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Minculpops

Oggi ho letto l’articolo di Tomaso Montanari sul Fatto Quotidiano, che condivido nella sua intera sostanza, dedicato al film “Comandante” che ha aperto la saga veneziana per essere chiaramente e spudoratamente in linea con l’imprimatur fascista delle sue origini nel 1932.

Una premessa è necessaria per inquadrare il fatto, non unico di questi tempi e neppure raro, e per farlo ricorro ancora ad una riflessione linguistica e semantica trovata sul giornale Libération qualche tempo fa:

Il premier italiano Giorgia Meloni è “neo” o “post”-fascista?  Dovremmo andare verso una società “de-globalizzata”?  Esistono le “neo-femministe”?  Se le parole non sono neutre, questi piccoli strumenti sintattici che sono i prefissi, che occupano un posto dominante nella creazione del lessico della lingua, non derogano alla regola.  “Due terzi dei neologismi oggi si formano sulla base di prefissi, spiega Christophe Gérard, linguista dell’Università di Strasburgo.  Un predominio netto che probabilmente spiega perché i politici vi ricorrono in maniera massiccia. La pronuncia di un termine può investirlo di una carica politica che prevale sulla sua originaria neutralità;  il dibattito semantico sulla vittoria della Meloni alle legislative del 26 settembre lo illustra bene.  Non ha mancato di irritare, come la giornalista conservatrice Gabrielle Cluzel che su Twitter ha scherzato: “Neofascista, postfascista… possiamo inventarne molti altri: parafascista, perifascista, subfascista, criptofascista…”. La maggior parte dei media e dei politici ha optato per l’etichetta di “post-fascista”, riconoscendone le radici ed evitando la trappola dell’anacronismo.  ““Néo” evoca semplicemente una ripresa nel presente, mentre “post” induce un aggiornamento per distanza, un sorpasso che permette di disinnescare ogni critica, analizza Bruno Cautrès, ricercatore del Centro Ricerche Politiche di Sciences-Po (Cevipof) e specialista in comportamento politico.  La vicinanza ideologica viene così preservata, pur segnando un taglio netto con il passato.  Se il “postfascismo” ha dato luogo a divergenze concettuali e ideologiche, gli specialisti concordano sull’idea di un riconoscimento dell’eredità fascista, ma senza la volontà di rompere con le istituzioni democratiche – insomma, una moderazione dell’autoritarismo per aprire un dialogo con le forze della destra e integrarsi nel gioco politico.“Orientamento politico consistente nel superare parzialmente o totalmente un passato fascista o neofascista senza tuttavia rinnegarlo”, così definisce il dizionario italiano Garzanti.Questa idea di superamento, di rottura con il passato, non è priva di problemi per il filosofo Michaël Foessel , per i quali gli echi tra ieri e oggi sono troppo inquietanti per considerare che viviamo per sempre dopo il fascismo.  “Il “post” implica una novità che inscrive il presente in un’esplicita negazione del passato”, ha ricordato sulle pagine di Liberazione.  È curioso evocarlo per caratterizzare un partito che non si è nemmeno preso la briga di modificare lo striscione che gli fa da logo e che tutti sanno essere il segno storico dell’adesione al Duce di coloro che, naturalmente, vennero dopo il regime fascista, ma nella speranza di ripristinarne i principi.

L’analisi di Montanari mi pare ineccepibile soprattutto in certi passi fondamentali:

Al di là delle circostanze casuali (il ben altro film di Luca Guadagnino bloccato da cause di forza maggiore), e delle intenzioni di regista, sceneggiatore, attori di Comandante (che abbiamo finora saputo antitetiche ad ogni revisionismo), la forza del dato di fatto è impressionante. Ed è prova di una egemonia culturale che, se non è ancora tascista, certo non è più antifascista.

ll comandante era uno che combatteva insieme ai nazisti: per le stesse cause, che includevano il più violento razzismo mai visto nella storia, e l’Olocausto tutto intero. In Germania, la Berlinale si potrebbe aprire con l’apologia di un nazista buono? Se da noi è potuto accadere è perché ci siamo convinti che ci fosse una gran Scorciatoia Il film celebra giustamente il salvataggio dei naufraghi belgi, ma occulta il contesto di una guerra atroce scatenata dai regimi totalitari come l’Italia fascista differenza tra il tedesco nazista (cattivo) e l’italiano fascista (ravo): ma una intera stagione storiografica ha dimostrato esattamente il contrario. Eppure, l’autoassoluzione collettiva (che inizia ancor prima della Liberazione, con un cedimento significativo del fronte antifascista, comprensibilmente preoccupato che l’Italia non venisse trattata come la Germania), l’idea crociana del fascismo “parentesi” in una in una storia italiana “virtuosa” continua a confondere molti.Come ha scritto Cristina Piccino in una splendida stroncatura del film uscita giovedì scorso sul Manifesto, il comandante interpretato da Pierfrancesco Favino,come ogni vero uomo, ama l’arte della guerra ed è un po’ dannunziano, un po’ nietzschiano, un po’ uomo e macchina di marinettiana memoria, oltre a possedere quel bagaglio, tipico del fascistello, di filosofie orientali, cabale, esoterismi”.

Todaro ebbe anche delle medaglie e non rinnegò mai le sue idee aderendo perfino ai criminali di guerra della XMas.

