Facciamo il punto

L’ educazione diffusa: piccoli passi…

L’incontro del 14 Maggio scorso, tra attori, attivisti e promotori dell’educazione diffusa, ha messo in evidenza il fermento estremamente crescente anche nella scuola pubblica dai tempi della pubblicazione del Manifesto dell’educazione diffusa.

Al di là delle defaillances dovute alle ritrosie, ai boicottaggi, al disinteresse ed alle paure ancestrali di parte della politica, degli enti e delle amministrazioni pubbliche per i cambiamenti radicali, molto si sta muovendo a livello di piccole esperienze diffuse con esperimentazioni, progetti e proposte nei territori variamente rappresentati nella riunione. Meglio di qualche scritto può darne testimonianza la registrazione dell’incontro proposta qui in “tre atti”.

La sequenza di incontri e contatti diventerà periodica e servirà a progettare, oltre ad altre iniziative di formazione, una organizzazione permanente dedicata all’educazione diffusa che potrà assumere la forma di una rete di esperienze, un archivio di pratiche, un comitato, una associazione libera e non dogmatica.

La prima parte dell’incontro:

La seconda e la terza parte:

“Progettare, costruire e abitare la scuola”. Come perseverare sia peggio che diabolico!

Mi viene spontaneo di ripetere come un mantra le frasi inascoltate di Giovanni Papini, Giancarlo Decarlo e Colin Ward:

1914Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme, Manicomi, Scuole, Ministeri, Conventi. Codeste pubbliche architetture son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali.Ma cosa hanno mai fatto i ragazzi, gli adolescenti, i giovanotti che dai sei fino ai dieci, ai quindici, ai ven ti, ai ventiquattro anni chiudete tante ore del giorno nelle vostre bianche galere per far patire il loro corpo e magagnare il loro cervello? 

1969 – È veramente necessario che nella società contemporanea le attività educative siano organizzate in una stabile e codificata istituzione?Le attività educative debbono per forza essere collocate in edifici progettati e costruiti appositamente per quello scopo?

2018- La libertà della strada:“la scuola decentrata ordinariamente in una pluralità di luoghi, spazi e tempi adatti all’apprendimento più incidentale”.

La città come risorsa:“rivisitandola dal punto di vista del disegno urbano,della storia, dell’arte, dell’edilizia, in funzione socializzante”.

Adattare l’ambiente imposto:“superare la convinzione degli adulti a controllare, dirigere e limitare il libero fluire della vita” organizzando spazi ad hoc e a senso unico senza alcun grado di libertà.

Il gioco come protesta ed esplorazione:“ Il fatto che i bambini scelgano ostinatamente come spazi per il gioco proprio i luoghi che ci appaiono più provocatori…” è un segno che il gioco è spesso protesta ed esplorazione insieme.

Luoghi di apprendimento:”Il bisogno naturale ad imparare va scemando man mano che viene organizzato e rinchiuso in luoghi strutturati e delimitati”.

Tutto questo perché, con sgomento mi ritrovo nel 2022 a leggere le ennesime linee guida sull’edilizia scolastica (sic!) che esordiscono con una frase emblematica e sintomatica: “Progettare nuove scuole è un’azione che guarda al futuro”. Niente di più conservatore e di retroguardia! Ma poi quando leggo i nomi del gruppo di lavoro ministeriale comprendo molte cose. C’è il mercato delle archistars e degli epigoni, c’è la nuova/vecchia pedagogia e c’è anche l’alito della burocrazia ministeriale mai defunta. Comprendo che non sono affatto servite le domande che si ponevano anni fa Aldo Rossi, Giancarlo de Carlo, Colin Ward sull’architettura delle città e sul pericolo di perseverare sulla strada del “funzionalismo ingenuo” (ma non tanto). Vedo che non si capisce ancora come occorra superare l’idea dei monumenti all’istruzione, alla cura, alla riabilitazione carceraria, alle detenzioni varie più o meno edulcorate o modernizzate. Mi viene in mente un mio articolo su Education2.0, la prima rivista che ospitò tempo fa idee rivoluzionarie in fatto di architettura ed educazione.

In occasione dell’uscita delle “Linee Guida sull’edilizia scolastica” nel 2013 scrivevo tra l’altro: “Avrei voluto chiosare capitolo per capitolo il documento ricorrendo alle idee da me più volte esposte e pubblicate, oltre che condivise da esperti e pedagogisti. Mi sono accorto che seguendo lo stesso percorso sarei di nuovo caduto nella gerarchizzazione di un luogo che, per sua intrinseca natura, non potrebbe essere nemmeno descritto “per parti” . Riproporrò allora la mia lettura e la mia “linea guida”. Non ho mai avuto il piacere di essere coinvolto, pur avendo offerto la mia disponibilità, nella ricerca istituzionale sul tema, e questo è un peccato, non per me, ma per il contributo che si sarebbe potuto trarre dalla mia trentennale esperienza sul campo, come architetto e ricercatore, docente, amministratore locale e dirigente scolastico, per il dibattito sulla costruzione delle Linee Guida veramente innovative per quella che mi ostino a voler chiamare “architettura” scolastica.”

