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La scuola e la politica. Ma la città educante continua ad andare avanti, malgrè tout.

Continuano i tentativi di strumentalizzazioni e ostacoli sulla via della vera educazione diffusa. Due facce della stessa medaglia?

Ecco un’appendice di riflessioni significative alla nostra avventura nella divulgazione del Manifesto della educazione diffusa per una città educante.  Ad ogni passo è stato necessario distinguere il grano dal loglio con molta prudenza. Abbiamo avuto a che fare, nel  percorso,  ormai lungo un biennio, di avvio del progetto attraverso la presentazione del volume “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” (Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli, edizioni Asterios Trieste) e gli incontri, i seminari, i convegni promossi da associazioni, scuole, amministrazioni comunali, politici, giornalisti, genitori, insegnanti e presidi, Università ed enti vari, anche con le mire propagandistiche ed elettorali di partiti al governo e all’opposizione, di giornali e tv, associazioni e gruppi di varia estrazione, a volte per ostracizzare e boicottare, a volte per lusingare ad usum delphini e cavalcare l’onda del bisogno di cambiamento purché sia. Io stesso ho rischiato seriamente di  cadere in qualche tranello da propaganda elettorale per ingenuità o per eccessiva fiducia nelle persone che in malafede avevano tentato di coinvolgermi.

Col senno di poi sono riuscito ad evitare altre imboscate  di segni opposti mentre come contraltare  ho avuto la grande soddisfazione in diverse occasioni di condividere le idee della educazione diffusa e della scuola senza mura e confini, con scuole, insegnanti, libere associazioni, genitori e studenti, senza secondi fini e senza mercato.

 

        

 

Avevo già scritto una nota in merito ai tentativi di apporre etichette più o meno tendenziose al nostro progetto di educazione diffusa. La libertà è la nostra bandiera, per una rivoluzione sottile della educazione e della città che per sua natura non  si può legare a nessuno né avere sponsor di partito o ideologici (le idee si, le ideologie no). Ben vengano invece le amministrazioni pubbliche o private, i sindaci e i presidi, e anche i provveditori (anche se non sono più tali) illuminati che siano disponibili a sperimentare e a cimentarsi con la vera innovazione  da attuare attraverso vie lunghe e irte di ostacoli nella loro città e nei loro territori. Per quel che mi riguarda mio considero un libertario nelle mie, non ancora superate perché raramente realizzate, idee del mondo, dell’educazione e della vita. E’ pericoloso oltre che falso sostenere che non esistano più le categorie della destra e della sinistra e lo si fa in genere per creare confusione a favore di un equivoco tutti contro tutto o di una parte retriva, conservatrice, intollerante, nazionalista ed egoista che si pone contro quel tutto che ama la libertà, l’accoglienza e l’equità sociale. Sappiamo da diversi segnali e movimenti nel mondo che la sinistra delle idee esiste-rà finché ci sarà ricchezza e povertà, superstizioni dominatrici, sopraffazione, capitalismo, guerre e fame. Essa deve solo riflettere ed unire chi crede ancora nell’eguaglianza, chi non confonde tra libertà e liberalismo o liberismo e tra sicurezza e intolleranza. Esisterà per chi non ama il mercato in tutte le sue forme, per chi crede che l’ambiente, la casa, la salute e l’educazione siano un diritto inalienabile e non vi si possa fare speculazione di nessun tipo mentre  debbano essere sottratte a qualsiasi mercato. Nel caso della città educante, come l’educazione anche l’architettura non può avere una connotazione prevalentemente mercantile, perché è un’arte per l’uomo e per l’ambiente. Il suo sposalizio con l’educazione può costruire la città che educa conservando e trasformando spazi, costruendone di nuovi, belli ed accoglienti dove apprendere, scambiare, cercare ed errare. Per questo non ci arrenderemo e il progetto andrà avanti con chi sarà disposto a condividere questo sforzo senza altri profitti se non quelli della comunità e del suo futuro. Il progetto andrà avanti mettendo a punto gli strumenti concreti da suggerire a chi vorrà provare a sperimentare l’educazione diffusa sia dal punto di vista pedagogico e didattico che da quello dell’architettura che tende a trasformare la città ed avviare il processo graduale di sostituzione dell’edilizia scolastica con portali, basi, aule vaganti, musei, teatri e botteghe, officine, ateliers, piazze e strade educanti recuperando a nuova vita sia il concetto di educazione che quello di città.

Giuseppe Campagnoli 17 Marzo 2019

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Il disegno della città educante

E’ appena uscita la prima edizione del volume “Il disegno della città educante” edito da ReseArt per i tipi di Youcanprint. Dopo una campagna di crowdfunding non proprio esaltante e il tergiversare degli editori da noi coinvolti (compreso quello de “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” ) abbiamo deciso, per ora, che chi fa da sé fa per tre. Le cose stanno andando meglio di quanto pensassimo. I libro è il seguito naturale della storia narrata da Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli ormai un anno fa e che tanto interesse ha suscitato ovunque siamo andati a presentarla, da Milano a Pesaro, da Monza a Lecce e, a distanza, da Sao Paulo a Parigi.

