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È tempo di vera educazione diffusa.

Speriamo in un reale cambiamento coraggioso.

Ne sto sentendo un po’ troppe sulla scuola in questi tempi difficili e anche pericolosi. Si sparpagliano qua e là, le parole “educazione diffusa“, “città educante“ “scuola oltre le mura“ “scuola diffusa” spesso a sproposito e senza riferire le fonti o le origini delle idee in una confusa deriva spesso anche esibizionista che spero non nasconda un’ appropriazione selvaggia, distorta o annacquata dell’idea di educazione diffusa, facendo dimenticare la cifra radicale della versione originaria per contrabbandarla con qualche passeggiata in cortile, in piazza o in giardino o con contaminazioni non audaci ma decisamente azzardate in senso conservativo. Il nostro progetto è fuori dal solito recinto che raccoglie, seppure ai suoi margini, delle spinte innovatrici in genere non intenzionate ad oltrepassare l’attuale paradigma educativo. Il panorama di oggi sempre di più contiene o costringe molte esperienze, un tempo d’avanguardia, le digerisce e le omologa attraverso un certo establishment pedagogico, sedicente progressista, che le travasa spesso alla rinfusa in appelli, manifesti, reti, gruppi ed eterei gruppuscoli. Ne avevo già scritto preoccupato in tante occasioni anche prima dell’attuale emergenza. Mai però come ora si è scatenata una bulimia di interventi in campo scolastico, pedagogico, didattico, istruttivo, ludico, addestrativo. Vorrei citare per questo i riferimenti di alcuni articoli che già evocavano qualche pericolo di confusione , come utile promemoria e guida per una specie di autocritica collettiva. Insieme a me ne scriveva in perfetta sintonia anche il mio amico Paolo Mottana, il cuore della filosofia dell’educazione diffusa. I titoli emblematici raccontavano di compiti a casa, di bambini e ragazzi che abitano il mondo, di paure dell’educazione diffusa, di scuola immobile e del fatto che il radicale cambiamento non si riduce ad una semplice ripetuta uscita dall’edificio scolastico per fare sempre le stesse cose come in una specie di ora d’aria.

https://comune-info.net/sui-compiti-a-casa/

https://comune-info.net/che-bambini-e-ragazzi-abitino-il-mondo/

https://comune-info.net/chi-ha-paura-delleducazione-diffusa/

https://comune-info.net/la-gita-non-e-educazione-diffusa/

https://comune-info.net/almanacco-di-una-scuola-immobile/

Per una doverosa puntualizzazione e per rimarcare il concetto originale di “educazione diffusa”riepilogo in breve i capisaldi dell’idea attraverso alcuni passi del recente volume di istruzioni seguite al manifesto che in meno di due anni ha raccolto centinaia di entusiastiche adesioni attive.

E’ appena il caso di osservare come le nostre idee teoriche e soprattutto pratiche potrebbero mirabilmente aiutare nella fase di riapertura in sicurezza delle attività educative proprio scongiurando i pericolosi assembramenti di una scuola reclusa ed obbligata tra le quattro mura dell’obsoleto contenitore scolastico.

La pedagogia. (Paolo Mottana)

Esperienza ed educazione incidentale in un curricolo.

“Un curricolo come si può intuire, un po’ diverso. Parliamoci chiaro, se vogliamo costruire percorsi di apprendimento autentico, dall’esperienza, centrati sulla partecipazione e il coinvolgimento sociale, culturale, affettivo dei bambini e dei ragazzi, dobbiamo lasciarci alle spalle l’idea tutta scolastica delle discipline, almeno così come le abbiamo intese finora e di tutto il bailamme di prove, lezioni e interrogazioni che si trascina dietro. Basta con tutto questo e basta con un sapere fatto a pezzi, mutilato e inutilizzabile.
Il curricolo che vi proponiamo, del tutto riformabile, manipolabile e trasformabile è fondato su alcune grandi aree di esperienza le quali, peraltro, possono intrecciarsi continuamente. Ma è dovuto per amore di stile, e anche per dare risposta a una delle domande amletiche che corrugano le fronti di genitori e insegnanti che si affacciamo su questo nuovo orizzonte. Tenendo conto che ahinoi tutti abbiamo, come già detto, insieme alla storia e alle scienze, interiorizzato quella “scuola interna”, nocivissima, che ci fa percepire come incomprensibile e inutile tutto ciò che non sia ispirato dall’idea illuministica di discipline separate e irrimediabilmente incomponibili tra loro e soprattutto con le esigenze vitali di bambini e adolescenti.

  1. Area della natura: bambini e adolescenti necessitano, specie dopo l’avvento della civiltà industriale e del suo vessillo congestionato, la città contemporanea, di vivere esperienze in natura, o almeno di quella che è rimasta e che ogni giorno soffre di nuovi attacchi e distruzioni…
  2. Area del servizio civile: come noto, noi abbiamo messo fuori gioco i minori dal poter offrire il loro contributo alla vita e ai problemi sociali, trasformandoli così, invece che in ricchezza (so di far godere con questa frase qualche businessman dell’educazione) in pesi e in costi poco ammortizzabili (tranne ovviamente per il loro ruolo precipuo di consumatori). Ebbene invece noi siamo convinti che i ragazzi possano fare molto, in termini di aiuto, servizio e collaborazione in tante iniziative di cura e solidarietà…
  3. Area del lavoro: messi fuori dal mondo del lavoro per motivi anche nobili, oggi però i ragazzi hanno una possibilità e noi crediamo una gran voglia di fare cose proprio in quel mondo: il lavoro può essere anche un campo di esperienza straordinario, oltre che un luogo dove si subisce sfruttamento e oppressione. Noi vogliamo propiziare esperienze e quindi trovare soggetti che aiutino i ragazzi non solo a guardare ma anche a fare in modo istruttivo e gratificante vere e proprie attività di lavoro: ancora una volta nelle botteghe, nei ristoranti, nelle cucine, nelle aziende artigiane, nelle officine, negli alberghi, nelle attività creative (design, grafica, illustrazione, fotografia, video, ecc.), in aziende eticamente accettabili (lo sappiamo, argomento spinoso ma a nostro giudizio fondamentale, non si può sperimentare il lavoro dove si sfrutta o si produce merce che uccide o opprime o inquina il mondo, sorry)…
  4. Area della cultura simbolica: defraudati da secoli di dispregio e emarginazione della grande cultura simbolica e del suo patrimonio di esperienza vitale a favore di un apprendimento astratto e disciplinare, bambini e ragazzi devono anzitutto ripartire da lì: dunque musica, teatro, arte, letteratura, cinema, danza, fotografia, dove si possa esprimere il grande serbatoio della loro creatività, della loro voglia di comunicare simbolicamente, di mettere in scena il proprio corpo vivente ma anche e soprattutto di entrarvi in contatto, per godere e nutrirsi appieno dell’immenso patrimonio immaginario della cultura umana. E non si tratta tanto di imparare storie e manuali di cinema, arte o letteratura ma di viverla, conoscendo autori, visitando le camere e i luoghi dei poeti, imparando a leggerli e a costruire spettacoli sulle loro opere, si tratta di organizzare eventi teatrali, di danza, di incontrare maestri e fare stage, di scrivere e creare film, di fare reportage, di arricchire zone e quartieri con opere d’arte, con la musica, con il teatro…
  5. Area del corpo: negletta e neglettissima, la regione delle esperienze corporee va assolutamente posta tra quelle da curare con maggior impegno nell’educazione gaia e diffusa, anche perché, per dire una ovvietà, bambini e ragazzi sono soprattutto corpo e i loro corpi vanno accuditi, lavorati, curati, formati, affinati: quindi, oltre allo sport, unica attività pagana concessa nei nostri istituti penitenziali, largo a tutto il resto: arti marziali (molto importanti per dare forma all’aggressività e all’eros, specie se arti effettuate in gruppi misti per genere), bioenergetica, massaggio, cultura e pratica dell’autoguarigione, yoga, meditazione, un’educazione sessuale all’altezza della loro età e delle loro giuste e focose esigenze, laicissima e articolatissima, esperienze acquatiche, boschive, aeree e terrestri (dall’arrampicata sugli alberi alla lotta nel fango). Dalle saune agli idromassaggi e così via, cercando tutte le risorse disponibili in zona…
    “Se poi nel programmare si valuterà che certi saperi giudicati indispensabili sono troppo sacrificati si potranno sempre predisporre laboratori o seminari specifici: che siano però giustificati fondatamente, non per far rientrare dalla finestra la “scuola tradizionale” giustamente cacciata dalla porta…

  • Organizzazione discreta

    Non ci si fasci la testa con l’ansia da programmazione. Qui, cioè nella gaia educazione diffusa, entriamo in un altro mondo. Si programma non per ore ma per esperienze. Voi direte, sì bravo però le ore sono ore… Ok, però attenzione: avendo a disposizione insegnanti con il doppio d’ore (sempre nel pubblico, ovviamente…
    “Comunque vanno progettate ampie attività o esperienze, tipo: per due mesi allestimento spettacolo teatrale tutti i lunedì e venerdì mattina. Oppure: lavori di manutenzione al giardino tutti i mercoledì pomeriggio. Oppure frequenza al corso di danza per due ore il giovedì nella seconda mattinata. E così via. La programmazione dovrebbe essere per unità macro anche per evitare le corse da un punto all’altro del territorio. Sapere che per una giornata si sta nello stesso posto è più rassicurante che doversi spostare in più luoghi diversi. Se questo accade occorre sempre lasciare ampi margini tra la fine di un’attività e l’altra.”

L’architettura (Giuseppe Campagnoli)

La città diventa educante

«Coraggio (o temerarietà), danari (poi non tanti…) e buon (o cattivo) senso

1. In una prima fase i centri storici e l’immediata periferia dovranno diventare totalmente pedonali e ciclabili disegnando una rete di linee sicure per bambini, ragazzi, anziani, disabili e comunque per tutti, guidate da colori e indicazioni chiare e stimolanti. Basta una delibera e un’ordinanza.

2. Accordi e convenzioni con vari luoghi (botteghe, orti urbani, agricoltori, musei, teatri, laboratori, centri sociali e di quartiere, residences di accoglienza di migranti ) che fanno da tappe durante i percorsi in città e campagna. Bastano accordi di programma, protocolli e intese promosse dai presidi e dai sindaci o da uno di questi.

3. Dovrà essere costruita nel tempo una rete di piste ciclabili e pedonali o ampliata dove già esistesse purché protetta dal traffico veicolare (con quinte di verde, paraventi mobili e strutture disegnata e costruita in modo partecipato. Il traffico veicolare va contenuto e ridotto drasticamente e progressivamente con ordinanze e determine per fermarlo ai limiti urbani e rurali magari costruendo degli hot spots di raccordo con terminal di bus elettrici, cicli e monopattini e piccoli tram urbani, nell’intento di rallentare i tempi e ricondurre la vita ad una forma sostenibile per tutti. Alla faccia della stupida corsa al profitto!

Molte città e molte associazioni hanno provato con convegni, progetti, iniziative a rendere autonomi i bambini e ragazzi nella città. L’unico grave difetto è averlo voluto fare dentro il recinto di spazi, di regole, di orari e programmi della scuola attuale senza pensare ad un suo ribaltamento seppure possibile anche dentro le norme attuali, con sperimentazioni e spazi dell’autonomia, con accordi e sinergie con chi gestisce e chi vive la città. Credo che solo dentro un progetto come quello dell’educazione diffusa si possa veramente liberare l’uso della città in funzione educante e fare sempre di più a meno di reclusori scolastici più o meno mitigati.

Quali sono allora i passi minimi da fare?

• Una o più scuole insieme a genitori, insegnanti, associazioni fanno un accordo con il sindaco, (o con il sindaco e il capo della moribonda provincia nel caso di una scuola secondaria di secondo grado) con associazioni di artigiani e mercanti, con i capi di musei, teatri etc. e preparano la rete delle “vie” e la mappa dei luoghi da connettere alla base (l’ex edificio scolastico, il nuovo portale, l’edificio pubblico o privato trasformato ad hoc…) ed eventualmente da modificare e riadattare con un piano a breve, medio o lungo termine.

• Le scuole , i docenti, le famiglie le associazioni, anche in seguito agli accordi col territorio trasformano, nel caso non vi fosse altra soluzione per un portale ad hoc, il reclusorio scolastico in una base aperta, senza aule e corridoi, senza uffici (espulsi altrove) ma con spazi comuni, aperti, biblioteche, auditorium etc.

• si rivoluzionerà il tempo scuola e il cosa-scuola applicando l’educazione diffusa, le aree di esperienza, i mentori e gli esperti, la libertà e la curiosità, la gaia ricerca e l’apertura delle menti di tutti, nessuno escluso, in un progetto-canovaccio da condividere e far partire per un anno intero di prova.

• la scuola, le famiglie, le associazioni, i municipi, i privati coraggiosi e non mercantili aiutano con oboli, tempo libero e contributi in natura, a sostenere l’iniziativa.

• In definitiva, per cominciare, ma solo per cominciare, si potrà costituire modularmente una splendida alleanza per organizzare e realizzare anche in piccolo una bella città educante”

Ben venga chi è desideroso di contribuire a questo progetto per migliorarlo, per integrarlo, per diffonderlo, per programmarne sperimentazioni e “prove generali” in diverse realtà territoriali magari approfittando della svolta che comunque la società dovrebbe virtuosamente avere nella fase di transizione dall’emergenza a quello che sarà il “dopo” e che tutti dovremmo contribuire a costruire diversamente, molto diversamente dal “prima”.

Giuseppe Campagnoli 1 Maggio 2020