Nell’anticipare l’idea di una intera città educante al posto di tanti reclusori scolastici scrivevo ancora in una sorta di antesignana educazione diffusa: “La scuola si dilata nel tempo e nello spazio, aderisce al concetto di lifelong learning e trova luogo in ogni angolo a vocazione culturale della città ma anche del web, come sta avvenendo di fatto senza che gli ambiti fisici si siano adeguati rimanendo pervicacemente statici e gerarchizzati come alla fine dell’800. 
La “scuola diffusa” sarebbe economica, sostenibile, innovativa, efficiente ed efficace.  
Trasformiamo ove possibile tutta l’edilizia scolastica esistente in altrettanti poli di questa rete integrata da musei, teatri, biblioteche, parchi, attrezzature sportive, monumenti, municipi. “

Dal 2013 ad oggi tanti i saggi, gli articoli, i seminari e perfino i racconti dell’idea di educazione diffusa e città educante tra architettura ed educazione ospitati con interesse all’estero. Ma il mondo dell’establishment pedagogico e architettonico pare non voglia cambiare nulla o peggio, fa finta di voler innovare e progettare per un futuro che è ancora passato, brutto passato.

Farò lo stesso spelling delle “nuove linee guida” dettate dai pontificatori “pedarchitettonici” ripensando ad ogni passo alla nostra esperienza lunga e consolidata, apprezzata abbastanza presso il popolo dell’educazione ma boicottata ed osteggiata presso il potere dell’educazione e delle accademie:

Il PNRR ordina, come altro, queste linee guida. I soldi quindi. Pochi, ma come si immagina, pecunia non olet, e le consegne tengono conto quasi solo di questo o poco più.

La forma architettonica ospita una funzione.

Il funzionalismo ingenuo che aborriva anche il mio compianto maestro Aldo Rossi impera ancora.

La linea tracciata potrebbe anche costituire un primo orizzonte per la necessaria, e da più parti evocata, revisione delle norme tecniche del 1975.

E le linee del 2013? Non lette?

Tutte le giaculatorie dell‘introduzione sono dei brutti e poco incoraggianti déjà vu sciorinati dai personaggi di gran moda della médiocratie scolar-architettonica.

Nell’espansione urbana del secolo scorso gli edifici scolastici apparivano come puro “standard” o “servizio” necessario ai nuovi quartieri satellite. Oggi, invece, dobbiamo guardare a loro come veri e propri catalizzatori di vita urbana, come importanti centri di socialità e come luoghi capaci di promuovere valori importanti attraverso una “pedagogia implicita”: sensibilità di fronte all’ambiente, pari opportunità, inclusione sociale…

La città dis-educante dei monumenti alla tecnologia e ai valori indotti da un neocolonialismo pedagogico e urbanistico?

I nuovi edifici scolastici, attraverso i progettisti sapranno trasformare questi elementi in un valore unico che li comprenda e a loro perfino sopravviva: quello della qualità, della solidità e della bellezza del paesaggio, dello spazio e degli edifici. In breve, tutto ciò che rappresenta il lascito principale della cultura urbana italiana degli ultimi venti secoli.

Nuovi ma concettualmente retrò. Timidissimi passetti, solo teorici e poco coraggiosi verso un‘idea diversa e non più ottocentesca dei luoghi per l‘apprendimento (memento Papini). Una nuova scuola non è soltanto un luogo costruito per apprendere meglio. ☹️☹️

Fare scuola all’aperto, all’esterno, uscendo non solo dalle aule ma da tutti gli ambienti coperti, è una stra- da ancora troppo poco esplorata dalla scuola italiana. Corti e cortili di molte scuole sono oggi sottouti- lizzati, pur costituendo una grande risorsa per l’azione educativa. La pandemia, con la ricerca di maggiori spazi – anche esterni – per le attività scolastiche, ha reso ancora più ur- gente il loro inserimento fra gli am- bienti di apprendimento. L’ambiente esterno è il luogo di elezione per fare esperienza non solo legata al conte- sto naturale (il contatto con la terra, l’osservazione dei fenomeni meteo, la coltivazione), ma anche come prolungamento degli ambienti inter- ni. Spazi all’aperto dovrebbero esse- re facilmente accessibili dalle aule, ma anche da laboratori, biblioteche, spazi comuni e di ristorazione, in una sorta di continuità d’uso che ne faciliti l’appropriazione. Corti interne, terrazze, patio, giardini pensili, logge, verande, pergole, padiglioni, ecc. sono luoghi articolati per mediare la distinzione che separa l’involucro edificato dal contesto circostante. Le coperture esterne possono essere preziose in prossimità degli ingressi o per ospitare attività didattiche riparandosi dal sole o dalla pioggia. Condizione necessaria perché questi spazi diventino veri e propri ambienti di apprendimento è che siano progettati all’interno del piano della scuola, dotati di strutture, arredi, pavimentazioni diversificate, zone ombreggiate, semichiuse, depositi, sedute. Solo in questo modo si offrono alle scuole spazi diversificati che invitano a usi plurali, ad esempio adottando nello stesso sistema edificio più soluzioni che possono anda- re dall’uso della copertura, a diverse corti interne semi coperte, alle zone in piena terra dedicate al giardino e all’orto, ecc.

Solo propaggini del reclusorio scolastico, “coraggiosamente” spalancato all’esterno, in una concezione anni ’70 sulla quale perfino Giancarlo Decarlo aveva espresso seri dubbi.

Laddove possibile, e con particolare attenzione alla scuola dell’infan- zia e primaria, le classi e gli spazi di apprendimento interni dovrebbero poter avere un’apertura diretta verso l’esterno, così da costituire fuori una sorta di aula ‘simmetrica’ verde.

Della serie: il coraggio uno non se lo può dare. Non si propone il superamento delle norme del 1975 ma neppure quelle un po’ più avanzate del 1996 e del 2013!!

