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Prove di educazione diffusa

Gli incontri del 5 e 6 febbraio scorsi, purtroppo realizzati a distanza per le note problematiche di mobilità, hanno avuto un seguito inaspettato e una partecipazione vivace, entusiasta e proficua in fatto di contributi e di proposte. Molte esperienze virtuose e molte in affinità con l’idea di educazione diffusa non erano note e ci hanno sorpreso per la loro valenza innovativa e sovente perfino rivoluzionaria. Ci siamo lasciati, dopo due giornate intense e appassionanti, con l’intento di proseguire insieme su questa strada fino ad arrivare a contaminare virtuosamente in special modo la scuola pubblica che dovrebbe appartenere a tutta la collettività ma non pare sia così da tempo soprattutto in fatto di educazione essendo essa solo addestrativa, competitiva e classificatoria da qualche secolo. Il brevissimo corto racconta l’essenziale dell’evento.

Oh che bel castello! Potrebbe essere un bel portale educante.

 

Una storia emblematica e purtroppo ricorrente e assolutamente multipartisan nell’ Italia dell’abbandono progressivo di beni storici e artistici  e spreco di risorse pubbliche è quella del castello di Montefiore di Recanati, dove si intrecciano anche passaggi di architetti con una certa affinità elettiva come il sottoscritto e Giancarlo de Carlo che, oltre ad Aldo Rossi, per idee contrapposte ma ricongiunte come in una circonferenza infinita sono stati i miei riferimenti culturali  originari anche se oggi ampiamente superati ed aggiornati.  Questa storia che si intreccia con la mia biografia e la mia vecchia professione, tanto amata e tanto odiata, è tornata in evidenza di nuovo e di recente,  in conseguenza ad un ripresa di interesse locale per il monumento.

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Il monumento

Punto forte del sistema difensivo duecentesco del Comune di Recanati verso Osimo costruito sulle rovine del castrum Montali, la fortificazione fu ristrutturata e rinnovata dal 1405 per tutto il XV secolo con l’aggiunta della torre centrale in funzione di avvistamento per la guarnigione già presente. Il castello divenne una vera e propria rocca con cassero e rivellino. Si trasforma nel tempo, venute meno le esigenze difensive, in borgo rurale  a partire dal seicento e le tracce di sedime delle abitazioni all’interno della corte sono solide, evidenti e fanno parte integrante della storia del manufatto. Permane nell’ottocento il borgo con 29 famiglie di artigiani, braccianti e filatrici più la parrocchia. Il borgo murato è completo a metà ottocento ma viene demolito negli anni successivi secondo la perniciosa filosofia conservativa e purista del tempo. Restano tracce del sedime e rari documenti catastali gregoriani della struttura interna della cortina abitata. Una foto del 1920, dopo alcuni interventi di consolidamento e restauro statali e comunali otto-novecenteschi (compresa la rampa d’accesso) mostra ancora un corpo (la chiesa) interno alla cinta muraria poi demolito insieme ad altri.

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L’idea di un recupero possibile

Nel lontano 1987 l’idea di recuperare il Castello, un presidio dal disegno e dalla storia originali, venne proposta all’allora Amministrazione del Comune che la accolse con qualche ambiguità e con qualche riserva ma la fece sviluppare fino a che non divenne un progetto vero e proprio con tanto di approvazione, dopo varie vicende burocratiche, della Soprintendenza competente.  Nel 1990 a progetto definitivo completato arrivò il parere favorevole della Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici con alcune prescrizioni utili alla realizzazione delle opere, ed una sorprendente indicazione di mantenere la rampa di accesso in muratura (novecentesca) forse perché realizzata a suo tempo proprio su progetto di quell’ufficio. Il progetto completo di preventivi particolareggiati, di diagnosi e cura dei dissesti, di particolari costruttivi di strutture murarie, arredi fissi e mobili e impianti tecnologici, compreso un plastico in legno, fu consegnato definitivamente al Comune. Ma del progetto, dopo alterne vicende burocratiche, che non sto per pudore ad elencare, non si  fece nulla.