Per rafforzare i concetti propongo alcuni passi della citata recensione di Cristina Piccino sul Manifesto:

Eccoci qua, italiani brava gente, questa retorica insopportabile specie oggi che ha accompagnato anni e anni di commedie, di farse sui colonialismi buoni, di auto-assoluzioni che sì, vabbè si è stati fascisti ma mica cattivi come i tedeschi. Peraltro la parola fascista, a parte da chi in quel bell’idillio osa ribellarsi – e per questo viene picchiato dagli uni e dagli altri, ma come hanno osato a fronte di tanta bontà? – quasi mai viene pronunciata dal comandante e dai suoi uomini. Cosa ci vogliono dire allora de Angelis e Veronesi? Che la legge del mare è antica, sacra e imprescindibile e che persino in guerra tra i fascisti c’è chi l’ha rispettata? È un messaggio al governo Meloni e ai suoi proclami sui respingimenti contro i migranti di adesso? Però la storia è storia e invece che fabbricare santini a effetto nella distanza temporale sarebbe bene mantenere un po’ di onestà intellettuale perché il passo falso è in agguato – qui direi è già scattato – insieme alle infinite ambiguità di offrire sponde – e ce ne sono numerose – per autocelebrazioni e strizzate d’occhio ai poteri «nuovi» di cui non si sente proprio il bisogno. Non basta cullarsi tra droni e meduse che sembrano sirenette; De Angelis non va mai in profondità e quegli spazi, qui corpi sott’acqua, quei nemici che poi si sfioreranno con odio appaiono privi di spessore. Eppure nelle sue intenzioni in quel sottomarino c’è l’Italia, «si fa» l’Italia delle diverse regioni e dialetti che imparano a convivere – anche questo – grazie alla guerra, all’idea comune, all’allenamento al sacrificio. È ancora legge del mare o è qualcos’altro? Tra accumuli di citazioni casuali, il suo sottomarino non si rifa a esempi importanti come “Gli uomini sul fondo” (1941) di De Robertis – Rossellini ma neppure stilisticamente al K-19 di Bigelow. La patina di cui ammanta la visione distorta del protagonista è compiaciuta, priva di un punto di vista, accarezza quell’essere, quelle modalità, si culla negli stereotipi: pasta- pizza-mandolino (e patatine fritte per i belgi) che si fanno convivenza. Sarà questo effetto cartolina a avere determinato la scelta? Resta il fatto che oggi risulta goffa nel suo effetto finale malgrado le «buone intenzioni. E appellarsi genericamente alla «legge del mare» non basta. Non più.

Oltre a questo, nell’episodio veneziano da non sottovalutare, c’è la tolleranza o quanto meno l’assenza colpevole di certa sinistra liberaleggiante che forse fa già parte di quell’altra faccia del postfascismo rimeditato negli effetti che non è certo nostalgia ma sicuramente terribile attualità neoliberista come ben scrive Paolo Mottana:

Due righe sul fascismo: oggi, come è evidente, la parola fascismo, ben oltre le sue origine storiche, individua una lista di comportamenti che, genericamente ma correttamente, definiamo fascisti: autoritarismo, violenza verbale e fisica, imposizione, giudizi sommari, crudeltà gratuita, condanne per le idee ecc. ecc. Quindi oggi vorrei celebrare non solo la Liberazione con la L maiuscola, quella che conosciamo perché ci è stata tramandata dai nostri vecchi e che ci parla di libertà da sofferenze inaudite ma anche una liberazione minore, da tutti i fascismi che infettano il mondo: quelli che ci imprigionano in rapporti violenti, quelli del lavoro dove capi e capetti si permettono di insultare e vessare gratuitamente perché hanno uno straccio di potere, dove siamo giudicati in base a invidie e ritorsioni, quelli del tempo che ci viene rubato o castrato, quelli delle deportazioni (quella scolastica o lavorativa per esempio), quando accettiamo di subire ogni tipo di potere sulla nostra vita senza ribellarci, o ribellandoci e venendo immediatamente schiacciati da sanzioni di ogni genere, di quelli che ci indicano cosa fare, come impiegare il nostro tempo residuo e non ci rendiamo più conto che non sappiamo più fare una scelta autonoma perché tutte le nostre scelte sono già predecise altrove (sulle vacanze, sul tempo libero, persino sul riposo e sul fare l’amore), quelli della coppia talvolta, della famiglia troppo spesso, delle code in auto, degli ammassamenti sulle metropolitane, dei centri commerciali, delle spiagge in batteria come polli a cuocere alla griglia, dei programmi televisivi a senso unico, di tutti i fanatismi, buoni o cattivi, religiosi o laici.Vorrei celebrare la liberazione dai fascismi che fanno della nostra vita una vita da schiavi, da sottomessi, laddove spesso siamo noi stessi a non saper leggere il fascismo interno che noi stessi ci rifiliamo pur di non vivere l’ebbrezza spaesante di una vera liberazione.

Fascismo e fascismi dunque, a braccetto insieme e assai più pericolosi e criminali se ben propagandati da una avanzante occupazione culturale multiforme, subdola, a volte sfacciatamente palese e, a volte, anche pericolosamente subliminale.

Giuseppe Campagnoli Settembre 2023

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