 –Fare scuola in modo più attivo e meno trasmissivo richiede strategie didattiche che trovino declinazione spaziale in ambienti articolati, di- versificati fra di loro e riconfigurabili all’interno grazie all’arredo. Molte sperimentazioni pongono l’accento sulla necessità di impostare l’attività scolastica integrando lavoro individuale, di gruppo, attività frontali, discussioni e momenti di confronto plenario. Questa articolazione spinge a immaginare un paesaggio di apprendimento che non lasci fuori nessuno, con spazi dentro e fuori che possano essere adattabili a modelli di insegnamento differenti e personalizzati.

Gli spazi distributivi (corridoi, atrii, scale) assumono un ruolo centra le, non solo nei momenti di pausa, ma per lo stesso apprendimento, se messi in grado di accogliere momenti di attività collettive e di grup- po, luoghi dove svolgere attività in autonomia o semplicemente discu- tere, aspettare, incontrarsi: “spazi ri- fugio” per ritrovarsi con sé stessi, ma anche spazi grazie ai quali promu vere un processo di apprendimento che – coerentemente ai traguardi metacognitivi suggeriti dalle Indicazioni nazionali – dia rilevanza al ruolo attivo dello studente nella costruzione e nell’impiego delle diverse strategie di lavoro scolastico. Anche questi sono aspetti rilevanti, che de vono guidare un’azione progettuale capace di interpretare le necessità diverse, a seconda di età e fase evolutiva. Il ripensamento parte dall’aula, che si trasforma da spazio rigido e stere- otipato a fulcro di un sistema in grado di ospitare diverse configurazioni e allargarsi agli spazi limitrofi. 

Resistono come i muri che non crollano le aule, gli arredi, i corridoi, gli atri, i laboratori. Le forme cambiano ma le sostanze decisamente no. Il reclusorio aumenta solo gli spazi per le “ore d’aria”?

Molti dei punti (circa 9 su 10) si riferiscono alle caratteristiche costruttive dei casamenti scolastici considerati implicitamente come imprescindibili.

Consiglierei agli ineffabili redattori del documento e a chi fosse interessato la selezione di articoli sull’argomento elencati in APPENDICE.

La chiave ricorrente e fondamentale per me è concepire una città educante in cui si accede da quelli che noi chiamiamo “i portali” dell’educazione diffusa, gli spazi costruiti o trasformati ad hoc, polifunzionali e aggregativi che sostituiscono almeno 5 o 6 edifici scolastici tradizionali con lo scopo di fare da base e introdurre ad una rete di luoghi della città e del territorio dove ricercare, studiare ed apprendere attraverso esperienze multiformi e flessibili nel tempo e nello spazio.

Nel libro “Educazione diffusa.Istruzioni per l’uso” di P.Mottana e Giuseppe Campagnoli Terra Nuova Edizioni 2021 si legge:
Il portale, la base, la tana libera tutti.

Intanto osserviamo le caratteristiche del cosiddetto portale, sia che sia costruito ex novo, sia che sia il risultato della trasformazione di un edificio scolastico esistente o di un altro edificio per così dire, collettivo. Qualche terribile centro commerciale potrebbe smettere la sua funzione mercantile e diventare con opportuni interventi miracolosi, da spazio-rospo (con tutto il rispetto per lo splendido batrace) mercantile a spazio-principe educante: uno splendido megaportale culturale per una intera città.

Prendiamo però ora il caso di un edificio scolastico o di un cosiddetto campus esistente che abbia assodate certe caratteristiche e sia circondato da bei luoghi come biblioteche, teatri, musei, giardini, botteghe e laboratori. Bisogna aprirlo come una scatoletta e se la pianta lo consente, ridisegnare gli spazi prima gerarchicamente realizzati, eliminare scale e ascensori cercando di mantenere tutto in piano (per correre e saltare meglio già da dentro!), anche utilizzando rampe e piani inclinati.

Tanti ambiti aperti e collegati tra loro, tanto aerati e illuminati da sembrare più fuori che dentro, colorati e arredati fai da te, da voi da noi e da loro, in modo libero ed efficiente, non fisso, con l’apporto diretto di chi li vive e tanto flessibili da poterne mutare la forma e la mimesi cromatica in tempo reale come un vanitoso camaleonte educativo per le necessità del momento anche con l’aiuto di marchingegni e macchinette tecnologiche, aggeggi moderni e materiali naturali. L’uso collettivo del Portale per i momenti di partenza, condivisione e di riflessione a posteriori sulle attività da svolgere durante la giornata, la settimana o il periodo stabilito fa sì che debba prevedere spazi di aggregazione comodi e dotati di strutture adeguate a scrivere, leggere, fare rapide ricerche, raggrupparsi e dividersi per seguire ora un mentore ora l’altro ora un esperto ora l’altro.

Dal portale si diramano percorsi coperti o protetti di pedonali, ciclovie, acquavie, risciò, monopattini e pattini a rotelle, piccoli mezzi collettivi elettrici (come quelli inutili del golf) e stazioncine di bus ecologici o, più avanti nel tempo, piccole metropolitane di superficie connesse con la rete urbana principale, guidate e “segnate” ad esempio dai segni colorati che vedremo più avanti.
Rileggo con ansia fattiva dalle appendici del Manifesto della educazione diffusa: “La gestione e la fruizione dello “spazio fuori” è dunque un tema importante che viene negoziato con enti pubblici e privati per l’individuazione di luoghi di apprendimento ma anche di semplici luoghi-presidio che fungano da punti di riferimento per i ragazzi e ragazze e di percorsi dedicati a forme di viabilità leggera (piste ciclabili, zone pedonali, ecc.), affinché possano muoversi nel loro territorio in sicurezza e raggiungere sempre più autonomia. L’obiettivo è che il confine tra il tempo dentro e quello fuori la cornice scolastica sia sempre meno percepita, configurandosi tutto come tempo di vita piena. Naturalmente per questioni organizzative viene delimitato un tempo scolastico che prevede la presenza degli insegnanti e lo svolgimento di attività programmate e che rispetta la configurazione e la logistica della scuola di appartenenza. L’orario complessivo settimanale o plurisettimanale, nella fase transitoria, viene rispettato ma in situazioni particolari in accordo con le famiglie può essere rivisto in base alle esigenze dei progetti e delle attività.”

