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Un manifesto politico

E’ tempo di rileggere e sottolineare gli aspetti squisitamente politici del “Manifesto dell’educazione diffusa” scritto a quattro mani da Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli nel 2017 e sottoscritto da tanti insegnanti, genitori, pedagogisti, associazioni, che di tanto dibattito e di tanti incontri su e giù per l’ Italia è stato protagonista, provocando anche belle iniziative ed esperimenti suggestivi di controeducazione tuttora in atto. Ad ogni frase c’è un riferimento ad un’ idea di società, di educazione e di città decisamente rivoluzionaria. Mi piace ricordare qui, scorrendo il testo, qualche pensiero che molti hanno condiviso e che aiutano a non equivocare il messaggio profondo del Manifesto stesso.

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“Ma occorre cambiare, capovolgere questo modo carcerario di intendere l’educazione”

“L’energia  che questa popolazione reclusa (i bambini, i ragazzi, gli stranieri, gli anziani..) potrebbe imprimere alla vita sociale è incalcolabile se solo si potesse metterla davvero in moto e non tenerla in scacco, stagnante, incatenata)

“Sulla scia di una discreta organizzazione, in una città, si può cominciare ad immaginare la nuova scuola e la nuova educazione in diverse dimensioni: quella storica e architettonica, quella logistica, quella organizzativa e quella pedagogica e culturale, senza scindere più tra spazi per apprendere, per comunicare,per esibire, per documentare, per vivere.”

“non si può imparare in luoghi e spazi che incitano alla guerra del competere e alla gerarchia nella forma e nella concezione”

“L’educazione incidentale è il primo riferimento per un nuovo modo di pensare l’educazione”

“La seccante e vana discussione sulla valutazione, sulla verifica, sulle prove, con l’educazione diffusa conoscerà finalmente la sua fine”

“Nessuno sarà inserito in tirocini o apprendistati volti ad essere immessi precocemente in un mercato del lavoro distruttivo e del tutto alieno da ogni finalità di autentico sviluppo e ampliamento delle capacità delle persone..”

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“Non c’è bisogno di costruire altre scuole e non c’è neppure bisogno di ricostruire quelle distrutte da eventi naturali o dall’incuria e disonestà dell’uomo. Se la metà delle scuole italiane non si può mettere a norma né ora né mai, l’altra metà è vecchia sia concettualmente che fisicamente. Rincorrere gli adeguamenti e i restauri per tutta la vita di edifici che funzionano solo metà del tempo e sono irrimediabilmente obsoleti anche quando progettati l’altro ieri è folle oltre che antieconomico. Gli spazi dove si fa scuola sono lo specchio di come è il modello di scuola oggi.”

“Ma occorre cambiare, capovolgere questo modo carcerario di intendere l’educazione. Occorre che essi possano tornare ai luoghi da amare, alla città anzitutto, che è un insieme di luoghi per apprendere, cercare, errare (l’errore!) osservare, fare e conservare per condividere, riconoscersi e riconoscere.”

“Fa comodo alle autorità mettere sotto scorta chi si muove in maniera imprevedibile ancora al di fuori del compasso ordinatore dell’ordine del lavoro. Fa comodo a chi li ha messi al mondo sapere che sono sotto protezione, non abbandonati a sé stessi e alle loro pulsioni mobili e variabili, liberandoli dal timore che si avventurino in zone ignote, alla mercé dell’inatteso e del sorprendente. Fa comodo a tutti sapere i bambini e i giovani fuori dal mondo.”

“Basta con l’obbligo, con il sacrificio e con la sottomissione, ogni fatica deve contenere in sé la sua ricompensa, deve essere l’anello di un tracciato di cui si coronano in tempi brevi continue tappe di soddisfacimento.”

“Costringerà a rallentare, a prestare attenzione, a farsi attori di cura, di attenzione, di comunicazione, informazione, orientamento. Interpellerà tutti, mostrando che si può abitare la città come un grande luogo collettivo (e virtuosamente mescolato), di conoscenza, di cultura, di esperienza, di operatività sensata.”

La declinazione fattuale del Manifesto nell'”Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso” consiglia e suggerisce strade per realizzare l’educazione diffusa nei contesti reali considerando prioritaria la dimensione  squisitamente pubblica e non privata e familiare dell’educazione in direzione di una intera società educante.

