Comune di Milano e Municipio 6) e di enti del terzo settore. In questi mesi le nostre energie si sono concetrate in particolare per la realizzazione della sperimentazione e insieme a due scuole secondarie di I grado di Milano, con il sostegno del Municipio 6 e di molte realità territoriali che si sono mostrate disponibili a collaborare, abbiamo elaborato la nostra Proposta di sperimentazione. Siamo così giunti al passaggio cruciale: il vaglio della Proposta di sperimentazione da parte dell’Ufficio Scolastico per la Lombardia e successivamente del Miur. Siamo in attesa di essere convocati per un incontro. Da qui capiremo come proseguire e se riusciremo a realizzare le due classi pilota già da settembre 2018. Nel sito www.quartiereeducante.com potete trovare maggiori informazioni e nuovi video con interventi di Paolo Mottana (anche al Senato!). Ricordiamo che Quartiere Educante è anche su Facebook: www.facebook.com/quartiereeducante e che per informazioni potete scrivere a: quartiereeducante@gmail.com”

 IN QUARTIEREDUCANTE MILANO 6

 

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Giuseppe Campagnoli

Pesaro 1 Febbraio 2018

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Architettura Educazione Scuola

Spes ultima dea

 

Ho lottato per quarant’anni, non senza delusioni e amarezze, nella scuola,  nella professione di architetto e nella ricerca sul campo, per prefigurare scenari nuovi e rivoluzionari di una utopia possibile dell’educazione e della sua architettura. Ho avuto la soddisfazione di intravvedere, soprattuto nel breve spazio di questo ultimo anno, qualche sogno vicino all’avverarsi nonostante gli ostacoli innumerevoli frapposti. Ostacoli costruiti ad hoc o solamente come ostracismo o emarginazione di idee, sia da chi vuol conservare le cose come stanno, proponendo solo di riformare senza muovere sostanzialmente una paglia, sia da chi finge di volerle cambiare mascherandosi da innovatore o da rivoluzionario. Entrambi hanno tentato anche spudoratamente  di approfittare speculare sulle nostre idee-che sappiamo bene non vorrebbero vedere giammai realizzate come la realtà ci mostra-come specchietto per le allodole votanti o basso mecenatismo politico. Ho  scritto con slancio insieme al mio amico Paolo Mottana  più di un anno fa il racconto di una educazione e di una città possibili ponendo le premesse affinchè cittadini, insegnanti, direttori, amministratori, architetti illuminati  e di buona volontà mettessero in pratica nei tempi necessari le idee del Manifesto della educazione diffusa per costruire e trasformare la città in senso educativo. Ho preparato anche una serie di linee guida per rendere possibile la trasformazione urbana ed architettonica della città che possa fare a meno degli edifici funzionalmente e ideologicamente “dedicati” per avviarla ad una concezione della cultura e dell’educazione libere dal controllo, dall’intruppamento e dal mercato. I segnali che mi giungono non sono incoraggianti o quanto meno sono alquanto ambigui. I mercanti e le lobbies vecchie e nuove sono più infidi e potenti. Vedo  sparuti meritevoli gruppi di volontari o esperienze virtuose che però rischiano di restare isolate e incapaci di incidere sull’intero sistema anche se si ispirano sovente a teorie ed esperienze nobili e storicamente consolidate. Ne ho già parlato in tanti precedenti articoli, ne ho parlato in tanti incontri di presentazione del nostro volumetto e di descrizione della “scuola senza mura”  percependo inconsciamente di essere in una marcia inesorabilmente verso questo epilogo.  Oltre a pubblicare l’ultimo mio piccolo pamphlet “Il disegno della città educante” ancora in fieri ma che vi prometto uscirà, todo modo, entro il mese di Febbraio  e rendermi sempre disponibile a chi avesse bisogno di contributi di idee, di proposte  e di storia, altro non mi resta e non ho più l’animo di fare. Mi dedicherò tra poco, nuovamente e con più slancio, ai miei gratuiti amori per la musica, il viaggio e la fotografia… Per chi volesse approfondire e avesse qualche idea per realizzare la vera città educante e la vera scuola senza mura in qualche luogo sarò sempre qui. Grazie a chi ci ha creduto e ci crede ancora e continua nei propri quartieri e nelle proprie città “in direzione ostinata e contraria” a provarci.

