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Educazione Scuola

Déjà entendu

Sto leggendo l’ultimo numero di Jacobin Italia quasi interamente dedicato alla scuola (ma va?). Sto avanzando rigorosamente in diagonale come sosteneva Manfredo Tafuri dovessero essere letti certi scritti che riflettono su aspetti a prima vista giustissimi ma abbondantemente detti, ridetti e contraddetti, da troppo tempo. Molto spesso non vengono delineate proposte organiche e concrete verso necessari radicali cambiamenti mentre si citano virtuosi esempi presenti e passati, splendide isole elitarie e affatto diffuse.

Nella pletora di interventi ad ampio spettro mi sovviene dell’Almanacco apparso poco più di un anno fa su Micromega, quasi dello stesso tono e con analoghe prese di posizione viste anche su altre riviste e giornali della galassia della “sinistra”.

Alcuni titoli di Jacobin dell’inverno 2020 già sono eloquenti ed esaurienti:

Pur riconoscendo valore alle considerazioni sul talento, sul merito, sull’utilità dell’istruzione, sulle disuguaglianze e sulle crisi accumulate dalla nostra scuola, sui “buoni” esempi, rari e isolati citati, non posso fare a meno, anche per economia, in tanto, pur in parte condivisibile, déjà entendu, di replicare estrapolando le stesse frasi e gli stessi concetti che avevo espresso allora aggiungendo brani di un mio pezzo sull’educazione diffusa che presto dovrebbe apparire in qualche rivista, anche fuori dal nostro paese, che tratta di educazione.

“Nell’ennesimo almanacco sulla scuola vedo un microcosmo con velleità macrocosmiche dedicato ai problemi di una scuola comunque considerata sempre in un recinto che non va oltre il liberalesimo, o il liberismo mentre, dall’altra parte, non si spinge oltre le ormai datate, seppure in qualche parte imprescindibili gramsciane idee di riscatto sociale attraverso l’istruzione.Tanti déjà entendu e tanti stereotipi duri a morire. La passerella dei profeti della scuola sciorina le solite giaculatorie fluttuanti tra le parole chiave del digitale, delle mille educazioni variegate, delle risorse che mancano, delle didattiche, dei laboratori, dell’ecologia, della meritocrazia, del controllo e della valutazione. I tempi sono cambiati, chi domina il mondo e anche il paradigma dell’educazione come del lavoro non sono più i padroni di una volta e la scuola deve uscire decisamente dal recinto del suo attuale significato che è sostanzialmente globalizzato. Non bisogna sostituire un potere con un altro, attraverso una lotta di egemonie educative, ma liberare e liberarci tout court da qualsiasi dominio che in genere comincia ad esercitarsi prepotentemente e subdolamente proprio con l’istruzione quando viene ancora considerata un “lavoro” in preparazione di “una vita di lavoro”spesso sfruttata e strumentalizzata. L’educazione incidentale sarebbe la chiave di volta, insieme ai mentori e ai maestri delle arti e ai luoghi diffusi dove viverla, per una vera rivoluzione pedagogica, preludio ad una sottile, ostinata e contraria rivoluzione collettiva di natura economica e sociale. Tanti articoli e saggi su giornali e riviste “progressiste” ho letto, anche europei, in una teoria crescente di presenze mediatiche divenuta parossistica di questi tempi in cui non si è mai parlato così tanto e spesso così male di scuola e vi ho spesso trovato tanti stereotipati riferimenti. Ho trovato luoghi comuni non superati come la scuola dell’obbligo, lo svantaggio (che è connaturato a questo modello di scuola) le discriminazioni che questa nostra scuola non potrà mai superare perché le contiene nella sua stessa  ideologia. Sembra che il problema cruciale sia la didattica e in particolare quella a distanza. Sembra che si possa cambiare  agendo solo sulle risorse economiche, sul voto, sullo zaino, sul rapporto docente discente, sulla disposizione di arredi e spazi o sulla progettazione di dorate avanguardiste gabbie scolastiche, come pure sulla leva della terribile meritocrazia o su palliative azioni di limitazione ed edulcorazione delle discriminazioni e del classismo tuttora presenti. Pochi mettono in discussione “la scuola” in sé, come se Montessori, Fourier, Freire, Freinet, Milani, Ward e tanti altri fossero passati invano con le loro idee di radicali cambiamenti spesso accolti solo parzialmente ed immobilmente quando non elitariamente. Capisco ma non giustifico le riviste accreditate di pedagogia e scuola dove spesso sono ospitato (a volte quasi come un infiltrato) e la loro fatica a staccarsi dal termine “scuola” tanto da confondere il concetto di “Educazione diffusa”con quello, ormai obsoleto, da noi superato ed arcaico – seppure di questi tempi alquanto abusato- di “Scuola diffusa”.