“Superare l’idea della “scuola” come mondo confinato tra mura, distaccato dal resto della realtà e della società, in modo che il bambino e il ragazzo siano messi nelle condizioni di fare esperienze dirette nel mondo, quello vero, di ogni giorno. È la visione, fortemente innovativa, attorno alla quale Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli hanno formulato la loro proposta di educazione diffusa e di città educante. Che non è solo un concetto astratto, tutt’altro. È una logica, pianificabile e organizzabile, una nuova modalità per aprire ai giovani le porte dell’apprendimento e del sapere.
Si viene accompagnati  (sia come genitore, educatore, insegnante o qualsivoglia vocazione si abbia ) attraverso un percorso chiaro e concreto per capire “come si fa” e “con chi si fa” l’educazione diffusa. Per cambiare veramente paradigma educativo, anche da domani. Basta volerlo.”

Giuseppe Campagnoli

4 Giugno 2018.

Aggiornato il 29 Maggio 2021

La scuola. Una scuola. Quale scuola?

 

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“Non si tratta di innovare in didattica, in edilizia scolastica, nei cosiddetti programmi o indicazioni nazionali. Si tratta di cambiare il paradigma intero della scuola. Si tratta di cambiare radicalmente l’idea di scuola, di educazione, di architettura, di città per oltrepassare e rifondare.”

Come contraltare avvilente alle nostre idee sulla necessaria rivoluzione in campo educativo che vuole essere il prodromo di una rivoluzione più ampia in campo sociale e culturale è divertente annotare, a partire dalla vacua sezione riguardante l’istruzione del famigerato “Contratto di governo”, i passi che si stanno facendo in questo campo delicato e importante della vita delle persone. L’aveva annunciato l’ineffabile ministro che non ci sarebbero state rivoluzioni. Si sta dimostrando  più realista del re anche nel lasciar mano libera sulle cose del suo dicastero agli altri ministri “competenti” (?). L’alternanza scuola-lavoro che è sopravvissuta in forme diverse e forse peggiori, il concorsone per i docenti di storica formulazione, l’educazione civica che aggiunge una materia al già intasato coacervo disciplinare e diventa quasi la summa della pletora di “educazioni” tanto care all’establishment scolastico vetero e  neodemocristiano, l’abrogazione di regi decreti sulla disciplina alle elementari che da tempo non avevano, di fatto, alcuna efficacia e via così con tante altre perle tese a lasciare le cose come stanno o, nel segno del cambiamento, a peggiorale come le telecamere nelle scuole, l’ennesima giravolta sulle regole dell’Esame di Stato alla fine della scuola secondaria di secondo grado, i contentini parasindacali alla classe docente-elettrice e alla via così.. Chi intravvede dei segnali positivi e di cambiamento anche se minimi credo stia prendendo dei forti abbagli o è caduto ingenuamente nella trappola del guardare il dito al posto della luna indotto dalle grandi capacità di propaganda dell’accoppiata improbabile che ci governa, capacità caratteristica da sempre della furbizia politica. Ultima perla è l’educazione civica che nelle scuole sta per diventare l’ennesima materia classificatoria e prescinde dal fatto che intere generazioni di genitori a partire dagli anni ’60 siano state decisamente abbandonate e forse anche incentivate ad usum delphini nel loro neoanalfabetismo crescente e ahimè inconsapevole (non il saggio “hoc unum scio, me nihil scire “).Questa ignoranza diffusa (diffusa lo è di sicuro!) che lo stesso Gramsci (che aveva un’idea di scuola come riscatto comunque legata ai suoi tempi) temeva molto come veicolo di controllo del potere, non si è configurata solo nel campo dell’istruzione di base ma anche negli aspetti civili, umani e sociali e si spinge anche oltre  creando illetterati perfino con lauree e specializzazioni, come avviene peraltro anche in altri paesi d’Europa e del mondo che spesso questa società mercantile porta addirittura ad esempio (vedi OCSE-PISA) di eccellenza educativa e scolastica.

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Nei prossimi cinque anni, secondo la contrattazione governativa, che come pare è  un patto ineluttabile, questo, alla lettera, è quello che di rivoluzionario dovrebbe avvenire:

“22. SCUOLA

La scuola italiana ha vissuto in questi anni momenti di grave difficoltà. Dopo le politiche dei tagli lineari e del risparmio, l’istruzione deve tor- nare al centro del nostro sistema Paese. La buona qualità dell’insegna-mento, fin dai primi anni, rappresenta una condizione indispensabileper la corretta formazione dei nostri ragazzi.

La nostra scuola dovrà essere in grado di fornire gli strumenti adeguati per affrontare il futuro con fiducia. Per far ciò occorre ripartire innanzitutto dai nostri docenti. In questi anni le riforme che hanno coinvolto il mondo della scuola si sono mostrate insufficienti e spesso inadeguate, come la c.d. “Buona Scuola”, ed è per questo che intendiamo superarle con urgenza perconsentire un necessario cambio di rotta, intervenendo sul fenomeno delle cd. “classi pollaio”, dell’edilizia scolastica, delle graduatorie e titoli per l’insegnamento.