Giuseppe Campagnoli

14 Gennaio 2018

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Architettura edifici scolastici edilizia scolastica Educazione Scuola

Mea culpa, ma non tanto, di un architetto

Ho progettato alcuni edifici scolastici durante la mia vita professionale di architetto e uomo di scuola. Per fortuna pochissime. Mea culpa, mea maxima culpa! Ma poi mi sono abbondantemente redento. I tempi erano diversi e molte idee che abbiamo messo in pratica insieme, io e i miei colleghi, prefiguravano già una scuola diversa in luoghi diversi e, forse, in qualche aspetto anche all’avanguardia. Ecco un esempio per tutti. Erano appena uscite le  Norme Tecniche ministeriali sull’edilizia scolastica del 1975, allora abbastanza innovative, perchè non solo “tecniche” ma in quarant’anni mai del tutto superate, quando chiamarono il nostro studio (Giuseppe Campagnoli, Paolo Basilici e Sergio Tarducci) a disegnare una scuola media a Recanati. Fu una progettazione partecipata (già nel 1976!!), (cfr Progettare scuole tra pedagogia e architettura Beate Weyland, Paolo Bellenzier e Sandy Attia, libro e testo) con assemblee e incontri tra genitori, insegnanti, amministratori e progettisti, con interviste a scolari e studenti, trasmissioni radiofoniche e tanto altro.

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La nostra fede era quella neorazionalista e ne scaturì un manufatto tipologicamente coerente e assai caratterizzato per gli spazi giudicati innovativi come la rampa e il teatro, l’abbattimento delle barriere architettoniche, le aule-non aule (uno spazio continuo e lineare, a spirale verso l’alto torno allo spazio comune, flessibile e modulabile) gli ateliers, i colori e tanto altro. Chi sta usando la scuola oggi, ci ha testimoniato il permanere di alcuni lati positivi e tuttosommato evoluti. Ne è la prova il fatto che l’amministrazione comunale di allora per ls sua concezione conservativa, ci sottrasse la direzione dei lavori e la guida nell’esecuzione del progetto. La forma e la sostanza furono in gran parte snaturate, tanto da provocare una polemica di mesi sulla stampa locale e la  provocatoria assenza all’inaugurazione, con tanto di ministro, di noi progettisti, Proprio in occasione di una presentazione del libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” ho potuto fare una rimpatriata piacevole e gratificante dopo quarant’anni, in quegli stessi spazi, aggiornati e valorizzati dal preside e dai docenti come  fossero un preludio e in qualche modo un piccolo embrione (da rivedere e ridisegnare meglio) per uno dei “portali” che dovrebbero diventare le basi per le attività della scuola diffusa nella città del futuro che immagino.

Altre esperienze successive mi videro coinvolto negli interventi relativi alla ristrutturazione di istituti d’arte, in vari concorsi per scuole materne ed elementari (tra il 1980 e il 1997) e in una competizione internazionale per l’aula del futuro organizzata dal Network “The architecture for humanity” (2009). Proprio in quell’anno ho abbandonato l’impegno, seppur raro, nella progettazione per coinvolgermi a tempo pieno nella ricerca avendo anche percepito a fondo lo scivolamento nel mercantile della professione di architetto anche nelle opere pubbliche, non solo in Italia. Ecco alcuni testi che, anche per contrapposizione,credo possano orientarci, verso i lidi dell’utopia possibile

E una carrellata efficace: https://www.facebook.com/Researtu/videos/10212422180366299/

 

Giuseppe Campagnoli

 