Le linee principali del progetto

Il progetto di consolidamento, restauro e riuso prevedeva di destinare la struttura a botteghe artistiche ed artigiane, una ludoteca pubblica e un centro di documentazione con biblioteca, emeroteca e audiovisivi,, in sostanza un polo educativo e culturale che con qualche intervento accessorio e aggiornato potrebbe ben essere oggi una delle basi e dei portali dell’educazione diffusa. L’impianto avrebbe dovuto essere integrato, nella corte, da strutture prefabbricate in legno che avrebbero riprodotto la fisionomia del vecchio borgo sorto all’interno delle mura tra il 1500 e il 1800.Una mini città educante.  Partecipò al progetto anche il noto e compianto artista  Loreno Sguanci che disegnò una scultura-stele  simbolica da porre all’esterno della cinta muraria. Un parere estremamente utile e lusinghiero per i due giovani progettisti fu espresso in una lettera dall’Arch. Faglia consulente del FAI e dell’Istituto Italiano dei Castelli che lo visitò insieme al principe di Galles in un viaggio a Recanati. Collaborarono ufficialmente al progetto redatto dagli architetti Giuseppe Campagnoli e Giancarlo Stohr, giovani studenti di architettura e neo architetti alle prime armi. Il progetto era pronto quasi esecutivo ma ben tre amministrazioni di diverso colore non riuscirono o non vollero  realizzarlo.

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I progetti  successivi

Le amministrazioni succedutesi nel tempo, pur avendo già un progetto pagato (nella sostanza valido anche dopo trent’anni per la sua attualità, soprattutto nelle destinazioni d’uso previste), da cui partire per il restauro e  riuso del castello, diedero  incarichi ad altri professionisti, tra cui uno studio legato a Giancarlo De Carlo, di cui si vedono alcuni rendering e disegni qui sotto, suscitando anche l’attenzione della Corte dei Conti che dovette intervenire con gli esiti noti ai cittadini di Recanati. Successivamente, alla fine degli anni ’90, furono effettuati alcuni minimi interventi per un uso parziale come teatro all’aperto e per l’accessibilità alla torre maestra. Pare che non siano stati effettuati interventi di consolidamento delle fondazioni. Oggi si torna a parlare del castello (perché di castello si tratta) . Cosa succederà? Che si possa riparlare di un uso culturale ed educativo? Che possa diventare un bel portale aperto al territorio, alla campagna ed alla città? Per una città educante sarebbe un bel gioiello da recuperare ad un uso veramente attivo e permanente con biblioteche, botteghe, radure, anfiteatri all’aperto, costruiti come  in un bello scenario di apprendimento incidentale ed esperienziale, seppure nella sua contenuta dimensione che comunque è un pregio di dimensione umana. Nemo propheta in patria come suggerisce la storia in quel di Recanati e poi di Pesaro e Urbino per realizzare architetture per l’ educazione diffusa…ma non si può mai sapere.

Giuseppe Campagnoli Luglio 2019

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Roma VII Municipio: intorno all’educazione diffusa.

 

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Un bell’incontro di autoformazione sul tema della comunità per l’educazione diffusa  il 30 Maggio scorso a Roma presso il centro di aggregazione giovanile Scholè del VII Municipio di Roma nell’ambito dell’iniziativa Comunità educante diffusa promossa dall’assessore Elena De Santis.

L’dea di città educante per oltrepassare la scuola di oggi è stata illustrata presentando i contenuti del Manifesto della educazione diffusa, nato ormai tre anni fa e concretizzato in un appello pubblicato nel Luglio 2018 e sottoscritto da oltre 400 persone della scuola e della società civile. Gli interventi teorici del pedagogista Vincenzo Piccione e dello psicologo Filippo Pergola oltre a quelli esperienziali di esponenti di istituzioni e associazioni che si occupano di educazione nel territorio del municipio, hanno fatto da corollario all’essenza dell’incontro, tutta incentrata sul concetto di città educante, chiave di volta della trasformazione dell’attuale paradigma scolastico in un’accezione libertaria, aperta ed in una comunione progressivamente integrata con la città, per contribuire alla sua trasformazione in un luogo accogliente e vivibile, inclusivo e tollerante, occasione di apprendimento, crescita e formazione in ogni suo spazio e attività e in ogni momento della vita.

Personalmente ho potuto apprezzare la varietà di idee presenti nei contesti amministrativi locali che si declinano a volte in modo anche opposto in relazione al territorio in cui operano, contraddicendo, in positivo e inaspettatamente, certi luoghi comuni sulla monoliticità ideologica di certi movimenti del cosiddetto “nuovo che avanza”. Provenendo da un piccolo comune amministrato dalla stessa compagine politica ho constatato come profondamente differenti e piacevolmente contraddittorie possano essere le azioni e le iniziative in campo educativo  in luoghi e situazioni diverse. Le persone e la loro esperienza spesso fanno un’ enorme  differenza nell’approccio con la realtà e la volontà di rivoluzionarla, tanto da non riconoscere a volte la comune origine politica di chi opera e amministra.

1270136e-0839-4d5e-bc80-10eba06dfb01-1.jpgFoto  tratta dalla pagina  della Comunità educante del VII Municipio

Dall’incontro sono emersi punti di vista comuni sul concetto di educazione diffusa che non è uno slogan o un titolo per troppi racconti apparentemente simili ma profondamente diversi. E’ piuttosto una modalità di lento ma forte  ribaltamento dell’istituzione scuola e del concetto di educazione, di istruzione, di formazione decisamente opposti a quelli attuali, ancorché tendenti ad una specie di timida riforma o ad innovazioni che tali in fondo non sono anche per la loro natura teorica e metodologica troppo legata ai paradigmi della società post industriale e mercantilmente tecnologica. Per non dilungarmi vorrei lasciare spazio ad una specie di sintetico report testuale ed audiovisivo del bel pomeriggio dedicato alla diffusione della educazione in una città da trasformare partendo da una prima declinazione sperimentale dell’educazione diffusa.

I principi «attivi», concreti e  fondanti del Manifesto della educazione diffusa si possono   condensare in qualche riga essenziale:

  • L’educazione diffusa è un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale. È tempo di rimettere bambini e bambine, ragazzi e ragazze in circolazione nella società che, a sua volta, deve assumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo e formativo.
  • L’educazione diffusa pone al centro della vita educativa l’esperienza autentica, quella che mobilita tutti i sensi ma soprattutto la forza che li accende, la passione.
  • L’educazione diffusa libera i bambini e i ragazzi, le bambine e le ragazze, dal giogo della prigionia scolastica: li aiuta a trovare nel quartiere, nel territorio e nella città i luoghi, le opportunità, le attività nelle quali partecipare attivamente per offrire il proprio contributo alla società.
  • L’educazione diffusa trasforma il territorio in una grande risorsa di apprendimento, di scambio, di legame, di cimento, di invenzione societaria, di sperimentazione, al di fuori di ogni logica di mercato, di adattamento passivo, di competizione o di guadagno monetario.
  • Per iniziare a sperimentare l’educazione diffusa occorrono un gruppo di genitori motivati, di insegnanti appassionati e possibilmente un dirigente didattico coraggioso che abbiano voglia di vedere di nuovo allievi vivi che gioiscono dell’imparare e di essere riconosciuti come soggetti a pieno titolo nel mondo.

 

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Da qui anche qualche suggerimento immediatamente operativo:

Strutturare percorsi didattici per macroaree tematiche trasversali e integrate nei diversi linguaggi che stimolino la partecipazione in senso creativo attraverso l’esperienza nel tessuto culturale e sociale di riferimento superando progressivamente la fittizia ripartizione in discipline, le misurazioni, la competizione, i tempi rigidi e contingentati. Realizzare passeggiate cognitive alla scoperta di quartieri, strade, luoghi naturali..

Elaborare insieme ad altri soggetti ipotesi di architettura per trasformare gli spazi individuati nella città educante in luoghi di apprendimento. Avviare sperimentazioni che includano una parte sempre crescente di attività come “scuola aperta” trasformando ed aprendo gli spazi scolastici da ridisegnare come “portali” educanti che possano essere cogestiti anche da genitori e realtà sociali.

 

Stimolare e promuovere politiche di cittadinanza per bambine/i e ragazze/i in ogni settore della vita sociale ed istituzionale nella città.

 

Dedicare parte dei percorsi educativi alle emozioni, alle relazioni, all’introspezione ed agli esercizi di dialogo interiore attraverso l’animazione, il teatro, la musica…

Educazione diffusa al VII Municipio

 

 

Giuseppe Campagnoli 2 Giugno 2019

 

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