Particolare attenzione dovrà essere posta alla questione dei diplomati magistrali e, in generale, al problema del precariato nella scuola dell’infanzia e nella primaria. Una delle componenti essenziali per il corretto funzionamento del si- stema di istruzione è rappresentata dal personale scolastico. L’eccessiva precarizzazione e la continua frustrazione delle aspettative deinostri insegnanti rappresentano punti fondamentali da affrontare per un reale rilancio della nostra scuola. Sarà necessario assicurare, per-tanto, anche attraverso una fase transitoria, una revisione del sistema di reclutamento dei docenti, per garantire da un lato il superamento delle criticità che in questi anni hanno condotto ad un cronico preca-riato e dall’altro un efficace sistema di formazione.

Saranno introdotti nuovi strumenti che tengano conto del legame dei docenti con il loro territorio, affrontando all’origine il problema dei trasferimenti (ormai a livelli record), che non consentono un’adeguata continuità didattica.Un altro dei fallimenti della c.d. “Buona Scuola” è stato determinato dalla possibilità della “chiamata diretta” dei docenti da parte del dirigente scolastico. Intendiamo superare questo strumento tanto inutile quanto dannoso. 

Una scuola che funzioni realmente ha bisogno di strumenti efficaci che assicurino e garantiscano l’inclusione per tutti gli alunni, con maggiore attenzione a coloro che presentano disabilità più o meno gravi, ai quali va garantito lo stesso insegnante per l’intero ciclo.

Una scuola inclusiva è, inoltre, una scuola in grado di limitare la dispersione scolasticache in alcune regioni raggiunge percentuali non più accettabili. A tutti gli studenti deve essere consentito l’accesso agli studi, nel rispetto del principio di uguaglianza di tutti i cittadini. 

La cultura rappresenta un mondo in continua evoluzione. È necessarioche anche i nostri studenti rimangano sempre al passo con le evoluzioni culturali e scientifiche, per una formazione che rappresenti uno strumento essenziale ad affrontare con fiducia il domani. Per consen- tire tutto ciò garantiremo ai nostri docenti una formazione continua. Intendiamo garantire la presenza all’interno delle nostre scuole di docenti preparati ai processi educativi e formativi specifici, assicurandoloro la possibilità di implementare adeguate competenze nella gestio-ne degli alunni con disabilità e difficoltà di apprendimento. 

La c.d. “Buona Scuola” ha ampliato in maniera considerevole le ore obbligatorie di alternanza scuola-lavoro. Tuttavia, quello che avrebbe dovuto rappresentare un efficace strumento di formazione dello studente si è presto trasformato in un sistema inefficace, con studenti impegnati in attività che nulla hanno a che fare con l’apprendimento. Uno strumento così delicato che non preveda alcun controllo né sulla qualità delle attività svolte né sull’attitudine che queste hanno con il ciclo di studi dello studente, non può che considerarsi dannoso.”

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Ciò che sta avvenendo giorno per giorno è sotto gli occhi di tutti. Al di là delle giaculatorie di principi a volte lapalissiani e scontati del contratto che, mentre nega la pur terribile “Buona scuola ” renziana, di fatto ne riproduce parti non secondarie in altre forme declinate, i dettagli più incisivi (dove si nasconde il diavolo) e gli interventi più pericolosi e conservatori che incidono anche sulla scuola stanno passando per altre vie e per altri ministeri in effetti molto solerti (immigrazione, sicurezza, lavoro, autonomie differenziate, tagli di risorse..)

Trovate nel testo qualcosa che ricordi minimamente o possa dare suggestioni  circa le idee di scuola senza mura, di città educante, di educazione diffusa? Se è così ditemi per favore dove. Sarà la mia cataratta che avanza (fisica e anche mentale?) a non farmi vedere questi segni tra le righe? Illuminatemi. Non entro nel merito dei singoli provvedimenti anche più recenti perché a mio avviso bastano i titoli e basta osservare il disegno generale, l’idea di scuola, di società, di vita che non accenna minimamente a ripudiare l’economia mercantile  su cui tutto si fonda, dalla salute, alla città, dalla scuola al lavoro, dalla famiglia alla persona, nella vita di tutti i giorni. Se le cose non cambiano o non danno neppure un segnale minimo di cambiare non sono io ad essere il solito bastian contrario. Se il mio atteggiamento di educatore, architetto e cittadino di fronte  a ciò che avviene intorno a noi è lo stesso da anni significa che le cose non accennano neppure ad essere messe veramente in discussione. Non bisogna d’altronde lasciarsi distrarre ma continuare per una strada che forse non troverà tanti autentici sostenitori se non dal basso, nei gruppi, nelle associazioni, nelle persone di buona volontà e comunque in direzione decisamente e coraggiosamente contro chi di fatto ha paura della educazione diffusa. Non si tratta di innovare in didattica, in edilizia scolastica, nei cosiddetti programmi o indicazioni nazionali. Si tratta di cambiare il paradigma intero della scuola. Si tratta di cambiare radicalmente l’idea di scuola, di educazione, di architettura, di città per oltrepassare e rifondare.

