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Innovazione o rivoluzione educativa ? Una guida.

CONTROEDUCAZIONE E CONTROARCHITETTURA DELLA CITTÀ EDUCANTE.UNA GUIDA.

Ho voluto rielaborare e riproporre aggiornato un articolo apparso ormai due anni fa nel primo numero di INNOVATIOEDUCATIVA, rivista che si occupa di educazione, istruzione e formazione, ma ancora dentro il recinto della tradizione seppure con qualche anelito alla innovazione e qualche curiosità per le esperienze avanzate, ma con troppo juicio…

L’articolo ribadisce il concetto che il luogo dell’educazione non è assolutamente indifferente all’educazione stessa e che non ha alcun senso pensare di realizzare l’educazione diffusa negli stessi luoghi chiusi e gerarchici della scuola tradizionale o anche solo timidamente innovativa, ma neppure solamente nei boschi o nelle radure delle cosiddette scuole libertarie e naturaliste per l’effetto settario e un po’ elitario di talune esperienze. Bisogna infatti superare l’edificio scolastico o anche solo il bosco  per un territorio complesso dell’apprendimento: la città e la natura insieme con il loro complesso di luoghi, persone, attività, atmosfere e spazi. Una provocazione che potrebbe diventare un modello di ricerca per la futura scolarizzazione. Un’aula unica aperta al mondo e composta da mille stanze diverse e dedicate, dall’universo fisico fino anche a quello virtuale del web, che metta in relazione continua bambini, ragazzi, adulti, anziani, gente che lavora, che usa il tempo libero, che amministra, aiuta,fa politica, produce e al tempo stesso insegna e impara. Oggi si fatica a tollerare la scuola in un unico edificio o recinto. La realtà scolastica non è statica ma, quasi per etimologia, dinamica nello spazio, oltre che nel tempo. Le modalità di fruizione delle informazioni, di apprendimento e di applicazione pratica mal sopportano i muri e i limiti di un unico luogo deputato ai saperi e alla conoscenza.

L’errore sta nel pensare ad edifici dedicati e separati, a luoghi privilegiati o a campus frikkettoni , nel far coincidere la scuola con un manufatto o comunque con un recinto. Le aule, i laboratori, le palestre sono già nel territorio: basta adattarli, collegarli e utilizzarli per raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura. Da queste premesse si potrebbe iniziare a progettare un prototipo flessibile di intervento sperimentale che possa fornire dati attendibili sulla fattibilità dell’idea e sulla sua esportabilità in contesti diversi, più ampi e magari di grandi aree metropolitane. La scuola non è un ghetto. Prenderà invece le mosse da un portale “educante” in periferia, come in centro, in campagna o in montagna che in una realtà urbana complessa. Non è un luogo chiuso da muri e comparti o da confini reali o virtuali, non è un edificio unico e monolitico o un bosco di specie rare: la scuola è diffusa ed en plein air nel senso totale del termine. Nel volume La città giardino del domani di Ebenezer Howard si fa riferimento a due splendide utopie viste come un’unica realtà: la Garden City e la Città Educante. Per trasformare il contesto urbano e la campagna in città educante, occorre intervenire anzitutto nei luoghi su cui posare una nuova organizzazione di quella che una volta chiamavamo scuola, perché non sia più distinta e separata dalla vita quotidiana e dai suoi personaggi e perché sia quel motore della conoscenza e della crescita che alla città manca da tempo. La stessa cosa, mutatis mutandis, pensava Colin Ward nei suoi interventi sull’architettura e l’educazione libertarie. Si sono fatti e si fanno esperimenti di educazione diversa, a volte anche timidamente diffusa, si è scritto molto e da tempo di controeducazione ma, fino a oggi nulla o quasi è stato ancora prospettato per una nuova architettura della città per superare muri, aule e luoghi chiusi e ambienti concentrati dedicati all’apprendimento. Perfino nei tanto osannati paesi del nord Europa non si è ancora superato il concetto di school building se non nelle forme variegate, ipertecnologiche ed ecologiche di una edilizia scolastica d’avanguardia. Non vi può essere una nuova educazione e una città educante senza rivoluzionare gli spazi e chiudere, finanche troppo tardi, con le tradizionali tipologie dell’edilizia scolastica seppure avanzate e d’avanguardia. La città nuova non distinguerebbe più tra spazi dedicati a qualcosa e luoghi dedicati a qualcos’altro. Cercherebbe di integrare significati e funzioni così come in una casa si mangia, si dorme, si apprende, si lavora, si gioca, si coltiva l’orto e il giardino. Le cose da apprendere, l’educazione e la crescita non sono indifferenti ai luoghi in cui avvengono. La marcia di avvicinamento a un nuovo modello di scuola, si potrebbe integrare mirabilmente in una sperimentazione breve che facesse tesoro delle eventuali buone pratiche nel territorio, sfruttando ad usum delphini, in questa fase transitoria, l’insieme dei progetti, dei tempi e dei luoghi-scuola che è riuscita a garantire la recente riforma scolastica. Utopie? Non tanto e non proprio se queste esperienze hanno già coinvolto studenti, scolari, insegnanti, presidi veramente innovativi e qualche rara e coraggiosa amministrazione pubblica in alcune realtà presenti nel nostro territorio.  Immaginiamo e proviamo uno scenario di città educante, in una realtà urbana reale.

