Un altro treno per l’educazione diffusa?

L’architettura della città educante a Pontedera.

Un corto di sintesi dei contenuti dell’intervento

Il 22 e 23 Novembre scorsi a Pontedera si è svolto un interessante confronto sugli spazi dell’educazione promosso con il Convegno “Mani operose, teste pensanti” dal Centro di Ricerca Educativa e Didattica Valdera che coinvolge una rete dei comuni della val d’Era dedicata ai “servizi” educativi oltre che culturali di quel territorio. Ho partecipato, invitato, con un intervento sull’architettura della città educante fondato sull’idea di oltrepassare la scuola verso l’educazione diffusa. In molti momenti mi sono sentito quasi un infiltrato, circondato da relatori “riformisti” dentro il recinto della scuola istituzionale, con timide e, a volte, un po’ superficiali avanguardie che prospettano cambiamenti solo estetici o di facciata. Da qualche sporadico segnale comunque ho potuto percepire una certa voglia di andare oltre le solite riforme. Perfino nell’intervento promettente del ricercatore esperto in ambienti di apprendimento dell’Indire, partner della manifestazione, ho trovato germi di risveglio.

Che si siano accorti che occorre una vera e propria rivoluzione e non i soliti palliativi? Glisso sull’intervento della rappresentante della “Scuola senza zaino“ che liquida quelli della educazione diffusa come visionari ricordando pedantemente le cifre delle scuole prive di zaini.

Spazi “innovativi” per una didattica “innovativa”. Immagini dal sito pubblico delle “Scuole senza zaino”.

Come se i cosiddetti “visionari” non abbiano generato nella storia dell’educazione esperienze mirabili e veramente rivoluzionarie. Glisso pure su quello dell’architetto che gioca, compiacendosene assai, con le parole, le immagini e gli spazi educativi “centrifughi e centripeti”, mentre ho apprezzato molto gli spunti di alcuni testimoni della trincea educativa che auspicano, in fondo, il superamento di una scuola reclusoria, del controllo, della gerarchia e della rigidezza, a favore della libertà, del movimento, della corporeità, dell’arte e del pensiero cosiddetto “divergente”.

Persiste comunque, ahinoi, la tendenza a pensare che il cambiamento passi per lo spostamento di mobilio, le nuove tecnologie digitali, il colore alle pareti, i banchi, le sedie e le cattedre moderni ed ergonomici, le boutades del design onnipresente o l’autodeterminazione di ambienti comunque chiusi e controllati e alla via così. Ho cercato, alla fine di una estenuante pletora di interventi compressi in un pomeriggio, di lanciare il messaggio dell’educazione diffusa attraverso l’idea dell’architettura di una città e di territori interi che diventano essi stessi scuola. Qui di seguito alcune immagini delle mie provocazioni.

Alla fine, la sorpresa di aver suscitato un forte interesse e una evidente attiva curiosità negli appassionati membri e volontari del CRED come pure in un sindaco rappresentante dei comuni della rete educativa. Mi ha preso in disparte e mi ha testualmente confidato di aspettare da tempo un’idea come quella della città educante, per progettare di applicarla all’ insieme di comuni, di scuole, di luoghi culturali e sociali del suo territorio. Se son rose.. Conservo qualche timida speranza che vedo coltivarsi in potenza anche dentro esperienze come il CRED, in tante parti d’Italia e non solo. Le domande ancora inevase sono quelle che l’architetto mirabile Giancarlo de Carlo si poneva sulla rivista di Harvard nel 1969 : “È necessario costringere la scuola in una istituzione ad hoc? L’attività educativa deve svolgersi in un edificio appositamente progettato e costruito? Entrambe le risposte continuano ad essere negative.

Giuseppe Campagnoli 27 Novembre 2019

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