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La scuola diffusa. Una guida per provare a cambiare

 

Capisco le difficoltà e capisco anche le piccole differenze di visioni presenti  nel gruppo che ha elaborato con grande lavoro e grande retroterra di ricerca, di idee, di testimonianze e di illustri riferimenti pedagogici il Manifesto della educazione diffusa. Il tempo, che comunque scorre e qualche rallentamento nell’azione dovuto a tanti fattori,  suggerisce di affrontare coraggiosamente la realtà e provare l’educazione diffusa nei territori, tentare di  cambiare le città in senso educante, cominciare, anche usando le istituzioni e le leggi come cavalli di Troia, a mettere già da ora in campo esperimenti, eventi, manifestazioni, incontri, scambi e confronti. E’ bene infatti non rischiare che tanti dicano di fare già educazione diffusa semplificando all’eccesso la questione e cercare di  scongiurare il pericolo che  esperienze al limite dell’idea, un po’ settarie ed elitarie confondano le acque di un progetto che veramente dovrebbe ribaltare il concetto di scuola con un profilo chiaro e non equivoco. E’ anche indispensabile  scongiurare, perchè altrimenti sarebbe veramente la fine, il pericolo che l’educazione diffusa venga usata come una innovazione-paravento per un finto cambiamento verso un consolidamento  mascherato della scuola tradizionale.  Credo che la soluzione più attuale, in attesa di possibili incontri finalizzati alla istituzione di una sorta di coordinamento, di una associazione o altro, sia quella di mettere insieme gli ultimi documenti (Il Manifesto, le Azioni, gli Appunti, un Progetto Pilota…) condivisi ed accettati come “figli” del racconto “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” che un anno mezzo fa ha lanciato l’idea di “oltrepassare la scuola”. Una volta raccolti in un testo organico saranno a disposizione, con l’ impegno di un supporto da parte dei primi sottoscrittori del Manifesto, di  tutti coloro che vorranno  provare a fare qualcosa nei loro territori, come le tante adesioni dimostrano.

 

 

 

Si tratterebbe di un esordio concreto, ancor prima di addentrarci nella costituzione formale di Coordinamenti, Associazioni, Comitati, argomento che va attentamente ponderato per non cadere nel luogo comune che suggerisce che se non si vuol far nulla si deve istituire una Commissione! Per questo, senza operare interventi, senza modificare nulla ma solo adattandosi alla realtà e semplificando i suggerimenti per rispondere a tanti quesiti e dubbi che si raccolgono in rete e in presenza, ho costruito con il semplice ragionato assemblaggio dei testi fondamentali già ampiamente condivisi, delle linee guida che possano rendere più agevole progettare percorsi, anche minimali, di educazione diffusa nella scuola pubblica, in questa fase da considerare transitoria. Nel frattempo dovrebbero intensificarsi  gli  interventi formativi, divulgativi , di confronto e di studio  a cura del gruppo promotore del progetto come  sto facendo per l’ambito architettonico e del disegno urbano (presto una edizione de “L’architettura della cittàeducante”) accanto al  Prof. Paolo Mottana che sta progettando un percorso di formazione ad hoc per educatori ed insegnanti.

“Altro dirvi non vo’” come avrebbe detto qualcuno,  se non chiedervi di diffondere lo strumento che allego qui di seguito  in PDF, pensato come un aiuto per chi volesse progettare e realizzare “le prove di educazione diffusa”.

Il manifesto della educazione diffusa e le linee guida

 

 

 

Giuseppe Campagnoli

6  Dicembre 2018

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La città educante. Qualcuno si muoverà?

