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Non c‘è verde senza il rosso e il nero.

La natura non salta e non viaggia da sola. “Oh natura, oh natura, perché non rendi poi quel che prometti allor?” scriveva il mio sublime concittadino. La natura deve seguire il suo corso senza interferenze dedicate all’ umano egoista e cieco sviluppo. La natura fu violata per primo da chi, come scriveva Rousseau, tracciò quel perfido cerchio sulla terra intorno a sé esclamando: “Questo é mio!” E poi si continuò con mirabili perizia e cinismo fino ai disastri di oggi perpetrati sempre per il profitto e lo sviluppo. Effluvi di veleni nell’aere,nelle foreste, nelle campagne e nelle città, nei monti nei mari e nei fiumi. Stragi di esseri viventi per i mercanti globali, povertà, guerre, devastazioni diffuse per il possesso e il dominio sulle cose e sulle genti da manipolare e degenerare. Non ci può essere verde senza rosso e nero. Il verde da solo ci perde e si confonde, inganna e mette delle piccole toppe alle immani ferite del pianeta. Per di più nell’ipocrisia dell’ossimoro in nuce del “capitalismo etico e sostenibile” dei perfidi di Davos che fanno finte ecologiste usando il treno per radunarsi tra le nevi dorate della Svizzera campione di generosità universale. Intanto il caritatevole Oxfam sciorina regolarmente i dati delle ricchezze e povertà dal suo scranno rigorosamente dichiarato no profit e qualche frangia radical-bobo-green sta assorbendo e fagocitando, con le sue irresistibili sirene,tanti ingenui seguaci. Non sono casuali le incestuose alleanze tra certe destre, certi falsi progressisti e alcuni partiti verdognoli nel mondo. Il verde non potrà mai essere in fondo a destra. Neppure in un centro equilibrista e pusillanime. É incompatibile per ambiente. E allora non c‘é salvezza della natura senza alcuni, pochi ma fermi assunti verbali fondamentali e imprescindibili che sono inequivocabilmente anche libertari e comunitari.

È essenziale ridurre e tendenzialmente sostituire l’attuale sistema economico fondato pur sempre sul dilemma padrone e servo, sfruttatore sfruttato, sia che si tratti di persone che di luoghi, di popoli o di territori. La natura dovrebbe essere aiutata ad evolvere virtuosamente lontano dall’assioma “homo homini lupus” seppure riveduto, corretto e aggiornato, quando non reso slogan ideologico.

Nella fase di transizione occorre portare, attraverso le tasse, almeno al fattore 12 la differenza tra redditi e patrimoni minimi e massimi delle persone.

È imperativo usare alcune risorse disponibili per lo stretto bisogno NORMALE, NECESSARIO, NATURALE, al di là di ogni intenzione mercantile e speculativa, anche minima.

Si cominci ad investire il pubblico danaro (frutto dell’equa contribuzione di tutti, ciascuno secondo le proprie disponibilità) per correggere, risanare, minimizzare i danni arrecati alla natura tutta.

Tutti gli organismi internazionali appositamente e finalmente rifondati, si impegnino ad incentivare o anche imporre, l’accoglienza e la permeabilità a fini umanitari dei cosiddetti confini, la mobilità, l’uso del suolo, dei beni pubblici e privati, dell’ambiente in generale, compatibili con un danno pari a zero per la natura, la salute, il futuro della terra.

Si promuova l’educazione diffusa e la controeducazione indispensabili idee di radicale cambiamento dell’istruzione per combattere consapevolmente ignoranza, egoismo e intolleranza e rifondare le città e i territori, preservando e curando la natura, organizzandosi anche dal basso, collettivamente e liberamente.

Non si può certamente pensare che il pianeta possa essere curato e salvato prescindendo da drastici interventi culturali e sociali cui il capitalismo ovviamente si oppone spesso anche subdolamente per la sua pervicace e immutabile natura, ben oltre le ipocrisie e i palliativi di un improbabile mercato eticamente regolato. Non è una ciclabile in più, una differenziata in più, un’isola pedonale e una bella spuria abitudine o iniziativa ecologoca che faranno la differenza. Occorre cambiare il mondo passando in ordine di priorità per l’educazione, l’economia, la politica. Diffusamente e subitaneamente. Partendo dall’educare. L’educazione appunto, perchè il nodo dell’ignoranza è un tema da affrontare come questione essenziale circa il futuro della democrazia. I cittadini dovrebbero essere portati a prendere una quantità maggiore di decisioni in ambienti nei quali abbiano validi incentivi ad educarsi e a diventare bene informati. Occorre seriamente pensare ad una limitazione drastica dei poteri pubblici nazionali ed internazionali e ad un decentramento e diffusione capillari dei poteri, quasi fino ad una virtuosa accezione anarchica. In una fase transitoria l’ educazione diffusa e il decentramento progressivo dei poteri sono obiettivi da perseguire se si vuole salvare la stessa democrazia dalle logiche plebiscitarie e populiste, dall’oclocrazia o da un crescente astensionismo della partecipazione alla vita civile e sociale. Senza meno. Affinché il verde, il nero e il rosso insieme si impegnino a cambiare e salvare il mondo, senza distrazioni e rigorosamente in autonomia e libertà.

