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E se la scuola chiudesse ancora di più con il Governo del Merito?

Non tutti i mali verrebbero per nuocere.

Solo per i capaci e meritevoli. L’equivoco storico presente anche nella Costituzione popolare (DC) e gramsciana (PCI) valido all’epoca delle rivincite di classe della sua scrittura pare superato dalla realtà oggi molto più complessa e sicuramente da non fondare sulla meritocrazia.

Scrive Paolo Mottana:

I demeriti del merito

(da Piccolo manuale di controeducazione, Mimesis, 2011)

Il termine “merito” è gorgogliato oggi da tutte le voci del coro che starnazza intorno al feretro scolastico e universitario, con ugual gaudio. Da sinistra si strepita al merito e da destra risponde uno schiamazzo di gioia. Tutti uniti finalmente all’insegna di una delle categorie del pensiero liberale più gravide di storia (quella del self made man, quella della legge del più forte, quella della “selezione” o, in breve, del darwinismo sociale) che, tutt’a un tratto, diventa, al pari di molte altre, innocente, non ideologica, consensualmente plaudita.
All’idea, evidentemente del tutto obsoleta e tramontata, che un sistema educativo pubblico debba favorire l’accesso di tutti alle molteplici opportunità del sapere e debba sostenere in specie i più deboli in tale percorso, si è finalmente sostituita, o forse è semplicemente ritornata, con festosa unanimità, la legge dell’eccellenza, dei migliori (oi aristoi), dei campioni.
E che diamine! Non vorremo continuare a correre dietro a tutti i pesi morti di questo infernale carrozzone che si pretende di pubblico interesse! O meglio, il pubblico interesse è spianare la via alle eccellenze e buttare a mare le zavorre.
Finalmente, magari con il reintegro di valutazioni numeriche (anche solo su una scala a tre livelli: forti, mezze tacche, deboli), fuori i fannulloni, i demotivati, i potenziali scarsi e avanti la nuova falange degli HP (High Potential), dei grossi cervelli (prima che facciano le valige per lidi migliori dove regna come è noto la legge del privato meglio nota come “della giungla”), degli iperdotati. Tutti d’accordo, una delle categorie più classiche dell’individualismo capitalista ha finalmente risolto ogni controversia: corsie preferenziali ed alti investimenti per i curriculum eccellenti e corsie di decelerazione o diretta espulsione per i tardivi e gli ipodotati. Evviva!
Ma non basta.
Accanto alla meritocrazia indirizzata verso i discenti e verso gli aspiranti docenti, vi è poi una più velenosa forma di meritocrazia ( e della tecnocrazia che prefigura), che avanza e ben presto spavaldeggerà. Quella dei saperi. Qui, dove si può far valere l’elemento monetario con maggiore spregiudicatezza, già si avvertono i giannizzeri delle società per azioni pronti a bandire tutti quei giacimenti di cultura che fanno poca rendita. Pochi iscritti, poca produzione, poca audience, dunque sgomberare. Vedo molti indirizzi del sapere umano, certo forse un po’ inabili nell’animare l’acclamazione delle folle, forse un po’ di nicchia, persino talora poco spendibili sul mercato del lavoro, e tra i saperi non applicativi ce ne sono molti (come già ricordato), sparire letteralmente.
Alla finalità sacrosanta che l’istituzione pubblica dovrebbe incarnare, di custodire e trasmettere anche i saperi meno redditizi e frequentati, ben presto si sostituirà, con tutta evidenza, la logica dei saperi con merito, altamente quotati, fortemente spendibili, significativamente redditizi.
C’è però una consolazione: se ciò dovesse veramente avvenire, molti dei fuffologi che oggi decantano i meriti della meritocrazia, scomparirebbero insieme al trionfo delle loro idee!
Ma soffermiamoci ancora un poco sul merito del merito. Proviamo ad esempio a prefigurare, a disegnare quello che dovrebbe essere il mondo agognato da tutti i suoi più o meno fanatici sostenitori. Immaginiamolo:
se metto l’obiettivo a fuoco non riesce che a pararmisi davanti la più temuta delle tecnocrazie. Falangi di professionisti ad alta competenza in tutti i rami del vivere sociale, efficienti, modellati perfettamente in ordine alle attese del sistema, disciplinati. Un mondo di automi, non molto lontano dalle peggiori predizioni apocalittiche della fantascienza sociologica. Del resto, ogni selezionato, secondo presunti criteri di oggettività, dovrà o non dovrà corrispondere a un qualche modello di comportamento sociale? E chi stabilirà quel modello, forse la confindustria, come appare oggi nei mitomani del merito?