 

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Per le feste invernali abbiamo voluto fare un dono alle amministrazioni comunali del nostro circondario, sulla direttrice della Valle del Foglia da Pesaro a Urbino, passando per Montelabbate e Vallefoglia. Gli ineffabili sindaci dei luoghi più importanti  si stanno distinguendo, rigorosamente bipartisan, sulla vecchia via della costruzione di nuovi edifici scolastici (o reclusori scolastici, come li chiamavano Papini, Illich e tanti altri). Abbiamo donato una copia del nostro saggio-racconto sulla scuola diffusa: “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” con la seguente dedica:

“Spettabile amministrazione,

così come ho fatto con altre città, sindaci e assessori propongo la lettura del volumetto che allego in omaggio con la speranza che ci si decida in futuro ad intraprendere la strada della educazione diffusa evitando lo scempio della costruzione di nuovi reclusori scolastici. Qualche amministrazione illuminata e rivoluzionaria già ci sta pensando e  in molte realtà come Milano, Monza, Cosenza, Genova, Urbino, Cattolica, si stanno muovendo iniziative dal basso (genitori, insegnanti, cittadini) per sperimentare forme di educazione diffusa in luoghi diversi dagli obsoleti edifici scolastici. E’ un dono per le feste d’inverno di cui spero possiate far tesoro.”

“Si moltiplicano le occasioni di uscire dalle aule scolastiche ma, ahinoi, si deve ad un certo punto inesorabilmente rientrarvi. Se non si identificano, trasformano e rivoluzionano i luoghi della città che potrebbero fare da scenari per ospitare l’educazione diffusa, temo che il nostro Manifesto possa restare ancora per molto sulla carta. Bisogna convincere e vincere le resistenze dell’apparato politico, scolastico e amministrativo e “costringerlo” in qualche modo a fare dei passi significativi verso la direzione di una città che educa. Se da una parte si insiste pervicacemente sull’aria fritta e sull’idea ancora mercantile e classificatoria della Buona scuola e dall’altra, come splendidi carbonari, si fanno esperimenti di educazione diffusa e progetti decisamente rivoluzionari, spesso con rischio di predazione e strumentalizzazione da parte di certa politica da folla manzoniana ma di dubbia valenza libertaria, le strade rimarranno divergenti e vincerà ancora quella falsamente innovativa delle tre “i” e delle tre “c” (inglese, informatica e impresa; conoscenze, competenze e capacità). Quando siamo stati ospitati, raramente, in qualche consesso istituzionale, per illustrare il nostro Manifesto si aveva la forte impressione di essere gli eccentrici fricchettoni di turno che facevano audience e stimolavano la curiosità per un attimo di divagazione dalle cose “serie”. Occorre infiltrarsi e contaminare attraverso progetti e interventi sempre più frequenti, reali e diffusi gli spazi lasciati liberi e contemporaneamente ma decisamente agire per trasformare la città, contrastando la costruzione di nuovi reclusori scolastici a favore della realizzazione dei portali della città educante e della trasformazione degli spazi che hanno in nuce la vocazione alla controeducazione come le piazze, le strade, le biblioteche, i musei, i teatri, le botteghe…”

 Chissà che non si cominci da qualche parte a sperimentare altre strade architettoniche, anche se, per il momento, sembra che si voglia perseverare diabolicamente nello sprecare risorse per demolire, progettare e costruire scuole su scuole anche come monumenti propagandistici per le amministrazioni di turno. Quando abbiamo provato prima timidamente e poi un po’ meno a far presente che ci sarebbero altre strade più innovative ed efficaci, oltre che economicamente sostenibili, siamo stati snobbati, derisi  o addirittura insultati. Così va il mondo da queste parti. Le “nuove” scuole, sulla scia dello slogan delle “belle scuole” governative, in fin dei conti sono anche architettonicamente ed esteticamente discutibili, falsamente ecosostenibili (dove si prende il legno? e le tonnellate di cemento e ferro per fondazioni impossibili?..) nelle loro forme che scimmiottano un opificio, un centro commerciale, un albergo o una stazione. Se non fosse bastato il Manifesto della educazione diffusa, presto un manualetto più pratico di idee su come Disegnare la Città educante. Un distillato digitale prima dell’uscita del cartaceo, spero a Gennaio-Febbraio 2018. Buone feste a tutti i cittadini di buona volontà!