Giuseppe Campagnoli 21 Gennaio 2020

El obispo rojo

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Avevo qualche remora a raccontare questa storia, vuoi per un senso di pudore familiare vuoi per le mie consolidate convinzioni non proprio inclini alle religioni ed alle evangelizzazioni di qualsiasi genere. Le recenti terribili notizie sull’Amazzonia hanno fatto emergere prepotentemente l’esigenza di una breve narrazione un po’ autobiografica. El obispo rojo veniva chiamato il fratello di mia madre vescovo salesiano missionario nel Territorio Federal Amazonas del Venezuela, a Puerto Ayacucho, tra i confini brasiliano e Colombiano. Andando a trovarlo quando era ancora in vita (ora è “enterrado” in terra amazzonica) e visitando le zone tra Puerto Ayacucho e Manapiare, alla fine degli anni ’80, scoprii tanto, riguardo alle sue idee ed azioni in difesa della natura e degli Indios Yanomami senza peraltro pretendere conversioni o adesioni ma addirittura consentendo una specie di virtuosa quanto singolare commistione tra il loro credo animista e quello cattolico solo quando liberamente accolto. Scoprii dell’ impegno suo personale e dei confratelli (che sembravano più dei rivoluzionari che dei preti, barbudos che fumavano yopo e vivevano per lunghi periodi nei villaggi isolati della selva) teso a salvaguardare dallo sfruttamento, dalle deportazioni e anche dalle uccisioni da parte di banditi legali e illegali, di compagnie minerarie, di latifondisti e di governi, le popolazioni locali, soprattutto di etnia yanomami. Più volte i missionari li accompagnavano tra mille rischi dal Brasile oltre il confine che per loro, naturalmente, non esisteva, con il Venezuela fino ad allora meno pericoloso (si fa per dire) per la loro sopravvivenza anche perchè addirittura venvano fatti oggetto di caccia spietata da parte dei latifondisti con gli elicotteri. Scoprii altresì che aveva fondato un Museo Etnografico in Puerto Ayacucho, prendendolo in giro perchè lo avevano voluto intitolare a lui ancora vivente!

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Museo etnografico di Puerto Ayacucho

Il museo aveva ed ha tuttora l’unico intento da testimone  di raccogliere la storia, le tradizioni e la cultura yanomami allo scopo di farne conoscere l’essenza preziosa assolutamente da preservare senza interferenze o contaminazioni,  con una azione decisa di  difesa e tutela contro un progresso basato sulla distruzione sistematica di natura e persone, per il  profitto di compagnie minerarie e agricole e dell’avanzante turismo globale dissacratore, incolto e devastatore che avrebbe voluto trasformare le belle churuate in altrettanti resorts.

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Lo Shabono. Un villaggio centrale e collettivo

El obispo rojo lo chiamavano perchè spesso soleva dire che se nel combattere per difendere il popolo indio, il suo habitat, la sua cultura veniva tacciato di ideologia comunista, allora sì, poteva essere chiamato “comunista”. In una tesi di dottorato pubblicata nel 2007 a Brasilia dedicata alle popolazioni indios tra Brasile e Venezuela, sono riprese alcune sue posizioni ed  interventi che venivano citati attraverso la stampa venezuelana come  di “estrema sinistra” quando chiedevano di bloccare le concessioni per lo sfruttamento, la contaminazione e la progressiva distruzione di quei luoghi e di quelle popolazioni a scopo minerario, agricolo o turistico.

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L’obispo rojo

“Ci sono sovversivi  nelle Amazzoni” titolava il “Diario di Caracas” nel 1987.

Da questa visita, da questi fatti e da tante riflessioni scaturì negli anni ’90 un progetto partecipato di recupero architettonico di un villaggio indio utilizzando idee, forme, materiali e tecniche tradizionali (legno di alberi da ripiantare subito come è loro costume, adobe, mattoni di terra…) per sostituire le baraccopoli di lamiera costruite dal governo per rendere forzatamente stanziali i gruppi e poter avere mano libera sul territorio con una specie di “villaggio educante nomade” antelitteram. Il progetto, guidato da due architetti (Stohr e Campagnoli) venne ideato e disegnato con la partecipazione di una classe dell’Istituto d’Arte di Pesaro. Una storia questa che dovrebbe far riflettere su quello che certi governi violenti e irresponsabili stanno facendo all’Amazzonia, terra da sempre senza confini e padroni se non la natura e chi ci vive liberamente da secoli e su quanto si potrebbe fare per contrastare attivamente questa terribile tendenza.

Giuseppe Campagnoli

Agosto 2019

Churuate e nuovi villaggi a Manapiare

Cosa vuol dire educazione diffusa?

