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Diffondere l’educazione per cambiare la società

Giuseppe Campagnoli 22 Novembre 2020

« Il gran torto degli educatori è il volere che ai giovani piaccia quello che piace alla vecchiezza o alla maturità, che la vita giovanile non differisca dalla matura, di voler sopprimere la differenza dei gusti e dei desideri; di volere che gli ammaestramenti, i comandi e la forza della necessità suppliscano all’esperienza.. »

Giacomo Leopardi. Zibaldone 1824

«Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudonoo vengono rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme,Manicomi, Scuole chiuse e scuole che sembrano aperte, colorate,suadenti, accattivanti e ruffiane… Ministeri, Conventi, Centri Commerciali,Stadi e Villaggi Outlet, Social Network… Codeste pubbliche e private architetture reali e virtuali son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali. Difesa contro il delitto – contro la morte – contro lo straniero- contro il disordine – contro la solitudine – palliativi contro la povertà a vantaggio del consumo sfrenato – contro tutto ciò che impaurisce l’uomo abbandonato a sé stesso: il vigliacco eterno che fabbrica leggi, società e mercati come bastioni e trincee veri o fittizi alla sua tremebondaggine.Vi sono sinistri magazzini e opifici di uomini cattivi in città e in campagna e sulle rive del mare – davanti a’ quali non si passa senza terrore. Facciamone a meno se possibile».

Giovanni Papini, Chiudiamo le scuole 1914

L’educazione diffusa

“L’educazione diffusa è un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale. È tempo di rimettere bambini e bambine, ragazzi e ragazze in circolazione nella società che, a sua volta, deveassumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo e formativo. La scuola dove ridursi a una base, un portale ove organizzare attivitàche devono poi realizzarsi nei mondi aperti del reale, tramiteun progressivo adeguamento reciproco delle esigenze delle attivitàpubbliche e private interessate, degli insegnanti, dei ragazzie bambini stessi. All’apprendimento chiuso e iperprotettivo della scuola, privo di motivazione e connessione con la realtà, si sostituisce progressivamente un apprendimento realizzato con esperienze concrete da rielaborare e condividere. Non più insegnanti di discipline ma educatori, méntori, guide, conduttori capaci di agevolare i percorsi di interconnessione e indurre sempre maggiore autonomia e autorganizzazione. I ragazzi e i bambini nel mondo costituiranno una nuova linfa da troppo tempo emarginata e costringeranno la società e il lavoro a ripensarsi, a rallentare e a interrogarsi. È un atto politico portare questo modello nella società. È un impegno,una scommessa e una prospettiva di vita sensata che chiediamodi sottoscrivere impegnandosi a divulgare l’idea e il progettoper trasformarlo in esperienze diffuse nel territorio.”

Dal Manifesto dell’educazione diffusa AA.VV. 30/07/2018

L’ educazione diffusa per immagini.

La prima è l’immagine che sta diventando l’emblema internazionale dell’educazione diffusa.

Les italiens

di Giuseppe Campagnoli

 

 

Dall’epilogo del libro “Italiani. Dèjà vu” riscrittura in chiave moderna del “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli Italiani” Feltrinelli  2009, rivisitato ad oggi 5 Marzo 2018.

Ma qual è  oggi la  “classe ristretta” di cui parlava Leopardi? E  chi sono oggi i perfetti epigoni di quel cinismo nell’animo, nel pensiero, nel carattere, nei comportamenti nel modo di pensare, di parlare, di agire ? Chi nell’economia, nella politica, nelle comunicazioni, nei media? E’ fin troppo facile riconoscere queste categorie che fanno capo ai personaggi più in vista eredi di quella società “per bene” non impegnata a procurarsi il pane quotidiano e che blatera sempre di popolo! Dove il ricco è bene che resti ricco purchè faccia ipocritamente professione di populismo. Dove i salotti dei tempi di Leopardi hanno solo mutato sembianze ma non sostanza… Dove ci si attacca a vicenda quotidianamente e in pubblico… e ci si  adula  nel privato! E allora riconosciamo in quelle conversazioni leopardiane senza amor proprio, ciniche e violente, le rubriche lettere al direttoredi molti giornali, gli editoriali al vetriolo, i talk show infingardi e aggressivi, le notizie false, tendenziose e parziali, la caccia allo scandalo, l’avversario politico che diventa nemico, le miserie umane che diventano fiction e viceversa.

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Italiani. Déjà vu?

Dall’articolo su La Stampa di qualche anno fa, fino agli apprezzamenti dei lettori in rete mi piace riproporre, visti i tempi, una sintesi di questa mia umile “traduzione” leopardiana.

La Stampa Marzo 2010

Una «rilettura» dei testi antichi che non sia semplice traduzione renderebbe comprensibili libri altrimenti ostici ai più. Come un certo “Discorso” del Leopardi. La lingua italiana, purtroppo, già dall’Ottocento a oggi si è trasformata tanto da essere quasi un’altra lingua. Senza contare che anche i dialetti spesso costituiscono dei veri e propri linguaggi a sé e contribuiscono a complicare la comprensione nel parlare e nel leggere. D’altra parte, anche le traduzioni di autori stranieri in italiano spesso ne hanno svilito il testo e molto più spesso hanno prodotto decisamente«un altro libro». Lascerei leggere a dotti e studiosi i testi originali laddove questi siano arcaici, complessi e incomprensibili ai più. Per non impedire al lettore poco colto di cogliere i messaggi di poeti e letterati importanti praticherei la via di una «rilettura» che non sia una traduzione vera e propria ma una specie di «remake»qualificato e rispettoso del significato e del messaggio dei testi dei classici ormai lontani nel tempo. Ho provato io stesso a fare un rispettoso esperimento con il mio amato concittadino Giacomo Leopardi: ho tentato di rendere comprensibile anche al lettore meno dotato l’essenza del “Discorso sullo stato presente dei costumi degli italiani” che ho trovato straordinariamente attuale e quasi miracoloso nel descrivere gli italiani come sono stati e come sono ancora oggi nella quotidianità e nella società. Chi lo ha letto, anche poco avvezzo a leggere libri, lo ha apprezzato e mi ha testimoniato lo stupore per essere riuscito a rendere attuale un saggio che altrimenti sarebbe stato compreso da pochi eletti e che non sarebbe stato utile a una riflessione profonda sull’attuale italico malessere. Anche un solo lettore in più di un testo altrimenti considerato datato, ostico, involuto, prolisso e sostanzialmente incomprensibile, costituisce un risultato di crescita per la cultura e, in questo caso, per la democrazia.”
Giuseppe Campagnoli

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