Giuseppe Campagnoli 25 Dicembre 2017

 

Vedere per credere…

 

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Il ridisegno della città, una chimera?

 

 

Prosegue il lavoro di scrittura del manuale dedicato al ridisegno delle città in funzione educante, in attesa di trovare un mecenate per dare gambe all’idea che completa il Manifesto della educazione diffusa in chiave architettonica ed urbana. Non si può realizzare la scuola diffusa senza prevedere una rivoluzione nei luoghi della città che la debbono rendere efficace e  fungere da teatri per la sua vita quotidiana. Le esperienze che si stanno avviando in Italia sono molto creative e stimolanti, pur dovendo fare a meno, per il momento, di uno scenario urbano adatto. Si moltiplicano le occasioni di uscire dalle aule scolastiche ma, ahinoi, si deve ad un certo punto inesorabilmente rientrarvi. Se non si identificano, trasformano e rivoluzionano i luoghi della città che potrebbero fare da scenari per ospitare l’educazione diffusa, temo che il nostro Manifesto possa restare ancora per molto sulla carta. Bisogna convincere e vincere le resistenze dell’apparato politico, scolastico e amministrativo e “costringerlo” in qualche modo a fare dei passi significativi verso la direzione di una città che educa. Se da una parte si insiste pervicacemente sull’aria fritta e sull’idea ancora mercantile e classificatoria della Buona scuola e dall’altra, come splendidi carbonari, si fanno esperimenti di educazione diffusa e progetti decisamente rivoluzionari, spesso con rischio di predazione e strumentalizzazione da parte di certa politica da folla manzoniana ma di dubbia valenza libertaria, le strade rimarranno divergenti e vincerà ancora quella falsamente innovativa delle tre “i” e delle tre “c” (inglese, informatica e impresa; conoscenze, competenze e capacità). Quando siamo stati ospitati, raramente, in qualche consesso istituzionale, per illustrare il nostro Manifesto si aveva la forte impressione di essere gli eccentrici fricchettoni di turno che facevano audience e stimolavano la curiosità per un attimo di divagazione dalle cose “serie”.  Occorre infiltrarsi e contaminare attraverso progetti e interventi sempre più frequenti, reali e diffusi gli spazi lasciati liberi e contemporaneamente ma decisamente agire per trasformare la città, contrastando la costruzione di nuovi reclusori scolastici a favore della realizzazione dei portali della città educante e della trasformazione degli spazi che hanno in nuce la vocazione alla controeducazione come le piazze, le strade, le biblioteche, i musei, i teatri, le botteghe…

Il fatto che si parli poco o male di luoghi e di architettura mi preoccupa un po’ e il fatto che il manualetto “Il disegno della città educante” fatichi a vedere la luce mi fa pensare che si voglia restare forse ancora nel mondo dei sogni, bei sogni, ma solo sogni per tanto, tanto tempo ancora. Quando vedrò la prima CasaMatta, il Cantiere del Teatro, il giardino Realgar, la tana Chitarra Blu, realizzati anche in una sola città e quando vedrò un’amministrazione rinunciare alla costruzione di una nuova scuola a favore di luoghi diversi e più aperti, coinvolgenti e liberi, tirerò un sospiro di sollievo. Solo allora. La campagna di finanziamento per la produzione del volume e l’avvio del progetto non ha dato esiti apprezzabili in Italia.  Tanti segnali di condivisione ed approvazione rimasti in una accezione “like” ma distanti da un impegno concreto. Pochi i contributori e solo dall’estero. Basterebbero a mala pena per stampare dieci copie. Spero, per il lavoro di anni, che sia solo una mia impressione e che le cose possano cambiare presto.

Giuseppe Campagnoli

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Architettura ed educazione. C’è una terza via.