Ecco, per esempio, cosa scrivevo quasi due anni fa. E’ cambiato qualcosa nella scuola delle istituzioni?

https://researt.net/2017/08/06/tutti-alla-fine-vogliono-la-scuola-del-mercato/

Giuseppe Campagnoli

3 Maggio 2019

 

 

L’indicibile armada.

Ho già detto molto sul programma del nuovo governo populista ma non popolare. Nei recenti articoli ho parlato di economia e di educazione rilevando come il programma sia ambiguo in qualche caso, illiberale e iniquo in qualche altro, razzista e intollerante altrove e permeato in toto da un’aura di neoanalfabetismo culturale e sociale. Meno male che ci saranno sangennaro e la madonna del rosario a proteggere Di Maio e  Salvini con padrepio per il Prof. Conte! Il paradosso che resta è invece nelle difese a oltranza di personaggi dei media o della “cultura” pop  come Scanzi, Travaglio e altri da posizioni liberali o sedicenti progressiste sputando sentenze sul concetto di sinistra tradita come se ne fosse mai esistita  una negli ultimi vent’anni e come se il concetto di sinistra fosse in certe compagini partitiche o movimentiste invece che in un insieme di idee contrapposte al capitalismo, allo sfruttamento, all’intolleranza, all’assistenzialismo che tacita i poveri e lascia i ricchi ladri e criminali dove sono. Il governo del cambiamento ha declinato le sue ambigue intenzioni tra cose discrete e cose decisamente riprovevoli nel famoso contratto mercantile tra due forze politiche apparentemente e dico apparentemente agli antipodi.

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Tra le buone superficiali intenzioni che ho letto nei pochi punti un po’ più concreti del “patto” con gli italiani  piacerebbe alle persone di buonsenso che, almeno nel primo anno di governo:

  • riuscissero a mandare in pensione gli esodati e i “bloccati” over 65 dalla Legge Fornero senza ulteriori costi e danni per loro e per l’Italia
  • tagliassero le pensioni superiori a 5000 Euro netti mensili mentre contenessero con rigore simultaneamente, attraverso le tasse, anche i redditi e le rendite totali al massimo a 5000 Euro netti mensili così da “plafoner le revenues” come direbbero i francesi e mitigare gli effetti del capitalismo e del mercato nelle more della loro progressiva completa abolizione. Così potrebbero garantire un reddito minimo e un salario minimo di almeno 1000 Euro per il periodo strettamente necessario ad assicurare un lavoro per tutti, all’altezza degli studi, dei bisogni e delle possibilità di ciascuno proibendo speculazioni e accumuli.
  • garantissero un piano fattibile di  ricerca, individuazione e reclusione in tempi brevi per gli evasori fiscali piccoli e grandi che sono la prima causa del debito pubblico italiano che in parte detengono essi stessi con i soldi rubati;
  • si adoperassero per l’educazione con l’avvio di una rivoluzione totale del sistema scolastico, da abolire definitivamente in direzione di una controeducazione non mercantile, non reclusoria, non meritocratica, non classificatoria ma tesa alla formazione di persone libere, solidali, rispettose della natura e di tutta l’umanità.
  • rifondassero la sanità pubblica limitando le competenze e le speculazioni di quella privata alle sole materie non essenziali (sottraendo per esempio al mercato le cure dentali e quelle estetiche fondamentali) e lasciando agli sciamani le teorie antiscientifiche e pericolosamente retrograde;

Per quest’anno basterebbe questo. E non sarebbe affatto impossibile. Ma credo, visto l’andamento a volte lento, a volte ondivago a volte pericolosamente demagogico dei primi mesi, che non saranno assolutamente in grado neppure di cominciare, a meno di un miracolo con l’aiuto dei loro esibiti santi protettori. A risentirci tra sei mesi.

Giuseppe Campagnoli

7 Giugno 2018-4 Novembre 2018

“L’indicibile armada”