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Territori: chi ha paura dell’educazione diffusa?

Un tempo, in campo educativo, venne denominata “La Marche: una regione laboratorio”. Una bella esperienza progettuale, che ho vissuto in prima persona e che raccoglieva in rete scuole, università ed enti territoriali con lo slogan “la scuola non è un’azienda!” Un’esperienza lanciata negli anni duemila dall’allora molto avanzato ufficio scolastico regionale del MIUR. Molti gli spunti innovativi, seppure ancora timidi, da sviluppare.

Le Marche: una regione laboratorio USR Marche. 2004

L’ iniziativa finì troppo presto come capita a tutte le buone idee nel nostro paese.

Ora corre anche nella nostra regione un’ idea tesa a superare un obsoleto e mercantile paradigma scolastico.

Il racconto di questo percorso si sviluppa lungo un triennio, precisamente il periodo che ci separa dalla nascita, dallo sviluppo dell’idea e del progetto dell’educazione diffusa nel territorio in cui vivo, ho operato ed opero ancora. Per essere geopoetico ma anche geocritico mi tengo dentro i confini della regione e individuo dei topoi della narrazione da sud a nord del territorio molto legati anche alla mia biografia. Da San Benedetto del Tronto a Macerata, da Recanati a Senigallia, da Pesaro e Fano fino a Montelabbate ed Urbino. Ogni città ha vissuto uno o più episodi legati all’educazione diffusa, positivi o negativi in una significativa non casuale alternanza. Credo che in italica analogia cose del genere saranno accadute anche in altre regioni. Sarebbe illuminante poterne fare un quadro completo. Ecco le tappe principali in ordine cronologico nel mio territorio, la cosiddetta regione al plurale.

Settembre 2016. Prima ancora della nascita del Manifesto della educazione diffusa, ma in una fase di annuncio del progetto, avevo chiesto all’amministrazione della città che mi ha ospitato professionalmente (nella scuola e nell’architettura) per quasi vent’anni, la possibilità di presentare l’idea, magari nell’ambito di un seminario o di un incontro pubblico. Dopo aver consegnato di persona le carte della proposta all’assessore del tempo non ho avuto più notizie e risposte certe neppure dopo l’intercessione apparentemente interessata del sindaco di successo. Alla fine sono stato ospitato nella regione limitrofa in un attivissimo Centro di documentazione educativa. Ho illustrato il progetto e annunciato il Manifesto della educazione diffusa suscitando grande interesse.

si parlava ancora di scuola diffusa

Da Aprile 2017 cominciano le presentazioni del libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” e dell’idea di educazione che contiene. Sono state fatte proposte a tante librerie, biblioteche, università e città sparse nella regione (tra tutto circa una trentina di siti). Hanno risposto e accolto la proposta in tempi diversi enti e biblioteche pubbliche e librerie: a Recanati, Pesaro, Macerata, Senigallia, Urbino, Morro d’Alba ed oltre. Un episodio assolutamente da dimenticare tra questi è accaduto in un capoluogo di provincia nel 2017. Qui, forse per farsi perdonare un rifiuto risalente al 2016, l’ assessorato denominato alla gentilezza e alla crescita (sic!), complice (involontaria?) anche la struttura territoriale scolastica) mi coinvolge, non so quanto proditoriamente, in una sorta di grottesco mercatino di edifici scolastici e arredi didattici mascherato da seminario sugli spazi scolastici. Qui l’idea di educazione diffusa viene ridotta, quanto meno ad una visionaria curiosa eccentricità. Poi per fortuna venne la consolazione, sempre dal basso. In un edificio scolastico della mia città, antico tentativo da architetto (insieme ad altri colleghi) di prospettare uno spazio educativo tendente ad aprirsi verso l’esterno con lo scopo di spandersi in futuro fino a sparire come oggetto murato, accoglie una bella iniziativa di fronte ad una platea di docenti, genitori, ragazzi e cittadini proprio nel teatro-aula magna che avevamo pensato come fulcro di quel “portale educante” ante litteram.

Recanati

Un altro bell’incontro venne infine organizzato anche a Fano per presentare l’idea e il Manifesto nell’ambito di una settimana pedagogica.

L’anno 2018 passa quasi indenne nelle Marche fino all’uscita del Manifesto operativo dell’educazione diffusa nel luglio 2018 quando si organizzano, ma senza coinvolgimenti di enti pubblici, alcuni piccoli e rari incontri nel territorio. Prosegue il dibattito sulle pagine e nei gruppi social dedicati (lascuolasenzamura, o l’educazione diffusa nelle marche..) Una bella intervista viene realizzata in estate a Pesaro da un noto blog giornalistico:

https://youtu.be/gOBn9v-fQv0

Tra il 2018 e il 2019 la rivista pedagogica edita nella regione (abbastanza innovativa ma non proprio in linea con i radicali cambiamenti da noi prospettati) ospita due miei interventi, quasi da infiltrato, sull’educazione diffusa e la città educante.Il 2028 e 2019 trascorrono interamente tra interventi, workshop e seminari promossi e realizzati fuori dalle Marche, in Lombardia,Trentino, Umbria, nel Lazio, in Toscana, in Piemonte, Emilia Romagna, Campania, Puglia, etc. Una proposta di progetto di sperimentazione dell’educazione diffusa in parti delle città di Recanati, Urbino, Pesaro cade nell’indifferenza delle amministrazioni insieme all’idea di adesione ad un progetto, peraltro ammissibile a finanziamento del MIBAC, per un festival dell’architettura dedicato all’educazione formale, informale, non formale e incidentale nelle città e nei loro territori.

Nel 2020 riprende una certa attività nella regione in concomitanza della pubblicazione del volume “Educazione diffusa.Istruzioni per l’uso” che rappresenta la parte operativa dell’idea di educazione diffusa. A causa delle terribili chiusure e problematiche dell’epidemia incombente si riescono solo ad organizzare incontri a Recanati, a Pesaro e a Fano. L’interesse però cresce tra le associazioni, i cittadini, gli insegnanti, le famiglie. Meno, decisamente meno nelle istituzioni siano esse scolastiche, amministrative o politiche.

A questo proposito c’è da segnalare, come ciliegina sulla torta, il tentativo di coinvolgimento (cui forse pro bono educationis ho aderito ingenuamente) del nostro progetto come testimonianza di una nuova concezione dell’educazione, in concomitanza con le elezioni regionali da parte di due movimenti politici sedicenti progressisti. Si si sono rivelati alla fine poco o affatto attenti all’idea, ritenuta in definitiva irrilevante rispetto alle conformistiche politiche scolastiche regionali anche della sinistra, più spinta sull’aumento di risorse per la scuola così com’è, per i reclusori scolastici, per palliativi di inclusione e lotta alla dispersione scolastica e per una ormai ridicola e vorace formazione professionale. Rimando per curiosità a questo resoconto illuminante:

https://researt.net/2020/08/07/buona-educazione/

2021

Sarebbe utile a questo punto realizzare una sorta di panoramica estesa anche alle altre regioni e promuovere ulteriormente il dibattito esclusivamente sull’educazione diffusa e sulle sue strette variazioni tematiche, attraverso gruppi e pagine social, come già avviene, oltre che nelle Marche anche in Emilia Romagna, nel Lazio, in Lombardia fino a pensare ad una rete organizzata nazionale. Per battere il ferro finché è caldo. Forse l’anno che verrà sarà la volta buona del diffondersi di sperimentazioni e proposte concrete anche nel nostro territorio come sta accadendo altrove. Spes ultima dea.

L’evoluzione del progetto, anche dal punto di vista dell’architettura e della città ha aggiunto altre tappe fondamentali, come la pubblicazione di un canovaccio-commedia ironico destinato alla rappresentazione di una storia dell’educazione diffusa ad uso delle scuole e delle città che volessero cimentarvisi, l’uscita nell’ultimo numero della rivista Ardeth del Politecnico di Torino di un articolo con molte affinità e qualche citazione (eppur si muovono!) e l’imminente pubblicazione di un dossier sulla rivista di filosofia ed educazione dell’università francese di Caen Le Télémaque.

Nel frattempo è avvenuto il lancio di una iniziativa di formazione per insegnanti, ammministratori, associazioni dedicata alla sperimentazione dell’educazione diffusa nell’intento di trasformare radicalmente la scuola pubblica. Già interessate associazioni di alcune regioni e amministrazioni della Romagna.

La formazione sull’educazione diffusa.

Giuseppe Campagnoli 2 Gennaio 2021/29 Dicembre 201

La giostra

Tornano e ritornano a giro come in una brutta giostra certi nomi che rientrano nel recinto dei pontificatori di successo (vedi Victor Hugo) su una scuola che a loro avviso sarebbe solo da cambiare magari con trovate originali e rimandi pretestuosi e mistificatori a veri rivoluzionari pedagogici del passato. Un’idea di scuola che andrebbe giusto modernizzata e tuttosommato da mantenere così com’è con tante belle trovate di senzazaini, bastacompiti, nonsolobanchi, bimbineiboschi, piccole, belle, nuove, libere scuole, tutt’altre scuole, reti e irretimenti vari. Comunque una scuola (sempre scuola!) ma non da oltrepassare e abolire. Una sorta di liberalesimo educativo con qualche timida progressione verso cambiamenti impercettibili e sempre con juicio spesso promossa da  nuovi bobos fautori di un’ idea di educazione in un’accezione  decisamente conservatrice spesso anche a sinistra che a volte fa perfino il verso alla destra che vorrebbe chiudere di più e meglio, controllare fino alla libertà di conoscere fino in fondo cosa sia la nostra natura. Proliferano  di contro pure protagonismi eclettici, estemporanei e spesso anche settari ad ampio spettro di singoli e di gruppi che ottengono affollate tifoserie mediatiche sia negli ambiti pedagogici pubblici o para pubblici che in quelli privati   delle congreghe mistico-eco-educative familiari, parrocchiali, fricchettone o tribali che siano. Io mi ritengo decisamente  fuori da certi recinti. Con una battuta: il mio essere ibrido e forse beneficamente schizofrenico tra architettura, educazione, arte e mestiere di insegnante e direttore di scuole d’arte mi tiene lontano da certi impulsi di protagonismo specialistico.

Tenendo comunque fuori dai ragionamenti l’idea di scuola della destra liberista o peggio sovranista, reclusoria, classista e meritocratica, oggi cosa succede?

-Se critichi la scuola pubblica così com‘è, sei ostracizzato  dall‘establishment burocratico, politico e pedagogico.

-Se critichi l‘idea di scuola dell‘opposizione di sinistra tiepida e neoliberal-liberista o anche  massimalista e vetero gramsciana, sei emarginato e compatito come visionario.

-Se critichi alcune (troppe) esperienze e idee privatamente e parentalmente  finto libertarie e real liberiste e fricchettone  delle cento educazioni del bosco, delle radure, degli gnomi e degli stregoni, sei attaccato con altrettanta e forse più intensa veemenza.

Senza possibilità di dialogo in ogni caso. Provare per credere.

Personalmente vorrei distinguere le possibili iniziative ispirate chiaramente  alla nostra idea di società educante da tutte queste congreghe che qualche volta provano, anche solo linguisticamente a saltare sul carro dell’educazione diffusa. Molti che trattano di scuola indicandola come “fuori o diffusa” non hanno spesso fatto, neppure per sbaglio, alcun riferimento al Manifesto della educazione diffusa e alle sue successive indicazioni. Oggi tutti sono pronti a fare di tutto in questa bailamme bulimica sulla scuola. Mi piacerebbe solo  che  si provasse sinceramente e seriamente in molti contesti a sperimentare l’educazione diffusa in tutte le sue prerogative. Per vedere l’effetto che fa. L’ appello che ho di recente “diffuso” per invitare a sperimentare la nostra proposta di educazione e di città riprende una mia riflessione totalmente controcorrente su educazione e territorio tratta da “L’educazione è fuori” edito dall’Università di Macerata che credo sarà l’ultima mia uscita pubblica di questo tipo, almeno finché non passerà la buriana.

Non solo boschi, prati e radure, non solo all’aperto. Tutta la città e il territorio sono luoghi di per sé educanti. Pochi adattamenti garantirebbero libertà, esperienze efficaci e apprendimenti diffusi oltre che la tutela della salute di tutti, lavorando per piccolissimi gruppi in luoghi significativi, educanti aperti o protetti ma ampi. L’edificio tradizionale solo in questa fase, assolutamente transitoria, assumerebbe il ruolo di “portale” verso tante esperienze significative altrove. Non vi è un momento storico migliore di questo per sperimentare e mettere alla prova opportunità che si possono rinvenire anche nelle pieghe dell’autonomia scolastica, troppo parzialmente praticata nelle sue chances innovative. Si può cominciare a interpolare pedagogia e architettura per integrare il dove con il cosa, il come e il quando: tempi, luoghi ed esperienze. L’architettura dell’educazione è anche questo. Si prefigura l’eliminazione graduale dell’edilizia scolastica verso la città educante fatta di una rete di luoghi per l’esperienza e l’apprendimento, pubblici o privati, aperti o chiusi ma trasparenti e ampi. Certamente non per fare le stesse cose che si facevano in classe o nei cosiddetti viaggi di istruzione, visite guidate e uscite didattiche. La destrutturazione delle discipline sconnesse e separate a favore di aree esperienziali e campi di educazione incidentale dove il bambino/la bambina, il/la giovane, l’adulto/a che crescono e apprendono insieme sono soggetti protagonisti che si educano reciprocamente prefigura tanti luoghi, diversi e interconnessi. Indispensabile per la città educante è lo smontaggio dell’orario scolastico a favore di tempi flessibili e orari di prossimità, con l’anno educativo che potrebbe durare dodici mesi con pause di tempo libero diluite e diffuse. Le cose da apprendere, l’educazione e la crescita sicuramente non sono indifferenti ai luoghi in cui avvengono e che influiscono enormemente sulla crescita, la creatività, la libertà. La marcia di avvicinamento a una nuova idea di educazione potrebbe integrare mirabilmente, in tante sperimentazioni brevi, che facessero tesoro delle eventuali buone pratiche nel territorio, l’insieme dei progetti-scuola, dei tempi-scuola e dei luoghi-scuola sfruttando tutte le potenzialità dei territori. Se si trasformassero, riducendoli anche di numero, gli edifici scolastici per un uso misto e flessibile (museo e scuola, biblioteca e scuola, terziario e scuola…) e si usassero gli spazi di cultura e non solo, pubblici e privati della città e di tutto il territorio sarebbe un gran bel passo verso l’educazione diffusa. Si domandava l’architetto della città partecipata Giancarlo De Carlo già nel 1969:

– È veramente necessario che nella società contemporanea le attività educative siano organizzate in una stabile e codificata istituzione?

– Le attività educative debbono per forza essere collocate in edifici progettati e costruiti appositamente per quello scopo?

– Esiste una diretta e reciproca relazione tra le attività educative e la qualità degli edifici (o dei luoghi) dove si svolgono?”

Racconterò sempre l’idea di educazione e città che condivido in pieno con l’amico Paolo Mottana quando me lo chiederanno senza intravvedere sottotraccia secondi o terzi fini, mentre parteciperò volentieri a tutte le iniziative che volessero metterla in pratica così come l’abbiamo declinata.

Non mi resta per ora che viaggiare  con i saggi e rivoluzionari che da tempo sognavano una società interamente educante anche in una accezione publica di città e territori. E ora mi metto realmente in viaggio per un po’.Una sana vacatio da tutto.

Quando tornerò cambierò gli attori, qualche scena e il finale della mia Commedia giocosa. Troppe cose sono cambiate nel frattempo.

Giuseppe Campagnoli 24 Luglio 2021      

La mitologia lecorbusieriana.

Le origini culturali dissimulate di molte archistars.

Gli elementi di architettura, di urbanistica e di concezione della città di Lecorbusier e il suo abaco come lo chiamava Aldo Rossi non sono poi così originali. L’originalità sta forse nell’averli messi insieme in una forma diversa, come del resto accade con le note in musica e come, del resto, hanno fatto all’inizio del ‘900 anche altri architetti. Lui lo fece in una forma in qualche modo élitaria e anche autoritaria. Il mio percorso nel mondo dell’architettura fin dagli anni 60 ha preso le mosse dal razionalismo e ha glissato ragionevolmente e scolasticamente sul sopravvalutato Jeanneret per soffermarsi in seguito sull’Abate di Saint Denis, John Ruskin, Viollet Leduc, Adolf Loos, Aldo Rossi, Giancarlo De Carlo e da ultimo Colin Ward. Le due villes a diversi livelli di scala e di idea, la Ville Savoye e pure la Ville Radieuse, ritengo siano gli emblemi del pensiero in architettura di Le Corbusier che non può essere scisso dalla  visione della vita e dell’uomo a dir poco discutibili. Un percorso di confronti emergenti è inevitabile e, partendo dal simbolo mediatico e accademico dell’idea di architettura lecorbuseriana che è Ville Savoye, provo a tracciare un profilo diverso del “maestro”.

L’architettura è vita e politica (polis)

Le Corbusier alla madre, agosto 1940: «Il denaro, gli ebrei (in parte responsabili), la massoneria, tutto questo subirà la giustalegge». Sempre alla madre, ottobre 1940: «Hitler può coronare la sua vita con un’operazione grandiosa: la pianificazionedell’Europa». Il famoso, famigerato ordine nuovo. Sappiamo, sapete tutti com’è andata.” Le Corbusier è stato fascista. Un po’ lo si sapeva (e se ne parlava poco). Ma ora emerge con forza: più fascista di quanto si sapesse, antisemita, con qualche simpatia per Hitler. Le polemiche sono avvampate a Parigi, quando ha aperto, il 29 aprile, la grande mostra “Le Corbusier. Mesures de l’homme” al Centre Pompidou ( qui la recensione di Cesare de Seta ), dove l’unica misura mancante è la misura politica. Non c’è traccia delle sue idee politiche negli anni del primo fascismo, della Francia occupata, del regime filotedesco di Vichy. Ben strano, per il Beaubourg, indirizzo topico del sistema culturale francese, e mentre escono tre libri che rileggono Le Corbu illuminandone le zone d’ombra.Già intorno al 1925 Le Corbusier è affascinato da Mussolini e dal fascismo italiano. Frequenta gli ambientidel partito Le Faisceau, Georges Valois, Marcel Bucard. Stringe un forte legame con Pierre Winter, medico-scrittore prossimo all’eugenetica, antilluminista, cultore dell’orientalista René Guénon. Con Winter, che diventa suo medico e trainer personale, l’ambizioso architetto svizzero che dialoga con tutte leavanguardie, dal Werkbund al Bauhaus al Lingotto degli ingegneri italiani, fonda nel 1930 la rivista fascista “Plans”. Poi, dal 1933, con François de Pierrefeu e il mussoliniano Hubert Lagardelle, lancia la rivista “Prélude”, di cui rimane agli archivi lo slogan: «Noi conosciamo gli uomini che la Francia attende. Sono portatori di soluzioni. Il loro obiettivo – il nostro – è la conquista dello Stato». Per imporsi come urbanista che tra il 1934 e il ’37 corteggia il potere fascista a Roma, anche in chiave di Africa Orientale Italiana, a pietire un’udienza personale dal Duce che non arriva mai. Oggi gli studi di Chaslin e Perelman rileggono l’intera sua teoria della “Ville radieuse” (1935), la città strutturata, i comportamenti indotti, le case come “macchine per abitare”, in chiave autoritaria; se non «totalitaria» (così si esprime l’architetto tedesco Hans Kollhoff). L’appoggio al governo filotedesco di Vichy. Clamorosi i dettagli emersi. Il maresciallo Pétain si trasferisce il 1° luglio 1940 dopo l’accordo col tedesco invasore, Le Corbusier il giorno 3. Abita in grandi alberghi. Corteggia i vertici politici fino a ottenere dal ministro degli Interni Peyrouton una nomina per la ricostruzione di aree urbane distrutte; nel maggio 1941 Pétain lo chiama in un comitato per la nuova edilizia. Ritrova l’amico Lagardelle divenuto ministro del Lavoro, il diplomatico-scrittore Jean Giraudoux, altro filotedesco; si lega ad Alexis Carrel, pensatore razzista, filonazista, pro eutanasia. Del resto, a Parigi, Arletty va a letto con un ufficiale della Wehrmacht… Le Corbusier è un architetto e pittore di enorme talento. Ha studiato il déco, teorizzato l’Esprit nouveau (esce ora in edizione italiana il suo importante testo “L’arte decorativa”, Quodlibet), ha amato Picasso, l’antifascista Picasso, spaziato dalla cultura Bauhaus del Weissenhof di Stoccarda all’arte purista, è misurato con l’avanguardia russa. Ma per brama di gloria, e per imporre il proprio corpus dottrinale, fa anticamera presso chi si renderà complice della Shoah. Disilluso, a un certo punto capisce: Pétain, in sensoartistico, è l’Ottocento, e il potere esecutivo è di Pierre Laval. Le Corbu prende le distanze. Ma lo fa tardi. Infine, l’antisemita. Chaslin ne rintraccia le radici nel primo periodo elvetico, quando il giovane architetto maturò antipatie lavorando per industriali orologieri ebrei (Schwob, Ditisheim, Meyer). Sempre del 1940,alla vigilia delle leggi antiebraiche, ecco un’altra sua lettera: «Gli ebrei passano un brutto momento. Un po’ mi dispiaccio. Ma sembra che la loro cieca brama di denaro abbia corrotto il paese». Parte di questi documenti era stata rivelata nel 2008 nella biografia di Nicholas Fox Weber “Le Corbusier: Life” (Knopf), ma passata sotto silenzio. Il settimanale elvetico “Die Weltwoche” oggi scrive di «arte della rimozione».  Quanto a lui, il fascinoso Le Corbu in papillon e occhiali iconici, dopo il 1945 fu riabilitato al volo dalla Francia democratica guidata dal patriota Charles de Gaulle (che aveva disprezzato). Non fu il solo. Sotto questo aspetto, la sua biografia ricorda, in peggio, quella del presidente Mitterrand. Dal 1947 il suo ego di urbanista potè esprimersi in India, chiamato dal presidente Nehru per creare la città di Chandigarh. In Francia, nel 1955, produsse un’ultima meraviglia creativa, Notre-Dame du Haut. Una chiesa; lui che teneva poco alla Chiesa con la maiuscola. Diciamo che Le Corbu scelse bene il suo nome da Corvo. Volò a lungo, ma con le ali nere. In Europa, nei manuali e nei cuori degli appassionati, oggi vive soprattutto l’architetto delle meravigliose case bianche: moderne, ariose, eleganti, democratiche. Più di quanto egli stesso sognasse.Le discutibili idee di Le Corbusier che si riflettono non poco sulla sua opera. L’uomo e l’artista si confondono sempre e non è dato il caso di una separazione netta tra la concezione di vita e l’espressione professionale e culturale. Anche l’abitare e l’essere delle città risentono delle dee rispetto al mondo. Nelle varie esposizioni e nei saggi che celebrano Lecorbusier si glissa colpevolmente su questo aspetto. Cito passi di un articolo de l’Espresso del 2015 esaurienti e significativi che fanno ben comprendere alcuni aspetti anche tecnici ed estetici di Le Corbusier.”

La sua città a grana grossa è una concezione assai mercantile, che ahimè ancora regge.

Una città a grana grossa è una città autoritaria e tecnocratica che lo stesso Colin Ward criticava in Le Corbusier e in tante tendenze dell’urbanistica moderna: Colin Ward (1924-2010), uno dei massimi pensatori libertari della seconda metà del XX secolo che molto ha scritto anche di questioni urbane, nel 1989 analizzava, a partire dal disastroso caso di Birmingham, il processo di sostituzione della tradizionale grana fine del tessuto urbano con quella grossa della città pensata per il traffico automobilistico e la redditività finanziaria. Quest’ultima si era liberata di tutte quelle piccole attività economiche – «riparatori di ombrelli, tiralinee per registri contabili, manutentori di macchine da cucire, corniciai, pasticceri, confezionatori di scarpe da ballo» –per diventare il luogo dove solo le imprese dai grandi numeri di capitale, fatturato e profitto potevano essere ammesse[1].

L’analisi che Ward fa del tessuto urbano e delle sue trasformazioni ricorda molto gli scritti di Jane Jacobs della fine degli anni Cinquanta, dove la sua osservazione degli effetti del rinnovamento urbano di New York si focalizza sulla perdita di migliaia di piccole attività, la cui presenza è una delle componenti fondamentali della vita urbana perché ne struttura la diversità tipica di un ecosistema. Leggere Colin Ward è quindi utile alla definizione di una genealogia del pensiero critico all’urbanistica del Novecento che ha assunto connotazioni di tipo  libertario (ma non liberista, come qualcuno vorrebbe far credere almeno nel caso di Jane Jacobs) in opposizione alla visioneautoritaria della città contemporanea, già ben visibile nella Ville Radieuse di Le Corbusier. Sono le grandi opere realizzate dalla pubblica amministrazione, nella New York di Robert Moses come nella Birmingham di Sir Herbert Manzoni, ad essere responsabili, più della speculazione immobiliare, della sparizione delle piccole imprese urbane. La grande ricostruzione post bellica ha cancellato «la città comprensibile», e l’ha sostituita con una in cui non si riesce più a orientarsi in assenza di cartelli stradali. Il risultato è che «la vita autentica della città» risiede ormai solo in quelle parti di tessuto urbano risparmiato dalle ristrutturazioni urbanistiche o, come nel caso delle migliori concretizzazioni dei principi dell’urbanistica novecentesca, dove la città contemporanea ha preso la forma dell’insediamento spontaneo (M.B.).

Le ville e le case bianche

Una voglia di candore freudiana. Come scrive Antonello Russo nelle suo “Le Corbusier e le sue ville bianche” Quodlibet Studio Macerata 2016 “La costruzione di quelle che Alan Colquhoun ha indicato come le case bianche. (Colquhoun, 1993, p. 40) di Le Corbusier, allinea, in un’unica esplorazione, gli spunti grammaticali di una sofisticata sintassi che avrebbe alimentato in maniera significativa l’architettura della prima metà del Novecento, e non solo. L’attenzione rivolta alla città alle sue regole di composizione come organismo complesso e fine ultimo della ricerca mediata da Le Corbusier attraverso una lettura antropocentrica che, nel porre l’uomo al centro della visione distribuisce nell’abitazione una meditata sequenza di luoghi. finalizzati all’osservazione dello spazio, in piedi, seduti o sdraiati, dove la struttura portante, pur riconoscendosi, non si mostra nella sua reiterazione invasiva fornendo, piuttosto, un ordine implicito in grado di organizzare uno spazio ortogonale a prevalente sviluppo verticale.” Il colore prevalente, rigorosamente bianco, è come se volesse suggerire una sorta di freudiano “candore” che disimpegna la forma rispetto alla natura e il privato rispetto all’ambiente che si presenta variegato e pieno di colori e di forme. I bianchi di fondo delle unità d’abitazione, delle città ideali, della cappella di Rochamp e infine della Ville Savoye non sono scelte semplicemente decorative, ma sono profondamente simboliche e formalmente determinate.

Il candore di facciata

Le meravigliose case bianche sfuggite di mano all’urbanista autoritario per colpa dell’artista creativo oggi rappresentano il naufragio della modernità? E’ emblematica l’istallazione dell’artista che fa naufragare l’opera lecorbuseriana in un simbolico fiordo. La Villa Savoye affonda nei fiordi danesi. “Flooded Modernity”, un’installazione dell’artista danese Asmund Havsteen-Mikkelsen, rappresenta il naufragio della modernità e del potere della ragione. Ma anche del potere dell’individualismo dell’architetto moderno che riprende quello rinascimentale mentre snobba il lascito teorico del fare collettivo e tutto sommato democratico delle architetture medievali delle città e delle cattedrali. La modernità viene accostata alla rivoluzione industriale ed al dominio del capitale e della personalità degli artisti che si eleva sopra le masse e indica loro come e dove abitare, come istruirsi, lavorare, muoversi e usare del tempo liberosenza che possano partecipare alle scelte ed alla costruzione degli spazi che vivranno. Fortunatamente abbiamo avuto anche personalità di mentori e non di dittatori della forma come Aldo Rossi, De Carlo, Colin Ward e tanti altri architetti non propriamente mercantili e non celebrati per le loro ville padronali, le chiese, le  città ideali e non “analoghe”.

Giuseppe Campagnoli