Tra le esigenze del mercato immobiliare, che pure di edifici pubblici si nutre, quelle della psicopedadidattologia imperante e quelle elettorali e propagandistiche delle amministrazioni nazionali e locali c’è la terza via della educazione diffusa e del disegno della città educante. Mettiamo a confronto due linee che si dicono innovative e riflettiamo bene su quale delle due strade convenga prendere per rispettare principi di libertà e di equità sociale oltre che di rinnovamento e rivitalizzazione delle città. Gli esperimenti che si vanno facendo in diversi luoghi d’Italia e anche oltre ci diranno tanto sulla bontà di questa rivoluzione sottile. Il manuale che uscirà presto su come si potrà disegnare una vera Città Educante sarà un utile strumento di suggerimenti e una guida per architetti e amministratori coraggiosi che insieme ad educatori, genitori e studenti potranno avviarsi a costruire luoghi degni di una nuova educazione.

Giuseppe Campagnoli 28 Ottobre 2017

ANTEPRIMA LA CITTA’ EDUCANTE Pag.3-33

PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA E INNOVAZIONE PEDAGOGICA

 

La Repubblica. Milano 2017

 

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Il Manifesto del Disegno della città educante

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Finestra sulla città educante alla Mostra Convegno “Progettare scuole insieme” a Bressanone

Progettare scuole insieme. Tra pedagogia, architettura e design. Una voce fuori dal coro? Questa settimana l’esordio del Convegno a Bressanone.

Il Manifesto della città educante e le sue implicazioni di disegno urbano saranno presenti con un pannello alla Mostra Convegno di Bressanone dei prossimi 27 e 28 Ottobre 2017.

La Mostra Convegno, organizzata dalla Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano avrà il suo momento topico sabato 28 ottobre con l’inaugurazione della mostra “Forte di Fortezza”. Ringrazio Beate Weyland per aver ospitato anche le nostre idee decisamente controcorrente sia in ambito pedagogico ed educativo che architettonico, non era affatto scontato, visti i boicottaggi cui siamo stati oggetto dall’uscita del volume “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” di Paolo Mottana e del sottoscritto. Vi anticipiamo il contenuto della presenza con l’immagine del post che sarà esposto durante il Convegno e con qualche riferimento fotografico che ripercorre la storia del nostro cammino. Nel frattempo sono lieto di annunciare che alla fine del mese di Novembre verrà messa in cantiere la pubblicazione del prosieguo “architettonico” del Manifesto della città educante con il manualetto “Disegnare la città educante” che contiene spunti, idee, suggerimenti anche grafici, per le amministrazioni, i sindaci, e gli architetti coraggiosi che volessero cimentarsi in esperimenti concreti di  disegno urbano della città dell’educazione.

Giuseppe Campagnoli 23 Ottobre 2017

 

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La città educante a Didacta 2017.

 

Un reportage provocatorio tra i mercanti scolastici in fiera a Didacta 2017 di Firenze. C’era solo un’isola felice tra le scuole Montessori e Tutta un’altra scuola! Incontro interessante con Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli e la loro “Città educante.Manifesto della educazione diffusa” il 27 Settembre alle 14. Non abbiamo potuto partecipare al workshop “Progettiamo la scuola insieme dell’Indire” per una coincidenza di orari ma dal resoconto trionfalistico e a senso unico, permeato di spunti e metodi mercantili e aziendalistici, sulla pagina FB, abbiamo potuto constatare ancora una volta la pervicacia di alcune teorie imperanti. Dopo aver letto in diagonale il volume “Dall’aula all’ambiente di apprendimento” si conferma il fatto di come non sia nemmeno preso in considerazione, almeno come ipotesi di ricerca, uno scenario di rivoluzione dell’educazione  e di contestuale abbandono della strada estremamente dannosa  del progettare nuovi reclusori scolastici ormai anacronistici, se la realtà e il bisogno della gente  si evolvono, al contrario, verso una intera città educante.

Giuseppe Campagnoli 30 Settembre 2017

 

I “giochini” del progettare le scuole insieme.