Giuseppe Campagnoli 6 Maggio 2022

APPENDICE

Articoli e scritti recenti sull’argomento:

https://www.cairn.info/revue-le-telemaque-2021-2-page-161.htm

https://educazioneaperta.it/fare-fuori-la-scuola-verso-leducazione-diffusa.html

La saga delle aspiranti città educanti

Mi sarebbe piaciuto veramente scrivere un articolo per smentire platealmente l’essenza del recente canovaccio della Commedia della città educante e il racconto non proprio edificante dell’articolo di qualche tempo fa intitolato “Buona educazione”. Debbo invece ribadire la sensazione che in Italia non si voglia affatto cambiare nulla in materia di educazione e anzi spesso si spaccino per innovazione, riforme e perfino annunciate rivoluzioni. Tutto ciò è invece solo un fare gattopardesco e tristemente conservatore che vede complici i mainstream politici, culturali, amministrativi e del variegato mondo mediatico, scrittorico, giornalaico e saggistico che si occupa di “scuola”. Ho avuto prove ad ogni angolo del nostro girovagare divulgativo reale o virtuale.Boicottaggi e ostacoli burocratici inventati o ingigantiti ad ogni piè sospinto dall’amministrazione scolastica e non solo. Virtuosi ed entusiasmanti esperimenti sono stati costretti ad interrompersi o a minimizzarsi con mille scuse istituzionali che vanno dalle paranoie sicuritarie ai cavilli di burocrazie d’altri tempi. L’unica consolazione resta comunque quella che gran parte del mondo degli studenti, degli insegnanti, dei genitori e di qualche illuminato consesso accademico stanno mostrando grande interesse e voglia di contribuire a propagare e avviare pratiche dell’educazione diffusa, malgrè tout, perfino passando dalle esperienze parentali o avviando sperimentazioni sottotraccia per infiltrarsi pro bono nel sistema istituzionale. Nonostante la pervicacia dei poteri, piccoli e grandi.

L’ultima perla, che tradisce tante affinità con la tragicomica commedia che ho voluto scrivere come un divertissement da castigat ridendo mores è il recente approccio con la realtà amministrativa di un comune vicino a dove risiedo che si era reso inopinatamente e fortemente disponibile ad accogliere una proposta di formazione e di presentazione dell’idea spingendosi anche a prefigurare delle prove suo campo, considerando nella fattispecie la vocazione culturale, storicamente consolidata, del municipio in questione anche con un prestigioso festival dedicato al teatro in piazza.

Sulla scia di città che hanno dato in precedenza tristi prove di scorrettezza istituzionale oltre che di pressappochismo culturale, tra cui posso ahimè annoverare anche luoghi e capoluoghi della mia regione le cui prodezze fanno parte delle storie raccontate nell’articolo citato in precedenza, o di gruppi e associazioni legati a città e contesti i più vari che ci hanno coinvolto in iniziative promettenti e poi sono invece sono sparite alla nostra vista insalutate e inspiegate ospiti (Ricordo tra le altre Venezia, Camerino, Asti, Trento, Pontedera, Genova…) anche questa bella (forse solo per i muri e la natura) città ci ha mollato senza alcuna spiegazione e motivazione. La sequenza dei fatti è indicativa.

Su invito di una nostra amica appassionata e veramente impegnata nel cambiamento radicale in ambito educativo abbiamo avuto un incontro con una assessora (oggi si scrive così) cui abbiamo, nel dicembre scorso, descritto l’idea e il progetto (tra l’altro asseriva di conoscerlo già) ricevendo un riscontro di interesse e l’invito a risentirci non più tardi dell’inizio dell’anno successivo (gennaio 2022). Sed fugit irreparabile tempus. Passano invano ulteriori contatti epistolari con ulteriore documentazione. Nessuna risposta, di nessun tipo in questi ultimi 4 mesi. Neppure ad una mia temeraria ma correttissima PEC!

Per tutto questo ho pensato di tornare a bomba, come si dice con una metafora non aggressiva, e oltre a pensare con Paolo Mottana ad ulteriori incontri organizzativi sul territorio e sessioni formative ed attive, ho già programmato la prima presentazione pubblica del “gioco” teatrale “La Commedia della città educante” come stigma del diffuso comportamento passivo o di fatto disimpegnato e conservatore in materia di educazione di chi governa gli stati, i territori, le città. L’evento è previsto per il 10 Giugno 2022 dalle ore 17,30 presso la Biblioteca San Giovanni di Pesaro. E non sarà solo una presentazione dell’ennesimo libretto.

https://facebook.com/events/s/presentazione-del-copione-de-l/725058361859694/

Accanto alla illustrazione del piccolo pamphlet ci sarà un riepilogo della nostra storia a partire dalla pubblicazione del Manifesto dell’educazione diffusa nel 2018 fino al racconto dello sbarco ufficiale e accademico dell’idea in una altro paese, la Francia con la pubblicazione, ora anche cartacea dello studio: “L’éducation diffuse et la ville éducatrice” nel N°60 della rivista accademica Le Télémaque, nel gennaio 2022.

https://www.cairn.info/revue-le-telemaque-2021-2.htm

Inviterò anche i sensibilissimi rappresentanti delle amministrazioni che dovrebbero occuparsi di scuola.