Microsoft Word - Volantino e locandina presentzione libro.docx

Aprile 2017 l’esordio del libro di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli

 

Il “Disegno della città educante” è un racconto architettonico pieno di suggerimenti e suggestioni su come si potrebbe realizzare la città educante in un vero contesto urbano: dall’idea all’organizzazione, dagli attori alle risorse, ai tempi ed agli esperimenti da far precedere. La narrazione coinvolge i temi della città giardino di Howard, le idee di città di Aldo Rossi ed è accompagnata da disegni fantastici e realistici, tra l’osservazione di veri luoghi di una città italiana e l’immaginare di trasformarli per riempirli dei significati  pregnanti della educazione diffusa.

Eccone uno stralcio illuminante:

IL QUARTIERE EDUCANTE
Quando studiavo la parte di città con Aldo Rossi e le
caratteristiche di autonomia e di correlazione insieme
con tutto l’organismo urbano si poteva pensare a una
minitown autosufficiente. Una parte di città potrebbe
essere un quartiere che nella nostra idea urbana educante
contiene in sé il portale, le vie e i luoghi dell’educare in
stretta connessione e interscambio con gli altri portali e le
altre reti della città. Cominciamo per semplicità da un
quartiere, come si sta facendo a Milano nel
Quartiereducante6.
Compito dell’architetto educante è quello di disegnare
o ridisegnare i luoghi e i loro nessi insieme a chi governa
la città. Compito dell’educatore e dell’amministratore
scolastico (finché dura) sarà quello di pensare alla
organizzazione, ai tempi, alle aree educative, ai mentori e
agli esperti, alla gestione e alla logistica.
La base o il portale educativo è un luogo
multifunzionale di raccolta e di partenza dei gruppi. Può
essere un complesso di biblioteche, auditorium, ateliers,
piccoli laboratori aperti, piazze e cortili. Qui si ritrovano
le “orde” di assetati di conoscenza e da qui partono per le
“aule diffuse” a svolgere le attività concordate per la
giornata secondo un canovaccio plurisettimanale
annotato solo allo scopo di non sovrapporre i gruppi ai
luoghi disponibili.
I gruppi di bambini che stanno apprendendo a leggere,
scrivere, osservare la natura, disegnare, scolpire, suonare
e far di conto si ritroveranno sparsi per la città ora in una
biblioteca, ora in un museo, ora in un giardino dove ci
saranno spazi accoglienti e pronti all’uso. I teams di
ragazzi della fascia di età tra i dieci e i quattordici anni
sono impegnati nelle loro ricerche per argomenti
trasversali mentre i giovani tra i quattordici e i diciannove
anni si divertono a risolvere problemi di diversa natura
attingendo ai media, alle risorse delle biblioteche
multimediali, ai laboratori, alle botteghe e agli archivi
storici e scientifici. Non sarà difficile per una
amministrazione municipale e scolastica svestite di
burocrazia, per associazioni di cittadini e lavoratori
volonterose e realmente no profit, e per una città aperta,
capace e laboriosa organizzare giornate, settimane, mesi
di educazione diffusa. Le formule e le soluzioni non sono
già pronte all’uso, ogni realtà è diversa, ogni gruppo è
diverso, ogni persona è diversa e l’educazione come
l’insegnamento debbono giocoforza essere
personalizzate e multiformi.
Non c’è un ricettario dell’educazione diffusa. C’è uno
scenario ideale dove collocare le diverse esperienze di
volta in volta e organizzare le persone, i luoghi, il tempo e
le cose da fare e da imparare a fare. Si sa che occorre nel
tempo chiudere i reclusori scolastici, moltiplicare le
occasioni di uso collettivo dei luoghi della città adattandone
gli spazi e rendendoli pronti ad accogliere ventiquattro
ore su ventiquattro i flussi di cittadini in formazione, da
zero a cento anni!
La tecnologia, quando usata bene, ci può venire in
aiuto per aumentare la realtà con il virtuale e viceversa,
essere fuori come si era dentro un tempo, connettersi,
ricercare con la guida dei mentori e degli esperti,
registrarsi e localizzarsi con i QI come fanno in Cina
anche per l’elemosina (orrore!) ma qui solo per ragioni di
tutela dei minori e di saggia prevenzione e protezione che
non si configuri più come esigenza di controllo e
obbedienza. Del resto i ragazzini e i giovani vanno a
nozze con il web ma vorrebbero anche scapicollarsi nelle
discese ardite e rotolarsi sull’erba e sulla sabbia, o
arrampicarsi sugli alberi e sui muretti che non chiudono
più né scuole né cortili delle ore d’aria ricreative.
L’importante è suggerire metodi e aiutare ad apprendere,
a farlo con juicio, profitto e senza rischi. Così la piazza
vera e quella virtuale insieme ai saperi tangibili e quelli
eterei si mischiano virtuosamente e si valorizzano
reciprocamente. Tablets e libri veri, pc e pallottolieri,
penne, pastelli ed e‐pencils, enciclopedie da sfogliare e da
scorrere, CAD, LIM, gessetti, matite si integrano e si
completano senza escludere le bontà degli uni e degli altri.”