Il “Manifesto dell’educazione diffusa” lo spiega bene e in modo convincente nella teoria. Ora nella pratica occorre qualche suggerimento e qualche strumento. Stiamo vivendo in uno scenario economico e sociale che si avvia giocoforza a un profondo mutamento spinto dalle migrazioni ineluttabili, dalla povertà da combattere con decisione solo assestando colpi efficaci alla morente protervia della ricchezza che ha generato ignoranza, mediocrazia, miseria e violenza. Educarsi e rieducarsi per tutta la vita e in ogni luogo con l’aiuto di mentori, maestri ed esperti è la chiave per superare tutto ciò. Ma occorre farlo con l’esperienza diretta negli spazi e nei contesti reali che una città trasformata dovrebbe offrire. Stiamo mettendo a punto proprio per questo e per rendere agibile a tutti il Manifesto della educazione diffusa, gli utensili concreti e flessibili  suggerendo il chi, che cosa, come, quando e dove di questa nuova educazione. Questi potrebbero essere alcuni spunti relativi ai luoghi, già in parte provati dalle tante esperienze, più o meno valide, in atto nei territori italiani e non solo. Qui alcune frasi chiave per quello che potrebbe essere e che forse presto sarà, nero su bianco, un “breviario ed una mappa dei luoghi dell’educazione diffusa”:

  • La finalità fondamentale di una fase transitoria è innanzitutto quella di far perdere la percezione della scuola come monumento e  luogo delle istituzioni dedicato, chiuso, organizzato e controllato.
  •  Trasformare in modo leggero e in economia alcuni edifici scolastici esistenti adatti allo scopo in strutture di base polivalenti e flessibili (i portali) e collegarli con luoghi e spazi della città in qualche modo predisposti e che possano diventare occasioni di educazione diffusa
  •  Progettare in modo partecipato e realizzare un sistema integrato di portali e luoghi della città trasformando manufatti pronti ad ospitare le attività e i momenti di educazione diffusa. Il sistema si può articolare nelle varie parti di città adottando come polo una base ottenuta dal recupero o trasformazione di una biblioteca, un centro culturale, un museo, un teatro polivalente..
  • Progettare ex novo un articolato ma non rigido sistema da replicare in varie parti di città e del territorio composto da un portale e una rete di luoghi e di aule vaganti ad esso collegati e disegnati seguendo le indicazioni della città, dei cittadini, dei mentori, della gente di scuola e di quartiere.
  • Il portale è una base dove riunirsi per partire, in piccole squadre, e poi rivedersi per condividere, rielaborare e approfondire. I luoghi per apprendere sono per lo più all’esterno della scuola, nel territorio, con eccezione per i laboratori specifici.
  • In una sperimentazione di transizione basterà, come già accennato, partendo anche da un edificio scolastico vecchia maniera adattabile o da un polo culturale esistente, prefigurare una mini rete di luoghi, accessibili con una mobilità sostenibile, in accordo con privati (botteghe, librerie , caffè e laboratori, giardini e ville, centri commerciali acquisiti dal pubblico e assolutamente trasformati) e pubblico (piccole o grandi biblioteche, giardini, parchi  e teatri, spazi sportivi..) che possano essere fruibili in modo permanente e che abbiano già ambiti adatti a raggrupparsi, a stare, a fare attività diverse teoriche o pratiche che siano.
  • Proviamo a costruire una rete di luoghi urbani ed extraurbani, pubblici o privati che siano, per la nostra città educante, da collegare con i portali e le basi o ad essi adiacenti. La prima cosa da fare è una specie di censimento, classificazione ed una mappatura geografica dei luoghi e degli spazi possibili, con funzioni molteplici e flessibili e stabilirne la potenzialità d’uso e la collegabilità.
  • Le tre parti del coinvolgimento educativo, la famiglia o il gruppo e associazione, chi amministra la cosa pubblica e la scuola  questa volta progetteranno e lavoreranno in sinergia per tutto il tempo. Prima, durante e dopo. La città progetta sé stessa in tutte le sue parti perché vi partecipano tutti i cittadini non sempre in forma demagogicamente diretta o plebiscitaria ma  interpretati saggiamente e fedelmente o anche criticamente nei loro bisogni e desideri dalle figure di guide e intermediari che poi saranno gli stessi del percorso educativo incidentale edel disegno dei luoghi ad esso dedicati: architetti, educatori, mentori, esperti.

Un collage di esperienze ante litteram  tentate, realizzate o in atto farà da chiosa alle indicazioni operative per testimoniare che in qualche caso l’idea ha funzionato e continua a funzionare seppure parzialmente e tra tante difficoltà e diffidenze. Appuntamento a Settembre!

Giuseppe Campagnoli

15 Giugno 2019

 

 

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Roma VII Municipio: intorno all’educazione diffusa.

 

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Un bell’incontro di autoformazione sul tema della comunità per l’educazione diffusa  il 30 Maggio scorso a Roma presso il centro di aggregazione giovanile Scholè del VII Municipio di Roma nell’ambito dell’iniziativa Comunità educante diffusa promossa dall’assessore Elena De Santis.

L’dea di città educante per oltrepassare la scuola di oggi è stata illustrata presentando i contenuti del Manifesto della educazione diffusa, nato ormai tre anni fa e concretizzato in un appello pubblicato nel Luglio 2018 e sottoscritto da oltre 400 persone della scuola e della società civile. Gli interventi teorici del pedagogista Vincenzo Piccione e dello psicologo Filippo Pergola oltre a quelli esperienziali di esponenti di istituzioni e associazioni che si occupano di educazione nel territorio del municipio, hanno fatto da corollario all’essenza dell’incontro, tutta incentrata sul concetto di città educante, chiave di volta della trasformazione dell’attuale paradigma scolastico in un’accezione libertaria, aperta ed in una comunione progressivamente integrata con la città, per contribuire alla sua trasformazione in un luogo accogliente e vivibile, inclusivo e tollerante, occasione di apprendimento, crescita e formazione in ogni suo spazio e attività e in ogni momento della vita.

Personalmente ho potuto apprezzare la varietà di idee presenti nei contesti amministrativi locali che si declinano a volte in modo anche opposto in relazione al territorio in cui operano, contraddicendo, in positivo e inaspettatamente, certi luoghi comuni sulla monoliticità ideologica di certi movimenti del cosiddetto “nuovo che avanza”. Provenendo da un piccolo comune amministrato dalla stessa compagine politica ho constatato come profondamente differenti e piacevolmente contraddittorie possano essere le azioni e le iniziative in campo educativo  in luoghi e situazioni diverse. Le persone e la loro esperienza spesso fanno un’ enorme  differenza nell’approccio con la realtà e la volontà di rivoluzionarla, tanto da non riconoscere a volte la comune origine politica di chi opera e amministra.