E pensare che, come scritto in un mio recente appello, realisticamente un cambio radicale e progressivo del paradigma educativo globale potrebbe modificare le idee su tanti aspetti della vita ed aiutare non poco a scongiurare o mitigare tanti di quelli che siamo soliti chiamare i mali del mondo. Senza passare per una educazione libera e diffusa non credo che le cose del mondo potranno mutare in positivo. Gli eventi di questi tempi ce lo mostrano con terribile evidenza.

Giuseppe Campagnoli 30 Aprile 2022

Foto di copertina ”La scuola del mare” Titti Tarabella.

L’educazione è alla base di tutte le idee.

Attraverso l’educazione è possibile costruire o ricostruire anche l’idea della pace e della guerra.

come della salute, dell’economia, della città, della natura, della politica della proprietà, della vita in generale ma la condizione fondamentale è che l’educazione avvenga principalmente attraverso l’esperienza e la vita stessa con una serie infinita di quello che io insieme ad altri prima di me ho chiamato lo choc educativo che avviene durante le tante  esperienze e le osservazioni,le ricerche, le incidentalità, gli studi e le restituzioni e condivisioni in corpore vivi che si esplicano attraverso un’intelligenza unica, multiforme e multisenso.  Il tutto nelle varie scene dell’apprendimento che vanno dal corpo alla natura, all’immaginazione  all’arte, alle storie tratte dalla realtà e dalla fantasia, dalla scienza che cerca e ricerca senza fine e senza dogmi,  dalla lingua che è pensiero e delle relazioni umane che non sono separate fra di loro ma rappresentano una interconnessione continua di contatti molteplici e  multiformi. 

Istruzione, addestramento, formazione sono invece le sovrastrutture parziali e strumentali dell’educazione che non può essere per sua natura codificata e cristallizzata in procedure ,programmi , valutazioni competenze e conoscenze determinate dai vari poteri dominanti più o meno sulla base di consensi discutibili quando non indotti o obbligati palesemente o subliminalmente. Conoscere, sapere  e saper usare liberamente la realtà e le storie, la creatività e l’immaginario in una accezione collettiva e cooperativa può mitigare e orientare in senso positivo gli stimoli naturali ai conflitti e all’aggressività   se il cosiddetto “mutuo appoggio” fondamentale in natura (cfr. Kropotkin)  lo diventasse anche per l’animale della specie umana. L’educazione può, nel tempo salvare il mondo, purché sia libera, diffusa e integrata nei diversi momenti e luoghi della vita, quasi istintiva, sicuramente incidentale. Ricordo un bel passo dell’introduzione  di Silvano Agosti al nostro pamphlet (Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli) : “Educazione diffusa.Istruzioni per l’uso” Lì la nostra città educante diventa società e mondo educanti. E anche ciò che scriveva Rousseau su dominio, proprietà, confini, ricchezza, povertà, sfruttamento e guerre  potrebbe passare sorprendentemente e finalmente dallo stato di utopia a quello di splendida, crescente realtà. Forse è per questo che pochi  audaci e illuminati vorrebbero dovunque mettere semi per rendere una quasi utopia una certa realtà in divenire. 

Ecco il passo conclusivo della lettera-introduzione di Silvano Agosti:

 “Miei cari Paolo e Giuseppe, la vostra richiesta di esprimere un mio pensiero in relazione al nuovo e complesso edificio educativo che insieme avete elaborato Educazione diffusa , fitto di proposte e di pensieri scolpiti nel buon senso e nella certezza che esista davvero la necessità e l’intenzione di “educare” l’Essere Umano, mentre a mio personale parere l’Essere Umano andrebbe nutrito e ospitato gratuitamente dai Governi e gli Stati del mondo. Soprattutto l’Essere Umano andrebbe lasciato in pace nel territorio di crescita che la natura gli offre ovvero il proprio DNA, oppure andrebbe lasciato libero nella pratica completa e totale del Gioco. Sì, sempre a parere strettamente personale, il  solo desiderio di ogni Essere che viene al mondo, per ora dalla nascita fino ai 5 anni di età, è unicamente quello di giocare, giocare e giocare.                                                                                                                                           Naturalmente se nell’infanzia i giochi saranno semplici, già dalla prima adolescenza ogni Essere Umano fruirà dei vari linguaggi creativi che traggono origine dal gioco ovvero la pittura, la danza, la musica, la letteratura, la recitazione, il cinema etc. come voi stessi proponete nel vostro progetto Educazione diffusa. Importante è che ognuno scopra la propria unica, rara e irrepetibile creatività finora completamente estinta da qualsiasi esperienza scolastica. Ovviamente gli adulti, che in genere riservano il loro tempo ad attività ricreative precostituite (poker compreso) o perfino a giochi d’azzardo, quale sia il solo Gioco cioè la creatività da cui l’Essere Umano non dovrebbe separarsi mai, non sanno più neppure che esiste. L’ideale quindi, come è previsto in modo specifico nel mio testo LETTERE DALLA KIRGHISIA, invece di qualsiasi edificio educativo, sarebbe di consentire agli esseri umani di recarsi ogni giorno nei parchi a giocare, più o meno fino alla soglia di età dei 18 anni. Cari Giuseppe e Paolo, un edificio giustamente va protetto nel corso della sua esistenza ed è giusto concepire restauri anche strutturali, come, di fatto, si rivela essere la vostra proposta di un’educazione “diffusa” che lentamente restaurerebbe una educazione “confusa” che dura ovunque da circa due secoli e mezzo. E’ importante, infatti, non dimenticare che l’educazione di massa ha origine nel 1700 e si sviluppa insieme alla nascita della società industriale. Oggi stiamo assistendo all’evidenza spettacolare ormai storica di una decadenza della produzione solo industriale dei beni (le città sommerse dal veleno dell’ossido di carbonio emesso durante la giornata da milioni di automezzi solo industriali, vedi rifornimenti energetici delle grandi industrie a base di carbonio, vedi nocività del cibo industriale etc.) Oggi quindi più che di restauri si dovrebbero progettare degli edifici assolutamente diversi e quindi già previsti dalla Natura. In uno dei miei dialoghi apparentemente surreali con una quercia, stupendamente alta oltre una ventina di metri, mi sono figurato di chiederle da quale processo educativo era nata tanta sua bellezza. E facilmente mi sono figurato che rispondesse “Tutte le istruzioni della mia educazione erano rinchiuse in una minuscola ghianda di qualche manciata di millimetri. La mia educazione fa rima con “inseminazione” ma oltre la minuscola ghianda ho fruito anche di nutrimenti preziosi a base di pioggia e di sole”. Desidero concludere questa mia riflessione epistolare proponendovi di immaginare che, forse, la crescita in libertà di ogni essere umano non dipende dal progettare nuovi e spettacolari edifici educativi, ma finalmente dalla decisione che tutti gli Stati e i Governi facciano ciò che avrebbero da sempre dovuto fare. Cioè? Cioè Stati e Governi fin qui soffocati dai privilegi e barricati dietro montagne di chiacchiere politiche, di leggi, leggine e leggette comunque mai rispettate, decidano di procurare a “tutti gli abitanti della terra, nessuno escluso, casa e cibo gratuiti”. Ma i fondi per tale buona e naturale azione di massa? Semplicemente prelevando il 22 per cento delle spese militari ovvero non una sorta di IVA (Imposta sul Valore Aggiunto) ma una sorta di IVU (Imposta sul Valore   Umano).                                                                                                                          Solo così, cari Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli,sparirebbero immediatamente dal mondo le Guerre, il Denaro, la Prostituzione, le Droghe, il Lavoro obbligatorio e sparirebbero anche tutti i ragionieri, i genitori, gli insegnanti, gli educatori, i mariti, i preti, i medici, gli artisti da un Pianeta ormai e finalmente abitato solo da Esseri Umani. Un abbraccio da Silvano Agosti”

Si tratterebbe, in definitiva, di mettere in campo una sorta di rieducazione globale (non certamente in una accezione” cinese”!) fondata su una serie infinita di libere esperienze con mentori, esperti e maestri di mondo, realizzata permeando istituzioni, città, territori, non necessariamente  riformando con burocrazie e istituzioni  ma “infiltrando” i concetti e gli ambiti di istruzione, formazione, comunicazione con le idee e le pratiche già da tempo proposte e in parte anche “provate”  dell’educazione diffusa. Si attendono altri illuminati “spioni e informatori” della società educante oltre a quelli che sono già meravigliosamente all’opera in non poche realtà, anche sottotraccia.

Chissà che non si riuscisse a distinguere un briciolo di realtà dalle mille verità costruite, contrapposte come strumenti di potere e di controllo economico, politico e sociale. Chissà che lentamente le persone non si rendano conto che le loro convinzioni, a volte anche quelle apparentemente trasgressive o controcorrente, non siano invece indotte dall’ignoranza costruita su mille verità manipolate, sulle bulimie mediatiche e transmediatiche di social, giornali, tv, a senso unico (il mercato che li gestisce) dai pontificatori, frullatori di pensieri e di idee, sublimi confezionatori di brodi di notizie-fiction, filosofi, scrittori, reporter pro domo sua e mezzi busti d’assalto? Verità e dogmi di tutte le risme sono passati e si sono sedimentati per generazioni e vi passano ancora, attraverso la cosiddetta “istruzione”, pubblica o privata che sia, con i loro strumenti di controllo, classificazione , selezione e infine reclutamento tra le fila di chi ha o avrà potere sulla comunità e di chi obbedirà senza problemi alle leggi, alle notizie, ai racconti, alle favole terribili o seducenti costruite proprio ad usum delphini.

Probabilmente con una educazione profondamente e radicalmente diversa il pensiero critico e creativo sarebbe prevalente e porterebbe se non altro ad osservare la realtà senza schermi e schemi prefigurati e a farsi più domande ed esprimere dubbi più che certezze indotte e “guidate”. Ci vorrà qualche decennio ma ne varrà senz’altro la pena se si arriverà in tempo.

Giuseppe Campagnoli 20 Aprile 2022

Una città educante. La storia dell’educazione diffusa: 2007-2022

Aggiorno e sintetizzo,una storia pubblicata in diverse puntate. Educazione, architettura, città, pandemia, guerra, libertà, le parole chiave.