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Accanto al volumetto è stata pubblicata una cartella dei disegni originali che contiene anche le prime idee in nuce nel progetto di una scuola per il futuro di Architecture for Humanity che già nel 2009 prefigurava una educazione diffusa nella città con degli strani e misteriosi oggetti polifunzionali e mimetici disegnati da Giuseppe Campagnoli con la collaborazione di Stanislao Biondo. Già alcune idee su una rivoluzione dei luoghi per apprendere erano nel libro “L’architettura della scuola” edito da Franco Angeli nel 2007.

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Del contenuto della cartella dei disegni per una città educante è stato fatto un breve filmato illustrativo.

Giuseppe Campagnoli 11 Marzo 2018

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La scuola senza mura e senza lacci.

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“Chi pensa che sia impossibile è pregato di non disturbare chi sta provando…”

E’ già una storia densa di eventi quella seguita al libro dedicato all’educazione ed all’architettura scritto con Paolo Mottana per Asterios editore “La città educante. Manifesto della educazione diffusa”.

Traggo spunto da questi eventi, che in parte ho già raccontato, per ribadire una profonda convinzione. E’ tassativo per un libero pensatore che ha a cuore le sue idee e i suoi progetti tenersi lontano dalla politica dei partiti e dei movimenti che cavalcherebbero sia le buone che le cattive idee pur di avere voti e consenso. Avevo ragione. La corsa alle bandierine di posizione come quella ai boicottaggi e alle censure è già cominciata.  A parte l’ineffabile sedicente giornalista-insegnante del quotidiano episcopale l’Avvenire che stronca il libro e l’idea avendone palesemente letto solo il titolo e qualche riga, si addensano moti etichettatori tesi ad apporre un logo di partito o di movimento che l’idea, comunque squisitamente politica, per quel che mi riguarda, non avrà mai. Sono stato invitato a presentare il libro da biblioteche pubbliche, da università, da centri educativi sociali e da librerie indipendenti e questo mi va bene  perché è importante che si discuta delle idee e della eventualità, nei tempi possibili, di realizzarle. E’ chiaro che a fondamento della scuola diffusa e della sua architettura innovativa c’è un senso profondo di libertà: dal potere qualunque sia, dal mercato piccolo o grande che sia e dal consumo pericoloso e antiecologico, dall’intolleranza e dal pregiudizio, dai muri di qualsiasi tipo, dalla meritocrazia e dalla mediocrazia. Non ho ancora visto all’orizzonte, se non rari casi decisamente minoritari, chi possa dare politicamente voce a tutte queste istanze insieme. Bene o male tutti accettano il libero mercato e curvano la loro idea di educazione, a volte spacciata per rivoluzionaria, alle sue regole e  alle sue leggi, nessuno escluso. Per questo mi guarderò bene dall’offrire il fianco a chiunque voglia apporre un timbro o issare la sua bandiera. La mia idea di scuola e di architettura è un’altra, decisamente un’altra, maturata in quarant’anni di trincea, di esperienze dirette e di studi. Chi leggerà a fondo il libriccino (come lo chiama  l’acidulo “critico” letterario  Roberto Carnero) potrà maturare il suo convincimento e giudicare. So che il mio “amico di penna” sarà sicuramente d’accordo. So già che non saranno molti quelli che abbracceranno a pieno lo spirito del Manifesto, e forse, per ora, è anche un ben. Abbastanza invece sono coloro che cercano di assaggiare l’idea nei loro luoghi, a volte facendo confusione ideale, a volte mostrando straordinaria passione e fortissimo coinvolgimento ideale. Io mi sento di stare con loro. Non mancano gli educatori e le genti coinvolti. Mancano invece paradossalmente gli architetti forse presi dalla carriera mercantile o dalle loro, passioni ipertecnoecologiche di gran moda. Vi aspettiamo progettisti amanti dell’immaginario e della fantasia, dell’importanza dei luoghi della città e del loro disegno disinteressato. Vi aspettiamo! E, per ora, buona vacatio!

Giuseppe Campagnoli

10 Agosto 2017

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