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L’educazione diffusa Percorsi di formazione

L’educazione diffusa è altra cosa dalla scuola come viene intesa comunemente ed auspica per il futuro una educazione pubblica radicalmente diversa in una accezione di società educante. L’educazione diffusa supera le visoni contrapposte stataliste e privatiste in un nuovo senso pubblico e collettivo che oltrepassa d’un colpo solo quella reclusoria, gerarchica e normativa delle istituzioni e quella privata, decisamente liberista e poco laica di tante dogmatiche sette educative. Ripropongo la lettura del nostro ultimo lavoro come preludio alle necessarie sperimentazioni che dovranno essere supportate da apposite iniziative di formazione. Siamo pronti per questo ad offrire ad insegnanti e associazioni, dirigenti scolastici e sindaci percorsi attinenti alla pratica dell’educazione diffusa ed alle modalità di trasformazione di città e territori in educanti. Per informazioni scrivere a giuseppecampagnoli@gmail.com

https://www.terranuovalibri.it/libro/dettaglio/giuseppe-campagnoli-paolo-mottana/educazione-diffusa-9788866815556-236463.html/?idsp=79

La città educante è un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale. La sua tesi è che si debbano rimettere bambini e ragazzi in circolazione nella società che, a sua volta, deve assumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo e formativo. La scuola dove ridursi a una base, un portale ove organizzare attività che devono poi realizzarsi nel mondo reale, tramite un progressivo adeguamento reciproco delle esigenze delle attività pubbliche e private interessate, degli insegnanti e dei ragazzi e bambini stessi. Un processo di medio-lungo periodo che tuttavia potrebbe sviluppare esperienze pilota in molti luoghi interessati e intanto mettere a punto gli strumenti urbanistici, viabilistici, legislativi e educativi in senso stretto per raggiungere tale scopo. All’apprendimento carcerario e iperprotettivo della scuola, privo di motivazione e connessione con la realtà, un apprendimento realizzato in esperienze concrete, non certo accolte così come sono, ma rielaborate, riflettute e criticate dagli allievi stessi in luoghi mirati. Non più insegnanti di discipline ma mentori, guide, conduttori capaci di agevolare i percorsi di interconnessione quanto di saper creare sempre maggior autonomia e autoorganizzazione. I ragazzi e i bambini nel mondo costituirebbero una nuova linfa da troppo tempo emarginata e costringerebbero la società e il lavoro a ripensarsi, a rallentare e a interrogarsi.”

Cattedrali, città e memorie. Disegno di Marcel Proust.

Si tratta di una proposta rivoluzionaria per superare la gabbia scolastica che imprigiona l’apprendimento e soffoca l’insegnamento: portare la scuola fuori dalle aule, a contatto con la vita di ogni giorno. Superare l’idea della “scuola” come mondo confinato tra mura, distaccato dal resto della realtà e della società, in modo che il bambino e il ragazzo siano messi nelle condizioni di fare esperienze dirette nel mondo, quello vero, di ogni giorno. È la visione, fortemente innovativa,  dell’ educazione diffusa e della città educante. Non è solo un concetto astratto, tutt’altro. È una logica, pianificabile e organizzabile già dentro le istituzioni pubbliche in una nuova modalità per aprire ai giovani le porte dell’apprendimento e del sapere. C’è già delineato un percorso chiaro e concreto per capire “come si fa” e “con chi si fa” . Per cambiare veramente paradigma educativo, anche da domani.

Si poteva fare già da settembre 2020 e progressivamente nei mesi successivi.Siamo ancora in tempo.

L’educazione diffusa non è la scuola all’aperto, la scuola diffusa, l’outdoor education o almeno non è solo questo. Si sparpagliano qua e là, espressioni come “educazione diffusa“, “città educante“, “scuola oltre le mura“, “scuola diffusa” spesso a sproposito e senza riferire le fonti o le origini delle idee, in una confusa deriva anche esibizionista che nasconde un’appropriazione selvaggia, distorta o annacquata dell’idea di educazione diffusa, facendo dimenticare la cifra radicale della versione originaria per contrabbandarla con qualche passeggiata in cortile, in piazza o in giardino o con contaminazioni non audaci ma decisamente azzardate, sempre in senso conservativo.