1270136e-0839-4d5e-bc80-10eba06dfb01-1.jpgFoto  tratta dalla pagina  della Comunità educante del VII Municipio

Dall’incontro sono emersi punti di vista comuni sul concetto di educazione diffusa che non è uno slogan o un titolo per troppi racconti apparentemente simili ma profondamente diversi. E’ piuttosto una modalità di lento ma forte  ribaltamento dell’istituzione scuola e del concetto di educazione, di istruzione, di formazione decisamente opposti a quelli attuali, ancorché tendenti ad una specie di timida riforma o ad innovazioni che tali in fondo non sono anche per la loro natura teorica e metodologica troppo legata ai paradigmi della società post industriale e mercantilmente tecnologica. Per non dilungarmi vorrei lasciare spazio ad una specie di sintetico report testuale ed audiovisivo del bel pomeriggio dedicato alla diffusione della educazione in una città da trasformare partendo da una prima declinazione sperimentale dell’educazione diffusa.

I principi «attivi», concreti e  fondanti del Manifesto della educazione diffusa si possono   condensare in qualche riga essenziale:

  • L’educazione diffusa è un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale. È tempo di rimettere bambini e bambine, ragazzi e ragazze in circolazione nella società che, a sua volta, deve assumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo e formativo.
  • L’educazione diffusa pone al centro della vita educativa l’esperienza autentica, quella che mobilita tutti i sensi ma soprattutto la forza che li accende, la passione.
  • L’educazione diffusa libera i bambini e i ragazzi, le bambine e le ragazze, dal giogo della prigionia scolastica: li aiuta a trovare nel quartiere, nel territorio e nella città i luoghi, le opportunità, le attività nelle quali partecipare attivamente per offrire il proprio contributo alla società.
  • L’educazione diffusa trasforma il territorio in una grande risorsa di apprendimento, di scambio, di legame, di cimento, di invenzione societaria, di sperimentazione, al di fuori di ogni logica di mercato, di adattamento passivo, di competizione o di guadagno monetario.
  • Per iniziare a sperimentare l’educazione diffusa occorrono un gruppo di genitori motivati, di insegnanti appassionati e possibilmente un dirigente didattico coraggioso che abbiano voglia di vedere di nuovo allievi vivi che gioiscono dell’imparare e di essere riconosciuti come soggetti a pieno titolo nel mondo.

 

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Da qui anche qualche suggerimento immediatamente operativo:

Strutturare percorsi didattici per macroaree tematiche trasversali e integrate nei diversi linguaggi che stimolino la partecipazione in senso creativo attraverso l’esperienza nel tessuto culturale e sociale di riferimento superando progressivamente la fittizia ripartizione in discipline, le misurazioni, la competizione, i tempi rigidi e contingentati. Realizzare passeggiate cognitive alla scoperta di quartieri, strade, luoghi naturali..

Elaborare insieme ad altri soggetti ipotesi di architettura per trasformare gli spazi individuati nella città educante in luoghi di apprendimento. Avviare sperimentazioni che includano una parte sempre crescente di attività come “scuola aperta” trasformando ed aprendo gli spazi scolastici da ridisegnare come “portali” educanti che possano essere cogestiti anche da genitori e realtà sociali.

 

Stimolare e promuovere politiche di cittadinanza per bambine/i e ragazze/i in ogni settore della vita sociale ed istituzionale nella città.

 

Dedicare parte dei percorsi educativi alle emozioni, alle relazioni, all’introspezione ed agli esercizi di dialogo interiore attraverso l’animazione, il teatro, la musica…

Educazione diffusa al VII Municipio

 

 

Giuseppe Campagnoli 2 Giugno 2019