Proprio a questo punto che mi viene di proporre in anteprima un assaggio di quell’annunciato articolo dedicato alle “educazioni” e non solo, che credo ben riassuma il nostro pensiero sulla scuola.

L’educazione diffusa e la controeducazione.

Il trajet virtuel.

L’educazione diffusa: la nostra idea e pratica di educazione diffusa trae origine dall’idea di controeducazione che interpolata con l’esigenza di non lasciare tutto al caso si traduce nel concetto di educazione diffusa “guidata” da mentori e maestri ad hoc, magari anche in una istituzione autonoma e libera. La rivoluzione contempla la destrutturazione del sistema di istruzione verso un sistema educativo che contempla aree di esperienza, diversi luoghi educativi nella città e nel territorio, tanti insegnanti ed esperti diffusi e il superamento delle materie, dei voti, dei compiti, degli esami, delle “didattiche”, della misurazione, classificazione e selezione così come la conosciamo. La controeducazione appunto è la linea guida.

“Controeducazione contro la colonizzazione infausta della psicologia e di tutti i suoi apparati, sedicenti scientifici o meno…”

“Contoeducazione come spinta a rivoltare il sapere, a rovesciare le certezze e i miti presunti della corriva cultura educativa presente…”

“Controeducazione come festa dell’esistenza, mozione a fondare il gesto che educa sopra il valore irrinunciabile del desiderio, dell’espansione vitale e dell’immaginazione sensibile.”

“Luogo a partire dal quale si fonda una società amorosa, appassionata, ludica, votata al dono piuttosto che alla rendita e al profitto, alla gratuità anziché al prezzo e alla vendita.”

“La scuola così com’è è semplicemente un obbrobrio. E non c’è benemerita storia che possa giustificarla.”

“Vorrei immaginare luoghi di apprendimento per i ragazzi nelle imprese e nei teatri, nelle televisioni e negli atelier, nel commercio e nei laboratori scientifici, dove possano assistere cooperare, essere attori e collaboratori”

“Una controeducazione che voglia rimettere la realtà nelle sue radici deve abolire questa scuola e sostituirla con una cosa ricca d’anima, affondata nella terra reale, tutta rovesciata sull’esterno e profondamente irrigata nella differenza.”

“Giammai il libro come cilicio, l’esame come sanzione, lo studio come castigo,il sapere come vessazione.”

“Abitare poeticamente il mondo”,diceva il poeta, il sommo poeta tedesco e sulle sue tracce ci siamo mossi per custodire nel retentissement, pre trattenere nella tessitura ciò che sempre ci sfuggiva.”

“Il sapere è esclusivamente appiattito nella forma del problem solving e del know how. Conosciamo bene questa cacofonia anglofila che ci sommerge e ci appesta senza tregua.”

“La musica è maleducata e penetra faticosamente i perimetri dell’istruzione. Vi si insinua solo a patto che sia stata bonificata, filtrata, disciplinata,ancora una volta.” Come l’arte aggiungo io.

“Il termine “merito” è gorgogliato oggi da tutte le voci del coro che starnazza intorno al feretro scolastico e universitario,con ugual gaudio. »  Tutto questo scrive Paolo Mottana nel suo  Piccolo Manuale di Controeducazione