 

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Educazione diffusa non vuol dire uscire ogni tanto dalle scuole per fare più o meno le stesse cose che si facevano nelle aule, nelle aule speciali, nei laboratori come non vuol dire spostare banchi e sedie e metterli in circolo, a zig zag, uno sopra l’altro e neppure intensificare la perniciosa “progettite” di una pletora di attività esterne estemporanee e spesso solamente ricreative. Educazione diffusa non significa neppure fare le cose consuete o timidamente innovative nei diversi luoghi della città così come sono, senza trasformazioni significative senza mutamenti progressivamente radicali degli spazi, delle forme, delle loro funzioni e usi, dei loro significati. Educazione diffusa non significa sostituire la lezione frontale o altre forme di didattica più o meno avanzata con altrettante sperimentazioni che si pongono sulla stessa linea delle pedagogie imperanti nel mercato educativo in genere di importazione nordeuropea o anglosassone valutate sempre con entusiasmo dai classificatori ufficiali internazionali che rispondono all’imperante modello economico. Significa invece ribaltare lentamente ma decisamente i paradigmi fondamentali dell’educazione, dell’istruzione, della formazione, dell’ insegnamento e dell’apprendimento verso l’esperienza, la ricerca, l’erranza, l’apprendimento incidentale  istintivo e ricco di emozione verso la creatività, la passione e il coinvolgimento, gli unici che in fin dei conti restano non solo nella memoria ma nel nostro io più profondo e permanente.

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Molti sostengono di aver praticato o di praticare tuttora l’educazione diffusa ma in realtà si tratta solo di timide uscite dal seminato istituzionale, comunque tollerate e digerite ampiamente da tutto il sistema del controllo dell’istruzione che a volte si spinge anche a concedere premi e riconoscimenti perchè  sa bene che comunque tali pratiche (spesso considerate best practices) cambieranno poco o nulla dell’apparato educativo che conviene a questo tipo di società del consumo totale e universale. Altri credono, tra i quali molto frequenti gli esperti e docenti delle discipline scientifiche e matematiche, (che, paradossalmente, sono stati proprio i primi nella scuola italiana, a godere di insegnamenti universitari di didattica specifica) che non si possa, per il successo scolastico e professionale, prescindere assolutamente da un insegnamento basato sulla propedeuticità, sulla rigida progressione delle nozioni, sulla ripetizione e sulla restituzione pedante dei saperi, sull’esercizio matto e disperatissimo, proprio in genere delle sole prestazioni materiali e fisiche.

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Occorre svuotarsi di tantissimi stereotipi e cattivissime abitudini, pensare che la nostra mente non può essere costretta dentro schemi e paratie più o meno stagne perché essa agisce in tutte le direzioni simultaneamente in ogni sua parte e connessione e che tutti i linguaggi hanno eguale dignità ed importanza in questo contesto senza gerarchie o classificazioni. Il resto viene da sé: la passione, il talento, l’apprezzamento e l’uso di ciò che si è appreso interessandosi, agendo, coinvolgendosi, risolvendo problemi e contribuendo a trasformare e far crescere la città e l’ambiente in ogni suo aspetto ritornando a farne parte attiva in ogni età della vita.

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Nel corpus del Manifesto della educazione diffusa, ma soprattutto nelle sue appendici e nei modelli suggeriti o nei racconti di ciò che si sta realmente facendo in questa direzione, c’è la spiegazione di che cosa realmente sia l’educazione diffusa e di come si possa cominciare a praticarla. C’è un primo approccio agli strumenti possibili che dovranno essere approntati e predisposti facendo anche tesoro di tutte le altre esperienze pedagogiche innovative e rivoluzionarie che nel tempo hanno provato a mutare radicalmente i concetti di educazione ed istruzione,  per far sì che, comunque sia, anche se in forme, tempi e luoghi diversi, non vengano meno i saperi indispensabili alla vita ed alle sue diverse forme, soprattuto di relazione e di comunità , immerse in una società. he deve cambiare, in modo attivo e partecipe.  C’è l’indicazione di come non si possa assolutamente fare  meno di un ripensamento globale della città, dei territori e  delle loro architetture, dell’abitarli e viverli.

 

Nell’educazione diffusa c’è l’idea di come, nel tempo ma in modo deciso e senza compromessi, si debba fare a meno dell’edilizia scolastica a favore dell’uso dei portali collettivi ben descritti nel testo e che introdurranno e faranno da basi per il diffondersi nella città educante. Anche per questo sono irrinunciabili il sodalizio culturale e la sintonia politica (quella nobile) tra il mondo della scuola pubblica, quello delle amministrazioni illuminate, dell’associazionismo culturale, sociale e del volontariato, dell’architettura e dell’educazione nonché di tutti i cittadini coraggiosi e consapevoli. Non vi sarà educazione diffusa se non si agisce, senza compromessi, timidezze o ipocrisie,  sull’attuale modo di pensare la scuola, la società e il territorio che li ospita. Tutto questo comporta per forza una serie di atti contrari ma  finalmente positivi. Non è facendo finta di innovare quello che c’è, perché resti alla fine tale e quale, che si potrà oltrepassare questa scuola come è nelle nostre idee.

Giuseppe Campagnoli

13 Marzo 2019