Non è così ovunque? Chi è il meritevole? Di solito è chi risponde meglio alle consegne tecniche, cognitive, strumentali del sistema di potere cui appartiene, chi è più disciplinato verso i valori, le visioni, le epistemologie e naturalmente gli interessi economici che sostengono un determinato settore operativo, o di ricerca.
A me pare francamente molto complesso designare i migliori in senso meramente tecnico, o di competenze strumentali, come vorrebbe un certo approccio tecnocratico. E poi, se si decidesse davvero in tal senso, si immagina che mondo ne deriverebbe? Molte volte i molto competenti sono persone anaffettive, ferocemente competitive, con scarse doti relazionali, persone che si concedono poco, che conoscono solo il valore del lavoro e della produttività ecc.
Chi è il modello dei meritevoli, del resto? Forse il vecchio primo della classe? Certamente no. Sappiamo bene che di solito quello o quella erano solo i più abili a interpretare correttamente le preferenze del professore (o capo) di turno. I più veloci a intercettarne le attese, a compiacerne i gusti. Persone dotate di quella che oggi, al pari del merito e sulla stessa falsariga ideologica, va sotto il nome di “intelligenza emotiva”, e cioè la facoltà di realizzarsi manipolando gli altri con la capacità di controllo delle proprie emozioni e di lettura di quelle altrui. Dunque non loro possono essere i veri meritevoli. E allora chi?
Molti vagheggiano test oggettivi, per stabilire il merito. Ma forse fingono di non sapere che non esiste, in nessun campo del sapere, nessuna certezza. Ovvio, qualcuno può rispondere meglio di altri a una batteria di test. Ma possiamo ritenere che un test, per quanto sofisticato sia, non risenta comunque di un sistema di categorie preconcette, di idee, di visioni, di gerarchie, in ordine alla configurazione di valore di un certo ambito di sapere?
Sfido chiunque a definire le regole in base alle quali sceglie i propri collaboratori e a parametrarle su una scala oggettiva di efficacia puramente operativa. Il merito è qualcosa di assolutamente relativo, ed è normale che sia così. Se così non fosse ci troveremmo di fronte a una società da incubo, una società orwelliana.
Personalmente, quando seleziono i miei allievi e probabili collaboratori, di certo non mi limito a vagliarne le competenze tecniche o cognitive nella “disciplina” ma molto mi interessano, e spesso maggiormente, variabili di tenore umano come la comunicazione, la comprensione (anche come “pietas”), la disponibilità, la sensibilità, la complicità, la responsabilità, insomma la stoffa della persona. Per inciso debbo anche dire che, nella mia carriera, ho conosciuto raramente campioni d’eccellenza tecnica (competenti o “geniali”), dotati anche di stoffa umana. Il più delle volte erano violentemente ambiziosi e incapaci di vedere al di là del proprio specifico professionale. Inoltre occorre sempre confrontarsi con il rapporto che i nostri allievi intrattengono con il sapere, che può essere meccanico e passivo, sperimentale e creativo, trasgressivo, pragmatico e strumentale, idolatrico e feticista e così via. E ciascuna di tali modalità individua profili di studioso (e di professore) molto molto diversi.
Forse che per un esame o una prova le cose vanno diversamente? Solo i tecnocrati possono pensarlo, con falsa coscienza, visto che anch’essi sono i portatori più o meno consapevoli di un’epistemologia, di una scala di valori scientifici del tutto relativa e di una specifica e ben determinata filosofia del sapere.
Ad un’esame, per esempio, sono moltissimi i fattori che concorrono alla valutazione di una prestazione, anche di una prestazione scritta, fatti salvi i meri esercizi appunto “tecnici”, che non sono però il fattore determinante di una prestazione di ricerca nella maggior parte delle discipline. Io lavoro nel settore umano e, pur essendo convinto che non sia molto diverso anche nel settore scientifico, specie oggi, so bene che nel mio settore una valutazione è tutt’altro che oggettiva. Forse che in uno scritto, oltre alla precisione, alla correttezza concettuale, non si guarda anche alle capacità dialettiche, alla comunicativa, all’invenzione? Non parliamo poi degli esami orali, dove entrano in gioco un’infinità di variabili estremamente sfuggenti. Sicuramente vi è, per esempio, chi preferisce la disciplina e chi la creatività, con argomenti peraltro difficilmente componibili.
Il merito, così come lo si intende oggi, è una parola d’ordine, una categoria ideologica che copre con un alone di apparente giustizia, un progetto-in sé irrealizzabile- di ottimizzazione efficientista. La sua irrealizzabilità effettiva non gli impedisce tuttavia di diffondere un’atmosfera di inquietudine, di minaccia e di colpa in tutti coloro che non si identificano nel modello che soggiace alla sua diffusione.