Le disquisizioni, un po’ di lana caprina,  filosofiche e semantiche sulle educazioni, formale, informale, non formale, si superano con il concetto di educazione diffusa che, in una unica definizione, le racchiude e le integra superando anche l’obsoleto paradigma della scolarizzazione di cui molto lucidamente scrisse Ivan Illich. Le teorie, i modi e i luoghi dell’educazione non si possono separare e distinguere dalla vita di chi cresce e apprende lungo tutto l’arco della sua esistenza. Un recente seminario promosso dall’Indire[2]sul tema delle educazioni formali e informali ha sancito una convergenza sul fatto che ne debba essere superata la distinzione artificiosa e opportunista che ha condotto nel tempo a separare chi apprende formalmente da chi lavora, da chi apprende informalmante e, in sostanza, da chi vive i territori e le città. Scriveva Charles Fourier: “Non bisogna sottomettere il desiderio, la passione e la curiosità alle istituzioni perché l’educazione non deve coartare la natura ma assecondarla e consentire all’uomo di svilupparsi nom di trasformarsi ad uso e consumo di qualcun altro. L’educazione non può imporre un fine prestabilito e preordinato ma scoprire e attualizzare le infinite possibilità dell’essere umano senza selezioni e senza costrizioni” così come il poeta e filosofo Giacomo Leopardi “L’attenzione de’ fanciulli è scarsa 1. Per la moltitudine e forza delle impressioni in quell’età, conseguenza necessaria della novità ed inesperienza : le quali impressioni tirando fortemente l’attenzione loro in mille parti e continuamente, l’impediscono di essere sufficiente in nessuna : e questa è la distrazione che s’attribuisce ai fanciulli, tanto più distratti, quanto più suscettibili di sensazioni vive e profonde…”(6. Feb. 1822) 

Anche Celestin Freinet considerava essenziali l’esperienza, lo studio e la ricerca fuori dalle mura scolastiche, l’ apprendimento condiviso e reciproco, l’autorganizzazione della vita collettiva con attenzione alla singolarità di ciascuno cercando di non separare l’educazione dalla vita e quindi la scuola dalla vita.

Scrive ancora Paolo Mottana:

“Ora io non vorrei fare l’archeologia dell’internamento dell’infanzia e poi della gioventù nelle strutture di disciplinamento e di istruzione. È relativamente cosa nota, certo complessa, ma ormai nota. Per i processi di creazione e privatizzazione dell’infanzia come stagione storicamente definita e separata, si veda Aries ma anche lo splendido Emilio pervertito di René Schérer. Non c’è molto altro da aggiungere. Mi interessa ora però parlare dell’adesso. Dell’internamento dell’infanzia adesso, della loro messa fuori gioco, del loro mondo a parte. Perché i bambini fanno tanto problema? Perché lo fanno gli adolescenti?

Sappiamo bene tutti il perchè. Per cominciare ad ovviare a questa concezione dell’educazione che controlla, organizza, chiude, cataloga, valuta e classifica ci sono alcuni primi passi essenziali da fare.

  1. Rivoluzione sottile dei concetti di educazione, istruzione e formazione per rafforzarne i significati collettivi e diffusi. La controeducazione è “l’affinamento molteplice della nostra sensibilità, del nostro gusto, della nostra capacità di fare di ogni gesto della vita una continua occasione di arricchimento plenario, dove la testa che conosce non è mai staccata dal corpo che sente e dove il godimento del corpo che sente non è mai staccata da una testa che percepisce, elabora, assorbe in un reticolo di corrispondenze di illimitata potenza”. Non più maestri e scolari ma guide ed esploratori della conoscenza e del fare sparsi per le città e i territori.
  2. Ridefinizione dei luoghi dell’apprendere in una accezione di ricerca, scoperta scambio diffuse a tutta la città, e al territorio. Ogni luogo è atto all’educazione purché se ne esalti il significato didascalico e di formazione collettiva seguendo un filo rosso tra interessi individuali e necessità collettive. L’ultrarchitettura e l’ educazione diffusa rappresentano anche l’andare decisamente oltre la funzione codificata dei manufatti – scuole, musei, botteghe, teatri… – e dei luoghi – piazze, strade, radure, boschi… – per renderli virtuosamente  eclettici, sottratti al mercato e restituiti alla collettività anche in funzione educante.

A proposito delle città educanti ante litteram ricordo un pezzo del mio amico Franco De Anna a chiosa di un mio scritto su Educationdue.0:

“1. La prima idea venne ai Gesuiti alla fine del Cinquecento. Collocare l’istruzione entro una “simulazione” di città quali erano i loro Collegi: il Tempio, le stanze, i loggiati, i cortili, una “vita intera” da contenere e regolare. La “città educante” dei Greci diventava “la scuola come città simulata” nella sua specializzazione formativa. Era una “città aristocratica” ed elitaria (per quanto gli stessi Gesuiti fecero, con la medesima “intuizione pedagogica”, esperienze assai più democratiche in alcuni paesi colonizzati dell’America Latina…).forse sarebbe meglio dire “cittadella”. 
2. L’istruzione di massa della seconda rivoluzione industriale ha costruito la scuola come “fabbrica” dell’istruzione, con un modello sostanzialmente tayloristico: pensate alla nostre aule in fila, alle scansioni temporali, alle sequenze “disciplinari”, alle “tassonomie” che regolano l’attività ed il lavoro scolastico. Non pensate a Taylor come un esperto di produzione industriale: si fece le ossa invece nel settore trasporti. Era un esperto in “logistica” diremmo oggi. Molto più vicino a Max Weber che a Ford… E noi abbiamo trasferito il paradigma “amministrativo” nell’organizzazzione “specializzata” della riproduzione del sapere. Ma abbiamo mandato a scuola “tutti” (almeno come intenzione).
3. Il funzionalismo ha creato spazi più o meno assennati per contenere “funzioni”, dimenticandosi che dovevano essere “abitati da uomini” (anzi da “cuccioli ” di uomo in crescita) non da funzioni (ma non è così in certa nell’edilizia popolare?). E noi continuiamo ad essere preoccupati (è pure necessario..) di indicatori come i mq per alunno e come dimensionare le “classi” o i “laboratori”.
La sfida è quella di come si costruisce e struttura la “città dell’istruzione” recuperando i Gesuiti e l’esperienza critica della loro “cittadella”, destrutturando la “fabbrica” e recuperandone la vocazione produttiva di massa, immaginando un ambiente (spazi, tempi, abitanti e relazioni) che a sua volta reinterpreti nella nostra postmodernità il classico mito della “città come impresa educativa” di cui parla Tucidide. L’educazione e la formazione dei cittadini, in quell’idea reale (l’Atene del V-IV secolo) e ideale  non era affidata ai “grammatici” ma all’intera città e ai suoi luoghi: l’agorà, l’assemblea, il tribunale, il teatro, lo stadio…” 

Quello dell’educazione diffusa è un  progetto di contro educazione e insieme di contro architettura che si fondono  per aprire i luoghi e i protagonisti (giovani, adulti, anziani, mentori, maestri e cittadini) dell’educazione a tutta la città ed al territorio in una accezione di libertà del tutto nuova ma irrinunciabile per scongiurare gli effetti nefasti, già ammessi, in una sorta di autocritica ipocrita, anche dalle rilevazioni dei mercanti globali, dell’abisso in cui è sprofondata la scuola italiana e non solo.L’ educazione incidentale e l’educazione diffusa rappresentano la medesima visione della città educante.

Il dissenso in architettura e in educazione conducono a concepire certamente la città come educante in una libertà raramente provata: “La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio. ”Oltre che ad un apprendimento diverso, più sicuro e stabile, più profondo perché derivante dall’experiri.

Il Manifesto dell’educazione diffusa

Il percorso tra Charles Fourier, Hillmann, Ivan Illich, Maria Montessori, la scuola di Barbiana di Milani e infine anche Colin Ward ha condotto a costruire un’idea attiva di educazione diffusa attraverso la pubblicazione dell’omonimo Manifesto scritto e sottoscritto da tante personalità della cultura pedagogica italiana, da Roberto Maragliano a Dimitris Argiropoulos, da Paola Nicolini a Mariagrazia Marcarini, Beate Weyland e tanti altri. 

Il trajet réel

Dalla pubblicazione del Manifesto e in concomitanza dell’uscita di ”Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso” nel 2020 in Italia stanno fiorendo non poche esperienze di “educazione diffusa” in vari contesti e con varie modalità: nelle scuole parentali e montessoriane, nelle esperienze di outdoor education come, con un po’ più di difficoltà, nella scuola pubblica e statale. Qui alcune esperienze di “educazione” diffusa in fase di avvio o di consolidamento.

  • Officina del fare e del sapere Gubbio (Scuola media)
  • Scuola parentale nel bosco a Torino intrecciata con il metodo Montessori (cit. Montessori incontra)
  • Educazione diffusa all’accademia artistica NABA di Milano
  • Le scuole di Fuoriclasse in movimento di Save the Children Italia (vari segmenti di età)
  • L’esperienza “Bimbisvegli” di Asti (Scuola primaria)
  • Proposte e progetti da Nembro, Udine, Venezia, Camerino, in evoluzione sulla scorta dei suggerimenti contenuti in “Educazione diffusa.Istruzioni per l’uso” di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli.

Forse è il momento di dire e scrivere un po’ meno dei massimi sistemi e invece provare a cambiare facendo e raccontare, durante e dopo, queste esperienze d’avanguardia e la loro incidenza nella realtà.

Giuseppe Campagnoli 23 Gennaio 2021


Di ReseArt

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