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El obispo rojo

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Avevo qualche remora a raccontare questa storia, vuoi per un senso di pudore familiare vuoi per le mie consolidate convinzioni non proprio inclini alle religioni ed alle evangelizzazioni di qualsiasi genere. Le recenti terribili notizie sull’Amazzonia hanno fatto emergere prepotentemente l’esigenza di una breve narrazione un po’ autobiografica. El obispo rojo veniva chiamato il fratello di mia madre vescovo salesiano missionario nel Territorio Federal Amazonas del Venezuela, a Puerto Ayacucho, tra i confini brasiliano e Colombiano. Andando a trovarlo quando era ancora in vita (ora è “enterrado” in terra amazzonica) e visitando le zone tra Puerto Ayacucho e Manapiare, alla fine degli anni ’80, scoprii tanto, riguardo alle sue idee ed azioni in difesa della natura e degli Indios Yanomami senza peraltro pretendere conversioni o adesioni ma addirittura consentendo una specie di virtuosa quanto singolare commistione tra il loro credo animista e quello cattolico solo quando liberamente accolto. Scoprii dell’ impegno suo personale e dei confratelli (che sembravano più dei rivoluzionari che dei preti, barbudos che fumavano yopo e vivevano per lunghi periodi nei villaggi isolati della selva) teso a salvaguardare dallo sfruttamento, dalle deportazioni e anche dalle uccisioni da parte di banditi legali e illegali, di compagnie minerarie, di latifondisti e di governi, le popolazioni locali, soprattutto di etnia yanomami. Più volte i missionari li accompagnavano tra mille rischi dal Brasile oltre il confine che per loro, naturalmente, non esisteva, con il Venezuela fino ad allora meno pericoloso (si fa per dire) per la loro sopravvivenza anche perchè addirittura venvano fatti oggetto di caccia spietata da parte dei latifondisti con gli elicotteri. Scoprii altresì che aveva fondato un Museo Etnografico in Puerto Ayacucho, prendendolo in giro perchè lo avevano voluto intitolare a lui ancora vivente!

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Museo etnografico di Puerto Ayacucho

Il museo aveva ed ha tuttora l’unico intento da testimone  di raccogliere la storia, le tradizioni e la cultura yanomami allo scopo di farne conoscere l’essenza preziosa assolutamente da preservare senza interferenze o contaminazioni,  con una azione decisa di  difesa e tutela contro un progresso basato sulla distruzione sistematica di natura e persone, per il  profitto di compagnie minerarie e agricole e dell’avanzante turismo globale dissacratore, incolto e devastatore che avrebbe voluto trasformare le belle churuate in altrettanti resorts.

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Lo Shabono. Un villaggio centrale e collettivo

El obispo rojo lo chiamavano perchè spesso soleva dire che se nel combattere per difendere il popolo indio, il suo habitat, la sua cultura veniva tacciato di ideologia comunista, allora sì, poteva essere chiamato “comunista”. In una tesi di dottorato pubblicata nel 2007 a Brasilia dedicata alle popolazioni indios tra Brasile e Venezuela, sono riprese alcune sue posizioni ed  interventi che venivano citati attraverso la stampa venezuelana come  di “estrema sinistra” quando chiedevano di bloccare le concessioni per lo sfruttamento, la contaminazione e la progressiva distruzione di quei luoghi e di quelle popolazioni a scopo minerario, agricolo o turistico.

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L’obispo rojo

“Ci sono sovversivi  nelle Amazzoni” titolava il “Diario di Caracas” nel 1987.

Da questa visita, da questi fatti e da tante riflessioni scaturì negli anni ’90 un progetto partecipato di recupero architettonico di un villaggio indio utilizzando idee, forme, materiali e tecniche tradizionali (legno di alberi da ripiantare subito come è loro costume, adobe, mattoni di terra…) per sostituire le baraccopoli di lamiera costruite dal governo per rendere forzatamente stanziali i gruppi e poter avere mano libera sul territorio con una specie di “villaggio educante nomade” antelitteram. Il progetto, guidato da due architetti (Stohr e Campagnoli) venne ideato e disegnato con la partecipazione di una classe dell’Istituto d’Arte di Pesaro. Una storia questa che dovrebbe far riflettere su quello che certi governi violenti e irresponsabili stanno facendo all’Amazzonia, terra da sempre senza confini e padroni se non la natura e chi ci vive liberamente da secoli e su quanto si potrebbe fare per contrastare attivamente questa terribile tendenza.

Giuseppe Campagnoli

Agosto 2019

Churuate e nuovi villaggi a Manapiare

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Educazione italiani Politica Scuola Sociale storia Varia umanità

Italiani: un déjà vu?

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Discorsetto sopra lo stato presente dei costumi degli italiani del 2019

Ma qual è oggi la “classe ristretta” di cui parlava Leopardi nel 1824? E chi sono oggi i perfetti epigoni di quel cinismo “nell’animo, nel pensiero, nel carattere, nei comportamenti nel modo di pensare, di parlare, di agire”? Ci sono nell’economia, nella politica, nelle comunicazioni, nei media? E’ fin troppo facile riconoscere queste categorie che fanno capo ai personaggi più in vista eredi di quella società “per bene” non impegnata a procurarsi come tutti con fatica il pane quotidiano! Dove il ricco è bene che resti ricco purchè faccia ipocritamente professione di populismo. Dove i salotti dei tempi di Leopardi hanno solo mutato sembianze ma non sostanza. Dove ci si attacca a vicenda quotidianamente e in pubblico… e ci si adula nel privato! E allora riconosciamo in quelle conversazioni leopardiane senza amor proprio, ciniche e violente, le rubriche lettere al direttore di molti giornali, gli editoriali al vetriolo, i talk show infingardi e aggressivi, le notizie false, tendenziose e parziali, la caccia allo scandalo, l’avversario politico che diventa nemico, le miserie umane che diventano fiction e viceversa, i pulpiti pieni di invettive, insulti, minacce e bugie. Gli italiani  sedicenti onesti e cittadini “per bene” sono questi, mentre di quelli che sono occupati dai propri bisogni primari non si parla o si parla poco o diventano gli oggetti di carità ed elemosina mentre chi si è procurato ricchezze quasi sempre sfruttando gli altri predica la tolleranza e la solidarietà, ma anche l’intolleranza verso i diversi, la riduzione delle tasse anche a chi non le ha mai pagate, il liberismo invece del liberalesimo, il populismo al posto della democrazia partecipata. E’ nel fondo di questi nuovi tribuni, sempre più ricchi, non c’è traccia dei concetti di libertà, eguaglianza e fraternità, concetti che anche Leopardi mostrava di ammirare nel citare la Francia come esempio di modernità. Da qui la certezza che la democrazia della maggioranza quando questa è plagiata da quelle ciniche conversazioni è una falsa democrazia e che molto più spesso sono da apprezzare le minoranze illuminate che possono emancipare le maggioranze obnubilate dai sempreverdi “oppi dei popoli” che citava Leopardi: ..le chiese, le feste, i passeggi, le gastronomie, gli spettacoli.

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