Tutto cominciò negli anni settanta, quando tra la progettazione di scuole materne, medie ed elementari ispirate a principi di apertura e di flessibilità degli spazi verso l’esterno, gli insegnamenti sulla città analoga che si autocostruisce collettivamente e determina il suo stile di Aldo Rossi, le letture di Ivan Illich e Paulo Freire e i ricordi personali della crescita in una scuola rurale con il metodo Freinet iniziò la mia storia di architetto, di insegnante e di direttore di scuole d’arte. Tanta strada da lì in poi fino alla pubblicazione del Manifesto della educazione diffusa e a tutto quel che ne è seguito.

La mia classe en plein air. Giuseppe Campagnoli 2013

Senza titolo.jpg

Avevo consolidato l’idea di cambiamento che era già in nuce nel libro “L’architettura della scuola” edito da Franco Angeli, Milano nel 2007. Il volumetto suggeriva, dopo anni di ricerche e progetti, una concezione innovativa degli spazi per l’apprendere. Era il momento di intraprendere la strada per un dibattito più ampio e, auspicabilmente, una sua sperimentazione concreta.

Senza titolo.png

  “ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”.

“La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”

 

 L’ incontro cruciale, dopo qualche anno e tante ricerche sul tema, con il professore di filosofia dell’educazione a Milano Bicocca Paolo Mottana e la sua Controeducazione ha chiuso il cerchio magico della mia storia tra educazione ed architettura aprendo i “portali” dell’educazione diffusa.

Continua la lettura di Una città educante. La storia dell’educazione diffusa: 2007-2022

La commedia DELL’ARTE DI EDUCARE

Siamo di nuovo ad un triste déjà vu. Non sono bastati due anni di pene, di detti e contraddetti, di fanatismi, di pontificatori ad ogni angolo, di sette pedagogiche, di “chi più crede di avere più ne metta”. In mezzo insiste la protervia di un sistema scolastico, vecchio, classificatorio, mercantile, a tratti falsamente innovatore, che non perde occasione per boicottare od ostacolare ogni reale spinta di radicale e necessario cambiamento che non è la scuoletta nel bosco, il privato precettariato aristocratico o la misticheggiante paranoia di improbabili pedagogie che non vedevano l’ora di approfittare di paure, ignoranze, potenzialità di profitti.

Ho detto e ridetto quasi tutto sulla mia idea di educazione, condivisa e narrata con slancio insieme a Paolo Mottana, così come sulla mia idea di architettura. Entrambe le idee non sono solo le mie ma poggiano su solide spalle di tanti giganti. Purtroppo come ho già detto tante volte oggi più che mai su questi temi la confusione regna sovrana e la mediocrazia, con il parente stretto della meritocrazia, la fanno da padrone in ogni lido politico, anche degli apparenti (falsi e presenzialisti ad oltranza) progressisti. Non è un mio giudizio presuntuosamente tranchant ma solo un osservazione della realtà e del desolante vastissimo panorama dei troppi che dicono, ridicono, contraddicono e predicono. Non vedo all’orizzonte, in Italia e neanche altrove, tranne quei rari sublimi esperimenti in atto, un deciso orientamento verso una radicale mutazione dell’educazione e della concezione della città e dei territori. L’ ho scritto e detto ormai troppe volte e non intendo ripetermi. Non ho la verità in tasca ma ho una bella antologia ragionata di tante utili e geniali verità. L’ unica cosa che sono riuscito a fare, in parallelo con la mia operosa svolta, è stare a disposizione come volontario e modesto consigliere o meglio riconosciuto come mentore virtuale, e spero anche virtuoso, di chiunque, avendo approfondito il nostro progetto ormai più che esauriente nella sua narrazione, volesse provare l’educazione diffusa e pensare a trasformare territori e città in educanti.

Sono ancora in attesa di conoscere il destino di alcuni sassi lanciati ormai da qualche tempo oltre confine, che per ora constato essere stati accolti con interesse e curiosità, forse molto di più e molto più autorevolmente che in patria. L’ idea dell’educazione diffusa, nella nostra accezione di superamento della scuola-istituzione di oggi e del suo possibile intrinseco legame con la città e la vita reale ha suscitato sinceri moti di coinvolgimento e voglia di dialogo in quei lidi stranieri. Chissà che non fiorisca qualche bella rosa anche in trasferta! Il N° 60 della prestigiosa rivista Le Télémaque con uno studio sull’educazione diffusa, sofferto nella scrittura e nei numerosi “esami” redazionali superati, sta per uscire a giorni e diffonderà anche in Francia la nostra idea di educazione.

Mentre resta per me oggi un punto fermo: il detto “troppi galli a cantare non si fa mai giorno” è più che mai valido di questi tempi e un’idea essenziale come quella dell’educazione che non sia più identificata neppure per sbaglio o convenienza con una scuola come quella di oggi non potrà mai essere realizzata solo con piccole, parziali, velleitarie e a volte elitarie e presunte innovazioni, per quanto piene di volontà e di buoni propositi. Secondo me e secondo quanti hanno aderito alla nostra concezione di educazione, la strada è una sola perché sintesi consolidata e ragionata per tanto tempo di quasi tutte le buone idee e le buone pratiche della storia della pedagogia più coraggiosa e rivoluzionaria.