Mi auguro che il fattore umano, che scompagina significativamente ogni fantasia tecnicista, sia preservato il più possibile, sia nel pubblico che nel privato. E’ vero, il fattore umano è poco prevedibile, non sempre viene incontro ai migliori secondo i criteri della misura tecnica, ma chissà che nel suo manifestarsi irrazionale, non “funzioni” meglio dei test e delle misurazioni scientifiche? Chissà che la variabile umana non consenta di discernere chi in un certo contesto porterebbe solo conflitto e arroganza, con la sua presupposta sapienza, da chi invece saprebbe creare un clima di collaborazione fattivo e un senso generale di benessere, magari senza prestazioni eccezionali? Io sono stato in molti ospedali, alcuni anche molto efficienti, ma dove sono stato meglio è stato dove ho incontrato persone che amavano fare quel lavoro, a prescindere dalle “eccellenze”.
Si misura, nei test meritocratici, l’amore per ciò che si fa? E’ possibile misurarlo? Purtroppo i dotati in un certo ambito, quello strettamente tecnico, tanto per non ripetermi, non necessariamente lo sono anche nella dimensione umana. E’ utopistico ritenere di potere migliorare insieme prestazioni sotto il profilo efficientistico e sotto quello della relazione (così come è utopistico pensare di premiare i più dotati e, insieme, di proteggere i meno dotati: l’una cosa esclude l’altra). Certo le prestazioni possono migliorare, ovunque, ma da quale punto di vista? Secondo tabelle numeriche di comportamenti accettabili, o secondo i livelli di benessere che si respirano in un’organizzazione, secondo la produttività o secondo la complessità e profondità di un contesto operativo o conoscitivo? Alcuni immaginano, seguendo una tipica fantasia illuministica, che quando un fattore migliora, gli altri vanno di conserva. Lo si vede macroscopicamente con l’introduzione forzata della democrazia nei paesi “arretrati” o con l’igienizzazione imposta dei comportamenti umani nel nostro occidente. Io risponderei a queste forme di ideologia cieca con la famosa contrapposizione civiltà/cultura. Vi sono luoghi dove la civiltà è massima, con il suo progresso, l’igiene, la bonifica delle malattie e dei costumi, la produttività e l’efficienza ma dove il linguaggio è povero, sono spariti miti e simboli e le persone hanno relazioni puramente funzionali. Vi sono poi società dove la malattia e il degrado sono apparentemente pervasivi, dove ci sono fame e povertà, per quanto la loro percezione sia molto attutita rispetto al modo in cui le consideriamo noi, ma dove esistono migliaia di simboli, di riti, di culture, di forme di religiosità e dove la dimensione umana è ricca e molteplice. Forse al mito del merito occorrerebbe contrapporre quello della dimensione umana, delle emozioni e degli elementi deboli del comportamento umano, che andrebbero maggiormente premiati, anche in assenza di una loro oggettiva misurazione. Quando ci sono, quelli, si avvertono subito. E così pure si avverte subito quando mancano. Di questo sono certo.
L’alternativa controeducativa dunque? Un’organizzazione (quella universitaria e scolastica in special modo) meno meritocratica e più democratica, più attenta alle debolezze e alle differenze, siano esse nell’ambito dei saperi o delle persone. Più devota alla pluralità e alla molteplicità, alla tutela e alla manutenzione di ciò che è minore e marginalizzato dalle aspettative del sistema economico. Capace di riequilibrare il peso delle capacità emotive, immaginative e intuitive rispetto alla sopravvalutazione di quelle pratiche e intellettuali. Attenta alla qualità e all’intensità piuttosto che alla quantità e alla rapidità. Capace di riequilibrare il rapporto tra prestazioni e comportamenti. Meno agganciata alle esigenze del mercato e più a quelle intrinseche della specificità culturale. Più ricettiva e meno produttiva, più ospitale e meno efficientista.
Un’organizzazione quindi abitabile, in cui gli spazi siano luoghi e i tempi esperienze, e dove il soggiornare sia animato e vissuto e non espropriato e misurato. Dove parole come “spendibilità”, “applicabilità”, “trasferibilità” ( e anche “merito”), siano usate con cautela e, al loro posto, si faccia largo un vocabolario più ampio, in cui anche l’inutilità apparente, specie quella economica, la libertà e la sperimentazione, la profondità e complessità culturale intrinseca, non siano visti come minacce da eliminare. Un luogo di vita, in tutta la sua ricchissima complessità insomma, e non un luogo sottoposto alla legge mortifera della redditività, della funzionalità e dell’efficienza. »

E scrive Maurizio Tiriticco nel 2003.

« Capacità e meriti.

Ho sempre guardato con sospetto – e l’ho detto e l’ho scritto – a quel comma 2 dell’articolo 34 della Costituzione in cui si afferma che “i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Il sospetto deriva dal fatto che non esistono capaci e meritevoli in assoluto, “per nascita”, potremmo dire! Ed è anche vero che la privazione di mezzi non favorisce certamente lo sviluppo di capacità e di meriti. Non possiamo, tuttavia, imputare ai nostri padri costituzionalisti conoscenze che allora – dopo il fascismo, la guerra, l’isolamento dalla comunità scientifica internazionale – non erano ancora maturate né nella nostra ricerca psicopedagogia né, tanto meno, nel senso comune. Basti pensare che l’attualismo gentiliano e la conseguente sottovalutazione della pedagogia – considerata solo sotto il profilo strumentale per la formazione dei maestri, o meglio delle maestre! – avevano di fatto reso impossibile, ad esempio, che un Dewey fosse conosciuto nel nostro Paese! Democrazia e educazione, apparso negli Stati Uniti nel 1916, fu pubblicato in Italia solo nel 1946 per i tipi della Nuova Italia! Ed è noto che era stato Dewey agli inizi del Novecento a comprendere quanto sia essenziale, ai fini di una efficace politica per la scuola, cogliere tutti i nessi che corrono tra educazione e società. Indubbiamente non fu solo in questa intuizione, anche perché tutta una certa sociologia (Durkheim, ad esempio) si era mossa in Europa in una direzione di questo tipo. Ora di certo sappiamo che individui capaci e meritevoli non nascono in quanto tali ma che lo diventano, in forza dei condizionamenti positivi ai quali hanno in sorta di essere esposti! E la sorte non è il caso, bensì il milieu socioeconomico e culturale da cui l’individuo proviene!”

“Quando vuoi, puoi”.. non proprio per la filosofa Chantal Jaquet per la quale il merito è una pura costruzione politica volta a consolidare l’ordine sociale.  Perché insistendo sulle capacità personali dei singoli, lo Stato si esonera dalle sue responsabilità collettive.

I segnali non sono affatto confortanti. La scuola pubblica, ora non più pubblica pare, ma solo meritocratica, in mano alla reazione di estrema destra (il peggio infatti non è mai morto) oltre a mettere paletti antidemocratici su diritti e libertà di insegnamento, potrebbe anche precludere più di oggi l’autonomia e la libertà di sperimentare in campo educativo e rafforzare i legami con la vita reale, i territori e la politica che è anch’essa un diritto in educazione. In tempo reale giunge la notizia terrifica dell’istituzione del Ministero dell’Istruzione e del Merito: addestrare e classificare, dividere per censo, fortuna e dispari opportunità. Il timore si fa grottesca e pericolosa realtà. Abbiamo scritto tanto sul merito in questo sito, forse troppo: https://researt.net/?s=merito&paged=14?s=merito

Senza contare le idee mercantili rispetto all’istruzione che diventerebbe una orribile fiera dalle paritarie alle statali concesse ai privati in una esasperazione di liberalizzazione educativa.

Cosa potremmo fare allora noi dell’educazione diffusa e della città educante per anticipare il colpo se dovesse essere preclusa la strada della sperimentazione? Un’idea, che solo a prima vista parrebbe un po’ utopistica, non potrebbe essere quella di costruire percorsi autonomi, dal basso (un esempio sarebbe quello dell’Officina del fare e del sapere di Gubbio)e pronti un giorno a rifondare una società educante, in forma di vera cooperazione sociale diffusa e numerosa? Una immensa rete carbonara dell’educazione che oscurerebbe perfino i moti delle sardine e farebbe tanti splendidi virtuosi danni!!

Tutto ciò che si prefigura nel progetto di educazione diffusa, nell’ipotesi di una involuzione drammatica del pubblico, non potrebbe realizzarsi allora in autonomia nella società senza alcuna implicazione statale ma con una forte connotazione collettiva? I costi in una accezione di mutuo soccorso non sarebbero poi tanto superiori a quelli che ahinoi le famiglie comunque sopportano nel complesso per la scuola pubblica (trasporti, contributi, libri e sussidi, attrezzature, tasse più o meno dirette…) mentre una rete di luoghi scelti ad hoc, insieme a tempi e modi radicalmente diversi, potrebbe anche distribuire e ridurre i costi che oggi gravano sull’edilizia e l’organizzazione scolastica fatta di ruderi e gabbie dorate.

Non si potrebbe per intanto contestualizzare l’idea di educazione diffusa in questa eventualità avviando quando possibile il percorso di cui ha parlato Paolo Mottana come annuncio di un vero e proprio sistema educativo, nell’ultimo seminario di settembre a Rimini ? Insegnanti, mentori, esperti e risorse materiali sarebbero ben assorbibili in un’ampia accezione cooperativa.

Parallelamente continuerebbe la formazione destinata a docenti, associazioni, amministratori locali, per proseguire comunque e malgrado tutto l’azione di virtuosa infiltrazione con esperimenti estemporanei o sperimentazioni formali negli ambiti educativi pubblici possibili e praticabili. L’educazione diffusa avviata in forma cooperativa non sarebbe così il rimedio ad una eventuale preclusione di fatto della scuola pubblica a qualsiasi radicale innovazione che sappiamo invece quanto mai urgente, da tempo? È la storia ironica e didascalica della Commedia della città educante che potrebbe farsi realtà unendo, integrando e coordinando per affinità anche tutte quelle esperienze impegnate nella stessa direzione ma oggi separate perché autoreferenziali e sparpagliate anche idealmente. Mai come ora non sarebbe indispensabile unire le energie che operano di fatto in una direzione compatibile con l’idea di educazione diffusa? In tempi migliori si potrebbe pensare di far rientrare nel pubblico statale ,ormai svuotato a causa del nuovo classismo , il percorso così sperimentalmente collaudato e provato sul campo da un a nuova rete di esperienze impegnate in questa sottile rivoluzione in campo educativo. Al tempo stesso si potranno mantenere ed aumentare quelle esperienze che dovessero ancora  «passare » nel pubblico disobbediente o distratto. Una strada lunga ma forse per certi aspetti di questi tempi obbligata ma sicuramente più appassionante nella sua caratteristica di sottile sommossa educativa, quasi un 68 in revival per aprire diffusamente occhi e menti non solo di bambini e ragazzi. Chi aderì e continua ad aderire anche con i fatti al Manifesto dell’educazione diffusa non potrebbe coinvolgersi in questa proposta in modo attivo a partire dai propri luoghi?

Si tratta di un’idea forse balzana, forsanche di una provocazione, seppure a mio parere non tanto peregrina, che metto sul tavolo per un dibattito costruttivo tra quanti hanno a cuore una cambiamento radicale in educazione come prodromo per tutto il resto, a partire naturalmente dal Manifesto dell’educazione diffusa e da tutti i capitoli successivi.

Giuseppe Campagnoli 24 Ottobre 2022

Cambiamenti, giammai rivoluzioni.

Pagheranno come si deve maestri, insegnanti, professori? Continueranno a costruire reclusori scolastici? Terranno ancora il principio dell’ alternanza tra scuola e lavoro? Sosterranno che non c’è bisogno di una rivoluzione in educazione? Continueranno a glissare sul  superamento delle differenze tra stranieri, italiani, generi, disabilità e tanta altra umanità? Vorranno  realmente mai una educazione libera e diffusa o ne cavalcheranno solo per propaganda  gli aspetti esteriori e superficiali come: apriamo le scuole, facciamo più lezioni all’esterno, scuola anche in estate, tirocini e gite scolastiche, esperimenti vari ed effimeri? Si cambierà qualcosa in meglio?

Poiché non voglio passare come sempre per il solito bastian contrario, desumete liberamente le risposte da questa intervista di qualche giorno fa del Ministro Bussetti all’Avvenire e anche dal resoconto stenografico della sua audizione recente alla riunione congiunta delle VII Commissioni Cultura e istruzione di Camera e Senato presto disponibile sui siti istituzionali.

Leggete anche: Chi ha paura dell’educazione diffusa

Giuseppe Campagnoli

(In copertina: 2018  Nuovi reclusori scolastici a cinquestelle )

 

 

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Scuole innovative? I vincitori del concorso delle “belle scuole”. Tutto cambia perché nulla cambi.

 

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Scuole innovative? I vincitori del concorso delle “belle scuole”. Tutto cambia perché nulla cambi.

Riprendo l’articolo di un anno fa sul famigerato bando per progettare le “scuole del futuro”. I risultati non fanno che confermare l’idea che non si debbano più progettare reclusori scolastici, seppure ipertecnologici, iperestetici o iperecologici, ma si debba ridisegnare la città nella funzione educante dei suoi luoghi significativi. E si torna alle idee  del  Manifesto dell’educazione diffusa. Qualche indiscrezione iconografica ci riporta ad una concezione mercantile degli spazi dell’apprendimento che segue pari pari una idea di scuola obsoleta e reazionaria. Quando avremo la carrellata completa delle immagini dei progetti vincitori sapremo dirvi di più. Le premesse e le anteprime non sono per nulla incoraggianti. Ci saremmo aspettati almeno una, una soltanto, #scuolasenzamura. Spiace vedere nomi come quello di Monestiroli (ricordi universitari di “tendenza”) in questa kermesse di pseudo innovazione.  Ma forse era chiedere troppo alla psicopedaeducazione imperante ed all’architettura della globalizzazione e del consumo. Ci confronteremo, forse, con una realtà prossima a noi, in Romagna, dove si colloca uno dei progetti vincitori, e dove, ripeto forse, potrà avviarsi un’ esperienza di educazione diffusa come a Monza, Milano e Urbino che non può non coniugarsi con un ridisegno della città in funzione educante. Ne vedremo, forse, delle belle!

Giuseppe Campagnoli 10 Novembre 2017

 

 

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