Categorie
Architettura città Educazione

La mitologia lecorbusieriana.

Le origini culturali dissimulate di molte archistars.

Gli elementi di architettura, di urbanistica e di concezione della città di Lecorbusier e il suo abaco come lo chiamava Aldo Rossi non sono poi così originali. L’originalità sta forse nell’averli messi insieme in una forma diversa, come del resto accade con le note in musica e come, del resto, hanno fatto all’inizio del ‘900 anche altri architetti. Lui lo fece in una forma in qualche modo élitaria e anche autoritaria. Il mio percorso nel mondo dell’architettura fin dagli anni 60 ha preso le mosse dal razionalismo e ha glissato ragionevolmente e scolasticamente sul sopravvalutato Jeanneret per soffermarsi in seguito sull’Abate di Saint Denis, John Ruskin, Viollet Leduc, Adolf Loos, Aldo Rossi, Giancarlo De Carlo e da ultimo Colin Ward. Le due villes a diversi livelli di scala e di idea, la Ville Savoye e pure la Ville Radieuse, ritengo siano gli emblemi del pensiero in architettura di Le Corbusier che non può essere scisso dalla  visione della vita e dell’uomo a dir poco discutibili. Un percorso di confronti emergenti è inevitabile e, partendo dal simbolo mediatico e accademico dell’idea di architettura lecorbuseriana che è Ville Savoye, provo a tracciare un profilo diverso del “maestro”.

L’architettura è vita e politica (polis)

Le Corbusier alla madre, agosto 1940: «Il denaro, gli ebrei (in parte responsabili), la massoneria, tutto questo subirà la giustalegge». Sempre alla madre, ottobre 1940: «Hitler può coronare la sua vita con un’operazione grandiosa: la pianificazionedell’Europa». Il famoso, famigerato ordine nuovo. Sappiamo, sapete tutti com’è andata.” Le Corbusier è stato fascista. Un po’ lo si sapeva (e se ne parlava poco). Ma ora emerge con forza: più fascista di quanto si sapesse, antisemita, con qualche simpatia per Hitler. Le polemiche sono avvampate a Parigi, quando ha aperto, il 29 aprile, la grande mostra “Le Corbusier. Mesures de l’homme” al Centre Pompidou ( qui la recensione di Cesare de Seta ), dove l’unica misura mancante è la misura politica. Non c’è traccia delle sue idee politiche negli anni del primo fascismo, della Francia occupata, del regime filotedesco di Vichy. Ben strano, per il Beaubourg, indirizzo topico del sistema culturale francese, e mentre escono tre libri che rileggono Le Corbu illuminandone le zone d’ombra.Già intorno al 1925 Le Corbusier è affascinato da Mussolini e dal fascismo italiano. Frequenta gli ambientidel partito Le Faisceau, Georges Valois, Marcel Bucard. Stringe un forte legame con Pierre Winter, medico-scrittore prossimo all’eugenetica, antilluminista, cultore dell’orientalista René Guénon. Con Winter, che diventa suo medico e trainer personale, l’ambizioso architetto svizzero che dialoga con tutte leavanguardie, dal Werkbund al Bauhaus al Lingotto degli ingegneri italiani, fonda nel 1930 la rivista fascista “Plans”. Poi, dal 1933, con François de Pierrefeu e il mussoliniano Hubert Lagardelle, lancia la rivista “Prélude”, di cui rimane agli archivi lo slogan: «Noi conosciamo gli uomini che la Francia attende. Sono portatori di soluzioni. Il loro obiettivo – il nostro – è la conquista dello Stato». Per imporsi come urbanista che tra il 1934 e il ’37 corteggia il potere fascista a Roma, anche in chiave di Africa Orientale Italiana, a pietire un’udienza personale dal Duce che non arriva mai. Oggi gli studi di Chaslin e Perelman rileggono l’intera sua teoria della “Ville radieuse” (1935), la città strutturata, i comportamenti indotti, le case come “macchine per abitare”, in chiave autoritaria; se non «totalitaria» (così si esprime l’architetto tedesco Hans Kollhoff). L’appoggio al governo filotedesco di Vichy. Clamorosi i dettagli emersi. Il maresciallo Pétain si trasferisce il 1° luglio 1940 dopo l’accordo col tedesco invasore, Le Corbusier il giorno 3. Abita in grandi alberghi. Corteggia i vertici politici fino a ottenere dal ministro degli Interni Peyrouton una nomina per la ricostruzione di aree urbane distrutte; nel maggio 1941 Pétain lo chiama in un comitato per la nuova edilizia. Ritrova l’amico Lagardelle divenuto ministro del Lavoro, il diplomatico-scrittore Jean Giraudoux, altro filotedesco; si lega ad Alexis Carrel, pensatore razzista, filonazista, pro eutanasia. Del resto, a Parigi, Arletty va a letto con un ufficiale della Wehrmacht… Le Corbusier è un architetto e pittore di enorme talento. Ha studiato il déco, teorizzato l’Esprit nouveau (esce ora in edizione italiana il suo importante testo “L’arte decorativa”, Quodlibet), ha amato Picasso, l’antifascista Picasso, spaziato dalla cultura Bauhaus del Weissenhof di Stoccarda all’arte purista, è misurato con l’avanguardia russa. Ma per brama di gloria, e per imporre il proprio corpus dottrinale, fa anticamera presso chi si renderà complice della Shoah. Disilluso, a un certo punto capisce: Pétain, in sensoartistico, è l’Ottocento, e il potere esecutivo è di Pierre Laval. Le Corbu prende le distanze. Ma lo fa tardi. Infine, l’antisemita. Chaslin ne rintraccia le radici nel primo periodo elvetico, quando il giovane architetto maturò antipatie lavorando per industriali orologieri ebrei (Schwob, Ditisheim, Meyer). Sempre del 1940,alla vigilia delle leggi antiebraiche, ecco un’altra sua lettera: «Gli ebrei passano un brutto momento. Un po’ mi dispiaccio. Ma sembra che la loro cieca brama di denaro abbia corrotto il paese». Parte di questi documenti era stata rivelata nel 2008 nella biografia di Nicholas Fox Weber “Le Corbusier: Life” (Knopf), ma passata sotto silenzio. Il settimanale elvetico “Die Weltwoche” oggi scrive di «arte della rimozione».  Quanto a lui, il fascinoso Le Corbu in papillon e occhiali iconici, dopo il 1945 fu riabilitato al volo dalla Francia democratica guidata dal patriota Charles de Gaulle (che aveva disprezzato). Non fu il solo. Sotto questo aspetto, la sua biografia ricorda, in peggio, quella del presidente Mitterrand. Dal 1947 il suo ego di urbanista potè esprimersi in India, chiamato dal presidente Nehru per creare la città di Chandigarh. In Francia, nel 1955, produsse un’ultima meraviglia creativa, Notre-Dame du Haut. Una chiesa; lui che teneva poco alla Chiesa con la maiuscola. Diciamo che Le Corbu scelse bene il suo nome da Corvo. Volò a lungo, ma con le ali nere. In Europa, nei manuali e nei cuori degli appassionati, oggi vive soprattutto l’architetto delle meravigliose case bianche: moderne, ariose, eleganti, democratiche. Più di quanto egli stesso sognasse.Le discutibili idee di Le Corbusier che si riflettono non poco sulla sua opera. L’uomo e l’artista si confondono sempre e non è dato il caso di una separazione netta tra la concezione di vita e l’espressione professionale e culturale. Anche l’abitare e l’essere delle città risentono delle dee rispetto al mondo. Nelle varie esposizioni e nei saggi che celebrano Lecorbusier si glissa colpevolmente su questo aspetto. Cito passi di un articolo de l’Espresso del 2015 esaurienti e significativi che fanno ben comprendere alcuni aspetti anche tecnici ed estetici di Le Corbusier.”

La sua città a grana grossa è una concezione assai mercantile, che ahimè ancora regge.

Una città a grana grossa è una città autoritaria e tecnocratica che lo stesso Colin Ward criticava in Le Corbusier e in tante tendenze dell’urbanistica moderna: Colin Ward (1924-2010), uno dei massimi pensatori libertari della seconda metà del XX secolo che molto ha scritto anche di questioni urbane, nel 1989 analizzava, a partire dal disastroso caso di Birmingham, il processo di sostituzione della tradizionale grana fine del tessuto urbano con quella grossa della città pensata per il traffico automobilistico e la redditività finanziaria. Quest’ultima si era liberata di tutte quelle piccole attività economiche – «riparatori di ombrelli, tiralinee per registri contabili, manutentori di macchine da cucire, corniciai, pasticceri, confezionatori di scarpe da ballo» –per diventare il luogo dove solo le imprese dai grandi numeri di capitale, fatturato e profitto potevano essere ammesse[1].

L’analisi che Ward fa del tessuto urbano e delle sue trasformazioni ricorda molto gli scritti di Jane Jacobs della fine degli anni Cinquanta, dove la sua osservazione degli effetti del rinnovamento urbano di New York si focalizza sulla perdita di migliaia di piccole attività, la cui presenza è una delle componenti fondamentali della vita urbana perché ne struttura la diversità tipica di un ecosistema. Leggere Colin Ward è quindi utile alla definizione di una genealogia del pensiero critico all’urbanistica del Novecento che ha assunto connotazioni di tipo  libertario (ma non liberista, come qualcuno vorrebbe far credere almeno nel caso di Jane Jacobs) in opposizione alla visioneautoritaria della città contemporanea, già ben visibile nella Ville Radieuse di Le Corbusier. Sono le grandi opere realizzate dalla pubblica amministrazione, nella New York di Robert Moses come nella Birmingham di Sir Herbert Manzoni, ad essere responsabili, più della speculazione immobiliare, della sparizione delle piccole imprese urbane. La grande ricostruzione post bellica ha cancellato «la città comprensibile», e l’ha sostituita con una in cui non si riesce più a orientarsi in assenza di cartelli stradali. Il risultato è che «la vita autentica della città» risiede ormai solo in quelle parti di tessuto urbano risparmiato dalle ristrutturazioni urbanistiche o, come nel caso delle migliori concretizzazioni dei principi dell’urbanistica novecentesca, dove la città contemporanea ha preso la forma dell’insediamento spontaneo (M.B.).

Le ville e le case bianche

Una voglia di candore freudiana. Come scrive Antonello Russo nelle suo “Le Corbusier e le sue ville bianche” Quodlibet Studio Macerata 2016 “La costruzione di quelle che Alan Colquhoun ha indicato come le case bianche. (Colquhoun, 1993, p. 40) di Le Corbusier, allinea, in un’unica esplorazione, gli spunti grammaticali di una sofisticata sintassi che avrebbe alimentato in maniera significativa l’architettura della prima metà del Novecento, e non solo. L’attenzione rivolta alla città alle sue regole di composizione come organismo complesso e fine ultimo della ricerca mediata da Le Corbusier attraverso una lettura antropocentrica che, nel porre l’uomo al centro della visione distribuisce nell’abitazione una meditata sequenza di luoghi. finalizzati all’osservazione dello spazio, in piedi, seduti o sdraiati, dove la struttura portante, pur riconoscendosi, non si mostra nella sua reiterazione invasiva fornendo, piuttosto, un ordine implicito in grado di organizzare uno spazio ortogonale a prevalente sviluppo verticale.” Il colore prevalente, rigorosamente bianco, è come se volesse suggerire una sorta di freudiano “candore” che disimpegna la forma rispetto alla natura e il privato rispetto all’ambiente che si presenta variegato e pieno di colori e di forme. I bianchi di fondo delle unità d’abitazione, delle città ideali, della cappella di Rochamp e infine della Ville Savoye non sono scelte semplicemente decorative, ma sono profondamente simboliche e formalmente determinate.

Il candore di facciata

Le meravigliose case bianche sfuggite di mano all’urbanista autoritario per colpa dell’artista creativo oggi rappresentano il naufragio della modernità? E’ emblematica l’istallazione dell’artista che fa naufragare l’opera lecorbuseriana in un simbolico fiordo. La Villa Savoye affonda nei fiordi danesi. “Flooded Modernity”, un’installazione dell’artista danese Asmund Havsteen-Mikkelsen, rappresenta il naufragio della modernità e del potere della ragione. Ma anche del potere dell’individualismo dell’architetto moderno che riprende quello rinascimentale mentre snobba il lascito teorico del fare collettivo e tutto sommato democratico delle architetture medievali delle città e delle cattedrali. La modernità viene accostata alla rivoluzione industriale ed al dominio del capitale e della personalità degli artisti che si eleva sopra le masse e indica loro come e dove abitare, come istruirsi, lavorare, muoversi e usare del tempo liberosenza che possano partecipare alle scelte ed alla costruzione degli spazi che vivranno. Fortunatamente abbiamo avuto anche personalità di mentori e non di dittatori della forma come Aldo Rossi, De Carlo, Colin Ward e tanti altri architetti non propriamente mercantili e non celebrati per le loro ville padronali, le chiese, le  città ideali e non “analoghe”.

Giuseppe Campagnoli