Il concetto di educazione diffusa è sempre stato fuori dal solito recinto che raccoglie, seppure ai suoi margini, delle spinte innovatrici in genere non intenzionate a oltrepassare l’attuale paradigma educativo. Il panorama di oggi sempre di più contiene o costringe molte esperienze, un tempo d’avanguardia, le digerisce e le omologa attraverso un certo establishment pedagogico, sedicente progressista, che le travasa spesso alla rinfusa in appelli, manifesti, reti, gruppi ed eterei gruppuscoli. Educazione diffusa non vuol dire uscire ogni tanto dalle scuole per fare più o meno le stesse cose che si facevano nelle aule, nelle aule speciali, nei laboratori, come non vuol dire spostare banchi e sedie e metterli in circolo, a zig zag, uno sopra l’altro e neppure intensificare la perniciosa “progettite” di una pletora di attività esterne estemporanee e spesso solamente ricreative. Educazione diffusa non significa neppure fare le cose consuete o timidamente innovative nei diversi luoghi della città così come sono, senza trasformazioni significative, senza mutamenti progressivamente radicali degli spazi, delle forme, delle loro funzioni e usi, dei loro significati.

Educazione diffusa significa, invece, ribaltare lentamente ma decisamente i paradigmi fondamentali dell’educazione, dell’istruzione, della formazione, dell’insegnamento e dell’apprendimento verso l’esperienza, la ricerca, l’erranza, l’apprendimento incidentale ricco di emozione verso la creatività, la passione e il coinvolgimento, gli unici che in fin dei conti restano non solo nella memoria ma nel nostro io più profondo e permanente. Magari anche con un uso del digitale e del web in rigorosa versione gregaria e strumentale.

Si dovrebbe provare a rivoluzionare il tempo-scuola e il cosa- scuola applicando l’educazione diffusa, le aree di esperienza, i mentori e gli esperti, la libertà e la curiosità, la gaia ricerca e l’apertura delle menti di tutti, nessuno escluso, in un progetto- canovaccio da condividere e far partire per un anno intero di provacertamente praticando i tanti varchi già presenti nella normativa scolastica ispirata all’autonomia e alla sperimentazione). Gruppi di 5-7 o di 9-13 bambini e/o ragazzi, a seconda delle età, guidati da mentori ed esperti (sicuramente già disponibili nei vincoli attuali, con un incremento di organico funzionale, con una rivoluzione nelle discipline traghettate in aree di esperienza e con il coinvolgimento di esperti, artisti, testimoni e maestri esterni, come pensionati , artigiani e volontari) si muoverebbero nei vari luoghi educanti seguendo tracce e percorsi concordati e programmati a scadenze plurisettimanali. Si partirebbe e tornerebbe nelle basi collettive (tra le quali magari solo alcuni dei vecchi edifici scolastici più aperti e flessibili) dove si prefigurano le attività, si discutono una volta fatte e ci si riflette rielaborando e documentando, valutando i percorsi insieme.

C’è sicuramente qualcos’altro di meglio per coniugare educazione, prevenzione dei rischi, libertà di apprendimento e insegnamento, autonomia e rivitalizzazione di città e territori fino a superare le cento educazioni di cui da troppo tempo abbiamo sentito disquisire e addirittura legiferare.

Rinnovo l’invito ad approfittare dell’ offerta, destinata ad insegnanti e associazioni, dirigenti scolastici e sindaci, di percorsi, personalizzati e contestualizzati, attinenti alla pratica dell’educazione diffusa ed alle modalità di trasformazione di città e territori in educanti. Per informazioni, approfondimento ed eventuali preadesioni scrivere a: giuseppecampagnoli@gmail.com

Di ReseArt

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