Balenano emozioni e memorie, trasfigurazioni di fatti e di idee in una specie di elucubrazione teatrale che rappresenti una storia di educazione, di città, di bambini e ragazzi, di adulti e luoghi della memoria e della esperienza vitale. Rileggendo con spirito trasgressivo e mutante una commedia di un noto sovversivo d’altri tempi mi è sorta una specie di ispirazione che potrebbe avere un bel seguito. Ho visioni di scene, di personaggi, di storie, di quinte e di racconti, disegni, musiche e danze che potrebbero rendere amusant e insieme éduquant un breve e plausibile racconto. Ci sono tipi come la Vergara che governa la scuola, il maestro Jean, le bande, il Borgomastro ed il Bidello, l’oste e il libraio, il vasaio e tanti altri ancora. Forse servirà più di tanti saggi e riassaggi dove ormai per quel che mi riguarda ho detto quasi tutto e che sarebbero inutilmente utili solo a chi non avesse avuto orecchie per udire e occhi per vedere. Ne ho contati di quei pamphletti da quando ho riposto il gesso, il compasso e la cattedra, tanti forse troppi, più di un centinaio, decisamente oltre il repetita iuvant. Ora mi taccio per un po’ e mi dedico al recitare e sceneggiare com’era nella mia inevasa passione giovanile. Avrete mie notizie prima o poi.

Ecco l’anteprima di un canovaccio che troverete anche qui: https://www.libreriauniversitaria.it/commedia-citta-educante-canovaccio-messa/libro/9791220353632

Argumento ed ordine della comedia

Son queste le materie principali intessute insieme ne la presente comedia:la protervia, l’insipienza,il dominio, la gaiezza, il sapere, l’erranza, la natura, la città.

In tristitia hilaris,in hilaritate tristis

Antiprologo

C’era forse abbisogna di codesta commedia? A questo punto s’immagina proprio di si. L’ autore e i suoi sodali anelano che le genti si cimentino nell’educarsi e nell’acquisir saperi e poteri andando, sbirciando e facendo, errando e speculando. In tempi di tante pestilenze nom val la pena carcerarsi e attendere ch il male trionfi. Vale allora sortire e muoversi a piccole bande per calli e campielli, per esedre e piazzette, corti e cortili, botteghe e chiostri, per tratturi e sentieri, per cupe e radure. Vale senza alcuna dubitazione aggrupparsi e cercare, dialogare e trovare il senso della vita e dei saperi sperimentando il bello e il brutto la scienza e la coscienza, la gramatica, il corpo e le liberalità. Orsù muoviamoci e partiamo per l’unica avventura plausibile e gaia dell’apprendimento. Alla malora gli accademici e gli scribi, i notabili e i notai o i falsi chierici novizi che imposero o ipocritamente mantennero, fingendo mutazioni virtuose, una schola reclusa e ad usum delphini.

Proprologo

Dove è ito quel furfante, schena da bastonate, che deve far il prologo? Signori, la comedia sarà senza prologo; e non importa, perché non è necessario che vi sii: la materia, il suggetto, il modo ed ordine e circonstanze di quella, vi dico che vi si farran presenti per ordine, e vi sarran poste avanti a gli occhi per ordine: il che è molto meglio che si per ordine vi fussero narrati. Questa è una specie di tela, ch’ha l’ordimento e tessitura insieme: chi la può capir, la capisca; chi la vuol intendere, l’intenda. Ma non lascierò per questo di avertirvi che dovete pensare di essere in una regalissima città indegna di cotali governanti. Questa casa di quinte che vedete cqua formata, guardatevi, pur voi, che non vi faccian vedovi di qualche cosa che portate adosso: — cqua costoro stenderranno le sue rete, e zara a chi tocca. Da questa parte, si va dalla Candelaia e poi dal Mentore Jean e dai sodali, quinci dal podestate che l’urbe governa e dalle bande delle genti honeste. Eccovi avanti gli occhii ociosi principii, debili orditure, vani pensieri, frivole speranze, scoppiamenti dipetto, scoverture di corde, falsi presupposti, alienazion di mente, poetici furori, offuscamento di sensi, turbazion di fantasia, smarrito peregrinaggio d’intelletto, fede sfrenate, cure insensate, studi incerti, somenze intempestive e gloriosi frutti di pazzia. Prosopopeia e maestà, infingarde promesse e coraggiosi aneliti di verità e saggezza. Vedrete come bande, mentori e mentòre addurranno al sapere picciole, piccili e grandi con gaiezza e naturalezza. Eccovi presente in questo nuovo mondo d’esperienza, un’acutezza da far lacrimar gli occhi, gricciar i capelli, stuppefar i denti, petar, rizzar, tussir e starnutare; eccovi un di compositor di libri bene meriti di republica, postillatori, glosatori, construttori, metodici, additori, scoliatori, traduttori, interpreti, compendiarii, dialetticarii novelli, apparitori con una grammatica nova, un dizionario novo, un lexicon, una varia lectio, un approvator d’autori, un approvato autentico, con epigrammi greci, ebrei, latini, italiani, spagnoli, francesi, posti in fronte libri. Ma pure quindi procedeno febbre quartane, cancheri spirituali, pensieri manchi di peso, sciocchezze traboccanti, intoppi baccellieri, granchiate maestre e sdrucciolate da fiaccars’il collo; oltre, il voler che spinge, il saper ch’appressa, il far che frutta, e diligenza madre de gli effetti. In conclusione, vedrete in tutto non esser cosa di sicuro, ma assai di negocio, difetto a bastanza, poco di bello e nulla di buono. Fino a quando non trionfi il sapere e il fare misti insieme in uno splendido florilegio di sensi, verbi e figure.

Per chi si impegnasse in un progetto di messa in scena a scuola, nel quartiere, nel condominio, in una associazione, a teatro c’è la possibilità di richiedere il copione in PDF scrivendo a: researt49@gmail.com

Giuseppe Campagnoli 9 Gennaio 2022

ReseArt Arte, cultura, educazione, politica, sociale e varia umanità

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: